Femminicidi: riconoscere il rischio e costruire prevenzione dalla scuola
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, di fronte
alla drammatica sequenza di donne uccise che ha segnato gli ultimi giorni,
ritiene necessario richiamare l’attenzione sulla capacità del sistema di
prevenzione di riconoscere tempestivamente le situazioni di pericolo e,
parallelamente, sulla responsabilità educativa della scuola nella costruzione di
una cultura delle relazioni fondata sul rispetto, sull’autonomia e sulla
reciprocità.
I nomi di Dafne Rebaudo, Ornella Forastefano, Luigia Fortunato, Joanna Rouissi,
Tania Sperindio, Tania Terrin e Daniela Florea, riportati dalla stampa nelle
cronache di questi giorni, restituiscono immediatamente una dimensione che
nessuna statistica può rappresentare pienamente. Sono donne con storie, età,
famiglie e percorsi differenti. Accostare i loro nomi non significa sovrapporre
vicende che presentano caratteristiche proprie, né anticipare valutazioni
giudiziarie ancora affidate agli accertamenti delle autorità competenti.
Significa, piuttosto, sottrarre la discussione al rischio dell’assuefazione e
ricordare che dietro ogni dato esiste una vita interrotta e una comunità
colpita.
La particolare concentrazione temporale di queste morti assume un significato
ancora più forte se posta accanto ai dati relativi al primo semestre del 2026.
Le rilevazioni diffuse dal Viminale avevano infatti registrato una diminuzione
degli omicidi volontari e una significativa riduzione delle donne vittime
considerate nelle statistiche relative agli omicidi e al femminicidio. Nello
stesso periodo risultavano in aumento gli ammonimenti del questore, con una
crescita particolarmente rilevante di quelli connessi alla violenza domestica.
Non vi è necessariamente una contraddizione tra questi dati e quanto accaduto
nelle ultime settimane. Vi è piuttosto un’indicazione che dovrebbe orientare la
riflessione pubblica: un miglioramento statistico può testimoniare l’efficacia
di strumenti e interventi messi in campo, ma non può mai coincidere con una
diminuzione dell’attenzione. Ogni situazione di violenza conserva infatti
caratteristiche proprie e richiede che il rischio venga valutato sulla base
della storia concreta della persona e del contesto nel quale si manifesta.
In questo senso, la vicenda di Tania Terrin, sulla quale le cronache hanno
riferito l’esistenza di una precedente denuncia e di provvedimenti adottati nei
confronti dell’uomo poi indicato come autore dell’omicidio, pone con particolare
forza il problema della valutazione del rischio. Quando nella storia di una
relazione emergono precedenti episodi di violenza, minacce, comportamenti
persecutori o reiterate forme di controllo, la capacità di leggere tali elementi
all’interno di un quadro complessivo diventa parte essenziale della protezione.
È su questo punto che il CNDDU ritiene necessario sviluppare una riflessione
costruttiva. La presenza di norme e strumenti di tutela costituisce una
condizione imprescindibile, ma la loro efficacia dipende anche dalla
tempestività con cui le informazioni vengono interpretate e dalla capacità delle
diverse istituzioni coinvolte di comunicare e operare in modo coordinato. La
prevenzione non può ridursi all’esistenza formale di una misura; deve tradursi
nella possibilità concreta di individuare l’evoluzione del pericolo e di
intervenire in maniera adeguata alla sua gravità.
La sequenza delle ultime settimane invita però a guardare anche a un tempo
precedente rispetto a quello dell’intervento istituzionale. Prima della
denuncia, prima dell’attivazione di una misura di protezione e molto prima
dell’esito estremo della violenza esiste infatti una dimensione culturale nella
quale si formano le idee sull’affettività, sulla libertà dell’altro, sul
consenso, sulla gelosia, sul rifiuto e sulla conclusione di una relazione.
È in questo spazio che la scuola può assumere una funzione socioeducativa
particolarmente significativa.
