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In Francia torna l’alleanza tra studenti e lavoratori in vista della manifestazione nazionale del 17 ottobre
Dopo le proteste degli studenti in tutta la Francia, anche i lavoratori si uniscono alla lotta contro le nuove politiche di austerità selettiva del governo Macron. Stanno facendo il giro del mondo le immagini delle rivolte studentesche davanti ai licei francesi, che si sono estese a tutte le città della Francia. Le rivendicazioni delle mobilitazioni sono semplici: più fondi al sistema scolastico per poter garantire il diritto allo studio. La recente ondata di proteste nasce il 7 settembre in Bretagna, nella periferia di Rennes, per poi esplodere e dare il via alle rivolte più grandi che sono nate nelle periferie sud-est di Parigi, a Créteil, dove gli studenti del Liceo Saint-Exupéry hanno bloccato l’ingresso del loro istituto. Arriveranno poi gli studenti di Saint-Denis, sostenuti in piazza dal sindaco Bally Bagayoko, diventato famoso in tutta Europa per essersi interposto tra gli studenti e la polizia, seguiti poi da quelli di Nanterre e Pantin. Non è un caso che le proteste siano partite proprio dalle periferie, le cosiddette banlieue parigine, dove ancora più che nel resto del Paese l’assenza di politiche sociali da anni nega pari opportunità alle nuove generazioni. Le manifestazioni si sono poi estese a tutta la Francia, dove da più di una settimana centinaia di migliaia di studenti scendono in piazza contro i tagli ai fondi all’istruzione, denunciando condizioni inadeguate per esercitare il diritto fondamentale allo studio, come edifici scolastici fatiscenti, classi da più di cinquanta persone e assenza di docenti e di personale scolastico. Lo stesso Ministero dell’Istruzione francese afferma in un suo report che il 9,8% delle ore di lezione è andato perso nelle scuole di secondo grado, di cui il 7,5% a causa della mancata sostituzione degli insegnanti assenti e il 2,3% a causa della chiusura totale dell’istituto. A questo dato si aggiunge anche quanto afferma il principale sindacato degli insegnanti (SNES-FSU), che scrive: “Le rivendicazioni degli studenti riflettono le deplorevoli condizioni di apprendimento derivanti dalle scelte di bilancio e politiche imposte dai vari governi di Emmanuel Macron. Gli studenti mobilitati chiedono anche uguaglianza e responsabilizzazione attraverso la conoscenza e il pensiero critico, consapevoli che le riforme di Macron hanno voltato le spalle ai principi del sistema scolastico pubblico francese. Poiché gli studenti chiedono maggiore uguaglianza e giustizia sociale, poiché denunciano le conseguenze delle scelte politiche di Macron, il governo ha scelto di rispondere con la forza e la repressione poliziesca. Questo è inaccettabile! La repressione poliziesca deve cessare. Le nostre organizzazioni condannano fermamente questa risposta, che conferma la disperazione di questo governo, il quale non conosce altro modo di rispondere alla rabbia sociale, compresa quella dei giovani, se non con la violenza. La risposta sproporzionata delle forze dell’ordine danneggia ulteriormente la fiducia dei giovani nelle istituzioni. È quindi anche la fiducia nella democrazia a essere danneggiata. Il governo e il Presidente della Repubblica sono responsabili di tutto questo.” Questi anni di tagli di bilancio allo stato sociale, tra cui appunto alle spese sull’istruzione, culminano nell’ultima legge di bilancio (PLF), che prevede: 5,5 miliardi di tagli sulle pensioni e l’annullamento della rivalutazione in base all’inflazione per tutte quelle sopra i 1.260 euro; l’abbassamento al 2%, in regime di inflazione, dell’obiettivo nazionale per la spesa in sanità (Assurance Maladie) e il rinnovo della tassa, fissata al 2%, a carico delle mutue sanitarie complementari, con il conseguente aumento dei premi pagati direttamente dai cittadini. È previsto, inoltre, un taglio sulle indennità per i malati gravi e gli infortunati: diventeranno imponibili al 50% e sarà prevista anche la scomparsa della parziale esenzione fiscale per le indennità legate agli infortuni sul lavoro. Figurano poi un congelamento dell’adeguamento all’inflazione (con un conseguente risparmio di 500 milioni di euro) delle “Allocations familiales” (il sostegno economico mensile destinata alle famiglie con figli a carico), che in precedenza venivano adattate al tasso dell’inflazione ogni 1° aprile, creando così una forte perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie a fronte dell’aumento del costo della vita. È proprio contro questa manovra di bilancio e contro l’assenza di politiche sociali che si è vista l’alleanza tra studenti e lavoratori che ha caratterizzato le piazze degli ultimi giorni e che culminerà il 17 ottobre con la grande chiamata nazionale alla mobilitazione contro il carovita e il caro carburanti, nel giorno in cui nel 2018 scoppiò la rivolta dei Gilets jaunes. Si prevedono centinaia di migliaia di persone in tutte le principali città del Paese, in manifestazioni che vedranno uniti studenti, dipendenti pubblici e i pompieri coinvolti nei massicci incendi di