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LA PROTESTA DEI TIR PROSEGUE IN TUTTA ITALIA NONOSTANTE LE MINACCE DEL GOVERNO. BLOCCHI DAL LAZIO ALLA SICILIA, A COSENZA STUDENTI IN PIAZZA
Continua la protesta dei Tir contro il caro gasolio nonostante i miseri interventi del governo. In serata riunione a Palazzo Chigi con Meloni: il Viminale ha scelto di mandare la polizia a identificare 1700 camionisti attivi nei blocchi in Campiania e denunciare oltre 70 lavoratori chiedendo di vigilare su non meglio identificate ‘infiltrazioni criminali’. Contemporaneamente l’esecutivo mette a punto un decreto che dovrebbe essere varato nel Cdm convocato per oggi. Opposizioni all’attacco e chiedono che ‘La premier riferisca in aula’. Di fronte alle minacce del governo alcune organizzazioni in Sicilia e Calabria hanno nella notte sospeso i blocchi, ma  le proteste proseguono. Continua quella dei camionisti contro il caro carburanti a Frosinone, Ferentino e Valmontone, Roma, mentre si segnalano rallentamenti ai caselli, monitorati dalla polizia. In agitazione anche gli agricoltori. Da Valmontone, Matteo, contadino in protesta raggiunto ai nostri microfoni. Ascolta o scarica Fermi anche gli autotrasportatori a Gela, Sicilia, lungo il tratto della strada statale 117 bis. “I prezzi del gasolio non scendono e noi non abbiamo ricevuto neanche un centesimo. Andiamo avanti fino a quando non ci saranno risultati concreti. Degli annunci non ce ne facciamo nulla”, fanno sapere. Restano i presidi degli autotrasportatori anche sulle strade campane, dove nel Casertano l’epicentro della protesta diventa il casello sull’A1 Milano-Napoli di Caianello. Proteste che proseguono anche a Napoli. Dal capoluogo campano Eddy del movimento di lotta – disoccupati 7 Novembre. Ascolta o scarica In Calabria, dove si sono aggiunti i blocchi dei pescatori, gli studenti di Cosenza si sono uniti alla protesta di tir e trattori, convocando per questa mattina uno sciopero con un corteo partito da Piazza Kennedy. Dal corteo studentesco Federico, de La Base di Cosenza e di Usb. Ascolta o scarica  
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Sud Italia bloccato da agricoltori e autotrasportatori
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e commercio di armi e all’economia di guerra. Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del movimento La Base. Ascolta la diretta:
October 19, 2026
Radio Blackout - Info
Il Sud Italia bloccato da agricoltori e autotrasportatori
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e commercio di armi e all’economia di guerra. Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del movimento La Base. Ascolta la diretta:
October 19, 2026
Radio Blackout
COSENZA: “NESSUNO È AL RIPARO DA QUESTA CRISI”, PRESIDIO PERMANENTE E ASSEMBLEA CONTRO IL CAROVITA
Presidio permanente e assemblea pubblica oggi, venerdì 9 ottobre, in piazza Europa a Cosenza contro il carovita. Un’iniziativa che segue la partecipata manifestazione della scorsa settimana nella città calabrese, contro le conseguenze sociali ed economiche delle politiche di guerra e di speculazione. “Agricoltori, lavoratori, commercianti, famiglie: nessuno è al riparo da questa crisi“, si legge sul comunicato di indizione dell’iniziativa da parte de La Base di Cosenza. La vita delle persone è infatti piegata da prezzi insostenibili, dal caro benzina al caro affitti, dall’aumento delle bollette a quello della spesa, a causa delle scelte economiche portate avanti dal Governo Meloni. Per questi motivi il movimento cosentino ha organizzato insieme a Usb il presidio permanente a partire dalle 14 di oggi e l’assemblea pubblica in programma alle 18, entrambe in piazza Europa. Ne parla, a Radio Onda d’Urto Federico del movimento La Base di Cosenza e di Usb. Ascolta o scarica.
October 9, 2026
Radio Onda d`Urto
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@1
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può costare più di 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori Bruzi”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Bruzi:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@0
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può costare più di 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori Bruzi”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Bruzi:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può costare più di 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori Bruzi”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Bruzi:
October 7, 2026
Radio Blackout
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato [ndr: qui un video pubblicato oggi 06/08 a supporto]. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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