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Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gli USA sanzionano altri due giudici della Corte Penale Internazionale per le indagini su Israele
Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare due giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che questi ultimi hanno respinto il ricorso, presentato da Israele, per archiviare l’indagine sulla condotta dell’esercito e dei vertici politici israeliani durante l’offensiva nella Striscia di Gaza a partire dal 2023. Il respingimento del ricorso conferma anche la validità dei mandati di arresto emessi lo scorso anno nei confronti del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant. Ad annunciare l’imposizione delle sanzioni contro i due giudici della Corte è stato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui i due giudici «hanno partecipato direttamente alle iniziative della CPI volte a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele». Lo stesso ha anche accusato la Corte di aver «continuato a intraprendere azioni politicizzate contro Israele» e di aver «creato un pericoloso precedente per tutte le nazioni». Non si è fatta attendere la replica del Tribunale internazionale secondo il quale le sanzioni «costituiscono un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera in base al mandato conferitole dai suoi Stati Parte da tutte le regioni» e «compromettono lo stato di diritto». I giudici colpiti dalle misure USA sono Gocha Lordkipanidze di nazionalità georgiana e Erdenebalsuren Damdin di nazionalità mongola: entrambi hanno votato a favore del rigetto dell’appello presentato da Israele contro le decisioni della Corte. Nello specifico, il tribunale dell’Aia ha respinto la richiesta israeliana di annullare una precedente decisione di primo grado che stabiliva che l’indagine sui crimini rientranti nella giurisdizione della CPI non poteva essere circoscritta al periodo precedente al 7 ottobre, ma doveva valutare anche quanto accaduto dopo tale data, durante l’offensiva lanciata da Israele su Gaza. Per i giudici d’appello, le argomentazioni presentate da Tel Aviv sarebbero troppo deboli per limitare l’ambito dell’inchiesta e per sospenderne gli effetti. Le indagini della CPI sulla situazione in Palestina, infatti, sono in corso già dal 2021, in quanto la Corte ritiene di avere giurisdizione sui Territori palestinesi occupati, sulla base dell’adesione dello Stato di Palestina allo Statuto di Roma. Da allora, Israele ha presentato una serie di ricorsi e contestazioni. Il numero dei magistrati sanzionati da Washington arriva così a undici: gli USA, infatti, avevano già emesso sanzioni contro il Procuratore capo della CPI Karim Khan e la scorsa estate hanno preso di mira otto giudici del Tribunale, alcuni dei quali per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre altri per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. Lo stesso presidente statunitense Donald Trump a febbraio aveva firmato un ordine esecutivo che includeva sanzioni contro la Corte penale internazionale, per avere intrapreso «azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Washington pretende che la CPI chiuda definitivamente ogni processo a carico di individui israeliani e che faccia la stessa cosa con una precedente indagine sulle truppe statunitensi in Afghanistan. Rubio ha anche sottolineato che Stati Uniti e Israele non sono parti dello Statuto di Roma e quindi rifiutano la giurisdizione della Corte penale internazionale.  Nel frattempo, i giudici sanzionati non potranno entrare negli USA, aprire conti ed effettuare transazioni finanziarie né avere rapporti con realtà statunitensi ai fini delle indagini o di altri lavori. Sanzionare chi si oppone alla politica e ai piani statunitensi è un modus operandi ormai tipico degli Stati Uniti che non riguarda solo i giudici della CPI o le nazioni ostili a Washington, ma qualunque figura che si oppone alle azioni statunitensi e dei suoi alleati. Per questa ragione, la potenza a stelle e strisce ha sanzionato anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, rea