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Il 1° gennaio 2026 in Liguria si celebra il funerale della riforma sanitaria
Sono nato nel primo dopoguerra in una piccola clinica privata, una delle pochissime a Milano, città dove fino al 1971, quando aprì l’Ospedale San Raffaele, non c’erano praticamente ospedali privati. La clinica era convenzionata con la mutua aziendale Pirelli (dove lavorava mio padre), una delle tantissime casse mutue (i medici della mutua…), unificate nel 1943 nell’INAM, che sono vissute fino al 1978, quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833 del 23 dicembre 1978. Una legge ispirata all’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Dagli anni ’60 era iniziata nel sindacato, nei partiti e nella società, con i contributi di tante personalità (tra cui mi sembra giusto ricordare Giovanardi, Macaccaro e Giovanni Berlinguer), un’analisi sulla salute e l’assistenza sanitaria in Italia, che fino al 1978 era frammentata e gestita da casse mutue di categoria, con forti disuguaglianze nell’accesso alle cure. Di certo sulla nascita della Legge 833, concordata da Dc, Psi e Pci nel clima del “compromesso storico”, hanno assai influito anche le grandi lotte operaie degli anni ’70 contro la nocività in fabbrica, le lotte per l’abolizione dei manicomi (la Legge Basaglia è del maggio 1978) e le numerose lotte ospedaliere (1975-77). Mi pare importante ricordare, in questi nostri anni bui, che l’Articolo 1 della Legge 833 prevedeva che “l’attuazione del SSN compete allo Stato, alle Regioni e agli Enti Locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini.” Il finanziamento del SSN doveva avvenire tramite l’istituzione di un Fondo Sanitario Nazionale (FSN), il cui ammontare veniva determinato annualmente dal governo. Con la 833 si legiferò la riunificazione di Prevenzione, Sanità e Riabilitazione nelle Unità Sanitarie Locali (USL), con la stesura di un Piano Sanitario Nazionale (art. 53), che doveva essere articolato in un Piano Sanitario Regionale dalle Regioni, a cui spettavano anche funzioni di controllo, ma che con l’ Art.13 attribuiva ai Comuni tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera, che non fossero espressamente riservate allo Stato ed alle Regioni. Negli anni ’80, con l’attacco allo Stato Sociale della coppia Reagan-Thatcher e l’esplosione del capitalismo finanziario, iniziò in Italia l’attacco liberista al SSN, realizzatosi in successive leggi, che alterarono del tutto spirito e dettato della 833. Il primo attacco fu l’introduzione dei ticket sanitari nel 1982, in contrasto col fatto che il SSN era finanziato con le entrate fiscali, che dovevano già essere progressive. Ma lo stravolgimento completo fu opera del governo Amato, che per ridurre i costi in aumento del SSN, deliberò la legge di Riforma De Lorenzo N. 502/1992, per cui le Regioni esautorarono i Comuni nella gestione della sanità, con le Usl diventate Asl, cioè Aziende Sanitarie e così pure i grandi ospedali, introducendo la gestione manageriale della Sanità: la legge sostituì nella gestione gli organi politici con organi tecnici, in cima un Direttore Generale nominato dal Presidente della Giunta Regionale. Ai Sindaci restavano solo le misure di emergenza sanitaria e igienica-ambientale. Come ciliegina, si introdusse l’attività libero-professionale all’interno delle strutture pubbliche da parte dei medici dipendenti, una particolarità del SSN italiano. Infine la legge n. 229/1999, la riforma Bindi, «per la razionalizzazione del sistema sanitario», ha consolidato il processo di aziendalizzazione, ridefinendo i principi della sanità pubblica in termini di sostenibilità, appropriatezza ed efficienza. Il decreto ha rafforzato il ruolo programmatorio dello Stato attraverso il Piano Sanitario Nazionale triennale, attribuendo alle Regioni maggiore responsabilità nella gestione dei servizi sanitari locali e imponendo vincoli di bilancio alle Aziende Sanitarie. Questo progressivo accentramento ed esclusione dei