Tag - influencer

Women’s Leadership Summit, le donne conservatrici MAGA rinuncerebbero al proprio diritto di voto
In occasione di una recente conferenza organizzata da Turning Point USA, a diverse donne conservatrici è stata posta una domanda che sarebbe sembrata inimmaginabile a molti americani solo pochi anni fa: sarebbero disposte a rinunciare al loro diritto di voto? Alcune hanno risposto di sì. Diverse donne hanno dichiarato di essere disposte a rinunciare al diritto di voto pur di creare un Paese più conservatore, durante il  Women’s Leadership Summit – organizzato dalla Turning Point USA (1) – svoltosi di recente a San Antonio, in Texas. Molti osservatori hanno evidenziato la forte contraddizione di sostenere tesi anti-suffragio all’interno di una conferenza esplicitamente dedicata al “leadership” e all’attivismo politico femminile. La discussione si è incentrata su un concetto noto come “voto familiare”, ovvero l’idea che le famiglie, piuttosto che i singoli individui, debbano costituire l’unità politica di base della società, con un marito, un padre o un’altra figura maschile che esprima un singolo voto a nome di tutti. Un tempo confinata in gran parte a una piccola nicchia della destra religiosa, l’idea ha guadagnato visibilità negli ultimi anni tra alcuni nazionalisti cristiani e sostenitori del “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che insegna che gli uomini dovrebbero guidare le loro famiglie e che le donne dovrebbero sottomettersi alla loro autorità. In pratica, il voto per nucleo familiare significherebbe che le donne non potrebbero più votare autonomamente, nonostante abbiano il diritto costituzionale di votare sin dalla ratifica del XIX emendamento nel 1920. “Dal mio punto di vista di donna cristiana, io e mio marito siamo una sola carne”, ha dichiarato Alexus DeGraaf all’emittente canadese CBC durante la mega-convention della destra cristiana. “Voto come lui, quindi, onestamente, non avrei problemi a rinunciare al mio diritto di voto, perché so che mi rappresenterebbe bene”. Era una delle poche donne ad aver espresso questa opinione alla CBC, tra cui la stella emergente dell’influencer conservatrice Savannah Stone, che sosteneva l’idea che dovesse esserci un solo voto per famiglia, anziché per persona, nel rispetto della scelta del candidato da parte del marito. “Se mio marito è il capofamiglia, io sono il collo, e lavoriamo in modo molto coeso insieme”, ha detto Brooke Foxworthy alla CBC. “Quindi, immagino che se votasse a nome di tutta la famiglia, non avrei problemi”. Stone, che ha quasi 500.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok , è stata una delle oratrici principali alla conferenza sulle donne Turning Point. Tuttavia, sia The Atlantic che la CBC hanno riportato che, nonostante la presenza di Stone come relatrice principale, tra i partecipanti sembrava esserci un maggiore sostegno al suffragio femminile.  Nella sua intervista del 2025 al podcast “The Pocket with Chris Griffin” – dove la definirono ” la Andrew Tate al femminile ” – Stone affermò: “So per certo che se le donne non potessero votare, l’aborto non sarebbe legale fin dall’inizio”. Al vertice, le idee sulla limitazione del voto femminile sembravano collegate alle idee sulla limitazione del voto in generale: un giornalista di The Nation ha riferito di aver visto adesivi con la scritta “Senza documento d’identità non si vota” in tutta la conferenza. La discussione è emersa anche nel contesto di dibattiti più ampi sui diritti di voto e sulla partecipazione politica delle donne. Alcuni fanno riferimento al SAVE Act, una proposta sostenuta dai Repubblicani che richiederebbe una prova documentale della cittadinanza per potersi registrare alle elezioni federali.  Il vertice sulla leadership femminile è stato presieduto da Erika Kirk, vedova del fondatore ultraconservatore di Turning Point USA, Charlie Kirk, assassinato nel settembre 2025.  Il presidente Donald Trump ha attribuito a Turning Point il merito di aver mobilitato i giovani elettori per la sua campagna e di aver convinto moltissimi giovani ad aderire al movimento della destra cristiana.  