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La deriva autoritaria di Bukele, fedele alleato di Washington
Durante gli ultimi anni, El Salvador ha affrontato “un accelerato processo di concentrazione di potere ed erosione istituzionale, che ha trasformato il suo ordine democratico in un sistema autoritario di diritto e di fatto”. È quanto afferma nel suo rapporto il Gruppo internazionale di esperti per l’indagine sulle violazioni dei diritti umani nel contesto dello stato di emergenza in El Salvador (Gipes), presentato la scorsa settimana in Guatemala durante il 195° periodo di sessioni della Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr). Secondo il corposo documento di circa 300 pagine “El Salvador al bivio: crimini di lesa umanità all’interno delle politiche di pubblica sicurezza”, fin dai primi mesi del suo insediamento (2019), l’istrionico presidente Nayib Bukele, fedele alleato di Washington, ha iniziato una tambureggiante offensiva per assicurarsi il controllo dell’apparato istituzionale. In poco tempo, il giovane premier si è garantito la maggioranza assoluta in parlamento, il controllo sugli organi giudiziari ed elettorali, la rieleggibilità presidenziale ad infinitum nonostante la Costituzione la proibisca. Ha inoltre stretto un forte sodalizio con esercito e polizia e con settori dell’oligarchia tradizionale, condividendo con loro i frutti della radicalizzazione e dell’inasprimento del modello neoliberista estrattivista. Magistrati e procuratore generale destituiti e sostituiti con funzionari fedeli, centinaia di giudici prepensionati perché non allineati con il nuovo corso, riforme e leggi, come quella di Agenti Stranieri, che spianano il cammino a un esercizio di potere senza limiti e che restringono la libertà d’associazione e l’indipendenza di organizzazioni sociali e mezzi di comunicazione, sono solo alcune delle mosse di Bukele per smantellare i contrappesi democratici e stabilire un modello di forte concentrazione del potere. L’ultimo tassello di questa strategia di distruzione dello stato di diritto è stata l’implementazione, esattamente quattro anni fa, dello stato d’eccezione a livello nazionale, durante il quale, spiega il rapporto, sono state arrestate più di 89 mila persone, molte di esse senza un mandato di cattura, né un’accusa formale circa la loro appartenenza alle due principali bande criminali (maras): MS-13 e Barrio 18. Dal 2022, il regime straordinario d’emergenza è stato rinnovato per più di 40 volte. Nonostante il tasso di omicidi si sia visibilmente ridotto negli ultimi anni, gli esperti del Gipes assicurano che ciò sarebbe avvenuto a scapito della violazione sistematica dei diritti umani, tra cui arresti e incarcerazioni arbitrarie, torture, centinaia di sparizioni forzate, di decessi in carcere, di persone in esilio, mancanza di assistenza legale e di informazioni sullo stato dei carcerati. Sul banco degli imputati la “mano dura” dello Stato salvadoregno e un modello repressivo che fanno delle leggi d’emergenza, della militarizzazione della pubblica sicurezza e della costruzione di mega-carceri, come il tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot), il loro fiore all’occhiello. Nella giornata di martedì 17 marzo, il parlamento ha votato quasi all’unanimità una riforma costituzionale che introduce la pena dell’ergastolo per “assassini, stupratori e terroristi”. “Lo stato di eccezione (e la relativa sospensione dei diritti costituzionali) ha svuotato di contenuto le garanzie processuali, come il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza e l’accesso a una tutela giudiziaria effettiva. Le privazioni di libertà sono basate su profili discriminatori per vincolare le persone ai gruppi criminali, con il prolungamento a tempo indeterminato della custodia cautelare”, spiega il rapporto. Con la scusa di combattere la criminalità, Bukele ha trasformato uno ‘stato d’emergenza’ in una forma abituale d’amministrazione del Paese. “Il controllo assoluto del sistema giudiziario e l’approvazione di decine di decreti legislativi che hanno di fatto modificato la normativa in materia penale e di giustizia