Comuni e della partecipazione dei cittadini ha contribuito alla buffonata dilagante di chiamare i Presidenti delle Giunte Regionali Governatori ed anche alla richiesta di Autonomia Differenziata delle Regioni leghiste più ricche del Nord Italia. Nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, minore della media europea (6,9%), indecente rispetto alla Germania (10,6% del PIL) . Sempre nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca 14° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7, con un valore di $ 3.835, nettamente inferiore alla media dei Paesi europei ($ 4.689) e ridicola rispetto alla Germania ($ 8.080). I dati della Relazione sui servizi pubblici del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) hanno dimostrato che il ruolo della sanità privata in Italia, sempre più preponderante e in aumento, ormai sfiora i 48 miliardi, con un aumento tra il 2023 e il 2024 del 4%, (circa il 25% del totale della spesa sanitaria nazionale) e ha premiato la sanità privata pura, che dal 2016 al 2023 ha raddoppiato gli incassi (da 3,1 a 7,2 miliardi, +137%). A fronte di questa decadenza della Sanità Pubblica, la Regione Liguria, con la popolazione più vecchia d’Europa (età media 49,4 anni), già dal 2018 ha accentrato a livello regionale, sottraendolo alle sue 5 ASL, il Cup per le prenotazioni delle prestazioni sanitarie, rendendo certamente più difficoltoso l’accesso, specie per gli anziani. Dal 1° gennaio 2026 una riforma porterà la Regione Liguria a un’unica Azienda, la ATS-Associazione Tutela Salute, con una nuova gestione guidata da un super-commissario, che centralizza tutti gli aspetti amministrativi e burocratici e “si articola in 5 aree sociosanitarie liguri, corrispondenti ai territori delle attuali 5 aziende sociosanitarie.” Ci sarà un’Azienda Ospedaliera Unica per la città di Genova, a cui risponderanno gli ospedali Villa Scassi, San Martino, Galliera e il futuro ospedale degli Erzelli. Inoltre saranno unificate le centrali del 118. E’ da considerare che la Liguria è una delle regioni più piccole di Italia, con 5,4 mila KM2 di superficie, 350 Km di costa e 1,51 milioni abitanti. E ricordiamoci la decadenza della città di Genova: aveva 800 mila abitanti nel 1971 ora ne ha 525 mila! E le Case di Comunità, cioè i presidi nel territorio? Sono 33 le Case di Comunità previste dal Pnrr in Regione Liguria, da attivare entro il 2026, ma per ora solo 16 hanno almeno un servizio sanitario attivo, mentre il 51,5% non è ancora operativo. La cifra si riduce a 6 se si guarda l’attivazione di tutti i servizi obbligatori (eccetto presenza medica e infermieristica) e addirittura a 2 con tutti i servizi obbligatori attivi, inclusa la presenza medica e infermieristica (il 6%). Solo 2 su 11 ospedali di comunità sono operativi. In compenso aumentano di continuo in Liguria (e Piemonte) le Case della Salute private della famiglia Pesenti, che ha venduto Italcementi e dal 2020 investe nella sanità privata. In Italia hanno una sola ASL solo due Regioni con poca popolazione, Molise e Valle d’Aosta, ma questa riforma della Liguria sarà di esempio per le 9 Regioni con meno di 2 milioni di abitanti, soprattutto quelle gestite dal centrodestra? Penso di sì: la strada verso la ultra-privatizzazione della sanità e alle assicurazioni private, per chi ha i soldi e può farlo, è sempre più larga!. A Genova e in Liguria l’opposizione, pur dichiarando che la riforma era un favore ai privati e uscendo dall’aula al momento della votazione, ha contrastato debolmente questa decisione della Giunta di centrodestra (da anni assai influenzata dalla Lombardia, vedi l’ex Presidente Toti, ex berlusconiano di Mediaset) e l’ANCI non ha difeso l’ulteriore espulsione dei Comuni dalla sanità. I sindacati hanno manifestato durante la votazione con striscioni e fumogeni davanti al Consiglio Regionale e hanno parlato di salto nel buio, ma io ritengo sia ben più di questo: il Direttore Generale diventa il vero padrone e gli operatori sanitari, già insufficienti, potrebbero venire trasferiti a suo giudizio nei vari luoghi di lavoro dell’ATS unica. Antonio Lupo – Referente ISDE -Medici per l’Ambiente Liguria Redazione Italia