Ad aprile 2026, Democracy Docket ha riportato che l’idea che le donne non dovrebbero votare sembra stia guadagnando sempre più terreno nel movimento della destra cristiana, in particolare tra i nazionalisti cristiani. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ricondiviso un video del pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, il quale, intervenendo alla CNN, affermava che le donne non dovrebbero votare. La famiglia di Hegseth è membro della chiesa Pilgrim Hill Reformed Fellowship nel Tennessee, che fa parte della rete Communion of Reformed Evangelical Churches di Wilson, la quale promuove il voto a livello familiare e si oppone al voto femminile. Questa premessa presenta evidenti problemi logistici. Che dire delle famiglie senza marito, come quelle guidate da donne divorziate, vedove o nubili? Chi, eventualmente, voterebbe per loro conto? Anche alcuni sostenitori riconoscono queste difficoltà , suggerendo che le donne non sposate potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Tuttavia, molti fautori immaginano una società in cui le donne siano sposate, e solo con uomini, lasciando le coppie omosessuali al di fuori della struttura familiare su cui si basa la proposta. In ogni caso, i sostenitori del voto a livello familiare spesso presentano il concetto come un ritorno a un ordine sociale più tradizionale. Indicano epoche che vanno dagli anni ’50 alla fine del XIX secolo, o persino il puritanesimo del XVII secolo, come modelli, sostenendo che la società funzionava meglio prima dell’avvento del femminismo, del divorzio senza colpa, dell’aborto legalizzato e di altri cambiamenti che hanno ampliato i diritti e l’indipendenza delle donne. Il voto in ambito familiare è strettamente legato al “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che sostiene che gli uomini debbano guidare le proprie famiglie e che le donne debbano sottomettersi a tale autorità. In questo contesto, il marito funge da rappresentante della famiglia sia in ambito domestico che nella vita pubblica. Tia Levings, autrice del bestseller ” A Well-Trained Wife: My Escape From Christian Patriarchy” , che racconta gli anni trascorsi in un matrimonio plasmato da tali credenze, afferma che i sostenitori spesso presentano il voto in famiglia come un modo per promuovere l’armonia. Alle donne viene spesso detto che rinunciare all’autorità politica rafforzerà i loro matrimoni e ridurrà i conflitti. “Il principale argomento di vendita è che l’uomo prende già tutte le decisioni per la famiglia. Perché non dovrebbe rappresentarti anche in politica ed esprimere il tuo voto?”, afferma. Ma Levings sostiene che il voto a livello familiare fa parte di uno sforzo più ampio per concentrare il potere nelle mani degli uomini. “Quando rinunci alla tua voce, rinunci ai tuoi diritti”, aggiunge. Negli ultimi anni, idee un tempo confinate in gran parte alle comunità religiose patriarcali sono entrate sempre più a far parte del dibattito politico principale. Secondo Du Mez, questo cambiamento riflette il tentativo di portare opinioni un tempo marginali nel discorso politico popolare. “Queste idee vengono presentate in modo più sfacciato e senza remore, passando da una sorta di sottocultura silenziosa al mainstream”, ci spiega. Sebbene le sue radici affondino in tempi ben più remoti, il “patriarcato biblico” ha acquisito nuovo slancio negli ambienti evangelici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 grazie a Doug Phillips, fondatore di Vision Forum Ministries e uno dei principali sostenitori del “voto a livello familiare”. Il movimento ha accresciuto la sua visibilità negli ultimi anni. Oggi, una delle sue voci più influenti è quella di Doug Wilson, il pastore dell’Idaho che ha contribuito a plasmare la denominazione frequentata da Pete Hegseth e che ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati secondo i principi cristiani. Gli attivisti per i diritti di voto hanno espresso preoccupazione per il fatto che la misura potrebbe creare ulteriori ostacoli per alcune donne sposate i cui certificati di nascita non corrispondono al loro attuale nome legale. Secondo Levings, la discussione sottolinea come tali convinzioni possano diffondersi anche in assenza di modifiche legislative. Sostiene che le pressioni culturali e religiose possono incoraggiare le donne a cedere volontariamente l’autorità ai mariti. “Quando i sostenitori di queste idee non saranno in grado di legiferare per ottenere questi cambiamenti, indurranno le donne all’auto-sottomissione”, afferma.   (1) Turning Point USA (TPUSA) è stata fondata da Charlie Kirk, l’attivista di destra assassinato a settembre 2025 durante un dibattito universitario all’aperto nello Utah. L’organizzazione è ora guidata dalla vedova, Erika Kirk, che critica il femminismo, un tema ampiamente condiviso da molti dei relatori di questo summit, con il fine di sostenere il Movimento MAGA e diffondere il nazionalismo, il “patriarcato biblico” e i ruoli di genere tradizionali. L’organizzazione ha attratto una nuova generazione di giovani elettori nel movimento conservatore, attraverso eventi, programmi di sensibilizzazione nei campus universitari e giovanissimi influencer come Savanna Stone. Trump ha attribuito a TPUSA il merito di averlo aiutato a essere rieletto.     Ulteriori informazioni: > At Turning Point USA conference, women offer away their right to vote https://www.youtube.com/shorts/E2NbtSHnamg https://www.theatlantic.com/politics/2026/06/turning-point-usa-erika-kirk/687486/ https://www.cbc.ca/news/world/turning-point-usa-womens-conference-savanna-stone-9.7231088 > Why Some Women Want To Give Up Their Right To Vote   Lorenzo Poli
August 7, 2026
Pressenza
La Cina di Xi Jinping che mette al bando OnlyFans e gli influencers
Dal 21 luglio 2025, la Cina di Xi Jinping ha vietato OnlyFans, piattaforma britannica con oltre 305 milioni di utenti nel mondo, dove migliaia di “creators” vendono contenuti espliciti a sfondo sessuale. Approdata in Cina il 29 novembre 2024, salvo poi essere vietata già nel dicembre dello stesso anno, OnlyFans ha continuato ad essere disponibile – ricorrendo al VPN (reti private virtuali che permettono di mascherare la propria posizione geografica) – fino a luglio 2025. Ora l’accesso alla piattaforma è impossibile, ma anche monitorato e dunque, vietato. Ma quali sono le vere ragioni dietro a questa decisione? La definizione del governo socialista di Pechino non ha interpretazione, definendo OnlyFans: “Spazzatura occidentale immorale e corrotta”, simbolo del “decadimento morale occidentale”. Xi Jinping in persona ha affermato che la piattaforma «non è in linea con la moralità pubblica promossa dal governo» e che non è altro che «una malattia corrotta dell’Occidente». Per quanto possa essere sembrato una politica di difesa della moralità socialista e della sovranità culturale contro l’egemonia decadente dell’ideologia capitalista occidentale, la questione è di tutt’altro spessore. OnlyFans, piattaforma simbolo della mercificazione del corpo, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il capitalismo, nella sua fase imperialista e finanziaria, trasforma la sessualità in merce, incentivando la reificazione degli individui, soprattutto delle donne, e promuovendo modelli relazionali fondati sul profitto anziché sulla dignità umana. Le accuse rivolte ad OnlyFans dal governo di Pechino hanno un profondo significato politico e pedagogico. Considerando la tipologia di contenuti che vengono generalmente venduti sulla piattaforma, le posizioni del governo guidato da Xi Jinping sono una vera e propria denuncia contro la mercificazione, la sessualizzazione, l’oggettificazione del corpo femminile (e non solo) e il consumismo virtuale. OnlyFans è infatti da anni al centro di moltissime polemiche, dato che si tratta, nei fatti, di una forma di prostituzione virtuale sommersa e spesso non regolamentata. Le autorità cinesi hanno infatti denunciato OnlyFans non solamente per tutelare la “moralità collettiva”, ma anche per impedire che il suo uso spinga (anche) i giovani cinesi ad aver comportamenti sessualizzanti per puro tornaconto economico, come accade nel resto del mondo occidentale. Una questione estremamente