penale giovanile, hanno consolidato un quadro legale che permette la violazione grave, generalizzata e sistematica dei diritti fondamentali, come quello alla vita, al giusto processo, a non essere privati arbitrariamente della libertà, né sottoposti a tortura o ad altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti”. Tutte queste violazioni, concludono i cinque giuristi che integrano il gruppo internazionale di esperti, potrebbero costituire crimini di lesa umanità. Tra le raccomandazioni fatte allo Stato salvadoregno spicca il ristabilimento dello stato di diritto (fine dello stato d’eccezione, deroga delle riforme della legislazione processuale penale e delle leggi restrittive dello spazio civico, ristabilimento dell’indipendenza giudiziaria e dell’azione penale, smilitarizzazione della pubblica sicurezza), la rendicontazione delle violazioni commesse e la riparazione integrale per le vittime e i loro familiari. Come sua abitudine e modus operandi, il presidente salvadoregno ha reagito con veemenza alla presentazione del rapporto e ha sferrato un duro attacco dal suo account di X. “Sono giornalisti e personaggi delle ONG finanziati da Open Society che finalmente hanno gettato la maschera e ci chiedono di liberare i criminali. Alla fine non sono altro che studi legali internazionali dediti al crimine. Noi continueremo a priorizzare i diritti di chi subisce la violenza e non di quelli che la esercitano”. Per l’organizzazione salvadoregna Cristosal “il governo celebra i risultati dello stato d’eccezione sostenendo che il fine giustifica i mezzi. Questa formula è stata storicamente utilizzata per giustificare atrocità”. A inizio di marzo, l’organizzazione non governativa ha pubblicato il rapporto “Il prezzo di dissentire: criminalizzazione e persecuzione politica in El Salvador (2019-2025)”, in cui si documenta come la criminalizzazione penale si sia convertita nel principale strumento di persecuzione, evidenziando la strumentalizzazione del sistema di giustizia e l’attacco sistematico alle voci critiche. Tra le 245 vittime documentate figura la responsabile dell’Unità Anticorruzione di Cristosal, Ruth López, ancora in carcere. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 18, 2026
Pressenza
El Salvador: quando la dittatura uccise l’informazione
Il 17 marzo 1982 quattro giornalisti olandesi vennero uccisi su ordine dei vertici del regime militare di Arena – Alianza Republicana Nacionalista. Solo nel giugno dello scorso anno i tre mandanti dell’omicidio, allora a capo delle Forze armate, sono stati condannati. di David Lifodi Foto ripresa da https://comunicandonos.org.sv/ È il 4 giugno 2025 quando la giustizia di El Salvador condanna
Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎
A teatro: “Marianella Garcia Villas. Soltanto per amore”
Al Centro comunitario parrocchiale di Arino di Dolo (Venezia) il 6 marzo alle 20.45 Il 13 marzo 1983, a soli 34 anni, l’ “avvocato dei poveri e degli oppressi”, Marianella Garcia Villas, viene uccisa regime militare di El Salvador. La spettacolo nasce da un lavoro su diversi materiali: i libri ad essi dedicati da Raniero La Valle, Anselmo Palini e
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Centroamerica: autoritarismo e repressione
Stato d’assedio, pugno duro e completa genuflessione all’invadente vicino nordamericano caratterizzano gran parte dei governi della regione centroamericana. Le elezioni presidenziali che, il 1° febbraio hanno incoronato Laura Fernández, trumpiana di ferro, presidente del Costarica, hanno contribuito a far slittare ancora più a destra l’America centrale. di David Lifodi Foto: https://www.dw.com/ (Laura Fernandéz) Lo scorso 1 febbraio Laura Fernández è
February 22, 2026
La Bottega del Barbieri
El Salvador: sognare un viaggio, un viaggio da sogno
Sabato 21 febbraio, a Torino (Centro SABIR, Via Dego 6 – Circoscrizione 1 Centro-Crocetta), presentazione del viaggio solidale nel paese centroamericano promosso dall’associazione culturale Lisangà. Ingresso libero. C’è un momento in cui un viaggio nasce. Non quando si compra un biglietto, ma quando prende forma un desiderio di incontro, di ascolto, di partecipazione. Dopo il viaggio zero, Lisangà continua a raccontare e
