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Democrazia in tempo di guerra: Milano apre un varco nel consenso di guerra
Un incontro alla Camera del Lavoro prova a riaccendere il dibattito su guerra, censura e riarmo in un Paese dove il conflitto appare sempre più ineluttabile. Venerdì scorso, alla Camera del Lavoro di Milano, nella Sala Di Vittorio, si è parlato di una parola che negli ultimi mesi è tornata con forza nello spazio pubblico: guerra. Vent’anni fa, quando iniziò la guerra in Iraq, in Italia si respirava una tensione diversa. Le piazze si riempivano, il dibattito attraversava la società, la guerra divideva il Paese e costringeva tutti a prendere posizione. Oggi il clima è molto diverso. Mentre l’Europa si riarma e i conflitti si moltiplicano, la guerra sembra scivolare nel linguaggio della politica quasi senza provocare scosse nel corpo della società. È proprio dentro questo clima che si inseriva l’incontro milanese. Il titolo dell’iniziativa “Democrazia in tempo di guerra ossia l’Italia ai tempi della censura, della repressione e del riarmo”. Non un titolo scelto per provocare, ma per descrivere il momento storico. L’iniziativa è stata organizzata dal Coordinamento per la Pace Milano insieme ad altre organizzazioni, in un contesto internazionale segnato da conflitti armati, corsa al riarmo e crescente tensione sul terreno della libertà di espressione. Sul palco, in presenza, lo storico Angelo d’Orsi e l’ex ambasciatrice Elena Basile. Durante la serata sono stati proiettati anche i messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Accanto a loro hanno portato il loro contributo anche Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Roman Froz Gorsky, ex campione europeo di breakdance, ed Emanuele Lepore dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito, ricordando come la guerra non resti confinata nei teatri di conflitto ma produca conseguenze concrete nella società, nelle istituzioni educative e nella vita delle persone. Angelo D’Orsi ha parlato di un passaggio storico che ricorda altri momenti della storia europea: quando la guerra torna a occupare il centro della politica, il primo effetto non si vede sui campi di battaglia ma nello spazio pubblico. Cambia il linguaggio e i confini di ciò che si può dire. Elena Basile, diplomatica con una lunga esperienza internazionale, ha insistito su un punto che negli ultimi mesi è diventato sempre più evidente: l’Europa parla sempre più spesso il linguaggio del riarmo mentre lo spazio per il dissenso si restringe. I messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia hanno riportato la discussione sul terreno politico e culturale italiano: la sensazione che il Paese stia scivolando dentro una logica di guerra senza che si apra un vero confronto democratico. Non è un caso che l’iniziativa abbia già provocato polemiche prima ancora di svolgersi. Alcuni commentatori hanno accusato l’incontro di rappresentare un pacifismo “filorusso”, segno di quanto il tema della guerra sia ormai diventato un terreno politico esplosivo anche nel dibattito italiano. Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante della serata milanese. Non tanto quello che è stato detto sul palco. Ma il fatto che oggi, nel cuore di una città europea, parlare apertamente di guerra, riarmo e libertà di parola sia diventato un gesto politico. Vent’anni fa la guerra in Iraq provocò una reazione potente nella società italiana. Milioni di persone scesero in piazza. Il conflitto entrò nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Oggi quella tensione sembra essersi dissolta proprio mentre la guerra torna a occupare il centro della scena internazionale. Forse anche per questo incontri come quello di Milano assumono un significato che va oltre la singola serata. Perché quando la guerra torna al centro della politica, la prima battaglia non si combatte al fronte, si combatte nello spazio pubblico. E riaprire quello spazio, riaprire il dibattito, il dissenso, la possibilità di discutere, è il primo passo per incrinare il consenso che rende la guerra possibile. Un primo passo che molti dei presenti hanno indicato con chiarezza: non limitarsi a osservare, ma tornare a unirsi, organizzarsi e costruire insieme una voce pubblica capace di farsi sentire. https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano?igsh=ZHo3bWh5N245am5l Cristina Mirra
March 16, 2026
Pressenza
Moby Ovadia incanta a Milano
