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Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato [ndr: qui un video pubblicato oggi 06/08 a supporto]. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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COSENZA: GRANDE PARTECIPAZIONE AL CORTEO PER CHIEDERE “VERITÀ E GIUSTIZIA PER MOMO, GIUSTIZIA PER TUTTE E TUTTI”
Si è svolto ieri sera, lunedì 27 luglio, il corteo cittadino per chiedere verità e giustizia per Mohamed Amin Bessioud, il 25enne italiano di origini tunisine che, a Cosenza, mercoledì scorso si è gettato dal balcone della propria camera durante una perquisizione dei carabinieri. I militari hanno fatto irruzione in casa del ragazzo e, dopo aver imposto alla madre di uscire dalla stanza in cui era Mohamed, si sono chiusi insieme a lui per procedere con la perquisizione. Tuttavia, è proprio mentre erano nella stanza con lui che il giovane, già agli arresti domiciliari, si è gettato dalla finestra, manette ai polsi. Mohamed soffriva da anni di una grave depressione certificata e aveva un appuntamento fissato per il mese prossimo con il Dipartimento di Salute Mentale di Cosenza. È morto durante il viaggio in ospedale. L’appuntamento di ieri sera era alle 18.30 in via dei Mille, ovvero nel quartiere in cui Mohamed viveva, da cui è partito un partecipato corteo di circa 1.500 persone. La cittadinanza ha voluto così manifestare la propria vicinanza alla famiglia, nonché ribadire due punti fondamentali, già sottolineati da compagne e compagni de La Base di Cosenza nella chiamata dell’iniziativa. “Minuto dopo minuto, la morte di Momo assume contorni sempre più gravi e le responsabilità delle forze dell’ordine sono sempre più chiare. – si legge sui canali social del collettivo – La tragedia di Mohamed, che richiama a quanto accaduto a Fakir qualche giorno fa a Bologna, ci restituisce in modo drammatico le conseguenze della gestione della salute mentale in questo paese: contenimento e repressione al posto di cura e assistenza sociale. Quando la politica risponde alle disuguaglianze e al disagio con le manette anziché con i diritti, la violenza diventa uno strumento ordinario. È una realtà che in Calabria conosciamo bene, in un territorio abbandonato dove l’assenza di tutele per i più fragili uccide ogni giorno”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il racconto e l’analisi di Vittoria, compagna de La Base di Cosenza Ascolta o scarica Di seguito un frammento video del corteo inviatoci dalla stessa Vittoria https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/video-corteo-bessioud.mp4
July 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Un altro morto ammanettato dal braccio della legge
Pubblichiamo un articolo di un docente aderente all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativo al suicidio di Mohamed Amin Bessioud, gettatosi ammanettato dal terzo piano di casa sua a Cosenza giovedì 23 luglio durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed soffriva di depressione, aveva già minacciato di togliersi la vita e i carabinieri erano informati della sua fragilità. Nabila è la signora che l’altro ieri pomeriggio, a Cosenza, gridava perché due carabinieri la lasciassero entrare nella camera di suo figlio, dove, alla presenza di lui, Mohamed, stavano eseguendo una perquisizione. Mohamed Amin Bessioud è un ragazzo di 25 anni, cittadino italiano, di cui i giornali riportano che nella sua vita ha conosciuto il calcio, le droghe e la depressione. Tre cose che, sebbene in misure diverse, lo accomunano a davvero tanti giovani di questo momento storico. Per cui ci si aspetta che i due carabinieri avessero un’idea di come gestire la situazione, visto che sono stati appositamente formati da un sistema “educativo” preciso. Sta di fatto che quando Nabila è riuscita a aprire la porta, Mohamed era già ammanettato. Questo perché durante quella perquisizione (da domiciliari) gli erano stati trovati 100g di hashish. Non fa nulla se voleva smettere con la droga e se non vi riusciva anche perché i carabinieri che lo “seguivano” (usando un termine preso dal welfare che non c’è) lo minacciavano che