#Rogliano (#Cosenza), sabato 25 luglio ore 19 - Contro #Guerra, #Riarmo e
#Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso! - Ne discutono;
Franco Adamo e Alessia Marasco (Sezione ANPI Savuto Cosentino); Antonio Mazzeo
(Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università);
Francesco Piobbichi (Disegnatore sociale); Francesco De Simone (A.M.R.
Controvento); Mimma Sprizzi, Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia)
Tag - cosenza
Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano
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Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo
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Chi vive in comunità marginali sa bene cosa significa la lenta agonia verso
l’abbandono delle proprie origini, la fuga dei giovani verso luoghi lontani, la
malinconia di chi resta. Molti luoghi in Italia sono a rischio di estinzione,
molte comunità perdono giorno dopo giorni pezzi di vitalità, prima le scuole,
chiuse per assenza di bambini, poi i servizi primari e via via fino all’ultima
bottega. Giovanni Manoccio, ex sindaco di Acquaformosa racconta a Francesco
Donnici la storia e la rinascita di questo borgo nell’entro terra cosentino nel
libro appena pubblicato da Iod edizioni: Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra
di resistenza civile e incontro di popoli.
Acquaformosa, Firmoza in arbëresh, è un meraviglioso paesino albanese-calabrese
di circa mille abitanti a settecento metri di altezza, dove con un solo sguardo
si può abbracciare la pianura di Sibari, le montagne della Sila, del Pollino e
il mare Ionio. Formosa in albanese significa bella, dal latino formosus. In
queste zone, intorno al 1500 arrivarono gli albanesi in fuga dalla ferocia dei
turchi. L’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg li aveva portati in salvo
sin lì e da allora la piccola comunità albanese ha conservato e preservato molte
tradizioni culturali.
Acquaformosa ha rischiato di morire come purtroppo molte altre realtà italiane
dell’entroterra che hanno subito lo svuotamento verso i grandi centri del nord.
Nel 2010, durante il periodo dei “grandi tagli”, la ministra della pubblica
istruzione Mariastella Gelmini aveva avviato un programma di riduzione e
accorpamento dei plessi scolastici laddove non ci fosse un numero sufficiente di
alunni. Il sindaco di allora, Giovanni Manoccio, di fronte al rischio di vedere
chiudere la scuola elementare del paese, ebbe l’idea di iscrivere alle
elementari tutti gli anziani, analfabeti e analfabeti di ritorno. L’idea,
bellissima e geniale fu accolta con entusiasmo dalla popolazione che solerte si
presentò a scuola per partecipare alle lezioni insieme ai nipotini. Ci fu
un’enorme risonanza e arrivarono ad Acquaformosa, allora ancora sconosciuta ai
più, troupe di giornalisti e videoreporter per riprendere quest’inconsueta
iniziativa, per intervistare gli anziani e il loro sindaco. Uscire
dall’isolamento era possibile, ripopolare il paese una sfida possibile.
Dalla scuola all’accoglienza il passo è stato perciò breve e Acquaformosa in
poco tempo è diventato il volano da cui sono partiti tanti progetti. Nei borghi
e paesi limitrofi di origine albanese, piccoli numeri di famiglie di migranti,
minori non accompagnati, donne e bambini hanno occupato pian piano le case,
rigenerando intere comunità, riaprendo scuole, botteghe, attività commerciali.
Oggi l’associazione Don Vincenzo Matrangolo nata in questo paese gestisce 9
progetti in altrettanti comuni, per un totale di circa 250 persone e dà lavoro a
circa 140 abitanti del territorio, creando un sistema di economia sociale e
solidale di gestione dell’accoglienza diventando la più grande impresa sociale
della provincia di Cosenza. La metà delle persone impiegate sono donne e la
maggior parte sono uscite da scuole e università calabresi. Giovanni Manoccio ha
continuato il suo impegno come presidente dell’associazione e segue e coordina
il festival delle migrazioni che quest’anno ha raggiunto la XV edizione
diventando un punto di riferimento internazionale sui temi legati al fenomeno
migratorio.
Una piccola comunità calabrese popolata da discendenti di uomini e donne in fuga
oggi è diventata il simbolo dell’accoglienza delle persone migranti provenienti
da ogni dove, rovesciando la narrazione del pericolo invasione e della paura del
“diverso” dominante. “Esiste un solo diritto di cittadinanza a questo mondo: lo
Ius vivendi, il diritto di vivere, che non può avere limiti e non necessita
della legittimazione di alcun sovrano o sovranista” dice Giovanni Manoccio, il
«sindaco tempesta», primo a dichiarare il proprio Comune “deleghistizzato”. Un
libro che intreccia la storie di queste terre con la vita di un uomo che ha
dedicato tutta la sua vita all’impegno verso la giustizia sociale.