delicata e attuale, che dovrebbe spingerci a interrogarci: perché tanti giovani, uomini e donne, scelgono la strada “più facile”, ricorrendo alla mercificazione – pur consapevole – del proprio corpo, anziché scegliere un percorso di crescita personale nel mondo del lavoro in maniera dignitosa? Qual è il vero significato della libertà? Libertà di fare ogni cosa a tal punto di vendersi “consapevolmente”, o libertà da ogni cosa che ci condiziona e che illusoriamente ci fa credere liberi? Nel contrastare questo fenomeno, la Cina ha affermato come al di sopra della “libertà” egoistica di vendere il proprio corpo stia il diritto della collettività a costruire una sfera pubblica fondata su valori alternativi a quelli imposti dalla globalizzazione neoliberista, resistendo alla penetrazione di industrie culturali che sfruttano i bisogni intimi umani e la precarietà economica per produrre valore per pochi ricchi e pervertiti. In un’epoca in cui l’imperialismo non si manifesta solo con le guerre o lo sfruttamento, ma anche con l’infiltrazione dei modelli di consumo e dell’immaginario, il blocco di piattaforme come OnlyFans si configura come parte della lotta ideologica contro la colonizzazione mentale del totalitarismo “liberale”. Questo è forse il punto centrale dell’intera vicenda in una società in cui le condizioni economiche per i più giovani, in Italia, così come in Europa, non sempre sono agevoli, portando molti inconsapevoli a sperare di avere successo percorrendo una “via banale”, che richiede meno sforzo e dispendio di energie, meno attesa e sacrifici, sbarcando su piattaforme come OnlyFans. Salvo poi arrivare a pentirsi una volta raggiunta l’età adulta o – nei casi più sfortunati – il pubblico ludibrio a causa del revenge porn. Fedele a questa linea politica, il 23 aprile 2024, l’amministrazione digitale della Repubblica Popolare Cinese (la Cyberspace Administration of China – CAC) aveva lanciato una massiccia operazione di pulizia della rete nota come campagna “Qinglang” (“Lindo e Brillante”). Questa direttiva del governo cinese impone la rimozione immediata degli account e dei contenuti incentrati sul lusso sfrenato, portando alla cancellazione di profili di con milioni di follower. Le principali piattaforme social cinesi (tra cui Douyin — la versione locale di TikTok —, Weibo e Xiaohongshu) hanno bloccato e rimosso migliaia di post e centinaia di account di mega-influencer. Tra i profili più noti cancellati figurano Wang Hongquanxing (soprannominato la “Kim Kardashian della Cina”, famosa perché dichiarava di non uscire mai di casa senza indossare gioielli dal valore minimo di 1,3 milioni di euro), Bo Gongzi (1) (“Il Giovane Lord Bo”, noto per i video in cui testava Rolls-Royce e acquistava borse Hermès da collezione) e Baoyu Jiajie (“Sorella Abalone”). Oltre alla chiusura manuale dei profili dei creatori di contenuti, le piattaforme hanno dovuto riaddestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale per penalizzare e oscurare i tag, le menzioni e le esibizioni video di marchi del lusso estremo (come Ferrari, Rolex o valute in contanti), riducendone la visibilità fino al 90%. Il Partito Comunista Cinese aveva giustificato la stretta come una misura necessaria per combattere il “culto del denaro”, il “materialismo volgare”. Secondo la visione di Pechino, l’ostentazione della ricchezza online promuove valori tossici ed è contraria alla filosofia della “prosperità comune” promossa dal presidente Xi Jinping. L’autorità di regolamentazione CAC ha dichiarato che l’internet nazionale deve essere un ambiente “civile, sano e armonioso”, focalizzato sul valorizzare il talento, il lavoro duro, l’artigianato e la coesione sociale, anziché l’invidia di classe o la ricchezza fine a se stessa. Sebbene le banalità degli analisti, dei media e degli economisti occidentali (come gli analisti citati da NBC News o The Guardian) abbiano parlato di “tentativo del governo di attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” per impedire l’innesco di “una pericolosa rabbia sociale e un risentimento politico verso le disuguaglianze interne” (2), la