sarebbe tornato in prigione. Non fa nulla perché si stava seguendo o il protocollo o quanto imparato nella formazione o qualsiasi altra dannata cosa abbia portato quei due carabinieri, persone anche loro, a decidere di agire come hanno agito. Come i due poliziotti a Bologna. Sta di fatto che Nabila è riuscita a aprire la porta appena in tempo per vedere suo figlio gettarsi dal balcone del terzo piano. Poi i due carabinieri hanno deciso di tenerla in casa, impedendole di scendere, e Mohamed è morto mentre lo trasportavano in ambulanza. I due carabinieri probabilmente verranno spostati dalla città. Forse gli faranno fare un nuovo periodo di formazione, ma all’interno di sistema educativo che con l’Osservatorio ho imparato a conoscere e denunciare, come è da denunciare e obiettare la presenza stessa dei carabinieri nelle scuole. Quale pedagogia viene da una scuola di repressione machista e militarista? Una scuola per cui in questi giorni si indaga per capire se le sue allieve si tolgono la vita, come all’Aquila il 23 luglio, se i suoi graduati tolgono la vita, come a Bologna il 19 luglio, e se i suoi graduati inducono a togliersi la vita, come a Cosenza sempre il 23 luglio. Forse la pedagogia di cui c’era bisogno domenica pomeriggio per Bessaouid era da cercare fra le parole di una sua insegnante, non dei suoi carabinieri. Un’altra insegnante di Cosenza mi ha scritto perché sapeva che collaboro con l’Osservatorio. Chiede che l’attenzione rimanga alta a livello nazionale, dicono che c’è il rischio che questo fatto venga rinarrato. E invita a partecipare lunedì alle 18:30 alla manifestazione che partirà da casa di Mohamed e Nabila. Quanti giovani devono ancora decidere che suicidarsi è un modo per salvarsi? Quante persone devono ancora morire ammanettate da un braccio di quale legge? Di Stati che uccidono i civili ne abbiamo avuto abbastanza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
COSENZA: MOHAMED AMIN BESSIOUD MORTO SUICIDA DURANTE UN CONTROLLO DI CARABINIERI. INTERROGATIVI SULL’INTERVENTO E SULLA TUTELA DELLE PERSONE FRAGILI
Altro caso di malapolizia dopo quello di Abderrahim Fakir. A Cosenza è morto Mohamed Amin Bessioud, 25enne italiano di origini tunisine. Già agli arresti domiciliari, si è buttato dal balcone della propria camera mentre aveva le manette ai polsi, durante una perquisizione dei carabinieri. Bessioud soffriva da anni di una grave depressione certificata e aveva un appuntamento fissato per il prossimo mese con il Dipartimento di Salute Mentale di Cosenza. “Mohamed veniva letteralmente tormentato dai carabinieri. Spesso facevano perquisizioni usando anche violenza, lo malmenavano e commettevano veri e propri abusi di potere, anche quando era con la fidanzata, in momenti di intimità. Non si trattava di semplici controlli, ci hanno mostrato anche i segni di queste violenze sulla casa” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Vittoria, compagna de La Base. Vittoria aggiunge: “La madre ci ha raccontato di essere stata chiusa fuori dalla stanza. Mohamed è rimasto quindi da solo con i due carabinieri. È importante precisare che quella stanza l’abbiamo vista ieri ed è molto piccola. Il fatto che abbia avuto il tempo, pur essendo ammanettato, di raggiungere il balcone e lanciarsi significa che i carabinieri non hanno fatto nulla per impedirglielo”. Anche la madre di Mohamed denuncia di essere stata trattenuta nell’abitazione dopo la caduta del figlio: “Volevo solo scendere per stargli vicino nei suoi ultimi istanti, ma mi hanno tenuta ferma in casa fino all’arrivo dei soccorsi, senza permettermi di avvicinarmi neanche quando è arrivata l’ambulanza” ha dichiarato. La Procura di Cosenza ha aperto un’indagine per accertare quanto accaduto. Per lunedì 27 luglio invece è stato organizzato un corteo per chiedere giustizia per Mohamed. L’appuntamento è alle 18.30 in via dei Mille, nel quartiere in cui Bessioud viveva. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Vittoria, compagna de La Base. Ascolta o scarica.
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Rogliano (CS): incontro-dibattito “Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso!”