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Carteinregola per il NO alla riforma della magistratura
Il direttivo di Carteinregola ha deliberato l’adesione dell’associazione al fronte del NO alla Riforma costituzionale della magistratura.  Come già per altre riforme tese a scardinare la nostra Costituzione, sentiamo il dovere di schierarci in difesa dei capisaldi della Carta, della separazione dei poteri, dell’autonomia della magistratura, della legge uguale per tutti. Purtroppo come già per la nostra battaglia contro l’Autonomia Regionale differenziata, dobbiamo fare i conti con una  materia che molti sentono  lontana dai propri problemi quotidiani, e con  una complessità che rende  difficile spiegare le ragioni del  No, mentre, nel campo avverso, è  molto  facile utilizzare  slogan che fanno leva su falsità e luoghi comuni.  Si vuol fare  credere che si tratti di una riforma per migliorare la giustizia, ma si sta apparecchiando un sistema per ridimensionare la libertà dei magistrati che, non dimentichiamolo, è anche presupposto dei diritti  dei cittadini sanciti dalla Costituzione. Carteinregola si impegnerà  a svolgere il suo compito di informazione in vista del previsto referendum, proponendo  testi di approfondimento e una nuova serie di brevi webinar insieme ai protagonisti della battaglia civile e democratica che si sta mettendo in moto. Il mondo in cui siamo immersi è sempre più desolante e preoccupante, ma questo deve spingerci a comunicare con ancora maggiore determinazione le nostre idee e  i nostri sentimenti, e a mettere  le nostre forze al servizio della difesa della nostra democrazia, che senza risposte compatte e adeguate, rischia di non essere più quella che conosciamo, nata dalla  Resistenza e dalle madri e padri costituenti. VAI A IL TESTO DELLA LEGGE COSTITUZIONALE “NORME IN MATERIA DI ORDINAMENTO GIURISDIZIONALE E DI ISTITUZIONE DELLA CORTE DISCIPLINARE Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com 24 novembre 2025
L’odissea precaria dell’Università tra espulsioni, tagli e caos amministrativo
A distanza di tre anni dalla riforma del preruolo introdotta con la Legge n. 79 del 29 giugno 2022, il governo è recentemente tornato a mettere mano alle regole del reclutamento universitario: l’emendamento Occhiuto, inserito all’ultimo momento nel cosiddetto Decreto Scuola (Decreto Legge n. 45, 7 aprile 2025, art. 1-bis), riorganizza radicalmente le figure di accesso alla carriera accademica, svuotando la precedente riforma e compiendo un ulteriore passo nel processo di precarizzazione e ridimensionamento del sistema delle università pubbliche italiane. Molti Atenei hanno già approvato i regolamenti che attueranno presto la riforma, le cui conseguenze non sono state ancora del tutto chiarite. Il primo e principale problema del nuovo impianto normativo, come già evidenziato, è che fa rientrare dalla finestra le figure flessibili e a basso costo che erano state messe alla porta: infatti l’originaria “riforma Bernini” del preruolo (DdL 1240), che puntava su una più estesa precarizzazione e frammentazione del preruolo introducendo ben quattro nuove figure precarie,, è stata ritirata per le mobilitazioni cresciute dall’autunno del 2024 in molti Atenei e per i rischi di “reversal” denunciati  da ADI e FLC-CGIL rispetto agli obiettivi del PNRR, in quanto le maggiori tutele della Legge 79 erano state inserite come milestone della Missione 4. Ma un altro problema cruciale è quello della copertura economica. I nuovi contratti costano più degli assegni di ricerca aboliti (45.000 euro ca annui i Contratti di Ricerca-CDR e gli incarichi post-doc contro i 24.000 ca dell’assegno), e gli Atenei, tra tagli all’Fondo di finanziamento ordinario (FFO) e tetti di spesa imposti dalla Legge 79 e dall’emendamento Occhiuto, non potranno compensare la