di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi, attraverso il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui smaschera le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario, traendone profitto. Le sanzioni contro di lei comportano non solo il divieto di entrare negli USA ma anche il congelamento dei suoi beni. La stessa Albanese ha spiegato di non poter avere un conto in banca, né negli Stati Uniti né in Italia, che il suo attuale conto italiano è stato congelato e, quando ha cercato di aprirne uno nuovo presso Banca Etica, l’istituto ha dovuto rifiutare la richiesta. Le sanzioni sono, dunque, un potente strumento per mezzo del quale Washington cerca di esercitare e mantenere la sua egemonia. Tuttavia, la CPI non si è piegata alle intimidazioni della Casa Bianca confermando i mandati di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo ex ministro della Gallant, ma soprattutto ha stabilito la continuità della condotta di Israele prima e dopo il 7 ottobre. Si tratta di una decisione cruciale, perché priva Tel Aviv di una delle sue principali linee difensive: quella secondo cui l’operazione a Gaza costituirebbe una situazione giuridica distinta dal quadro investigativo precedente, risalente al 2021. La Corte ha inoltre dichiarato che continuerà a lavorare per garantire l’attuazione efficace e indipendente del suo mandato. L'Indipendente
I folletti del bosco: senza utopia non esiste il futuro
Non mi permetto di giudicare la scelta di vita della famiglia felice nel bosco. Mi chiedo invece a cosa serve il clamore mediatico suscitato dell’affidamento transitorio dei tre bambini a una casa famiglia. Serve ad attaccare la magistratura per l’ennesima volta, delegittimare e criminalizzare i giudici in vista del referendum costituzionale. Cui prodest. I giudici applicano la legge e le leggi le fanno i politici. Gran parte degli affidamenti potrebbero essere evitati con misure di sostegno familiare. Allora il governo Meloni potrebbe cambiare la legge, invece di attaccare indiscriminatamente i magistrati. Vorrei proporvi alcuni ulteriori spunti di riflessione, con slanci di utopia indispensabile per il futuro. La poesia della vita non si può ridurre alla norma. Il bosco rappresenta una paura atavica contrapposta alla presunta civiltà, che distrugge la natura senza riconoscere l’essere umano come parte integrante dell’ambiente. Il progresso non consiste nel suicidio collettivo determinato dall’accettazione passiva dei cambiamenti climatici prodotti da un comportamento dissennato dell’umanità. Non si tratta di tornare al mondo delle caverne per salvarsi dal mondo fossile, ma di un ripensamento consapevole della norma. Il 29% degli americani soffre di problemi psicologici, così come il 20% circa dei nostri bambini. Il caso della famiglia felice nel bosco ci pone di fronte ad un dilemma esistenziale, non giuridico, che non ci compete, ma ci interroga sul tema di cosa sia giusto e chi lo decide per i bambini. Le ricerche dimostrano che il tempo dedicato al gioco in un ambiente naturale non è mai sprecato, anzi determina un migliore equilibrio psicologico dei bambini, mentre il tempo dedicato ai social produce disagio e dipendenza. Varoufakis afferma che stiamo diventando schiavi della gleba digitale nella nuova era del tecno-feudalesimo. Vi risulta che abbiamo scelto questo destino? Eppure siamo intrappolati per ore negli algoritmi, che sollecitano la nostra rabbia e le nostre paure per tenerci incollati agli smartphone. Guadagnare la consapevolezza che abbiamo bisogno di una natura incontaminata sarebbe un vero progresso per l’umanità. I saggi sanno bene che non è l’accumulo di oggetti di consumo a determinare la nostra felicità. Non vogliamo un mondo fossile e ingiusto. La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi privilegiati è una patologia legata al potere. E l’anelito senza fine a un potere sempre più grande e prepotente dovrebbe essere trattato come una dipendenza irrazionale e criminale. La salute, il benessere, la prosperità come si raggiungono?  Con l’avidità, la sopraffazione, la guerra, la distruzione dell’ambiente, oppure con la costruzione di un nuovo orizzonte di umanità? Infine cito questo passo del libro “Walden, ovvero vita nei boschi”, di Henry David Thoreau, che fu tra l’altro un teorico della disubbidienza civile nonviolenta, come provocazione intellettuale per andare oltre i fatti di attualità e proporre altri spunti di riflessione. «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»   Ray Man