Dal 3 all’8 Marzo, teatro Carcano. Moni Ovadia. Il cartellone lo mette in grande. lui il centro, il fulcro, di una storia, della storia, una delle storie più forti che siano mai state scritte: Moby Dick. Lui il baricentro impazzito, il capitano che ha perso il senno, l’inseguitore del destino che vuole prenderlo e sconfiggerlo, lui che sfida l’infinito, la vita e la morte. Lo spettacolo inizia, ma per i primi 20 minuti il capitano Achab non appare. Eppure, la sua presenza si avverte, ogni volta che entra qualcuno in scena potrebbe essere lui, saranno in 9 alla fine sulla scena, tutti rigorosamente uomini, come su una baleniera deve essere. Giovani e meno giovani, coraggiosi, goffi, cialtroni, tutti sbeffeggianti la vita. Ma poi c’è l’ufficiale, il quacchero Starbuck, quello che prova a resistere ad Achab, quello che, quando la profezia iniziale dice che uno solo si salverà, tutti pensano a lui, lui che vuole salvare le vite dei suoi, lui che cerca di frenare il delirio del suo capitano. Sarà lui a salvarsi? Che abbiate letto o non abbiate letto il libro, se potrete, andate a vedere questa rappresentazione esemplare. Questo spettacolo debuttò a Roma, quasi un anno fa e da allora è stato solo a Roma, Siena e ora a Milano. Troppo poco. Bello immaginare, come ai vecchi tempi, la compagnia andare in giro, salire e scendere da treni, forse da pullmini, forse da aerei, le valige coi costumi, gli alberghi, le cene a tarda ora, l’aspettarsi, il bere, il raccontarsi. Questo spettacolo merita di prendere il largo. Dopo decine e decine di repliche, l’equipaggio sarà davvero tale. Questo spettacolo puo’ solo crescere. Moni Ovadia, a un passo dai suoi 80 anni, compare a metà del primo atto e, come per ogni vecchio attore amato, dal pubblico partono indecisi applausi. In fondo siamo a Milano, il pubblico è serio, composto, piuttosto attempato, solo alla fine pioveranno applausi commossi. Come in quel formidabile romanzo, lo spettacolo è un crescendo: prima parte dominata da risate sguaiate di uomini imbarcati, e il capitano appare serio, staccato, concentrato, lui cambia il ritmo dei dialoghi. I silenzi circondano le sue parole. Moni non recita, è il capitano Achab, è in guerra con una balena, è in guerra contro un mondo folle dove piovono bombe, dove si compie un genocidio, dove si sta impazzendo, dove l’essere umano rischia di cancellarsi. Moni conosce la balena bianca, l’ha vista, davvero. Moni-Achab trascina tutti, ha una forza dettata dalla sua vita, dalla sua conoscenza, dalle lingue che parla, dal mondo che ha visto, dagli uomini e dalle donne che ha conosciuto, dai libri che ha letto. Moni-Achab sa, quello che gli altri non sanno, lui è il più vecchio, lui ha visto, ha sperimentato, ha perso un pezzo di sé. Moni-Achab mangia il cuore di una balena presa, ma è cotto male, il cuoco deve imparare, deve imparare prima di tutto a parlare con i pescecani che disturbano la quiete, deve trovare le parole giuste. Moni-Achab spiega, riprende, prova a formare la sua ciurma, ma in fondo stima tutti questi giovani uomini; lui sa verso dove li sta portando, sa che il fine è alto, ma che la fine si avvicina. La storia piano piano si ribalta. Gli uomini che ridevano adesso sono atterriti, ma è Achab che ora ride, ride degli iceberg, della sorte ignota, delle disgrazie. Lui punta alla balena bianca, tutto il resto non esiste al confronto. L’assoluto lo aspetta, e lui lo sfida, lo vuole. Moni è un capo compagnia, come il grande Eduardo. Intorno ha attori, anche giovani. Bravi, ma recitano, stanno in superficie, sperano di avere la moneta inchiodata sull’albero maestro. Vogliono bere e fornicare. Lui, burbero e affettuoso, li scuote, li prende poi per mano, e li fa scendere, lentamente, quasi senza che se ne accorgano, negli inferi. E così da attori che recitano, anche bene, ma ripetono la loro parte, piano piano, lungo le due ore della scena, il loro atteggiamento cambia. La drammaticità diventa loro, sono loro su quella barca che è in mezzo ai flutti, alla tempesta e alla bonaccia, è loro il compagno che muore, quello che si sente morire, quello che rimane sotto un albero caduto. Hanno capito dove sono finiti, ma è tardi e si buttano col loro capitano. Lui è pazzo, ma è pur sempre il capitano, un capitano gigantesco, quanto l’impressionante balena bianca. Andrea De Lotto
March 4, 2026
Pressenza
Democrazia in tempo di guerra: l’Italia ai tempi della censura, della responsabilità e del riarmo