questa estate, i quali chiedono più fondi per la protezione civile. La rivendicazione è comune: più fondi allo stato sociale e meno all’industria bellica. Proprio negli ultimi giorni, durante le proteste degli studenti in tutto il Paese, Macron ha pubblicato sulle sue pagine social il video del test del nuovo missile nucleare balistico M51.3, affermando che “per essere liberi bisogna incutere timore e per incutere timore bisogna essere potenti”, giustificando la massiccia politica di austerità selettiva e di riarmo portata avanti dal governo Macron-Lecornu. Questo, infatti, in linea con l’escalation europea di corsa agli armamenti, sta aumentando in maniera drastica e senza precedenti le spese militari. Con la “Loi de Programmation Militaire (LPM) 2024-2030” la Francia stanzierà 36 miliardi extra per l’esercito, raggiungendo così la spesa complessiva di 449 miliardi nei sei anni indicati. Ecco dunque che gli studenti francesi stanno ponendo l’attenzione su un problema più vasto che colpisce tutta l’Europa, rappresentato dalle politiche di austerità e di taglio dei fondi allo stato sociale, contrapposte a un piano di riarmo e di investimenti nell’industria bellica paragonabile solo al periodo della Guerra Fredda o agli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale. Fonti: https://www.vie-publique.fr/loi/302742-actualisation-lpm-2024-2030-etat-dalerte-de-securite-nationale-loi-2026 https://www.vie-publique.fr/loi/302742-actualisation-lpm-2024-2030-etat-dalerte-de-securite-nationale-loi-2026 https://batinfo.com/actualite/plfss-2027-retraites-sante-familles-et-entreprises-appelees-a-reduire-le-deficit-de-la-securite-sociale_37491 https://it.euronews.com/2026/10/06/la-francia-testa-per-la-prima-volta-nuovo-missile-balistico-nucleare-m513-da-un-sottomarin https://www.education.gouv.fr/depp/la-part-du-temps-d-enseignement-non-assure-dans-les-etablissements-publics-du-second-degre-en-2024-504512 https://www.snes.edu/article/communiques/mobilisations-lyceennes-appel-aux-personnels-a-se-tenir-aux-cotes-des-eleves-et-a-la-greve-le-6-octobre/           Teodoro Palpacelli
October 9, 2026
Pressenza
No cara Emma. non ci mancherai…
Leader di uno dei partiti più canaglieschi della storia repubbicana. I radicali: doppiogiochisti, subdoli, giani bifronte della politica, spregiudicati e soprattutto asserviti al grande capitale. A partire dal loro segretario, Pannella Marco: occhio azzurro come l’Atena dell’Iliade. Guerrafondaia, grande amica di Israele, sionista convinta, affermava che Netanyahu stesse cadendo nella […] L'articolo No cara Emma. non ci mancherai… su Contropiano.
September 12, 2026
Contropiano
La guerra prepara la marea nera
L’AfD sfonda in Germania mentre l’Europa sceglie riarmo, sacrifici sociali e austerità. Se la sinistra non rompe con queste politiche, l’antifascismo rischia di ridursi a un impotente allarme elettorale. C’è …
September 7, 2026
Osservatorio Repressione
Il problema e la soluzione infame
L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo. Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà dei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli […] L'articolo Il problema e la soluzione infame su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista
Sono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni. Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza, il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili della nazione. Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato (congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra, territori e beni comuni al capitale transnazionale. Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha inasprito le posizioni e scatenato la repressione. Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe, dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia (Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston Genio. Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita, terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei mezzi di trasporto e dei servizi pubblici. Sotto tiro anche l’ex presidente Evo Morales, il quale, dal suo account su X, denuncia il piano orchestrato dagli Stati Uniti e messo in atto da Rodrigo Paz. «Gli Stati Uniti hanno ordinato al governo di Rodrigo Paz di eseguire un’operazione militare, con il sostegno della DEA e del Comando Sud, per arrestarmi e uccidermi». Indica anche altri attori del presunto piano omicida, tra cui l’ex ministro Carlos “Zorro” Sánchez, il viceministro della Difesa Sociale, Ernesto Justiniano, e l’argentino Fernando Cerimedo. Intervistato nel programma Geopolítica desde la Aldea, il giornalista ed ex deputato boliviano Sergio de la Zerda analizza il contesto in cui si inserisce questa nuova rivolta popolare. «Stiamo vivendo un nuovo processo insurrezionale contro le politiche neoliberiste imposte da Rodrigo Paz, che intende ripristinare quelle misure che abbiamo subito per vent’anni (1985-2005) e che hanno sprofondato il Paese nella miseria», spiega il giornalista. Tra il 2006 e il 2018, con i governi di Evo Morales, la Bolivia ha vissuto un processo di trasformazione economica e sociale molto importante, con una massiccia riduzione della povertà estrema (dal 38,2% al 15,2%). Il colpo di Stato del 2019, la sua sconfitta alle elezioni del 2020 e le forti contraddizioni che hanno caratterizzato il governo di Luis Arce e del Movimento al Socialismo (MAS) hanno spianato la strada alla vittoria elettorale della destra boliviana. Per De la Zerda, in soli sei mesi i boliviani hanno assistito al sistematico mancato rispetto delle promesse elettorali del presidente Paz.  «Ha iniziato eliminando le imposte sulle grandi fortune, ha chiesto prestiti milionari a istituzioni finanziarie multilaterali, ha emesso decreti che tagliavano i sussidi, ha portato nel Paese ‘benzina scadente’ che ha danneggiato gran parte del parco veicoli nazionale ». Inoltre, continua il giornalista, ha permesso che le piccole proprietà in mano a contadini siano ora preda di latifondisti e banchieri. «Tutto questo ha scatenato la protesta a cui assistiamo da quasi un mese. Le mobilitazioni sono massicce e il governo, invece di convocare un tavolo di dialogo, ha scelto la persecuzione e la repressione. Nonostante gli attacchi, sottolineiamo questo spirito di insurrezione popolare in opposizione a un ritorno al neoliberismo e a una Bolivia per pochissimi». Per l’ex parlamentare, non c’è alcun dubbio che dietro l’imposizione di un ritorno al passato ci siano il governo e il grande capitale statunitense. «La Bolivia possiede la prima riserva mondiale di litio, il nostro settore minerario continua a essere importante per quanto riguarda stagno, rame, oro e terre rare. Purtroppo, tutto questo sembra essere messo in discussione attraverso accordi oscuri e segreti con governi stranieri e multinazionali, compresi gli idrocarburi che erano stati nazionalizzati dal governo di Evo Morales». Non è un caso, quindi, che contro la protesta sociale e in difesa del presidente boliviano si siano pronunciati, con un comunicato congiunto, otto paesi latinoamericani[1] tra i più sottomessi alle politiche statunitensi. «Di fronte a questi piani e al clima di insicurezza che si è creato negli ultimi mesi, il popolo si è indignato, ha reagito e ha deciso di porre fine a tutto ciò. È un processo di indignazione che è andato crescendo e che ora si esprime nelle strade e viene brutalmente represso». Contro la repressione si è pronunciata ALBA Movimientos. «Il sangue versato nelle strade della Bolivia è responsabilità diretta di un governo che, subordinato agli interessi delle élite imprenditoriali e dell’imperialismo statunitense, ha deciso di rispondere con la violenza alle legittime rivendicazioni popolari». Per l’organizzazione continentale, ciò che sta accadendo in questi giorni non è frutto del caos, né di una presunta cospirazione anti governativa come vogliono far credere i media mainstream al soldo delle élites imprenditoriali, bensí «la conseguenza diretta di un progetto neoliberista e antipopolare che mira a privatizzare i beni comuni, mercanteggiare la terra, consegnare le risorse strategiche e scaricare la crisi economica sulle spalle del popolo lavoratore». In questo senso, il governo boliviano non solo rappresenta un progetto di restaurazione conservatrice subordinato agli interessi degli Stati Uniti, delle multinazionali e degli organismi finanziari internazionali, ma «l’allineamento a tali interessi e l’attacco alle conquiste popolari fanno parte di una strategia continentale per ricolonizzare la Nostra America». Oltre a condannare con forza gli omicidi, gli arresti arbitrari e la militarizzazione, ALBA Movimientos esige la cessazione immediata della repressione e denuncia «il silenzio complice degli organismi internazionali e dei governi della regione di fronte alla violenza esercitata contro il popolo boliviano». Lancia infine un appello alle forze vive del continente affinché moltiplichino le azioni di solidarietà con la Bolivia e denuncino a livello internazionale la violenza del governo. «La lotta del popolo boliviano è la lotta di tutta la Nostra America. Perché di fronte all’avanzata del fascismo, del neoliberismo e dell’imperialismo, l’unica via d’uscita è maggiore organizzazione popolare, unità continentale e lotta». «Sono convinto che se Rodrigo Paz insisterà sulla strada dei suoi predecessori neoliberisti, gli andrà molto male. Il popolo boliviano non tollera più i massacri ed è molto attento alle conquiste sociali ottenute in decenni di lotta», conclude De la Zerda. [1] Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Perù Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
May 20, 2026
Pressenza
La salute della sanità piemontese: tra austerità, emergenza e ricadute sociali
Con Chiara Rivetti, medico e Segretaria Regionale di Anaao Assomed Piemonte, tracciamo un profilo della Sanità in Piemonte sotto i colpi dell’austerità economica e il sottofinanziamento. Nonostante le innovazioni contenute nel PNRR in termini di medicina territoriale e creazione delle case di comunità, tagli, razionalizzazioni e “stati di emergenza” continuano a dominare il panorama delle politiche economiche sulla cura e sulla salute pubblica.