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L'articolo Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano proviene da
Comune-info.
Furundulla 323 – Siamo tutti caporali…
…nasciamo umani, poi pian piano ci de-gradiamo di Benigno Moi Assodato che le
vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di
riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ——————————- more ———————–
Caporali, siamo tutti caporali! In Bottega
Strage-amendolara-mafie-pakistane-e-omerta-italiane/ Cuba, que linda es Cuba
Crisi sanitaria a Cuba: un appello alle istituzioni italiane
fedaiisf.it/medici-cubani-in-calabria-ma-a-cuba-la-sanita-e-al-collasso/ La
STRAGE DEI BRACCIANTI BRUCIATI VIVI, INDAGINI SU MOVENTE E MANDANTI. SABATO MANIFESTAZIONE NAZIONALE AD AMENDOLARA (CS).
Lavoro e sfruttamento capitalista. I 4 lavoratori migranti di origine afghana e
pachistana bruciati vivi ad Amendolara, nella piana di Sibari, in Calabria,
potrebbero essere state vittime di una guerra per il controllo dei campi.
Sarebbe, questa, una delle piste seguite dalla Procura di Catanzaro.
Per Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, intervistato ai
microfoni di Radio Onda d’Urto: “molte persone che sono morte bruciate avevano
un contratto regolare, avevano il permesso di soggiorno, eppure si
interfacciavano con il caporale, non avevano mai conosciuto l’impresa nella
quale sono andati a lavorare e quindi questo significa che c’era tutta una
costruzione anche con dei colletti bianchi, una costruzione paravento che però,
essendo accaduto il fattaccio, adesso si sta cominciando a svelare”.
“Noi stiamo indagando e approfondendo questo tema, perché appena avremo chiara
la situazione agiremo come abbiamo sempre fatto in questi anni con una precisa
denuncia alla Procura, perché i fatti devono essere indagati fino in fondo e
bisogna risalire a chi sono i veri mandanti, i veri colpevoli di questa
ulteriore strage, che però non possiamo più tollerare nel nostro Paese”,
sottolinea Mininni, che ricorda come la Cgil abbia lanciato una manifestazione
nazionale per sabato 6 giugno, alle 16, con partenza dalla stazione di servizio
di Amendolara in cui è avvenuto l’eccidio dei lavoratori e arrivo in paese.
Per i quattro omicidi sono in carcere due cittadini pachistani. Le indagini
puntano alla rete di caporali che controlla e sfrutta i braccianti
costringendoli a orari e condizioni di lavoro da schiavi. Sono sotto protezione,
invece, i due braccianti sopravvissuti alla strage.
L’intervista completa a Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil.
Ascolta o scarica.
Alla manifestazione sara’ presente uno spezzone delle realta’ sociali e di
movimento calabresi. Con noi Antonio La Base Cosenza Ascolta o scarica
Il comunicato delle realta sociali e di movimento della Calabria
L’omicidio di Waseem, Amin, Ullah e Safi, lavoratori sfruttati, ci lascia un
monito chiaro. Il caporalato continua a uccidere e stringe nella sua morsa la
Piana di Sibari e tanti altri territori del Paese. È necessario guardare in
faccia la realtà e denunciare il sistema politico ed economico che si fonda
sullo sfruttamento dei braccianti e delle risorse naturali.
La realtà che si vive nelle nostre campagne, tra gli agrumeti e le risaie, è
chiara a tanti. Nessuno può far finta di non sapere. Turni di lavoro
massacranti, paga misera o nulla, schiavismo. Tutto questo mentre si
moltiplicano i casi di braccianti uccisi, feriti o stroncati dalla fatica e dal
caldo, per poi essere abbandonati sul ciglio della strada come oggetti
consumati.
Se il caporalato esiste, la colpa non è di chi ne è vittima, ma del sistema in
cui viviamo. Questo massacro ha dei responsabili politici ben precisi ed è il
risultato diretto di leggi sul lavoro assenti o non rispettate per volontà
politica e delle leggi razziste sull’immigrazione. Dall’introduzione della legge
Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno
ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare
i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste
leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente
prodotta.
Hanno privato migliaia di persone della propria dignità giuridica, respingendole
nell’invisibilità e trasformandole in carne da macello per imprenditori senza
scrupoli e criminalità organizzata.