I dati disponibili sulle nuove generazioni mostrano quanto questo terreno meriti
attenzione. Le rilevazioni Istat sugli adolescenti hanno evidenziato la
persistenza di stereotipi nelle rappresentazioni delle relazioni tra ragazze e
ragazzi e, in particolare, una presenza ancora significativa dell’idea che la
gelosia possa essere interpretata come espressione dell’amore. Non si tratta di
stabilire un rapporto automatico tra convinzioni adolescenziali e futura
violenza, operazione che sarebbe impropria e priva di valore educativo. Si
tratta invece di comprendere che alcuni modelli culturali vengono acquisiti
molto presto e che proprio per questo la scuola dispone di uno spazio prezioso
nel quale renderli oggetto di confronto e consapevolezza.
Nell’esperienza quotidiana degli adolescenti il confine tra vicinanza affettiva
e controllo può inoltre diventare meno riconoscibile attraverso gli strumenti
digitali. La disponibilità permanente resa possibile dagli smartphone, la
condivisione della posizione, l’accesso agli account personali o la pressione
esercitata attraverso messaggi e social network possono introdurre nelle
relazioni forme di controllo che rischiano di essere normalizzate. La scuola può
aiutare gli studenti a leggere criticamente anche questi comportamenti, senza
criminalizzare l’affettività giovanile, ma favorendo una maggiore consapevolezza
del valore dell’autonomia personale.
Per il CNDDU la prevenzione educativa deve quindi trovare continuità nel
percorso scolastico e non essere confinata alle giornate commemorative o
attivata soltanto in seguito ai fatti più gravi della cronaca. L’educazione
civica può rappresentare uno spazio significativo nel quale accompagnare ragazze
e ragazzi nella comprensione del consenso, del rispetto dei confini personali,
della responsabilità nelle relazioni e della capacità di affrontare il conflitto
e la separazione senza trasformarli in sopraffazione.
In questo percorso assume rilievo anche la formazione del personale scolastico.
La scuola non può essere chiamata a sostituirsi alle autorità competenti né agli
operatori specializzati nella valutazione del rischio, ma deve poter riconoscere
una situazione di disagio, accogliere correttamente una richiesta di aiuto e
conoscere la rete territoriale alla quale indirizzarla. La qualità dell’ascolto
può diventare parte della prevenzione quando consente a una difficoltà di
emergere prima che l’isolamento la renda ancora più difficile da affrontare.
I volti di Dafne, Ornella, Luigia, Joanna, Tania, Tania e Daniela, che in questi
giorni accompagnano le cronache, non dovrebbero quindi restare soltanto immagini
associate a una stagione particolarmente dolorosa. Dovrebbero interrogare anche
il mondo dell’educazione sulla società che stiamo contribuendo a costruire e sui
modelli relazionali che consegniamo alle generazioni più giovani.
Il CNDDU ritiene che la risposta alla violenza contro le donne debba tenere
insieme la protezione immediata di chi si trova in una condizione di pericolo e
un lavoro educativo capace di incidere nel lungo periodo. Rendere più efficace
la valutazione del rischio è indispensabile; altrettanto necessario è creare le
condizioni culturali affinché controllo, possesso e limitazione dell’autonomia
non vengano riconosciuti come componenti normali di una relazione.
È qui che la scuola può offrire il proprio contributo più autentico: formare
persone capaci di vivere l’affettività riconoscendo nell’altro una soggettività
libera, di accettare il rifiuto e la conclusione di un rapporto senza
trasformarli in una negazione della propria identità e di comprendere che
nessuna relazione può attribuire un potere sulla vita e sulle scelte di un’altra
persona.
Di fronte alle donne uccise in questi giorni, il compito della comunità educante
non può esaurirsi nel cordoglio. Deve tradursi in una responsabilità educativa
quotidiana, capace di trasformare la memoria delle vittime in attenzione verso
il presente e in formazione per il futuro.
Prof. Romano Pesavento, Presidente CNDDU
Redazione Italia