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La normalizzazione della guerra
Dice il presidente statunitense, Donald Trump, che la guerra contro l’Iran può finire in “due o tre settimane”. Nello stesso momento, dall’altra parte, Teheran risponde che non c’è alcuna fiducia nei colloqui e che loro, gli iraniani, possono resistere per mesi e vincere. In questa frattura del racconto, c’è la confusione del Mondo in questi giorni. Si parla di pace e, intanto, si bombardano acciaierie, fabbriche farmaceutiche, infrastrutture civili in Iran. Si evocano accordi e, contemporaneamente, si preparano demolizioni di edifici nel Sud del Libano e si impedisce a centinaia di migliaia di esseri umani sfollati di tornare a casa propria. La guerra dimostra ancora una volta di non essere solo linea del fronte. È un cancro che si allarga e diventa metastasi nelle città, modificando per sempre la geografia umana. L’Asia Occidentale è ormai un groviglio di crisi. Gli attacchi si moltiplicano: Israele, Stati Uniti, Iran, Hezbollah. E poi lo Yemen, con gli Houthi che lanciano missili e aprono un nuovo fronte a fianco dell’Iran, dopo i mesi di lotta e sostegno alla Palestina. Il Golfo è diventato uno spazio instabile, con droni sul Kuwait, allarmi in Bahrein, petroliere colpite al largo del Qatar. Lo Stretto di Hormuz si restringe non solo fisicamente, ma politicamente: meno navi, più tensione, più paura. La guerra, qui, ha un effetto immediato, mette le mani nelle tasche di ognuno di noi. Il petrolio è tornato a salire, oltre i 116 dollari al barile. Non è solo un dato economico. È la misura reale, concreta, di come le guerre locali siano ormai globali. Ogni missile ha una ricaduta sulle economie, sulla nostra vita quotidiana, sulle disuguaglianze. E mentre il fronte si allarga, si incrinano le alleanze. Spagna, Francia, e Italia limitano il supporto alle operazioni statunitensi, chiudendo spazi aerei, negando basi, riducendo la logistica. Non è una rottura, ma è il segnale che la guerra non è più automaticamente condivisa. Nel frattempo, la diplomazia cerca spazio e soluzioni. Cina e Pakistan propongono un piano in cinque punti. Il Qatar e gli Emirati parlano tra loro. Il Vaticano chiede de-escalation. Sono tentativi, frammenti, segnali di una politica che prova a rientrare in scena dopo essere stata scavalcata dalle armi. Altrove, in Ucraina, la guerra continua e si trasforma. I droni colpiscono porti russi strategici come Ust-Luga, nodo centrale per l’export energetico. Lo scenario diventa sempre più tecnologico e sempre più economico. Intanto i negoziati si fermano, perché l’attenzione – e forse anche le risorse – si sono spostate altrove. Se abbandoniamo le guerre note e ci spostiamo lungo la mappa del nostro Risiko settimanale, sbarchiamo ad Haiti. Qui le gang uccidono ancora, almeno 16 morti in pochi giorni, mentre lo Stato arretra e non sa intervenire. In Sudan continuano gli orrori della guerra interna, gli sfollati sono milioni. In Myanmar, dove lo scontro pare non avere soluzioni, il futuro sembra congelato in una lotta fra repressione e resistenza. Il Mondo intero sembra scivolare, settimana dopo settimana, in una condizione di scontro permanente. Guerre diverse, con intensità diverse, ma tutte connesse. Non più episodi isolati, ma un sistema. La politica fatica a ritrovare il proprio ruolo. Le dichiarazioni si moltiplicano, i piani si annunciano, ma le armi continuano a parlare più forte. Forse è questo il dato più inquietante: non l’esistenza delle guerre, ma la loro normalizzazione. La capacità del sistema globale di assorbirle, di conviverci, di renderle parte del paesaggio e trasformarle nella nostra quotidianità. E allora quella frase iniziale di Trump– “due o tre settimane alla fine della guerra” – non è una previsione. È una menzogna nota a tutti. La realtà, oggi, racconta altro: che le guerre – tutte le guerre – non finiscono, ma si trasformano. Soprattutto, si moltiplicano. Unimondo