versione dei paesi BRICS e della controinformazione risulta più interessante. I media del Sud Globale e gli osservatori non allineati inquadrano la messa al bando degli influencers all’interno del concetto di “sovranità digitale”, evidenziando come la Cina sia uno dei pochi paesi al mondo in grado di imporre una regolamentazione ferrea sull’economia dei social media, dimostrando che lo Stato mantiene un potere superiore rispetto alle piattaforme private e alle celebrità online. La Cina è tra i Paesi che hanno espresso ufficialmente l’allarme per i danni dei social media. Gli analisti del Sud mettono a confronto la decisione di Pechino con il modello occidentale, dove la cultura dell’ostentazione e dell’iper-consumismo guidata dagli influencer viene lasciata proliferare senza vincoli, esacerbando le spaccature sociali e psicologiche tra la popolazione. Per i BRICS, si tratta di una scelta che mira alla costruzione di una modernità socialista, fondata sulla protezione dei lavoratori, sulla promozione dell’etica collettiva; sul rifiuto, da un lato, – per quanto riguarda OnlyFans – della pornografia come strumento di dominio e di alienazione e, dall’altro, – per quanto riguarda gli influencers – sulla protezione della produttività reale del Paese, della salute delle relazioni umane rispetto alla volatilità dell’economia dell’apparenza e della prestazione. Alla luce di ciò, siamo dunque davvero sicuri che la Cina sbagli a bannare Onlyfans e gli influencer in questa nostra società? Sicuramente, per quanto eternamente e rigidamente formalisti, i confuciani hanno qualcosa da insegnare a noi occidentali che, per quanto potenzialmente lettori di Zygmunt Bauman, poco abbiamo capito della sua constatazione della modernità liquida avanzante nell’Occidente “democratico”.   (1) “Bo Gongzi”, nel 2024, aveva evaso le tasse, comprese l’imposta sul reddito personale e l’IVA, per un totale di 7,49 milioni di yuan, secondo quanto dichiarato dal Servizio Tributario Municipale di Shanghai. Le autorità fiscali di Shanghai, in un comunicato stampa diffuso mercoledì 18 dicembre 2024, hanno annunciato che la multa che avrebbe dovuto pagare era di 13,3 milioni di yuan (1,8 milioni di dollari USA) per evasione fiscale. https://www.channelnewsasia.com/east-asia/china-influencer-wealth-flaunting-fined-millions-tax-evasion-4816061 (2) La versione degli analisti occidentali sostiene che sia un tentativo del governo di “attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” causato da un presunto “significativo rallentamento economico”, caratterizzato da un “alto tasso di disoccupazione giovanile” e dalla “crisi del settore immobiliare”. Secondo la loro analisi, in questo contesto di difficoltà diffusa, vedere influencer che ostentano ville, super-auto e shopping multimilionario potrebbe innescare una pericolosa rabbia sociale. Per l’Occidente, Pechino sta semplicemente “nascondendo i sintomi” della crisi per preservare il controllo politico. Impressioni però smentite dai dati economici che ci parlano di una Cina come prima potenzia economica al mondo   Maggiori informazioni: > La Cina blocca l’accesso ad Onlyfans https://www.wired.it/article/onlyfans-cina-apertura-chiusura-censura/ https://it.insideover.com/politica/la-cina-banna-onlyfans-spazzatura-occidentale-immorale-e-corrotta-e-non-ha-tutti-i-torti.html https://www.ferpi.it/news/la-cina-obbliga-gli-influencer-ad-avere-una-laurea-ma-la-vera-domanda-riguarda-tutti-noi https://theconversation.com/chinas-crackdown-on-wealth-flaunting-social-media-puts-pressure-on-influencers-both-on-the-mainland-and-in-taiwan-to-echo-the-party-line-231224 Lorenzo Poli
June 5, 2026
Pressenza
Ssssssssst (è Marte-dì) nel Limbo dei Pixel Spenti
di Neo (*) Ovvero: come ho visitato l’inferno dei videogiochi dimenticati e ho organizzato una lettura silenziosa che nessun algoritmo vi racconterà mai. Una intervista narrativa raccolta da Fabrizio Melodia che, al solito, passava di lì per caso con un registratore acceso in cerca di spunti per il suo podcast «per anime perse».   Avevo creduto che la cosa più
Missili su Dubai: fine di un’era?
