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L’architettura del rifiuto
YLENIA BOBBO 1 INTRODUZIONE Le recenti autorizzazioni amministrative e legali, che hanno permesso l’ampliamento della lista dei Paesi di Origine Sicura (POS), rendono quanto mai urgente una nuova analisi critica del Nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo. Tale riforma, infatti, comporta implicazioni profonde, capaci di scardinare le garanzie fondamentali dei richiedenti asilo. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 Tuttavia, l’estensione dei Paesi sicuri non è l’unica criticità introdotta: sebbene sia la più recente, essa si inserisce in un quadro ben più complesso e non privo di problematicità. In questo report verranno analizzati gli aspetti controversi ereditati dal vecchio Sistema di Dublino e la conseguente struttura basata sulla cosiddetta “finzione di non ingresso“; la preoccupante contrazione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati; la progressiva criminalizzazione delle ONG, nonché il ruolo controverso di Frontex e della Guardia Costiera Libica. Doveroso è, inoltre, dedicare uno spazio specifico all’introduzione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (AI) per la profilazione biometrica e la sorveglianza. Si tratta di tecnologie che rischiano di trasformare il confine in uno spazio di discriminazione automatizzata: un tema cruciale al quale, finora, è stata riservata troppa poca attenzione. LA SOLIDARIETÀ APPARENTE DEGLI STATI Com’è evidente, l’Europa ha approvato il nuovo pacchetto legislativo con l’obiettivo di creare un sistema più organizzato e capace di rispondere alle emergenze attraverso una maggiore celerità. A differenza del passato, chi arriva oggi viene sottoposto a una procedura di screening immediata, seguita da iter burocratici estremamente rapidi 2. Di conseguenza, le persone migranti hanno pochissimi giorni a disposizione per presentare ricorso qualora la loro domanda venisse respinta, sollevando dubbi sull’effettiva possibilità di difesa. Il nodo principale rimane tuttavia legato al principio del Paese di primo ingresso, pilastro del vecchio Sistema di Dublino III 3. Approfondimenti CHE COS’È IL NUOVO PATTO UE SU ASILO E MIGRAZIONE? Una scheda informativa in vista del 10 aprile 2025, giornata di azione transnazionale "This Pact kills!" 2 Aprile 2025 Sebbene quel modello sia stato formalmente superato dal Regolamento (UE) 2024/1351 4, molte delle sue criticità strutturali sembrano persistere. Con questo nuovo regolamento, l’Unione Europea punta a ovviare alla cronica mancanza di meccanismi di condivisione dell’onere migratorio; tuttavia, nonostante il tentativo di introdurre criteri di solidarietà, è opportuno evidenziare la natura spesso flessibile dei meccanismi di ricollocazione. In termini pragmatici, la responsabilità principale continua a gravare sui Paesi di frontiera 5, poiché la possibilità per gli altri Stati membri di optare per contributi finanziari anziché per l’accoglienza fisica dei richiedenti asilo rischia di lasciare invariato il peso logistico e umano sui Paesi di primo approdo. LA FINZIONE DI NON INGRESSO E IL REGIME DETENTIVO Per quanto riguarda il cosiddetto principio di non ingresso, esso rappresenta uno dei pilastri del Regolamento (UE) 2024/1359 6. Questa norma priva il migrante, da un punto di vista strettamente giuridico, del riconoscimento della sua presenza fisica sul territorio dell’Unione Europea 7. In pratica, pur trovandosi effettivamente entro i confini dell’UE (spesso in zone di transito o centri di frontiera), i richiedenti asilo sono considerati legalmente come se non vi avessero mai fatto ingresso. Questa “finzione” è funzionale a giustificare l’applicazione di procedure accelerate e standard di tutela ridotti, comprimendo di fatto il diritto a un ricorso effettivo sancito dall’Articolo 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE 8. In questo scenario, l’uso sistematico delle liste dei “Paesi di origine sicura” (secondo la proposta COM(2025) 101 9) agisce come un filtro di inammissibilità quasi automatico: la presunzione generica di sicurezza prevale sulla valutazione individuale dei rischi, rischiando di trasformare il diritto d’asilo in un mero processo burocratico finalizzato al rimpatrio. I DIRITTI DEI MINORI NON ACCOMPAGNATI Come se non bastasse, all’interno di questo quadro