spesa. Ne deriverà un’espulsione massiva di ricercatrici e ricercatori, priva di ogni valutazione ex ante: secondo una stima ADI, 2090 ricercatrici e ricercatori potrebbero essere espulse/i già da quest’estate. > Colmare questo gap richiederebbe un incremento mirato dei fondi FFO destinati > al cofinanziamento e l’introduzione di un meccanismo di riparto chiaro, rapido > e perequativo. Ma al momento mancano entrambi: le risorse sono inadeguate e il > sistema di assegnazione interno agli Atenei opaco e farraginoso. È qui che si gioca dunque nel giro di qualche mese, nel silenzio delle governance e nella debolezza del dibattito pubblico, la partita della sopravvivenza di migliaia di ricercatrici e ricercatori precarie/i nel nostro Paese, a fronte dei patetici appelli di chi vorrebbe attrarre i talenti in fuga dagli USA per le politiche anti-accademiche di Trump – non così differenti da quelle del governo Meloni. DALLA LEGGE 79/2022 ALL’EMENDAMENTO OCCHIUTO: MUTAZIONI E AVVITAMENTI DEL PRERUOLO Nel 2022, con la Legge 79, il legislatore aveva tentato di razionalizzare e semplificare il percorso del preruolo – che oggi può durare fino a 15 o 16 anni senza alcuna garanzia di stabilizzazione. L’assegno di ricerca, contratto di lavoro parasubordinato (minimo un anno rinnovabile fino a 6) era stato riconfigurato nel 2011 dalla riforma Gelmini ed era presto divenuto il cardine del sistema di sfruttamento di migliaia di ricercatrici e ricercatori (attualmente 21.709 negli Atenei statali). La riforma del 2022 lo aveva abolito, sostituendolo con il nuovo Contratto di Ricerca (CDR), della durata minima di due anni, rinnovabile per altri due, senza obblighi didattici e formalmente inquadrato nella contrattazione collettiva. L’obiettivo dichiarato era costruire un percorso più strutturato verso i ruoli universitari, legando il preruolo al contratto RTT attraverso una riserva del 25% nei concorsi per RTDa e assegnisti (da almeno tre anni). D’altra parte la riforma si era da subito scontrata con due limiti strutturali: l’assenza di un finanziamento dedicato e l’introduzione di tetti di spesa che rendevano molto problematica l’applicazione effettiva dei nuovi contratti. In particolare, l’art. 6 stabiliva che la spesa per i CDR non potesse superare la media della spesa per assegni di ricerca nel triennio precedente, senza tenere conto dell’aumento dei costi dei CDR rispetto agli assegni, dovuti alle maggiori tutele. Dopo i tentativi maldestri di varare la nuova legge di riforma del preruolo DDL 1240), il nuovo governo riesce a vanificare la Legge 79 ricorrendo alla decretazione d’urgenza: l’emendamento Occhiuto (FI), inserito all’interno del cosiddetto Decreto Scuola (DL 45/2025), introduce, in aggiunta ai CDR della 79/2022, due nuove figure: – L’incarico di ricerca (art. 22-ter): figura intermedia tra assegno e CDR, più economica e flessibile ma priva di inquadramento contrattuale. Accessibile entro sei anni dalla laurea magistrale anche senza dottorato, è un contratto parasubordinato dai contorni giuridici incerti: non è chiaro se dia diritto alla Dis-Coll come l’assegno e può essere attivato tramite conferimento diretto, risultando complessivamente peggiorativo rispetto all’assegno di ricerca. – L’incarico post-doc (art. 22-bis): riservato a dottori e dottoresse di ricerca, ha durata annuale rinnovabile fino a tre anni ed è attivabile anche con fondi esterni. Pur essendo un contratto subordinato, non è soggetto a contrattazione collettiva, non ha riserve nei concorsi RTT, la selezione avviene per titoli e resta incerta la quantità di didattica richiesta. La durata minima di un solo anno compromette ogni possibilità di progettualità scientifica e personale. > Entrambe le nuove figure introdotte, si configurano chiaramente come forme > contrattuali fortemente precarie, prive di tutele, senza prospettive di > progressione e segnate da una forte discrezionalità nei processi di selezione. In definitiva, ciò che emerge è l’esatto opposto della