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l’Iran, che in risposta ha lanciato missili e droni sui propri vicini, tra cui Dubai. In serata è stato colpito l’aeroporto di Dubai, un incendio è divampato al Fairmont The Palm, e anche nella zona del porto, ci sono stati alcuni feriti. Centinaia di persone hanno filmato le scie dei missili sul cielo e le conseguenti esplosioni, seminando il panico online e nell’emirato su cosa stesse accadendo. Abbiamo visto i video di turisti e turiste in lacrime – tra cui Big Mama – bloccate all’aeroporto, e influencer dai loro appartamenti di lusso su Dubai Marina domandarsi «come sia possibile che stia accadendo proprio qui». Come se gli Emirati Arabi Uniti non fossero al centro di una regione in fiamme.  > Ai primi video di panico, sono seguiti video rassicuranti. «Non hai paura di > restare a Dubai? No, perché so chi mi protegge» con l’immagine degli emiri al > governo della patria che camminano con tuniche bianche nei centri commerciali > di Dubai, montati sopra la canzone Papaoutai. I buoni padri al potere che rassicurano la popolazione. Una macchina di propaganda informale e diffusa che ripete in centinaia, migliaia di video che tutto è tranquillo, business as usual, grazie alla difesa, ai missili, allo scudo antiaereo, alla famiglia reale. Ma sono tantissime le persone in fuga, e che – tra l’altro – dietro di sé abbandonano i propri animali domestici. Ed è già evidente il rallentamento dei flussi finanziari e degli investimenti immobiliari, mentre le borse internazionali crollano. In effetti anche se non fossero direttamente forzati dal governo, i e le content creator residenti a Dubai hanno un interesse diretto nel mostrare che va tutto bene: Dubai è il brand che loro stessi/e vendono sui social.  In effetti, Dubai è il simbolo della globalizzazione, del capitalismo finanziario, e dell’imprenditoria neoliberale. Una città costruita nel deserto, sui resti di antichi villaggi nomadi, esplode nel 1966 grazie alla scoperta del petrolio. Nel 1971 insieme ad altri sei emirati fonda gli Emirati Arabi Uniti, con una moneta comune e un accordo difficile ma duraturo sui confini. I profitti del petrolio iniziano a inondare l’economia, sotto la ferma guida di Rashid bin Sa’id Al Maktum, padre dell’attuale emiro, si costruiscono grandi infrastrutture, porti, aeroporti, strade con l’obiettivo di fare di Dubai un grande hub commerciale globale e diversificare l’economia, anche perché i giacimenti trovati erano modesti rispetto a quelli dei paesi limitrofi.  Esemplificativa di questo periodo è la costruzione di Porto Rashid, chiamato così in onore dell’emiro, inizialmente progettato con quattro attracchi e ampliato durante la costruzione a sedici. Aperto nel 1972, ha talmente tanto successo che già nel 1975 viene esyterso fino a 35 moli. > Poco dopo, nel 1979, è stato aperto il secondo porto di Jebel Ali, e la > relativa zona di libero scambio, ai confini occidentali di Dubai verso Abu > Dhabi. Qui nel 1985 si contavano 19 aziende, oggi sono più di 11.000. E nelle zone circostanti sono stati costruiti tre aeroporti, tra cui l’aeroporto internazionale di Dubai, oggi uno degli hub principali del mondo. Questa non è l’unica zona di libero scambio, come si legge sul sito del governo: «Gli Emirati Arabi Uniti offrono agli investitori oltre 40 zone franche multidisciplinari, in cui gli espatriati e gli investitori stranieri possono detenere la piena proprietà delle aziende. Queste zone sono caratterizzate da infrastrutture altamente efficienti e servizi distintivi che facilitano flussi di lavoro fluidi, consentendo alle aziende di risparmiare tempo e fatica». Zero tasse di dogana o dazi, zero tasse sul rientro di capitale e profitti, esenzione totale dalle imposte sulle società e sul reddito. Questo ha fatto di Dubai un hub commerciale e finanziario globale, dove già nel 2004 il petrolio rappresentava solo il 7% del PIL. Un’ascesa senza sosta quella di Dubai, ma anche della vicina Abu Dhabi e di tutti gli Emirati: poche o zero tasse, nessun controllo sulla provenienza dei capitali, spazio per la libera impresa, servizi alle imprese e facilità di ricollocazione.  All’inizio degli anni 2000 è iniziata la costruzione delle isole artificiali al largo della costa di Dubai e nel 2010 è stato inaugurato il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, costruendo quello skyline che vediamo oggi in tutti i video sui social. E così, il turismo diventa uno dei settori in espansione dell’emirato, che a gennaio 2026 contava due milioni di visitatori e visitatrici. Un viaggio aspirazionale, un luogo simbolo del successo, “dove non si può non andare” per avere il senso di dove corre il mondo.  