repressivo, i minori stranieri non accompagnati rimangono i soggetti più vulnerabili. Nonostante la Direttiva 2013/33/UE ponga al centro il “superiore interesse del minore” 10, il Nuovo Patto ne consente il trattenimento nelle zone di frontiera, equiparandoli di fatto agli adulti nelle procedure accelerate se provenienti da Paesi considerati sicuri. La rapidità di tali iter impedisce spesso una corretta nomina del tutore e una difesa legale adeguata. Inoltre, questa contrazione temporale – che prima delle riforme veniva loro risparmiata – non lascia il tempo materiale necessario per identificare traumi o bisogni specifici, con il reale rischio che i minori finiscano in regimi di fatto detentivi. Destano altrettanta preoccupazione le modalità di determinazione dell’età, che potrebbero portare a trattare erroneamente dei minori come adulti, privandoli di ogni forma di protezione 11. Sotto il regime di Dublino III, i minori godevano di esenzioni più ampie, poiché la priorità era il ricongiungimento familiare rapido o l’accoglienza protetta. Significativo è anche il cambiamento riguardante la raccolta dei dati biometrici (impronte e foto): se in precedenza era prevista dai 14 anni, ora la soglia scende ai 6 anni, istituzionalizzando una forma di sorveglianza digitale fin dall’infanzia. Infine, sebbene il Nuovo Patto introduca meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali, vi è ragione di dubitare della loro reale efficacia e indipendenza, temendo che restino semplici procedure formali prive di un impatto concreto sulla tutela dei minori. I PAESI DI ORIGINE SICURA Tornando agli aggiornamenti più recenti, il concetto di Paese di Origine Sicura (POS) è oggi al vertice delle politiche migratorie in Italia e in Europa. Non si tratta di un semplice elenco geografico, ma di un meccanismo legale che cambia radicalmente il destino di chi chiede protezione 6. Se una persona migrante proviene da un Paese inserito in questa lista (come Tunisia, Albania o Bangladesh), lo Stato presume automaticamente che non abbia diritto all’asilo: la sua domanda non è più un “foglio bianco” da esaminare con cura, ma viene etichettata come “probabilmente infondata“. In questa circostanza, il richiedente deve fornire prove eccezionali in tempi strettissimi (spesso meno di una settimana) per ribaltare tale presunzione. Ad aggravare il meccanismo interviene il fatto che, se la domanda è respinta come “manifestamente infondata“, la persona non ha il diritto automatico di restare sul territorio in attesa della sentenza di appello: potrebbe essere rimpatriato prima ancora che un giudice legga le sue carte 12. L’Italia utilizza questa lista per attivare le procedure accelerate di frontiera, che prevedono il trattenimento in centri chiusi (inclusi quelli in Albania) mentre si decide sulla domanda in poche ore. Il rischio è evidente: che la velocità prevalga sulla giustizia. Appare chiaro il tentativo del legislatore di “blindare” la lista dei POS inserendola in norme di rango primario (legge ordinaria), nel tentativo di limitare il potere di disapplicazione dei giudici. Inoltre, l’inserimento delle “Schede Paese” in contesti legislativi legati alle relazioni internazionali rischia di precludere l’accesso a informazioni cruciali, indebolendo il diritto di difesa. Tuttavia, è opportuno ricordare che, qualora venga meno il presupposto di “sicurezza” (anche per una sola parte del territorio o per specifiche categorie di persone), deve essere ripristinata la procedura ordinaria, con il conseguente effetto sospensivo del provvedimento di espulsione. L’applicazione rigida del concetto di “Paese sicuro” rischia infatti di entrare in rotta di collisione con il Diritto Internazionale e il principio di non-refoulement. Lo Stato, infatti, resta responsabile della tutela dei diritti umani di chiunque si trovi sotto il suo controllo effettivo, anche in zone extraterritoriali o in alto mare, come confermato dalla giurisprudenza della Corte EDU nei celebri casi Hirsi Jamaa 13 e Medvedyev. L’ESTERNALIZZAZIONE E GLI ACCORDI BILATERALI: IL MODELLO LIBIA L’esternalizzazione non rappresenta solo lo spostamento fisico dei controlli oltre i confini dell’Unione, ma costituisce una vera e propria strategia giuridica volta a prevenire il contatto tra il migrante e la giurisdizione europea. L’obiettivo principale è impedire che scatti