February 18, 2026
La Bottega del Barbieri
El Salvador: Affollata marcia contro lo stato d’emergenza di Bukele
Con la politica del presidente, secondo fonti ufficiali, più di 90 mila persone sono state arrestate dal 2022 e circa 8 mila sono state liberate poiché erano innocenti. Questa domenica la capitale salvadoregna è stata lo scenario di una moltitudinaria marcia contro il regime d’emergenza del presidente Nayib Bukele, che permette nel paese arresti senza […]
January 29, 2026
Comitato Carlos Fonseca
Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele. Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati. Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero. Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi. Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano. Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo. Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”. Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità. “L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona. Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”. “Gli Stati Uniti non improvvisano e sanno perfettamente chi garantirà i loro interessi. Bukele è ideologicamente di destra, ultrareazionario e controrivoluzionario, alleato delle principali famiglie oligarchiche salvadoregne. Ha accentrato potere politico ed economico ed è il socio perfetto per gli Usa”, continua Villalona. Appena assunta la presidenza ruppe relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro e chiuse i progetti sociali avviati dalle amministrazioni del Fmln con Cuba. Poi andò oltre usando autoritarismo e forza bruta per “voltare pagina”, cancellare la memoria storica nelle nuove generazioni e disputare il potere economico alle élite tradizionali e il capitale simbolico di coscienza e conoscenza a università, sindacati, movimenti sociali e popolari. “Ha arrestato dirigenti popolari, eliminate organizzazioni, resi acefali più di 400 sindacati. Ha chiuso programmi sociali e centri culturali, licenziato migliaia di dipendenti pubblici, deriso gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile, privatizzato servizi e portato il Paese sull’orlo della bancarotta”, segnala l’economista. Per la lotta contro la criminalità, i salvadoregni vivono da quasi quattro anni sotto stato di eccezione e sospensione dei diritti costituzionali e sono state imprigionate più di 85 mila persone in carceri di massima sicurezza. Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario sono quasi 430 i detenuti deceduti in queste carceri dal 2022. In questo scenario non devono quindi stupire i ripetuti attacchi portati al governo Maduro, le posizioni intransigenti adottate sul Venezuela nei vari fori multilaterali e nemmeno l’accordo stretto con l’amministrazione Trump, per rinchiudere centinaia di venezuelani deportati nel tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot). Nel luglio dello scorso anno, poi, El Salvador, Stati Uniti e Venezuela accordarono la liberazione di 252 prigionieri rinchiusi nel carcere speciale, a cambio di quella di 10 cittadini statunitensi e vari presunti detenuti politici venezuelani. In perfetta continuità con tutto ciò, durante la sessione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), la rappresentante di El Salvador ha giustificato l’attacco armato contro il Venezuela e il sequestro del suo presidente costituzionale e della deputata, nonché coniuge di Maduro, Cilia Flores. “In Venezuela vige una dittatura consolidata che ha distrutto l’istituzionalità, ha espulso 7 milioni di persone e ha convertito le istituzioni in una piattaforma per il crimine organizzato multinazionale. La cattura di Maduro è la conseguenza più logica per un regime autoritario che ha distrutto la democrazia”, ha detto Wendy Acevedo. Parallelamente, dal suo account di X, Bukele ha sbeffeggiato il senatore democratico Chris Van Hollen per avere denunciato che l’attacco al Venezuela rappresentava “un atto di guerra illegale per rimpiazzare Maduro e appropriarsi del petrolio per i suoi (di