April 6, 2026
Pressenza
Verso un fronte unitario per la Palestina: dalla denuncia all’azione
GIORNATA E ASSEMBLEA NAZIONALE PER LA PALESTINA A ROMA IL 21 MARZO UN APPELLO URGENTE A TUTTE LE FORZE SOLIDALI CON LA PALESTINA Il momento storico di guerra globale e l’avanzata del progetto coloniale sionista rappresentano il punto di rottura di una strategia bellica, che oggi si materializza nell’aggressione contro l’Iran, avallata dalle politiche occidentali interne sempre più autoritarie e repressive, e dagli interessi del complesso economico e finanziario. Il genocidio a Gaza, il colonialismo d’insediamento in Cisgiordania – come in tutta la Palestina storica occupata – la repressione dei prigionieri palestinesi e la pulizia etnica del popolo palestinese sono parte integrante di una più ampia strategia imperialista. Il sionismo – questione che si estende ben oltre i confini di Israele – si attesta come ideologia coloniale che pervade le dinamiche globali e interne, permeando le nostre geografie, istituzioni e leggi. EMBARGO E SANZIONI: LE NOSTRE RICHIESTE E ACCUSE AL GOVERNO. PROFILI DI COMPLICITÀ: ARMAMENTI, INTERESSI, SILENZIO E REPRESSIONE La complicità italiana si manifesta attivamente attraverso armamenti forniti all’esercito israeliano, supporto logistico e diplomatico, propaganda mediatica e deriva repressiva che passa dai Decreti Sicurezza al “DDL Antisemitismo” approvato al Senato, che trasforma la solidarietà per i popoli in un atto di odio razziale. Il profilo di complicità del governo italiano va oltre Gaza: è la stessa logica che ci vede partecipare a guerre imperialiste in teatri globali, servire gli interessi delle lobby e sottrarci alla nostra responsabilità storica di fronte alle oppressioni. Decidiamo di continuare il dialogo tra le nostre rispettive organizzazioni e di agire in modo coordinato per: denunciare le responsabilità politiche e le complicità istituzionali del governo italiano e delle parti coinvolte negli interessi di guerra e di occupazione in Palestina; sostenere l’azione della giustizia internazionale contro i crimini di guerra e l’apartheid, affinchè vengano condannati tutti i responsabili delle violazioni del diritto; liberare i prigionieri politici palestinesi e affermare il diritto alla resistenza, all’autodeterminazione e al ritorno; Intensificare la pressione politica contro Israele e i suoi alleati, sostenendo l’embargo militare e commerciale, l’interruzione dei rapporti diplomatici tra ambasciate, le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Mobilitare l’opinione pubblica italiana per incidere sul dibattito nazionale e internazionale, creare controinformazione e contrastare la propaganda. Global Movement to Gaza
March 13, 2026
Pressenza
Aggiornamenti sulla situazione in Rojava@0
In queste settimane stiamo assistendo all’avanzata dell’esercito di Damasco verso l’interno del Rojava, con l’ intenzione di occupare l’area che da più di 10 anni è sotto controllo dell’AANES (Amministrazione Autonoma del Nord della Siria). Insieme a Jacopo Bindi abbiamo fatto il quadro della situazione, andando a sviscerare il perché dell’allineamento degli interessi delle forze internazionali contro l’esperienza curda di autogoverno. Parliamo anche della resistenza che va organizzandosi e la solidarietà al popolo curdo che arriva da tantissime persone nei paesi circostanti, e in Europa. Qui la diretta del 21 gennaio: L’aggiornamento di oggi, 29 gennaio, riguarda proprio l’estendersi della resistenza curda, che sta sostanzialmente rallentando l’avanzamento delle truppe del cosiddetto governo di transizione siriano. È sempre Jacopo ad illustrarci le specifiche di questi ultimi giorni e la situazione umanitaria di persone che sono state costrette a lasciare il proprio villaggio. Commentiamo insieme la notizia relativa ai tentativi di arrestare la solidarietà internazionale e in particolare il fermo di 16 internazionalisti nel Kurdistan turco.