semplificazione annunciata: il nuovo assetto produce una frammentazione ancora maggiore del preruolo, accentuando discrezionalità, disparità e gerarchie, e smantellando l’impianto razionalizzatore che la Legge 79/2022, pur con tutti i suoi limiti, tentava di introdurre. Nonostante sia ormai acclarato, vista la stabilità nel tempo del numero di precari3, che, come si argomenta in un recente saggio, “il sistema universitario abbia necessità del corrispondente apporto di lavoro nel lungo periodo e che quindi l’attività svolta a tempo determinato non corrisponda a un’esigenza temporalmente circoscritta da parte delle Università”, si torna a rendere strutturale la precarietà nel sistema, con la conseguente elevatissima “dispersione delle professionalità formatesi nel settore”. LA TRAPPOLA DEL SOTTOFINANZIAMENTO: TAGLI ALL’FFO ED EFFETTO COMBINATO TRA TAGLI E RIFORMA A rendere ancora più instabile l’intero impianto del nuovo preruolo è il quadro finanziario strutturalmente insufficiente in cui si inserisce. Come segnalato da FLC-CGIL, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) registra nel 2025 un aumento solo nominale: dopo il taglio del 2024 (pari a circa 518 milioni di euro), l’incremento del +3,7% previsto per quest’anno si rivela del tutto illusorio. Infatti, una volta considerati gli effetti dell’inflazione e gli aumenti stipendiali del personale strutturato, il valore reale dell’FFO 2025 scende al di sotto di quello del 2021, con una perdita stimata di circa il 5%. Invece di rafforzare il sistema, il governo ha imposto dal 2026 un blocco del turnover al 75%, aggravando una crisi già profonda: l’Italia ha un rapporto studenti/docenti tra i peggiori in Europa (20 a 1) e servirebbero almeno 40.000 assunzioni solo per raggiungere la media continentale (15 a 1). > Ma anziché valorizzare il bacino del precariato, si restringe ulteriormente > l’accesso, aprendo la strada a un’espulsione di massa e mettendo a rischio il > futuro della ricerca e dell’università pubblica. Il combinato disposto tra riforma del preruolo e tagli al FFO genera una gabbia finanziaria nella quale le università non possono stabilizzare, non possono garantire la continuità delle carriere, e spesso non riescono nemmeno a pianificare il futuro. Il rischio è una crisi occupazionale senza precedenti, che investe la parte più produttiva e vulnerabile della comunità scientifica nazionale: le ricercatrici e i ricercatori precari. ABOLIZIONE ASN E DIVARICAZIONE DEFINITIVA TRA PRERUOLO E RUOLO Il Ddl 1518, attualmente in discussione al Senato, rappresenta il completamento dell’emendamento Occhiuto inserito nel DL 45/2025: insieme delineano un’unica architettura normativa che interviene sia sulle figure del preruolo sia sull’accesso al ruolo. Il risultato è una divaricazione ancora più netta tra il tempo lungo del lavoro precario e il momento, sempre più accidentale e discrezionale, della stabilizzazione. Il DdL 1518 intende superare l’Abilitazione Scientifica Nazionale, affidando la valutazione ai concorsi locali con commissioni composte da quattro membri esterni sorteggiati e uno interno. Se l’obiettivo è snellire le procedure e rafforzare l’autonomia, il nuovo assetto, come segnalato di recente da Mario Pianta, presidente della Società Italiana di Economia, aumenta il rischio di cooptazione, accresce le disuguaglianze territoriali e annulla ogni garanzia nazionale sui criteri di accesso. Contemporaneamente, le nuove figure contrattuali, incarico di ricerca e incarico post-doc non prevedono alcuna progressione verso la stabilizzazione: non maturano anzianità utile, non danno punteggio nei concorsi, non aprono alcun canale riservato. A legittimare la nuova architettura concorrono due meccanismi distinti ma convergenti: da un lato, il richiamo al merito e alla competitività, incarnato dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS), che – pur ispirato all’European Research Council (ERC) – premia pochissimi ricercatori attraverso chiamate dirette basate su