“Occorre silenziare i dissenzienti, far tacere il pensiero critico, annullare il dissenso ancor prima che venga espresso, impedire che il dibattito politico venga connotato dalla conoscenza storica, che rende più difficile la costruzione della menzogna” Con queste parole il Professor Angelo d’Orsi fa una fotografia della democrazia nel nostro Paese, con la propaganda di guerra e la militarizzazione in ogni ambito della società, con la scuola e l’università che diventano sempre più terreno dove fare propaganda militare per inculcare nei giovani e futuri cittadini la figura del “soldato”, in divisa o in borghese, che esegue senza obiettare gli ordini dell’Autorità. Il tutto in contrasto con gli articoli 11 (“L’Italia ripudia la guerra”) e 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”) della nostra Costituzione. Le decisioni politiche orientate al riarmo e alla guerra hanno ricadute negative non solo sulle condizioni economiche dei cittadini, con il carovita, i salari fermi, i tagli ai servizi sociali, ma anche sulla nostra democrazia con la concentrazione del potere nelle mani di un’esigua minoranza senza contrappesi e organi di controllo, con la riduzione dei diritti e degli spazi politici e sociali. Per invertire la tendenza prima che si arrivi al punto di non ritorno è necessario mobilitarsi partendo dalla presa di coscienza della condizione in cui viviamo. Per questo ci troviamo al Salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano (C.so di Porta Vittoria 43) venerdì 13 marzo alle ore 20:30 dove interverranno di presenza Angelo d’Orsi ed Elena Basile e da remoto Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Per info e contatti: coordinamentoperlapacemilano@gmail.com https://linktr.ee/coordinamentopacemilano Evento Facebook: https://www.facebook.com/share/1D27k4rCBt/ Cristina Mirra
February 28, 2026
Pressenza
Moni Ovadia: “Ripudiamo l’idea scellerata di voler insegnare la guerra a scuola”
In occasione della settimana di mobilitazione per la libertà d’insegnamento prevista dal 9 al 13 settembre 2026, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a Docenti per Gaza ha organizzato una serie di iniziative e percorsi didattici per le scuole. Crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità. Nel video, diretto a studentesse e studenti della secondaria di primo grado ed dei primi tre anni della secondaria di secondo grado, la nostra presidente Roberta Leoni introduce l’intervento di Moni Ovadia, attore e regista ebreo antisionista e il suo NO all’insegnamento della guerra a scuola. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
February 9, 2026
Pressenza
Moni Ovadia: “Ripudiamo l’idea scellerata di voler insegnare la guerra a scuola”
In occasione della settimana di mobilitazione per la libertà d’insegnamento prevista dal 9 al 13 settembre 2026, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a Docenti per Gaza ha organizzato una serie di iniziative e percorsi didattici per le scuole dal titolo Crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità. Nel video, diretto a studentesse e studenti della secondaria di primo grado ed dei primi tre anni della secondaria di secondo grado, la nostra presidente Roberta Leoni introduce l’intervento di Moni Ovadia, attore e regista ebreo antisionista, il quale ribadisce il suo “NO” all’insegnamento della guerra a scuola. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Non si parla più di Gaza, come se il genocidio fosse finito”
di Umberto De Giovannangeli,  Intervista a Moni Ovadia, l’Unità, 20 dicembre 2025.   “Mentre l’esercito israeliano continua a sterminare persone nella Striscia e mentre continuano i crimini israeliani in Cisgiordania, questo scempio infame di vite umane non fa più notizia” Moni Ovadia Sta facendo molto discutere la presentazione in Parlamento di quattro disegni di legge – Romeo (Lega), Scalfarotto (Italia Viva), Delrio e altri (Pd), Gasparri (Forza Italia), quest’ultimo con una proposta che interviene persino in ambito legale – che hanno adottato la definizione di antisemitismo elaborata molti anni fa dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che qualifica come antisemita ogni critica radicale a Israele e verso il sionismo quale sua ideologia fondativa. Moni Ovadia, qual è il suo giudizio sulla proposta? Trovo che tutte queste proposte siano accomunate da una assoluta idiozia. Non decide un parlamento, non decide una associazione cosa è o non è un ebreo, che cos’è o non è un antisemita. Il sionismo non definisce un ebreo. Uno è ebreo perché è nato da madre ebrea. L’ideologia sionista ha fatto sì che Israele violasse tutte, dicasi tutte, le risoluzioni dell’ONU che riguardavano la Palestina. Le Convenzioni di Ginevra, il diritto internazionale e quello umanitario. Uno scempio sistematico di legalità oltreché di umanità. Gli ideatori di questi folli disegni di legge dimostrano anche una scarsa conoscenza di ciò che si muove nell’ambito dell’ebraismo mondiale anche per quanto riguarda il rapporto con il sionismo. Ad