FOCUS GIUSTIZIA: LA RIFORMA, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, IL REFERENDUM. ANALISI, COMMENTI E PUNTI DI VISTA
Il 30 ottobre 2025 il Senato ha approvato – con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astensioni – la riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Nordio e fortemente voluta dal governo Meloni. Dopo il quarto e ultimo passaggio parlamentare, il testo ha quindi ottenuto il via libera auspicato dalla maggioranza, tuttavia per essere approvato in via definitiva, visto il mancato raggiungimento di una maggioranza dei due terzi, occorre passare per un referendum popolare confermativo. Sarà la Suprema Corte a indicare i termini e i contorni precisi di questo quesito referendario che, con tutta probabilità, già in primavera chiederà a cittadine e cittadini italiani di esprimersi su un tema, quale quello della giustizia, tutt’altro che semplice in assoluto e, nello specifico, molto tecnico. Al centro della riforma, infatti, spicca la proposta di separazione delle carriere tra giudici e magistrati e la conseguente creazione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) con membri sorteggiati. Proposte che stanno già facendo molto discutere. Tuttavia, come spesso accade in questi casi, a emergere sono due piani, tanto distinti quanto compenetrati: da un lato, quello che afferisce alla forma e alla sostanza giuridica di questa proposta di riforma, dall’altro un piano strettamente politico e sociale. Proprio per sviscerarli, e per capire di più su quella che già si preannuncia una lunga campagna referendaria, Radio Onda d’Urto sta raccogliendo opinioni, commenti, posizionamenti e punti di vista da parte di addetti ai lavori e non. Le interviste verranno mandate in onda, due a due, ogni lunedì mattina, alle ore 12, all’interno dello spazio approfondimenti con un focus dedicato. Di seguito le puntate già trasmesse: * 24 NOVEMBRE 2025: le interviste a Domenico Gallo, già magistrato e già presidente di sezione di corte Cassazione e a Gianluca Vitale, co-presidente del Legal Team italia e del neonato Gap – Giuriste e giuristi, Avvocate e avvocati per la Palestina Ascolta o scarica * 17 NOVEMBRE 2025: gli interventi di Mirko Mazzali, avvocato e membro del direttivo delle Camera Penale di Milano e di Nicola Cannestrini, avvocato penalista e refente italiano dell’ong Fair Trials International Ascolta o scarica * 10 NOVEMBRE 2025: le interviste a Fabio Marcelli, Giurista di diritto internazionale e co-presidente del CRED – Centro di Ricerca ed elaborazione per la democrazia e a Davide Steccanella, avvocato del foro di Milano Ascolta o scarica Tutti gli interventi in ordine alfabetico: * Nicola Cannestrini, avvocato penalista e refente italiano dell’ong Fair Trials International Ascolta o scarica * Domenico Gallo, già magistrato e già presidente di sezione di corte Cassazione Ascolta o scarica * Fabio Marcelli, Giurista di diritto internazionale e co-presidente del CRED – Centro di Ricerca ed elaborazione per la democrazia Ascolta o scarica * Mirko Mazzali, avvocato e membro del direttivo delle Camera Penale di Milano Ascolta o scarica * Davide Steccanella, avvocato del foro di Milano Ascolta o scarica * Gianluca Vitale, co-presidente del Legal Team Italia e del neonato Gap – Giuriste e giuristi, Avvocate e avvocati per la Palestina Ascolta o scarica
I giudici smontano il decreto sicurezza: la cannabis light torna ai produttori