selezioni discrezionali e spesso poco trasparenti; dall’altro lato, una spinta localistica e aziendalista che rafforza l’autonomia degli Atenei, con concorsi gestiti localmente. > Il risultato è una doppia opacità: selezione opaca nei finanziamenti > centralizzati e cooptazione opaca nei concorsi locali. Nel mezzo, nessun criterio trasparente per decidere quali carriere meritino stabilizzazione e quale valore riconoscere agli anni di lavoro scientifico svolti in condizioni di precarietà. L’università pubblica italiana si allontana così da un sistema regolato e nazionale, per avvicinarsi a un modello segmentato e diseguale che disperde risorse e competenze. IL VALORE PERDUTO: UNA STIMA ECONOMICA DELLA DISSIPAZIONE DEL CAPITALE COGNITIVO Completa il quadro la dimensione economica del capitale cognitivo precarizzato su cui si regge da decenni il sistema universitario italiano. Oggi sono attivi circa 21.700 assegnisti di ricerca nel sistema pubblico. Se si stimano tre anni di dottorato e tre di assegno – come durata media delle carriere, anche prudente – si arriva a oltre 130.000 anni/persona di lavoro scientifico. Considerando un costo medio annuo lordo di 25.000 euro tra borse e assegni, l’investimento complessivo sulle loro carriere supera i 3,25 miliardi di euro. Ma questa cifra rappresenta solo una parte del valore in gioco: secondo le metriche internazionali (OCSE, Commissione Europea), ogni euro investito in ricerca pubblica genera tra 2 e 6 euro di ritorno economico, sociale e tecnologico. Anche ipotizzando il moltiplicatore più basso (2x), questi ricercatori “invisibili” hanno generato almeno 6,5 miliardi di valore netto per il Paese. A differenza delle retoriche che li descrivono come “costi da contenere”, queste carriere rappresentano in realtà la principale leva di produzione di sapere e innovazione del sistema accademico. Secondo un recente sondaggio nazionale condotto su un campione stratificato dall’ADI, solo il 2,5% delle posizioni precarie è finanziato da fondi privati, mentre il resto è coperto da PNRR (23%), PRIN (21,8%), FFO e fondi istituzionali (20,3%), fondi europei (11,1%). Ciò significa che il sistema universitario italiano, agendo da collettore di risorse (per lo più) pubbliche, ha mobilitato permanentemente un esercito di precari per garantire la tenuta a basso costo della didattica, della progettazione competitiva e della produzione scientifica, offrendo nel contempo la possibilità alla casta degli strutturati di essere competitivi a livello nazionale e internazionale grazie a gruppi di ricerca sottopagati e privi di prospettive. > Chiaramente questo sistema a lungo andare diventa insostenibile, ma invece di > fare ope legis come accaduto in passato, oggi si pensa di gettare il bambino > con l’acqua sporca. Non può essere un caso infatti se da un lato – correttamente – si raddoppia il costo dei contratti (45.000 euro ca annui di CDR e incarichi post-doc contro i 24.000 ca dell’assegno) e dall’altro si impone agli atenei di spendere le stesse risorse disponibili prima della riforma. Il raddoppio dei costi a parità di risorse significa la metà dei contratti, con un’espulsione di massa repentina e scriteriata – in senso letterale, senza criterio. Ma proviamo a quantificare questa espulsione, anche in termini di costi. Simulando tre scenari – ottimista (20% di perdite), realistico (50%), pessimistico (70%) – si arriva a proiettare la possibile cancellazione di posizioni di ricerca per un numero che oscilla tra le 6.500 e le 15.000 unità, equivalenti a una perdita netta di attività scientifica compresa tra i 39.000 e i 90.000 anni/persona. Se monetizziamo questa perdita, parliamo di investimenti bruciati per 1,75-4,05 miliardi e di mancata produzione di valore per 3,5-8,1 miliardi, il tutto senza valutazioni preventive, mappature del fabbisogno, anagrafe delle precarie e dei precari, né piani di compensazione per gli Atenei. Una miopia drammatica, che rischia di tradursi, oltre che in una espulsione di massa, anche in una dissennata dissipazione di capitale cognitivo. IL NODO DEI COFINANZIAMENTI: TETTI DI SPESA, OPACITÀ ISTITUZIONALE E RISCHIO ESPULSIONE Il cuore della crisi attuale, però, non risiede solo nell’assetto normativo, ma anche nelle prassi amministrative opache e inefficienti che abbiamo sopra menzionato.  