esempio? A Vienna dal 13 al 15 giugno scorsi, si è svolto il primo congresso mondiale degli ebrei antisionisti. Mi ripeto, ma davvero sono furioso, indignato, per ciò che può avvenire nel Parlamento italiano. Trovo tutto questo qualcosa di assolutamente intollerabile. Un politico magari erede di coloro che hanno deportato gli ebrei da questo paese, che decide di aderire a una definizione del tutto arbitraria. Come se si potesse mondare di responsabilità storiche sulla pelle, vera non metaforica, del popolo palestinese. Vergogna e ancora vergogna. Antisemita è chi disumanizza gli ebrei in quanto ebrei e non in quanto sionisti. Ci sono anche gruppi dell’ortodossia ebraica che sono dichiaratamente antisionisti. Un’assoluta follia. Follia e stupidità insieme. E questa identificazione tra sionismo ed ebraismo produce effetti nefasti, pericolosi. Crea un legame di fede forzoso e tutto questo per non ammettere i crimini di guerra e contro l’umanità commessi a Gaza e in Cisgiordania dai fascisti che governano oggi Israele. Il sionismo è una ideologia colonialista. Il sionismo è arrivato a disumanizzare il popolo palestinese. E io non posso dire che il colonialismo è una ideologia colonialista, una ideologia razzista?! Non posso farlo quando i sionisti hanno espresso nei confronti del popolo palestinese espressioni disgustose di odio e di disumanizzazione. Ci sono anche israeliani che hanno condannato per questo il sionismo. Penso, ad esempio, a giornalisti israeliani con la schiena dritta e coscienza limpida come Gideon Levy e Amira Hass, che l’Unità meritoriamente ha ripreso più volte. In tanti hanno condannato, dentro e fuori Israele, il sionismo per questi suoi aspetti. Cosa c’entra poi sulle questioni ebraiche un parlamento che decide di definire l’antisemitismo in relazione al sionismo. Il mondo è pieno di ebrei che non sono sionisti, che sono antisionisti o hanno ripulsa del sionismo. E definirli antisemiti è un crime atroce. I nazisti hanno sterminato gli ebrei perché erano ebrei, non perché erano sionisti. Gli antisemiti odiano gli ebrei non perché sono sionisti. L’antisemita odia l’ebreo perché è ebreo. Si genera una legge che è criminale e criminogena. Si criminalizza un ebreo o qualunque altro cittadino che critica duramente il sionismo sulla base di evidenze. Non è che uno se ne esce fuori dicendo odio o condanno i sionisti perché sono sionisti. Io condanno il sionismo per quello che fa al popolo palestinese. La sua rientrerebbe nella fattispecie, prevista dai quattro Ddl di critica radicale a Israele… Qui siamo ad un attacco fascista alla libertà di espressione sancita da una Costituzione nata dalla lotta antifascista. Ma ci rendiamo conto di cosa stanno congegnando? Dire che Israele sta compiendo un genocidio a Gaza, o che ha dato mano libera alle squadracce armate dei coloni, spalleggiate dall’esercito israeliano, per assaltare villaggi palestinesi, distruggere gli ulivi che sono fonte di sussistenza per i palestinesi in Cisgiordania, affermare che Ben-Gvir è un aguzzino, questo significa “critica radicale” a Israele per cui chiunque osi proferir parola può rischiare anche la galera? Una infinità di personalità importantissime ha definito, con argomentazioni inoppugnabili, come atti genocidiari quelli perpetrati da Israele a Gaza. Tra queste personalità c’è Amos Goldberg, professore di Storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia Ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme. Se viene in Italia a tenere una conferenza, che succede: viene arrestato e sbattuto in galera! Come si permettono. Ci sono antisemiti nel mondo che sono molto solidali con il sionismo ma odiano gli ebrei in quanto ebrei. Penso, ad esempio, alla gran parte della feccia che ha eletto Trump. Loro sono molto prosionisti ma odiano gli ebrei. Questi disegni di legge sono un obbrobrio disgustoso. L’antisemitismo è un crimine a prescindere dal sionismo. Il sionismo è un’altra cosa. Il sionismo è una ideologia nazionalista. Questa discussione è segnata anche dalla recente strage di Sydney. Due pazzi criminali che uccidono degli esseri umani compiono un atto gravissimo, e come tale va condannato. Ma questo può giustificare, legittimare disegni di legge come quelli presentati in Parlamento? Ma che ragionamento è mai questo. Si sta scatenando in questo paese una frenesia liberticida senza limiti. Tutto questo, lo ripeterò fino a quando avrò forza per farlo, è fatto per legittimare la politica di Netanyahu. I sionisti non sono della gente che dice noi vogliamo convivere con i palestinesi, rispettare i loro diritti e la loro autodeterminazione. No. Sono gente che