Il caporalato non si ferma con le ipocrite leggi varate da chi è responsabile di
questo sistema. Si sradica dando maggiore potere a chi lavora, controllando la
filiera e i costi, allargando le tutele e promuovendo contratti stabili.
Sicurezza, stabilità e dignità sul lavoro rappresentano una scelta politica. È
inutile che la politica si batta il petto. Dietro le continue morti sul lavoro
c’è la sua firma.
Come Unione Sindacale di Base non assisteremo in silenzio a questa macelleria
sociale. Davanti all’ennesima strage e all’indifferenza delle istituzioni è
impossibile rimanere in silenzio. Alziamo la testa, prendiamo parola. Sabato 6
giugno, nel pomeriggio, manifestiamo ad Amendolara.
Invitiamo le calabresi e i calabresi, i singoli cittadini e le associazioni
attive sul territorio a unirsi a noi, a prendere parte alla mobilitazione, a
mostrare il volto di una Calabria che, di fronte a queste barbarie, non si
rassegna ma, anzi, sceglie di esserci e metterci la faccia.
Non accetteremo passerelle da parte da parte di chi in questi anni ha costruito
le condizioni affinché lo sfruttamento lavorativo e il caporalato prosperassero.
Gli sciacalli di turno stiano alla larga, non ci sarà spazio per lacrime di
coccodrillo e opportunismi politici sulle spalle dei lavoratori.
Unione Sindacale di Base- Calabria
La Base Cosenza
Colpo
Addunati
Lampare
Equosud
La ferocia del mercato
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Foto Nev.it (che ringraziamo)
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In questi giorni la morte di quattro braccianti – un pachistano e tre afghani –
in Calabria, bruciati vivi dentro un’auto, ha riportato alla ribalta il dramma
delle condizioni di sfruttamento in cui vivono migliaia di persone impiegate in
agricoltura. Francesco Piobbichi, operatore MH a Rosarno, dove la FCEI ha
avviato dal 2022 Dambe So, un ostello sociale per i lavoratori migranti,
riflette da anni su questi temi.
Cosa sta succedendo?
Stiamo assistendo a un consolidamento delle modalità estrattive più brutali che
il sistema produttivo impone sul lavoro bracciantile. Le cronache sono piene di
violenza esercitata da parte padronale e, come in questo caso, dai caporali. Il
processo si sviluppa in maniera diversa a seconda dei territori e della
produzione, nei quali la razializzazione della forza lavoro produce diverse
caselle in cui si inseriscono lavoratori e lavoratrici. Rosarno è nella stessa
regione di Amandolara ma rappresenta un contesto molto diverso per come si
sviluppa il lavoro bracciante rispetto alle produzioni nella sibariade. Qui sono
i campi concentrazionari, i bacini per avere forza lavoro “just in time”. Nella
sibariade invece la presenza dei caporali è molto più consistente.
Quali sono le cause della vulnerabilità dei lavoratori braccianti?
Documenti, casa, politiche di confinamento dello stato, assenza di trasporti
pubblici e ferocia di un mercato che comprime i salari. Se poi ci mettiamo
un’intera cultura basata sull’emergenza che invece di difendere i lavoratori li
tratta come problema di ordine pubblico mi pare che il quadro sia completo.
Quali sono le possibili soluzioni?
Prima di tutto riconoscere il fallimento generale delle politiche dello stato.
Bisognerebbe chiedersi se questo episodio di Amendolara non sia semplicemente la
punteggiatura di una breve parentesi che descrive una equazione più complessiva,
il cui risultato è quello di avere decine di migliaia di lavoratori piegati e
ricattati per l’esigenza del mercato. Se ai braccianti non viene dato il potere
di difesa diretto serve poco parlare di aumentare i controlli o di realizzare
progetti sociali contro il caporalato. La vicenda va affrontata strutturalmente
cambiando completamente la logica di fondo. Fino ad oggi il sistema è ruotato
intorno alle imprese: la Bossi-Fini e il decreto Flussi di fatto si muovono in
queste logica che permette ai caporali di speculare. Dovremmo invece fare
ruotare il sistema intorno ai lavoratori braccianti partendo da una parola:
dignità. Dignità per avere un visto che gli permette di cercare lavoro ed
entrare regolarmente in Italia. Dignità per avere una casa e non un campo
container o una baracca. Dignità di avere trasporti e contratti regolari. I
caporali si eliminano così. E poi però c’è dell’altro.
Cioè?