La messa al bando della cannabis light da parte del decreto sicurezza continua a fallire nelle aule di tribunale. In seguito all’emanazione del provvedimento, le forze dell’ordine avevano sequestrato a Sassari e Brindisi centinaia di chili di infiorescenze e arbusti, tuttavia i tribunali del Riesame hanno ordinato la riconsegna del materiale sequestrato, giudicando lecito coltivare, detenere e commercializzare la canapa sativa. Mesi fa, una analoga situazione si era presentata in Liguria. Le infiorescenze di canapa sono state messe al bando dall’articolo 18 del Decreto Sicurezza, che vieta la coltivazione della canapa con basso contenuto di THC. La norma, in vigore dal 12 aprile, mette a rischio un settore che in Italia conta 3.000 aziende, 30.000 addetti, 500 milioni di fatturato e un export del 90%. In Sardegna, il 23 ottobre il Riesame ha restituito all’imprenditore Giuseppe Pireddu circa 10 chili di infiorescenze e 5053 piante di canapa. All’azienda florovivaistica di Antonella Vinci, invece, sono tornati indietro 257 chili di biomassa essiccata e 954 piante. I due erano stati colpiti dallo stesso provvedimento di sequestro. Gli agenti avevano fermato ad un posto di blocco il furgone che trasportava la merce dai magazzini dell’azienda agricola al rivenditore florovivaista. Analoga situazione in Puglia, dove il tribunale del Riesame di Brindisi ha disposto il dissequestro di oltre 800 piante di canapa sativa light appartenenti alla società agricola ‘Prk’ di Carovigno, restituendo anche i macchinari e i materiali di lavorazione che erano stati precedentemente confiscati agli imprenditori. A Sassari, i giudici hanno bocciato sequestro e convalida perché, secondo le ordinanze, manca qualunque indizio sull’illegalità della pianta. Anzi, per le toghe il sequestro ha colpito «aziende esercenti legittimamente la coltivazione di canapa», con «plurimi elementi indicativi della coltivazione legale». Nell’ordinanza si precisa che «la detenzione dei residui vegetali, anche se contenenti infiorescenze, non è vietata dalla normativa vigente e non costituisce reato». A Brindisi, le analisi tossicologiche hanno confermato valori di THC compresi tra 0,08 e 0,33%, livelli incapaci di produrre effetti psicoattivi. I magistrati hanno scritto che si tratta di valori «dunque non in grado di incidere in alcun modo sull’assetto neuropsichico di eventuali utilizzatori». Il clima di repressione cieca colpisce sempre più spesso agricoltori che coltivano la canapa legale, con interventi giudiziari che negano le richieste dell’accusa. Emblematico il caso di un imprenditore della provincia di Belluno, recentemente arrestato con l’accusa di detenzione finalizzata allo spaccio nonostante coltivi canapa industriale con THC nei limiti di legge da 8 anni. Gli agenti non hanno neppure eseguito i campionamenti prima del sequestro, poi annullato grazie all’intervento del suo legale. Episodi simili si sono verificati a Palermo e in Puglia, dove i giudici hanno disposto la scarcerazione immediata di agricoltori accusati ingiustamente di spaccio, ricordando che «non basta che si tratti di cannabis», ma occorre «valutare l’effettiva capacità drogante del prodotto» prima di configurare un reato. Nel frattempo, è terminata con un nulla di fatto la maxi-inchiesta sulla cannabis light iniziata due anni fa dalla Procura di Torino, che ha interessato 14 persone e diverse aziende, ove era stato disposto il sequestro di circa 2 tonnellate di infiorescenze, dal valore complessivo di 18 milioni di euro. L’esecutivo Meloni ha sin da subito adottato a livello nazionale una linea proibizionista sulla cannabis light, vietando nel 2023 i prodotti orali a base di CBD e classificandoli come stupefacenti. Il decreto ha immediatamente portato a sequestri nei punti vendita. L’associazione Imprenditori Canapa Italia (Ici) ha contestato il provvedimento, ottenendo in più occasioni dal TAR del Lazio la sospensione del divieto. A maggio dell’anno scorso, il governo ha rilanciato con un emendamento al Ddl Sicurezza che vieta la produzione e il commercio della cannabis light, colpendo un settore da 500 milioni annui e decine di migliaia di lavoratori. Federcanapa ha subito evidenziando come il divieto si sarebbe abbattuto sull’«intero comparto agroindustriale della canapa da estrazione, in particolare della produzione di derivati da CBD o da altri cannabinoidi non stupefacenti per impieghi in cosmesi, erboristeria o negli integratori alimentari», ricordando che «tali impieghi sono riconosciuti dalla normativa europea come impieghi legittimi di canapa industriale». L'Indipendente