ambisce ad annientare, a cancellare i palestinesi. E questi criminali dovrebbero essere protetti da leggi che invece perseguono quelli che li condannano per quello che fanno? Qui siamo allo stravolgimento normato delle parti, con il carnefice consacrato a vittima e viceversa. I miei genitori hanno portato la stella gialla. Non sono stati deportati nei lager nazisti solo perché il popolo bulgaro li ha protetti, ma i miei genitori hanno subito la persecuzione antisemita. So di cosa parlo, a differenza di quelli che pontificano e legiferano su questi temi così dolorosi e delicati. Questo paese sta precipitando in un abisso liberticida. Non si possono sostenere posizioni che si discostino da quelle governative propagandate da media che sembrano la riproduzione dell’Istituto Luce del ventennio. Posso azzardare un riferimento? Prego. Prendo il caso della Russia. Io ho sentito Berlusconi che diceva che lui non avrebbe mai stretto la mano a Zelensky e che Putin era un galantuomo. Però Berlusconi lo osannano. Nessuno fa la damnatio memoriae di Berlusconi per quello che ha detto. Sono una banda di ipocriti in tutto. Si dovrebbero vergognare. Siamo arrivati a dei livelli spaventosi. Se viene in visita in Italia il primo ministro spagnolo Sánchez, che ha deciso di non portare la Spagna in competizione all’Eurofestival della Canzone in segno di protesta per la partecipazione d’Israele, che si farà? Lo si arresterà perché antisemita? E i sudafricani che hanno portato davanti alla Corte di Giustizia dell’Aia l’istanza di genocidio contro Netanyahu e soci? E i qatarini che negoziano anche con Hamas ma con cui l’Italia fa affari a tutto spiano? Che si fa, li si arresta tutti? Una banda di pazzi, ossessionati, che hanno dimenticato che cosa siano i valori della libertà! Io ho tutto il diritto di condannare il sionismo come ideologia colonialista che ha negato l’esistenza del popolo palestinese. In tutto questo, Gaza sembra essere scomparsa dai radar mediatici. Non fa più notizia, come se fosse scoppiata la pace. Mentre continua il genocidio strisciante, nella Striscia di Gaza, mentre continuano i crimini in Cisgiordania, di questo scempio infame di vite umane non si parla più. Lo scopo di aprire un dibattito su queste proposte di legge è quello di permettere al governo criminale, genocida, assassino di Netanyahu, di continuare a perpetrare impunemente il progetto di cancellare il popolo palestinese. E chi sostiene le ragioni del sionismo e le codifica in leggi, è complice di questi crimini. https://shop.unita.it/prodotto/20-dicembre-2025/
December 26, 2025
Assopace Palestina
Moni Ovadia riceve la cittadinanza onoraria palestinese
Ieri mattina, sabato 13 dicembre, presso l’Ambasciata di Palestina a Roma, Moni Ovadia, conosciuto attore e attivista,  ha ricevuto dalle mani del Presidente dell’ANP, Abu Mazen, la cittadinanza palestinese honoris causa a riconoscimento del suo imperituro impegno nella difesa dei diritti del popolo palestinese. Un onore grandissimo che Moni ha accolto con grande felicità e commozione. Salutando Abu Mazen, Moni gli ha detto: “Io mi sento profondamente palestinese anche se sono ebreo, perché come ebreo so che il mio dovere è stare con gli oppressi”. Nel suo discorso di ringraziamento, Moni ha voluto sottolineare quanto il suo essere ebreo abbia significato nella sua lotta per la libertà e l’autodeterminazione di un popolo che ha definito “il più solo al mondo”, sostenendo che la vera essenza dell’ebraismo è il rispetto profondo delle diversità, l’accoglienza dell’altro e il rifiuto del nazionalismo e dell’idolatria della terra. Moni ha poi specificato: “Il sionismo è il suicidio di Israele e la distruzione del grande pensiero etico millenario”. A margine del sul incontro con Abu Mazen, Moni Ovadia ha inoltre dichiarato: “Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti. Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese: come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi. Quella dei palestinesi è una delle più gravi della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba”.    Fonti: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/12/13/il-campo-largo-da-abu-mazen-riconoscere-la-palestina_7ecc0667-7e80-419d-a2bd-2df4a0c3f809.html https://www.facebook.com/MoniOvadiaPaginaUfficiale/posts/questa-mattina-presso-lambasciata-di-palestina-a-roma-moni-ovadia-ha-ricevuto-da/1497559905069393/ https://www.agenziavista.it/tempo-reale/2025/951587_moni-ovadia-incontra-abu-mazen-sono-un-amico-dei-palestinesi-da-ebreo-sto-con-i-popoli-oppressi/ Andrea Vitello
December 14, 2025
Pressenza
Toscana Rossa: una lista, una festa, una piazza.