Trump) amici multimilionari”. “Per gli Usa Bukele rappresenta una pedina fondamentale sullo scacchiere latinoamericano. È incomprensibile che certi settori della sinistra latinoamericana e non solo, lo vedano come un antimperialista”, conclude Villalona. Contro il sostegno alla politica espansionista e interventista degli Stati Uniti in America Latina, in particolare in Venezuela, si è espresso anche il Blocco di resistenza e ribellione popolare (Brp) che ha condannato l’atteggiamento “servile e arrendevole” della rappresentanza salvadoregna all’Osa. “Questa posizione non rappresenta gli interessi del popolo salvadoregno, bensì riafferma l’allineamento del regime con la politica guerrafondaia di Washington (…). Così si trasforma in complice dell’aggressione imperialista, tradendo la storica vocazione antimperialista e solidale del nostro popolo”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
January 14, 2026
Pressenza
Non convalida del trattenimento in CPR del cittadino salvadoregno: la richiesta di asilo deve essere valutata nel merito
La Corte di Cassazione esamina due provvedimenti di convalida del trattenimento del Tribunale di Milano, entrambi relativi allo stesso cittadino salvadoregno, in Italia da diversi anni, che formalizzava domanda di protezione internazionale nel CPR di Milano, dopo l’ordine di trattenimento ex art. 14 d.lgs. n. 286/1998, manifestando il timore, in caso di rimpatrio in El Salvador, di essere arrestato a causa dei suoi vecchi legami con la mara, evincibili da una serie di tatuaggi sul corpo, anche, all’interno della bocca, e di essere così esposto, quantomeno, al serio pericolo di un danno grave per le note condizioni carcerarie riservate nel Paese di rimpatrio alle persone sospettate di avere e/o avere avuto legami con le maras.  La Corte di Cassazione, previa riunione dei due ricorsi per l’unitarietà sostanziale delle due controversie, pur rigettando i primi due motivi del primo ricorso, relativi ad eccezioni riguardanti gli atti presupposti al trattenimento (provvedimento di convalida del Giudice di Pace e decreto di espulsione), cassa senza rinvio i due provvedimenti impugnati, ritenendo fondato l’ ultimo motivo del primo ricorso e l’unico motivo del secondo ricorso, con cui si eccepiva che il Tribunale di Milano nel decidere non aveva esaminato le motivazioni poste a fondamento della domanda di protezione internazionale, neanche, in modo sommario. Il Tribunale di Milano, infatti, con il primo provvedimento aveva convalidato il trattenimento del richiedente asilo esaminando esclusivamente i tempi di presentazione della domanda rispetto alla data di ingresso in Italia (2004), tenuto conto anche della scolarità del richiedente asilo, motivazione ripresa nel secondo provvedimento del medesimo Tribunale, che convalidava il trattenimento ritenuto immutato il quadro giuridico e fattuale. La Corte di cassazione nell’accogliere il sopra esposto motivo osserva che “i fondati motivi per ritenere che la domanda è stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione” integrano la fattispecie legale del trattenimento ex art. 6 comma 3 d.lgs. n. 142/2015, dal che consegue che la decisione sulla richiesta di convalida non può prescindere dall’esame di quanto dedotto, allegato o dimostrato dalle parti al fine di evidenziare la sussistenza o meno di questo presupposto. La Corte di cassazione, infine, nell’accogliere il ricorso, conclude affermando che nel caso di specie, in entrambi i casi, nemmeno sommariamente veniva preso in considerazione quanto dedotto a fondamento della domanda di protezione – e cioè il rischio di subire trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio in El Salvador a causa di tatuaggi- che avrebbero reso il richiedente asilo trattenuto sospettato di appartenere alle bandi criminali locali con il rischio di essere arrestato e sottoposto alle pessime condizioni carcerarie riservate in El Salvador a chi è anche solo sospettato di legami con le maras.  Corte di Cassazione, ordinanza n. 27143 del 10 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative alla non convalida del trattenimento nei CPR