SABATO 25 LUGLIO 2026, ORE 19 VILLA COMUNALE DI ROGLIANO (COSENZA) Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso! E’ il tema dell’incontro-dibattito che si terrà sabato 25 luglio (ore 19) a Rogliano (Cosenza), grazie all’organizzazione dell’ANPI Sezione di Savuto Cosentino “Donato Bendicenti”. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sarà presente con Antonio Mazzeo, insegnante e saggista. Parteciperanno come relatori inoltre Franco Adamo e Alessia Marasco (ANPI), Francesco Piobbichi (disegnatore sociale), Francesco De Simone (A.M.R. Controvento) Mimma Sprizzi e Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia). “L’incontro di sabato prossimo sarà un’occasione per riflettere insieme sulle sfide del nostro tempo e riaffermare i valori della pace, della giustizia sociale e della Costituzione”, scrivono i promotori. “Dalle 20,45 condivideremo la Pastasciutta Antifascista, accompagnata dalla Jam Session di artisti locali e dalla Mostra Madri Costituenti, a cura di Se Non Ora Quando Marzi”. La Pastasciutta Antifascista ricorda il gesto della famiglia Cervi, che il 25 luglio 1943, dopo la caduta del fascismo, offrì gratuitamente pasta ai contadini che vivevano nella bassa pianura reggiana, tra Gattatico e Campagine, per celebrare la speranza di un’Italia finalmente libera. Da allora quel gesto è diventato un simbolo di condivisione, libertà e antifascismo. «Oggi – spiega l’ANPI di Savuto Cosentino – Rogliano – in un mondo attraversato da guerre e tensioni internazionali, quella memoria ci richiama ancora una volta alla responsabilità di difendere la pace, la democrazia e i diritti». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#Rogliano (#Cosenza), sabato 25 luglio ore 19 - Contro #Guerra, #Riarmo e #Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso! - Ne discutono; Franco Adamo e Alessia Marasco (Sezione ANPI Savuto Cosentino); Antonio Mazzeo (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università); Francesco Piobbichi (Disegnatore sociale); Francesco De Simone (A.M.R. Controvento); Mimma Sprizzi, Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia)
July 21, 2026
Antonio Mazzeo
Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Chi vive in comunità marginali sa bene cosa significa la lenta agonia verso l’abbandono delle proprie origini, la fuga dei giovani verso luoghi lontani, la malinconia di chi resta. Molti luoghi in Italia sono a rischio di estinzione, molte comunità perdono giorno dopo giorni pezzi di vitalità, prima le scuole, chiuse per assenza di bambini, poi i servizi primari e via via fino all’ultima bottega. Giovanni Manoccio, ex sindaco di Acquaformosa racconta a Francesco Donnici la storia e la rinascita di questo borgo nell’entro terra cosentino nel libro appena pubblicato da Iod edizioni: Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli. Acquaformosa, Firmoza in arbëresh, è un meraviglioso paesino albanese-calabrese di circa mille abitanti a settecento metri di altezza, dove con un solo sguardo si può abbracciare la pianura di Sibari, le montagne della Sila, del Pollino e il mare Ionio. Formosa in albanese significa bella, dal latino formosus. In queste zone, intorno al 1500 arrivarono gli albanesi in fuga dalla ferocia dei turchi. L’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg li aveva portati in salvo sin lì e da allora la piccola comunità albanese ha conservato e preservato molte tradizioni culturali. Acquaformosa ha rischiato di morire come purtroppo molte altre realtà italiane dell’entroterra che hanno subito lo svuotamento verso i grandi centri del nord. Nel 2010, durante il periodo dei “grandi tagli”, la ministra della pubblica istruzione Mariastella Gelmini aveva avviato un programma di riduzione e accorpamento dei plessi scolastici laddove non ci fosse un numero sufficiente di alunni. Il sindaco di allora, Giovanni Manoccio, di fronte al rischio di vedere chiudere la scuola elementare del paese, ebbe l’idea di iscrivere alle elementari tutti gli anziani, analfabeti e analfabeti di ritorno. L’idea, bellissima e geniale fu accolta con entusiasmo dalla popolazione che solerte si presentò a scuola per partecipare alle lezioni insieme ai nipotini. Ci fu un’enorme risonanza e arrivarono ad Acquaformosa, allora ancora sconosciuta ai più, troupe di giornalisti e videoreporter per riprendere quest’inconsueta iniziativa, per intervistare gli anziani e il loro sindaco. Uscire dall’isolamento era possibile, ripopolare il paese una sfida possibile. Dalla scuola all’accoglienza il passo è stato perciò breve e Acquaformosa in poco tempo è diventato il volano da cui sono partiti tanti progetti. Nei borghi e paesi limitrofi di origine albanese, piccoli numeri di famiglie di migranti, minori non accompagnati, donne e bambini hanno occupato pian piano le case, rigenerando intere comunità, riaprendo scuole, botteghe, attività commerciali. Oggi l’associazione Don Vincenzo Matrangolo nata in questo paese gestisce 9 progetti in altrettanti comuni, per un totale di circa 250 persone e dà lavoro a circa 140 abitanti del territorio, creando un sistema di economia sociale e solidale di gestione dell’accoglienza diventando la più grande impresa sociale della provincia di Cosenza. La metà delle persone impiegate sono donne e la maggior parte sono uscite da scuole e università calabresi. Giovanni Manoccio ha continuato il suo impegno come presidente dell’associazione e segue e coordina il festival delle migrazioni che quest’anno ha raggiunto la XV edizione diventando un punto di riferimento internazionale sui temi legati al fenomeno migratorio. Una piccola comunità calabrese popolata da discendenti di uomini e donne in fuga oggi è diventata il simbolo dell’accoglienza delle persone migranti provenienti da ogni dove, rovesciando la narrazione del pericolo invasione e della paura del “diverso” dominante. “Esiste un solo diritto di cittadinanza a questo mondo: lo Ius vivendi, il diritto di vivere, che non può avere limiti e non necessita della legittimazione di alcun sovrano o sovranista” dice Giovanni Manoccio, il «sindaco tempesta», primo a dichiarare il proprio Comune “deleghistizzato”. Un libro che intreccia la storie di queste terre con la vita di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno verso la giustizia sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info