Palestina chiama. Firenze risponde. Si apre così la tre giorni di festa di Toscana rossa. E si chiude (per lasciare naturalmente aperti tutti gli scenari di impegno e di quello che significa agire per migliorare la nostra collettiva qualità di vita politica e sociale) con l’appello alla partecipazione dentro i tavoli tematici dedicati a salute e sanità, ambiente, cultura e formazione, lavoro. Che cosa significa oggi tenere insieme le lotte? La convergenza, nella prospettiva insegnata (anche) dal collettivo di fabbrica ex-gkn, consiste proprio nel trovare i nessi e mettere insieme gli strumenti in nostro possesso per una inversione di rotta che riporti al centro i valori fondanti una politica partecipativa, inclusiva le diverse istanze. Sono importanti le domande che vengono dai lavoratori e dalle lavoratrici, come veniva ricordato in un altro momento di convergenza domenica mattina nell’attivo del partito dei carc allargato anche a voci diverse che comunque intendono prendere parola anche in vista delle prossime elezioni regionali per creare argine al rischio di presa di potere di partiti che poco tengono alla tutela dei diritti e della sicurezza sul lavoro. Sono fondamentali le domande che vengono dalle piazze di una Palestina libera, che ci richiama all’impegno inderogabile (se ci consideriamo esseri umani) a non cedere alla rassegnazione, alla brutalità di immagini di bambini e bambine vittime innocenti di un genocidio che, anche quando non uccide direttamente, indirettamente lascia tracce sul proprio corpo derivanti da ferite psichiche di traumi in-elaborabili piuttosto che ferite da arti amputati che rendono i corpi messaggi di sconvolgente crudezza e reale conseguenza di quello che significhi strerminare un popolo attraverso l’eliminazione della speranza che avviene quando colpisci corpi in formazione. E dalle piazze (da piazza Dalmazia giovedì sera a piazza San Marco sabato pomeriggio) fino alle “feste” dedicate al ricordo della liberazione (Sesto Fiorentino a chiudere una settimana ieri di musica e contenuti), Firenze per la Palestina salendo sul palco chiama ad essere insieme nella prospettiva di agire perché quello che succede oggi lontano ci riguarda, è un lontano che è diventato vicino, che ha spinto persone comuni a mettersi in mare.. è un mare che da anni accoglie corpi migranti in viaggio di speranza e di morte, è un mare che raccoglie la possibilità di un mondo migliore. Perché, ricordando le parole di Moni Ovadia alla festa di Toscana rossa venerdì pomeriggio, il genocidio che sta subendo il popolo palestinese ha un immenso numero di complici anche dell’Occidente, escluse le persone che lottano per contrapporsi al genocidio stesso. E chi oggi è sulle barche della Flotilla così come chi si assume la responsabilità di essere nei luoghi dove si portano le istanze di pace e giustizia per tutte e tutti è parte di una convergenza di idee passioni cuore che spezza la brutalità (e la banalità) del male, che odia l’indifferenza e cerca di costruire collettivi intelligenti concreti percorsi di Solidarietà e Speranza. Emanuela Bavazzano   moni ovadia ph Carlo Galletti Toscana Rossa ph Carlo Galletti Antonella Bundu ph Carlo Galletti Toscana Rossa ph Carlo Galletti Moni Ovadia ph Carlo Galletti Toscana Rossa ph Carlo Galletti FI per Pal ph. C.Dagliana FI per Pal ph. C.Dagliana FI per Pal ph. C.Dagliana FI per Pal ph. C.Dagliana FI per Pal ph. C.Dagliana   Redazione Toscana
September 8, 2025
Pressenza