Come emerso da una recente interlocuzione diretta tra i/le rappresentanti precari/e e la rettrice della Sapienza, il nuovo assetto si regge su una partita tecnico-contabile totalmente incerta, che rischia di produrre effetti drammatici nei prossimi mesi. Il primo nodo riguarda il calcolo del tetto di spesa imposto agli Atenei per le nuove figure contrattuali, che in genere si suddividono in finanziamenti integrali tramite bandi di Ateneo o cofinanziamenti su bandi dei dipartimenti: la norma non armonizzata prevede da un lato (Legge 79) che non si possano superare per i CDR i livelli di spesa del triennio precedente destinati agli assegni, dall’altro (Emendamento Occhiuto) che non si possano superare per incarichi di ricerca e incarichi post-doc i livelli di spesa del triennio precedente destinati ad assegni e RTDa. Di conseguenza, non è chiaro se i tetti di spesa vadano applicati separatamente (CDR da un lato e incarichi post-doc e incarichi di ricerca dall’altro), oppure cumulativamente, con la possibilità di destinare a tutte e tre le figure le stesse risorse impiegate nel triennio precedente per assegni e RTDa. Questa ambiguità normativa ha prodotto una paralisi nelle governance: come nel caso della Sapienza, i vertici amministrativi non sono in grado di definire un criterio operativo e rinviano ogni decisione in attesa di istruzioni dal MUR, che però non arrivano. Il rischio è che, di fatto, si imponga un’interpretazione restrittiva e cumulativa, che accorpi tutte le figure in un unico tetto escludendo dal computo i contratti finanziati con fondi PNRR, finendo per ridurre drasticamente la capienza finanziaria disponibile per i contratti 2025. Si tratta di un ritardo che va ad aggravare la crescente urgenza data dal rischio concreto di espulsione per migliaia di ricercatrici e ricercatori a causa dei costi accresciuti dei nuovi contratti. Il secondo nodo riguarda invece i criteri interni di ripartizione dei fondi tra dipartimenti, stabiliti autonomamente da ciascun ateneo. Alla Sapienza, ad esempio, la quota di cofinanziamento destinata ai dipartimenti viene suddivisa per metà in base alla “qualità della ricerca” prodotta dal dipartimento e per metà al numero di posizioni attualmente aperte. Ma questo criterio, che dovrebbe riflettere il fabbisogno reale sulla base dello storico del precariato, finisce per seguire logiche interne di potere accademico, più che il valore o la continuità delle carriere coinvolte. Inoltre, la riforma del preruolo avrebbe richiesto una revisione di questi criteri, in ragione dell’introduzione delle nuove figure contrattuali, ma gli atenei non hanno avviato alcun processo di aggiornamento. Il risultato è un sistema che naviga a vista, in cui ogni decisione – o rinvio – rischia di escludere migliaia di ricercatrici e ricercatori senza alcuna valutazione di merito né di necessità. DIFENDERE L’UNIVERSITÀ PUBBLICA, DALLA BASE DELLA PIRAMIDE In questo scenario, la posta in gioco va ben oltre la condizione del precariato della ricerca. È l’università pubblica, nella sua interezza, a essere sotto attacco. Siamo di fronte a una strategia di lungo periodo che mira a ridurre l’università pubblica a pochi poli di eccellenza, comprimere la spesa precarizzando la forza lavoro e smantellare ciò che non serve al mercato, aprendo praterie alle università telematiche e ai privati. Un disegno che non parte dall’alto, ma dalla base, prosciugando la linfa vitale del sistema, tagliando fuori le ricercatrici e i ricercatori, ovvero le energie che oggi garantiscono la tenuta della didattica e della produzione scientifica del sistema pubblico. > Difendere l’università pubblica significa contrastare questo