Nel 2006 la guida dell’emirato è passata a Shaykh Mohammed bin Rashid Al Maktum, oggi considerato uno degli uomini più ricchi del mondo, anche perché non esiste una netta distinzione tra il suo patrimonio personale e quello dell’Emirato. L’emiro è stato denunciato da una ex-moglie e il suo nome compare nei Panama Papers, dove vengono citati i suoi conti in paradisi fiscali. Del resto, questa rimane una monarchia assoluta, con piena libertà d’iniziativa economica, limitate libertà civili e quasi nessun diritto sul lavoro. Ma di tutto questo i video degli influencer non parlano, se la prendono invece con l’astio degli italiani rosiconi rimasti in patria che non capiscono cosa significhi avere fiducia in un governo. > «Godiamo di servizi e qualità della vita ineguagliabili, di un sistema di > difesa militare tra i migliori del mondo e questo senza pagare un briciolo di > tasse […]. Gli sceicchi emiratini sono profondamente amati dal popolo in > quanto infondono leadership e autorevolezza», leggo tra i tanti commenti sotto > un reel di critiche al governo di Dubai. E non è certo una discussione solo italiana, succede lo stesso nelle sfere digitali francesi, inglesi, spagnole e tedesche. Si omette sempre, però, che la fortuna degli Emirati si è costruita anche sulle rovine degli stati circostanti. Ad esempio, negli anni ‘90 e primi 2000, Dubai è diventato luogo di rifugio per capitali e investitori libanesi in fuga dalla guerra nel proprio paese. Negli stessi anni, i grandi porti emiratini sono serviti anche come base di partenza per le truppe statunitensi e dei loro alleati per attaccare l’Iraq nelle due guerre del Golfo, che hanno provocato distruzione e povertà in tutta l’area, mentre l’emirato si arricchiva grazie alla situazione. E poi la città si è costruita sullo sfruttamento della manodopera proveniente dai paesi asiatici, tra cui Bangladesh, Pakistan e India, sia nel settore edile che nel lavoro di cura dentro le case.  Oggi a Dubai il 90% della popolazione è composta da popolazione non emiratina, una città globale per eccellenza, dove però è difficilissimo – se non quasi impossibile – prendere la cittadinanza. Il simbolo estremo del neoliberalismo, cuore della speculazione immobiliare, una città in eterna espansione verso luoghi prima inabitabili come il deserto, simbolo del lusso estremo e di chi il lusso lo vorrebbe, anche non se non può permetterselo.  »Chi critica Dubai la considera un paradiso per persone superficiali. Ma è proprio la sua superficialità e sterilità che rendono questo luogo un punto di riferimento. I nuovi membri della classe media indiana, i russi che sfuggono alle sanzioni, i baristi uzbeki, i colletti bianchi migranti economici provenienti da una Gran Bretagna o Francia in fase di rallentamento economico nessuno di loro deve adattarsi molto a questo luogo. Una cultura locale più “densa” richiederebbe una maggiore capacità di orientamento» – scrive Janan Ganesh sul “Financial Times” per spiegare cosa sia Dubai.  E’ facile vivere a Dubai perchè ha costruito uno spazio di privilegio per gli e le expat ricchi, luoghi lontano dal centro per i nuovi schiavi e le nuove schiave razzializzate, mentre l’emiro in capo si arricchisce e comanda uno stato che è di fatto sua proprietà personale. Ecco l’enorme contraddizione di Dubai: tutti la raggiungono per arricchirsi, solo qualcuno ce la fa, alcuni riescono comunque a vivere bene, altri muoiono senza passaporto in cantieri a cinquanta gradi d’estate. Mentre la regione circostante è al collasso, dal genocidio in Palestina, la guerra in Libano, la guerra in Yemen, l’Iraq, la Siria,e ora l’Iran.    > Ecco i missili su Dubai sono un colpo al cuore del modello neoliberale, del > libero mercato, dei grandi grattacieli costruiti sull’invisibilità della > classe operaia e del lavoro di cura migrante, le isole artificiali, gli > alberghi di lusso, i video di influencer con macchine di lusso, anche se > vivono in appartamenti condivisi, l’aeroporto internazionale tra i più grande > del mondo, l’esposizione del corpo online in uno stato dove è vietato baciarsi > in pubblico, aria condizionata ovunque perché le temperature oltrepassano i > cinquanta gradi in estate, centri commerciali e sacche di povertà immensa. Un capitalismo neoliberale esasperato, con un piede nel capitale finanziario e l’altro nell’immobiliare e nella logistica, un hub di contraddizioni e commercio internazionale. Dove girano soldi, tanti soldi. Almeno per alcuni.   Le lacrime degli e delle influencer e content creator di Dubai in video con milioni di visualizzazioni, sono anche degli e delle agenti immobiliari, di chi si occupa di trading e di servizi finanziati, di chi fa impresa e business, si pongono di fatto la stessa domanda: i missili su Dubai rappresentano la fine di questo modello? O solo una crisi momentanea? Nel frattempo cosa accade ai capitali investiti nel mattone e nella logistica dell’emirato? E se Dubai non è sicura, quale posto è sicuro?  Immagine di copertina Wikimedia commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Missili su Dubai: fine di un’era? proviene da DINAMOpress.
