Polizia e Cultura della Difesa: sulla Fiera di Roma “Più libri, Più liberi”Mentre il dibattito mainstream imperversa intorno al tema “Passaggio al bosco
SI, Passaggio al bosco NO”, con annesse proteste antifasciste molto rumorose,
alla fiera “PIÙ LIBRI, PIÙ LIBERI” presso la nuvola di Fuksas all’E.U.R. di
Roma, dedicata alla piccola e media editoria, anche quest’anno era presente con
un mega-stand la Polizia di Stato.
Le edizioni di Polizia Moderna, casa editrice dell’ente editoriale in divisa,
esponevano in grande stile scaffali su scaffali gli ultimi numeri
dell’iniziativa editoriale versione comics avente per protagonista un eroe
salva-tutti, il commissario Mascherpa. Queste strisce dal 2017 raccontano le
avventure multi-variate del super-poliziotto residente a Diamante (CS) in piena
terra calabra, alle prese con la ‘ndrangheta e vari criminali locali che vanno
per mari e monti. Per questo, ogni numero, si caratterizza per la messa in
mostra delle varie dotazioni in forza alla polizia come i poliziotti con gli sci
o con la motoslitta, in motocicletta oppure che si calano da un elicottero o
fanno irruzione con mitragliette d’assalto: insomma molta azione, un gran
dispiegamento di mezzi e dotazioni, anche tecnologiche, accompagnato da una
piccola dose, quanto basta, di indagini in stile commissario Maigret.
Cosa c’entra la Polizia di Stato alla Fiera della piccola e media editoria se
l’editore occulto è, di fatto, lo Stato italiano che difficilmente condivide le
traversie di un settore editoriale, come quello del fumetto, non proprio florido
e comunque molto di nicchia? Nulla! diremmo noi, ma il marketing del Ministero
della Difesa e dell’Interno e di Difesa Servizi SpA non tralascia nessuna
occasione, nessun “target” per rendere il più pervasiva possibile la cosiddetta
“cultura della difesa” che fino a qualche decennio fa si chiamava sicurezza o
anche cultura della legalità.
Accanto allo stand, completamente fuori luogo, ma coerente con l’immagine di
angelo custode (che però alle volte punisce!) che vuole veicolare la Polizia,
c’è anche un percorso stradale di pannolencio colorato, disteso a terra di circa
cinque metri, un gioco tra i birilli lungo una strada simulata, dedicato ai più
piccoli, per insegnare la sicurezza stradale: il poliziotto, con la divisa della
Polstrada, fa indossare al bimbo una mascherina che simula l’assunzione di droga
o alcool e lo segue passo passo, mostrando così già a partire da 5 o 6 anni che
guidare sotto l’effetto di droga o alcool è veramente pericoloso!
Oltre ai fumetti poliziotteschi, la propaganda prevedeva la presentazione di
alcuni gioielli editoriali di famiglia come la pubblicazione “Cani & eroi“, i
quattro zampe più di successo nel contrasto al traffico di droga, nello scovare
bombe o corpi umani travolti da una valanga o altra calamità catastrofica. Gli
adulti, invece, possono sfogliare la recente pubblicazione che illustra la
storia di “poliziotti che fecero la scelta giusta” ovvero protagonisti nel
salvataggio dallo sterminio, di uomini e donne ebree durante i rastrellamenti
nazisti.
Dal poliziotto che ci difende dal crimine, al suo fedele amico a quattro zampe
fino a quello che coraggiosamente protegge dal rastrellamento nazista cittadini
ebrei per passare a quello o meglio quella che difende la donna dalla violenza
di genere: non poteva mancare, infatti, l’altro cavallo di battaglia col quale
la Polizia di Stato entra nelle scuole per affermare, sconfinando anche nella
sfera del giudizio morale in tema di sentimenti e/o affettività, “…questo NON è
AMORE”.
Il tavolo dello stand è pieno di volantini e opuscoli stampati su carta
patinata, dedicati al tema. In realtà, a ben vedere, non si tratta del tema
della violenza di genere perché il genere in questione è, non a caso, quasi
sempre quello femminile. L’approfondimento su come si declina l’affettività o
quali forme ed espressività possa assumere, in una società che si dichiara
inclusiva, appunto, il genere, sembra non riguardare la Polizia di Stato.
D’altro canto, paradossalmente, proprio l’impostazione neofascista dell’attuale
governo non riesce a fare i conti col sentimento patriarcale strisciante che lo
pervade, se la premier stessa si fa chiamare “presidente” al maschile strizzando
l’occhio a tutta quella parte politica di destra drogata di testosterone.
Quindi da una parte si confondono le acque presentandosi in prima linea anche
con dissertazioni di alto livello di tipo accademiche come “Le parole sono
importanti” recentemente pubblicato sul portale della Polizia di Stato quasi
fossero impegnati in battaglie culturali volte a riequilibrare i piatti della
bilancia, dall’altro, molto coerentemente, la Polizia fa il proprio mestiere:
offrire ed applicare tutto il proprio potere deterrente, appositamente
sovrapposto al concetto di prevenzione.
Il confine tra i due concetti è molto fluido per chi non è allenato a coglierne
le finalità tendenziose, tanto che si accettano scommesse, anche tra gli
insegnanti, su quale dei due approcci ispiri, la mossa strategica dell’istituto
dell”Ammonimento del Questore”, la recente iniziativa del Ministero dell’Interno
che potremmo definire stragiudiziale certamente non assimilabile alla giustizia
riparativa né tanto meno a quella trasformativa.
Siamo molto distanti, ma nemmeno lo si pretende dalla Polizia, dalle analisi
sulle cause culturali della violenza di genere, come si origina, come si
affronta anche sul lato dell’uomo violento che un tempo è stato pure lui
bambino. Quel bambino o bambina che oggi si trovano di fronte la donna
poliziotta che parla loro di violenza di genere a scuola, un giorno saprà a sua
volta educare i propri figli al rispetto della parità di genere e al linguaggio
non violento? Oppure gli insegnerà prima di tutto a chiamare il 112 in caso di
bisogno?
Purtroppo il confine tra deterrenza e prevenzione, tra giustizia riparativa e
giustizia trasformativa viene appositamente confuso così come il numero di
emergenza 112 nelle pubblicazioni, nei volantini e flyer presenti copiosi allo
stand della fiera, viene affiancato al 1522, il numero verde di consulenza alle
donne vittime di violenza il cui compito può consistere anche nell’indicare un
percorso di vita alternativo e temporaneo in una comunità-alloggio. All’interno
del vademecum però, le indicazioni su quali siano i reati in questione, le
tecniche di difesa giuridica, quali reati prevedono la denuncia d’ufficio o su
querela di parte, ecc. la fanno da padrone.
Se a questo aspetto di ambiguità di fondo si aggiunge l’assenza di
consapevolezza di molti insegnanti che alla domanda “perché due poliziotti a
parlare di bullismo?” (sottintendendo:… invece di due esperti psicologi e
sociologi di un centro anti-violenza?”) rispondono immancabilmente “perché? Che
c’è di male?” si capisce quanta sia ancora la strada da compiere sul piano
culturale.
hdr
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università