USA, le critiche a Israele zittite a suon di sanzioni. Colpiti altri 4 giudici della CPI
a Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha annunciato che gli Stati Uniti emetteranno sanzioni nei confronti di altri 4 giudici della Corte Penale Internazionale, accusandoli di costituire una «minaccia» per gli USA e per Israele. I giudici in questione sono Kimberyly Prost (di nazionalità canadese), Nicolas Guillou (Francia), Nazhat Shameem Khan (Fiji), e Mame Mandiaye Niang (Senegal). La prima è stata sanzionata per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre gli altri tre per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. In precedenza, gli USA avevano già emesso sanzioni contro giudici della CPI e contro il procuratore Karim Khan, che aveva chiesto l’emissione di mandati di arresto contro Netanyahu. Ora, le persone coinvolte avranno conti e proprietà negli USA congelati e nessuna realtà statunitense potrà avere legami con loro o facilitare il loro lavoro. L’amministrazione degli Stati Uniti ha così intensificato la sua pressione sulla Corte penale internazionale (CPI). Marco Rubio ha giustificato le sanzioni, dichiarando che i giudici sanzionati hanno partecipato «direttamente alle azioni della Corte per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele, senza il consenso di entrambe le nazioni». Per gli USA, ha detto il Segretario di Stato, la CPI rappresenta «una minaccia alla sicurezza nazionale» e uno «strumento di lotta giuridica contro i nostri alleati». Secondo Rubio, il Dipartimento di Stato è fermamente contrario alla «politicizzazione» della Corte e a quello che definisce «l’abuso di potere» da parte di quest’ultima. Il governo israeliano ha accolto con favore la decisione, con il premier Benjamin Netanyahu che ha elogiato l’iniziativa degli Stati Uniti, affermando che si tratta di un’«azione decisiva contro la campagna di diffamazione e menzogne» che avrebbe colpito il Paese e il suo esercito. La reazione della CPI è stata di forte condanna. Il tribunale ha definito le sanzioni un «flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale» e un affronto «agli Stati parte della Corte e all’ordine internazionale basato sulle regole». La Corte ha sottolineato che continuerà a svolgere «imperterrita» il proprio mandato, esortando gli Stati che ne fanno parte e i sostenitori del diritto internazionale a «fornire un sostegno fermo e costante» al suo lavoro. Il 21 novembre 2024, la Corte Penale Internazionale (CPI) aveva emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza. Tra le accuse, l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. In risposta, nel 6 febbraio 2025, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo imponendo sanzioni contro la CPI, che hanno previsto il congelamento dei beni e delle risorse di funzionari, dipendenti e collaboratori della Corte Penale Internazionale, estendendosi anche ai loro familiari più stretti. A queste persone è stato inoltre vietato l’ingresso negli Stati Uniti. A giugno, gli Stati Uniti avevano sanzionato quattro giudici della Corte, a causa di quella che hanno definito una «grave minaccia e politicizzazione», oltre che un «abuso di potere» da parte dell’istituzione. In ultimo, dopo mesi di tentativi di affossamento, a luglio gli USA hanno deciso di sanzionare anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese. L’ordine, firmato da Marco Rubio, si basa sullo stesso decreto con cui Trump aveva aperto la strada alle sanzioni contro membri della Corte Penale Internazionale. Albanese, insomma, è stata accusata di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi con il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, all’interno del quale ha smascherato le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario traendone profitto. Il report, evidentemente, non è andato giù all’amministrazione statunitense: Albanese, ora, sarà soggetta a limitazioni come il divieto di entrare negli USA, e le associazioni statunitensi non potranno sostenerla nel suo lavoro.   L'Indipendente