March 13, 2026
DINAMOpress
L’Iran e la TikTokizzazione della guerra
Nessuna guerra ha schierato TikTok  in battaglia come quella scoppiata su suolo iraniano. Con quali conseguenze? di Lorenzo Tecleme (*) Reel su Instagram relativi di residenti a Dubai ripresi da https://valori.it/   Dall’inizio della settimana, le bacheche di molti utenti dei social network si sono riempite di uno specifico tipo di video. Sono contenuti quasi identici tra di loro: iniziano
La propaganda sionista fa causa a Israele per i mancati pagamenti
La Hasbara, la complessa macchina di disinformazione e propaganda sionista, è pur sempre fatta da mercenari che son ben disposti a esaltare o nascondere un genocidio, a seconda delle necessità, purché i soldi continuino ad arrivare. Altrimenti, l’adesione al progetto criminale di Israele lascia il passo all’unica vera “nazionalità” di […] L'articolo La propaganda sionista fa causa a Israele per i mancati pagamenti su Contropiano.
March 8, 2026
Contropiano
Hasbara in crisi: Israele investe milioni per rilanciare la sua immagine
L’analista Munir Dahir, il mese scorso, su Yediot Ahronot ha tracciato un quadro a tinte fosche della hasbara, la diplomazia pubblica condotta dal governo e dalle istituzioni durante i due anni di offensiva israeliana a Gaza. Secondo Dahir, si sarebbe rivelata un fallimento totale la strategia di pubbliche relazioni e […] L'articolo Hasbara in crisi: Israele investe milioni per rilanciare la sua immagine su Contropiano.
November 15, 2025
Contropiano
L’omicidio di Charlie Kirk e l’emergenza americana
Un paio di anni fa ho avuto un mesetto particolare, perché quasi ogni sera mi sono fissato col vedermi qualunque intervento disponibile online – e sono davvero tanti – da parte di Charlie Kirk: ad un certo punto mi sono sentito quasi uno specialista sulla sua figura, in quella logica […] L'articolo L’omicidio di Charlie Kirk e l’emergenza americana su Contropiano.
September 12, 2025
Contropiano
Prezzolati e no
Sospettare qualcuno di fare cose vergognose simili a quelle dei “prezzolati” – che sia un influencer, un politico o un conduttore televisivo – è effettivamente un piccolo insulto. Molto piccolo, perché comunque ritiene quel comportamento in qualche misura “razionale”, benché abietto come ogni scambio tra etica/deontologia e vantaggi personali di […] L'articolo Prezzolati e no su Contropiano.
September 12, 2025
Contropiano
Gli influencer del genocidio
A Gaza non possono entrare i giornalisti, ma è invece permesso l’accesso agli influencer. Sembra un incubo, ma è tutto vero. Il governo terrorista di Netanyahu ha ingaggiato con assegni milionari 10 influencer per raccontare “come si vive bene a Gaza” e “quanto sono generosi e caritatevoli gli israeliani”. Faccio […] L'articolo Gli influencer del genocidio su Contropiano.
August 25, 2025
Contropiano