disegno > pretendendo misure d’urgenza, stabilizzazioni e una riforma realmente organica > del sistema universitario. Per avviarci in questa direzione avanziamo richieste precise e immediate: * L’istituzione tempestiva di un fondo compensativo nazionale per il cofinanziamento dei contratti di ricerca, gestito con criteri trasparenti, perequativi e orientati al fabbisogno reale, volto a scongiurare nel breve periodo le espulsioni massive di assegnisti e RTDa in scadenza. * L’istituzione immediata di un’anagrafe pubblica delle carriere individuali, per valutare l’impatto delle riforme e orientare l’allocazione delle risorse; oggi questa ricostruzione è impossibile, perché nei bilanci degli atenei la spesa per il lavoro precario è iscritta nella voce “beni e servizi”, la stessa che comprende la cancelleria, per intendersi – un segno, non solo simbolico, dell’indifferenza sistemica verso il lavoro scientifico precario. * L’adozione del piano straordinario di reclutamento proposto dalla FLC CGIL, che prevede 40.000 stabilizzazioni su base pluriennale come unica alternativa all’espulsione di massa. * La revisione dei criteri di riparto interno dei fondi, affinché tengano conto dello storico delle posizioni attivate, dei fabbisogni effettivi e delle carriere interrotte, e superino le  logiche spartitorie basate solo sul peso dei docenti strutturati. * Il riconoscimento del lavoro scientifico, formativo, di terza missione e organizzativo svolto dalle precarie e dai precari, che oggi garantisce la continuità e tenuta dell’attività accademica in tutti gli atenei. * Semplificazione del preruolo, riduzione del limite di anni di precarietà e introduzione di piani ordinari di reclutamento con periodicità certa che tengano in equilibrio riconoscimento dell’esperienza maturata e inserimento di ricercatrici e ricercatori più giovani. Si tratta di rivendicazioni che hanno le proprie radici nel lavoro svolto negli ultimi mesi dalle assemblee precarie universitarie – come l’assemblea nazionale di Bologna (8-9 febbraio 2025) e il collegato Manifesto. Alcune di queste rivendicazioni sono confluite nella mobilitazione del 12 maggio 2025, quando in oltre 20 città docenti, dottorandi/e, assegnisti/e, personale tecnico-amministrativo e studenti sono scesi/e in piazza per scioperare. Ma quanto fatto finora dev’essere solo l’inizio di una mobilitazione più vasta che miri a ottenere adeguati finanziamenti all’università pubblica e una sua riforma organica che cancelli il lavoro precario in ogni comparto. In vista di un prossimo sciopero generale dell’università da costruire, serve rilanciare il conflitto, intessere alleanze trasversali, riaprire spazi di confronto e di organizzazione, dentro e fuori i dipartimenti. Questo significa convergere con le altre realtà colpite dalla precarizzazione e dai tagli: il mondo dell’arte e della cultura, la scuola, il giornalismo e l’informazione. Per definire i contorni di questa convergenza, è necessario inquadrare lo smantellamento di questi spazi all’interno di una manovra globale di corsa al riarmo e finanziamento bellico. Per quanto riguarda l’università, la centralità di questo “progetto di morte” all’interno delle politiche italiane e europee ha compromesso la ricerca di base, costringendola al dual use e integrandola progressivamente nel sistema economico e tecnico-scientifico della guerra. Ma le conseguenze delle logiche di riarmo e di reindirizzamento dei fondi sono nefande anche nel mondo dell’arte e della scuola, colpite anch’esse da tagli e minacciate da logiche di militarizzazione. La battaglia che ci aspetta, dunque, non è una vertenza settoriale. È una battaglia per il futuro dell’università democratica e del mondo della cultura in generale, contro l’economia di guerra e il modello politico che la sostiene. L’immagine di copertina è di Jacopo Clemenzi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’odissea precaria dell’Università tra espulsioni, tagli e caos amministrativo proviene da DINAMOpress.