January 29, 2026
Radio Blackout - Info
Aggiornamenti sulla situazione in Rojava@1
In queste settimane stiamo assistendo all’avanzata dell’esercito di Damasco verso l’interno del Rojava, con l’ intenzione di occupare l’area che da più di 10 anni è sotto controllo dell’AANES (Amministrazione Autonoma del Nord della Siria). Insieme a Jacopo Bindi abbiamo fatto il quadro della situazione, andando a sviscerare il perché dell’allineamento degli interessi delle forze internazionali contro l’esperienza curda di autogoverno. Parliamo anche della resistenza che va organizzandosi e la solidarietà al popolo curdo che arriva da tantissime persone nei paesi circostanti, e in Europa. Qui la diretta del 21 gennaio: L’aggiornamento di oggi, 29 gennaio, riguarda proprio l’estendersi della resistenza curda, che sta sostanzialmente rallentando l’avanzamento delle truppe del cosiddetto governo di transizione siriano. È sempre Jacopo ad illustrarci le specifiche di questi ultimi giorni e la situazione umanitaria di persone che sono state costrette a lasciare il proprio villaggio. Commentiamo insieme la notizia relativa ai tentativi di arrestare la solidarietà internazionale e in particolare il fermo di 16 internazionalisti nel Kurdistan turco.
January 29, 2026
Radio Blackout - Info
San Piero a Grado (PI), domenica 7 settembre: Territori in lotta nella guerra globale
DIBATTITO CON LA GIORNALISTA FUTURA D’APRILE, MOVIMENTO NO TAV, MOVIMENTO NO PONTE E PERCORSO “GUERRA ALLA GUERRA” DOMENICA 7 SETTEMBRE ORE 09.30 AL PRESIDIO DI PACE “TRE PINI” – SAN PIERO A GRADO (PI) L’escalation bellica globale porta con sé un’economia di guerra feroce, visibile in molte forme. Riarmo europeo, riconversione industriale civile-militare, crescita della spesa militare al 5% del PIL sono le sue facce più esplicite e minacciose. La sua aggressione si esprime sui territori sottraendo risorse dai bisogni sociali reali, imponendo infrastrutture come la nuova base militare, impoverendo la popolazione di possibilità economiche, culturali, sociali, schiacciando gli spazi di decisionalità delle comunità tramite disciplinamento, ricatto, militarizzazione della cultura.  L’Italia e le isole sono costellate di grandi opere, infrastrutture militari, energetiche, logistiche per integrare aree di territorio e connettere armi, mezzi, persone, energia, denaro: centinaia di “zone di sacrificio” ci rendono una piattaforma della guerra globale sul Mediterraneo e sono l’altra faccia degli interessi militari, estrattivi e industriali che il nostro Paese interpreta nelle missioni all’estero, dall’Ucraina al Medio Oriente, nella complicità diretta con il genocidio in Palestina, nel supportare il ritorno al nucleare, nei carichi di armi che fornisce a tutto il mondo. Le “zone di sacrificio” sono anche il luogo della resistenza e del potenziale riscatto da questo avvitamento militarista, territori in cui scoprire che ostacolare la guerra dal basso e immaginare un’economia di pace è possibile. Per questo vi invitiamo al dibattito di domenica 7 settembre al Presidio di Pace “Tre Pini” nell’ambito del Campeggio No Base: dallo scenario globale, alle prospettive di lotta territoriali, vogliamo confrontarci su come mettere in discussione questo sistema di economia di guerra e individuare concretamente delle alternative, fondate sui bisogni delle comunità. Sarà uno spazio aperto per mettere in dialogo le lotte e le esperienze, immaginare e arricchire le diverse prospettive di mobilitazione contro la guerra, discutere di cosa significa la pace sui territori e come costruirla unendo le nostre idee e le nostre forze. Qui l’appello completo del campeggio No Base previsto nei giorni 5-6-7 settembre al Presidio di Pace “Tre Pini” a San Piero a Grado!  https://nobasecoltano.it/appello-per-un-campeggio-no-base-territoriale-5-6-7-settembre-al-presidio-di-pace-tre-pini-san-piero-a-grado/