In agricoltura occorre richiamare le imprese alla responsabilità sociale. E in
particolare la grande distribuzione che sembra sempre una realtà avulsa da ogni
processo quando è responsabile di aver distrutto il sistema sociale
dell’agricoltura in Italia con il sottocosto. Noi vorremmo proporre un prezzo
equo sotto il quale non si acquista, nè si importa e nè si esporta. Un prezzo al
cui interno le imprese pagano una tassa per l’accoglienza. Nella Piana di Gioia
Tauro con una tassa di un centesimo al kg risolveremmo strutturalmente molte
cose. Questo meccanismo potrebbe poi sostenere una agenzia per l’abitare sociale
dei lavoratori braccianti collegata al centro per l’impiego che risolverebbe
molte questioni.
E le istituzioni?
Fanno sostanzialmente l’opposto. Usano il decreto Caivano per costruire nuovi
campi di confinamento con un una sorta di social washing etico, intanto hanno
fatto a Taurianova altri campi container confinando altri braccianti lontano da
tutto. In decenni hanno speso decine di milioni di euro senza produrre nulla. La
tendopoli sarà sgomberata da quelli che l’hanno fatta, e lo sarà per la terza
volta mentre a Rosarno 30 appartamenti rimangono vuoti. Per questo saremo in
piazza a Reggio Calabria davanti al Teatro Cilea per ribadire insieme ad altre
associazioni che si sono riunite nel patto territoriale che vogliamo prendere
parola e avere un processo trasparente.
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Pubblicata su Nev.it e Mediterraneanhope.com, con il titolo completo Calabria,
contro il caporalato una sola risposta: la dignità
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI TONIO DELL’OLIO:
> L’orrore dell’ipocrisia
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L'articolo La ferocia del mercato proviene da Comune-info.
L’orrore dell’ipocrisia
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Foto di T.M. su Unsplash
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Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché
chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe
bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul
lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei
carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia.
Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro
una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi,
costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il
carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi
impossibili.
Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che
coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della
Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad.
La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il
sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri
umani a forza lavoro usa e getta.
Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai
contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne
che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole.
Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una
rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre
quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità.
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Fonte: Mosaico di pace
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LEGGI ANCHE QUESTA INCHIESTA:
> Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro
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L'articolo L’orrore dell’ipocrisia proviene da Comune-info.
Solidarietà al Centro Sociale Rialzo di Cosenza, colpito dalla provocazione di Gioventù Nazionale
A un governo fallimentare, incapace di dare risposte su salari, carovita, sanità
pubblica e precarietà, resta solo la repressione. Da anni trasformano i centri
sociali nel nemico pubblico perfetto per raccattare consenso tra i settori più
reazionari del paese, mentre milioni di persone fanno i conti con stipendi da
fame, […]
L'articolo Solidarietà al Centro Sociale Rialzo di Cosenza, colpito dalla
provocazione di Gioventù Nazionale su Contropiano.
Terlizzi (Bari): orientamento alle carriere militari al polo liceale “Sylos Fiore”
Il polo liceale “Sylos Fiore” di Terlizzi (BA) ha avviato un progetto POC di
orientamento alle carriere militari per 21 studenti e studentesse scelti tra 11
classi di terzo, quarto e quinto anno.
Il percorso, che ha già previsto una visita al Comando Generale di Bari, potrà
contenere anche esercitazioni, laboratori e incontri con “professionisti del
settore”. Gli studenti e le studentesse in questione stanno partecipando a otto
incontri pomeridiani di 4 ore ciascuno, appuntamenti extracurriculari iniziati
il 18 marzo e che segneranno tutto il mese corrente di aprile.
Si tratta quindi di un percorso di orientamento “rinforzato”, diverso da quelli
che solitamente denunciamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università, che durano una mattinata o una sola ora e che
utilizzano tempo prendendolo dalle ore di lezione. I fondi pubblici destinati al
POC (Programma Operativo Complementare) avrebbero la finalità di contrastare la
dispersione scolastica e rendere più consapevoli gli studenti e le studentesse
circa le loro aspirazioni e attitudini.
L‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si
contrappone fermamente alla proposta delle carriere militari nei percorsi di
orientamento in uscita e immagina altre soluzioni per la dispersione scolastica,
non certo cedendo alla dilagante propaganda bellicista. “Offrire” alle nostre
studentesse e ai nostri studenti come “buona soluzione” per il loro futuro di
arruolarsi e diventare un/una professionista delle Forze Armate e di Polizia non
è una soluzione.
Mentre una parte della popolazione mondiale si interroga quotidianamente sulle
alternative possibili ai conflitti armati, un’altra considera le guerre un dato
naturale della Storia e della coesistenza umana, impossibile da risolvere. Se i
mass media mainstream parlano di guerre è sempre all’interno di una narrazione
che le dà per necessarie e indica gli appartenenti alle Forze Armate come
modelli da seguire e garanti dell’ “ordine giusto”.
I fondi POC sono risorse nazionali per le “regioni meno sviluppate”, questo
liceo è del territorio pugliese e sappiamo che gran parte dei militari italiani
è originaria delle regioni del mezzogiorno. Davvero non esistono modi
alternativi di utilizzarli per i giovani che vivono questi territori? Perché in
fondo i percorsi di orientamento alle carriere militari che qui stiamo
denunciando aggancerebbero soprattutto quelle ragazze e quei ragazzi che vedono
davanti a loro una situazione occupazionale precaria.
Il Ministero della Difesa bussa alla porta della scuola, continuamente. Ma per
contribuire all’orientamento nelle nostre scuole ci sono anche soluzioni
accettabili, alternative. Possiamo invitare, per esempio, i soggetti che vivono
questi territori e la loro complessità senza volerne approfittare. Non occorre
andare molto lontano a cercare: questo scorso fine settimana a Cosenza, ad una
due giorni dal titolo “I Sud si organizzano“, hanno partecipato in molte di
queste realtà. Come docenti, possiamo contattarle. Anche perché, come docenti,
eravamo presenti.
Esiste una contraddizione tangibile tra i principi della Costituzione italiana e
le funzioni delle Forze Armate. La presenza dei militari nella scuola viola
principi etici ed educativi. Come comunità educante, ci opponiamo ancora una
volta alla militarizzazione della parte civile della nostra società e all’uso
improprio delle classi scolastiche come fossero una El Dorado di future
reclute.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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“DA COSENZA, DAI SUD, UNA NUOVA SFIDA COLLETTIVA”. I MOVIMENTI MERIDIONALI RILANCIANO: 8 AGOSTO CORTEO A MESSINA CONTRO IL PONTE
Due giornate di discussione e confronto sotto lo slogan “I sud si organizzano”.
L’11 e 12 aprile 2026, attivisti e attiviste del Sud Italia, movimenti
ambientali, realtà autorganizzate, contro il riarmo e la realizzazione del Ponte
sullo stretto tra Calabria e Sicilia si sono incontrati allo spazio La Base di
Cosenza per costruire “un orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e
sfruttamento”.
“Decine e decine di compagne impegnate sui territori hanno risposto alla
chiamata alla discussione, confermando quanto questo momento fosse necessario”,
si legge nel comunicato conclusivo. Dalle due giornate il movimento La Base e i
collettivi presenti rilanciano: “da oggi siamo impegnate ad alimentare uno
spazio di discussione comune da Sud per i Sud. Sono tanti gli appuntamenti che,
città per città e territorio per territorio, ci vedranno protagoniste. Il
prossimo 8 agosto torneremo a mobilitarci collettivamente a Messina, non solo
contro il ponte in quanto infrastruttura, ma contro il ponte come modello di
sviluppo che si vuole imporre ai nostri territori”.
Il bilancio delle due giornate con Federico Giordanelli del movimento la Base di
Cosenza. Ascolta o scarica.
“I SUD SI ORGANIZZANO”. L’11 E 12 APRILE I MOVIMENTI MERIDIONALI SI DANNO APPUNTAMENTO A COSENZA
L’11 e 12 aprile “i Sud si organizzano“. E’ lo slogan di lancio delle due
giornate organizzate da La Base Cosenza, che ospiterà l’iniziativa, insieme ai
movimenti contro la realizzazione del Ponte sullo stretto tra Calabria e Sicilia
e realtà autorganizzate calabresi. “Contro la guerra globale e ai nostri
territori. Per la costruzione di un orizzonte di possibilità oltre estrattivismo
e sfruttamento”, si legge nel comunicato di indizione.
Due giornate di confronto nate da una esigenza: “quella di condividere
riflessioni e analisi tra singoli e realtà organizzate che su diversi fronti si
impegnano nel territorio meridionale”, fa sapere Simone di La Base da Cosenza ai
microfoni di Radio Onda d’Urto.
La discussione ha come base di partenza la mobilitazione contro la realizzazione
del Ponte sullo Stretto. “Crediamo che non sia solo una infrastruttura, ma sia
la condensazione di un modello di sviluppo che vogliono imporre sui nostri
territori, da secoli. Territori fragili, sotto i colpi della crisi
socio-ecologica come abbiamo visto negli ultimi mesi e sotto i colpi della
malapolitica”, fa sapere ancora Simone di La Base.
L’intervista completa a Simone di La Base da Cosenza. Ascolta o scarica.