l’obbligo di protezione internazionale, il quale sorge nel momento esatto in cui un individuo entra nella sfera di controllo di uno Stato membro 14. In questo contesto, il principio di non-refoulement (non respingimento) vieta tassativamente di ricondurre una persona in luoghi dove rischi la vita o trattamenti disumani; una realtà che, purtroppo, caratterizza in modo oggettivo l’attuale situazione in Libia. Tutte le principali organizzazioni internazionali concordano infatti sul fatto che la Libia non possa essere considerata un “porto sicuro“. Delegando le intercettazioni e il conseguente ritorno forzato a un soggetto terzo, gli Stati europei attuano quello che la dottrina definisce un respingimento per procura. Questa pratica rappresenta un tentativo di aggirare la storica sentenza Hirsi Jamaa contro Italia (2012), con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i respingimenti diretti in mare, stabilendo che la responsabilità dei diritti umani segue l’autorità dello Stato ovunque essa venga esercitata. LA RESPONSABILITÀ DELLA GUARDIA COSTIERA Sulla scorta di tale logica, attraverso accordi bilaterali come il Memorandum d’intesa Italia-Libia 15, l’Unione Europea ha di fatto delegato la funzione di controllo delle frontiere alla Guardia Costiera libica. Questo meccanismo di responsabilità delegata è strategicamente finalizzato ad evitare il contatto fisico delle persone migranti con le giurisdizioni europee, frapponendo un attore terzo tra il richiedente asilo e gli obblighi di protezione degli Stati membri. La cooperazione tecnica e finanziaria con autorità di Paesi terzi che non garantiscono standard minimi di tutela configura una violazione indiretta, ma sistematica, del principio di non-refoulement. La persona intercettata in mare viene infatti ricondotta nei centri di detenzione libici – luoghi di documentata tortura e sfruttamento – aggirando deliberatamente gli obblighi internazionali di sbarco in un “porto sicuro” (Place of Safety). In questo scenario, la responsabilità delle autorità nazionali europee emerge con chiarezza nel finanziamento, nella fornitura di mezzi e nel coordinamento di operazioni che sfociano in violazioni dei diritti umani: abusi che l’Europa, qualora avvenissero sul proprio suolo o sotto la propria bandiera, sarebbe giuridicamente obbligata a prevenire e sanzionare. LA RESPONSABILITÀ DI FRONTEX E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE ONG Parallelamente a quanto finora esposto, il ruolo di Frontex 16– l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera – ha subito un’evoluzione verso una funzione di sorveglianza avanzata che spesso entra in conflitto con gli obblighi di ricerca e soccorso (SAR). La dottrina solleva seri dubbi sulla responsabilità legale dell’Agenzia nei casi di cosiddetto respingimento per omissione: ciò accade, ad esempio, quando le coordinate dei migranti vengono condivise prioritariamente con le autorità di Paesi terzi invece che con le navi di soccorso più vicine, facilitando di fatto il ritorno forzato in Libia. In questo scenario, si assiste a una sistematica criminalizzazione delle ONG 17. Le navi della società civile, intervenute per colmare il vuoto lasciato dalle missioni istituzionali, vengono ostacolate attraverso una serie di strumenti amministrativi e giudiziari. Tra questi spiccano l’assegnazione di porti di sbarco estremamente distanti – una pratica che svuota l’area SAR di presidi di soccorso per lunghi periodi – e l’apertura di inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che spesso si risolvono in un nulla di fatto dopo anni di sequestri. Questa strategia mira a ridefinire il soccorso in mare: da obbligo giuridico e morale, sancito dalle convenzioni internazionali, a presunto fattore di attrazione (pull factor). L’aiuto umanitario viene così etichettato come un’interferenza con le politiche di sicurezza, trasformando una missione di salvataggio in un atto potenzialmente illecito agli occhi dell’opinione pubblica. LA DISCRIMINAZIONE DEI MIGRANTI NEL CONTESTO DELL’AI In ultima analisi, una delle evoluzioni più inquietanti della riforma riguarda l’impiego massiccio delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale nella gestione migratoria. Il Regolamento (UE) 2024/1359, unitamente al potenziamento della banca dati Eurodac, istituzionalizza la raccolta capillare di dati biometrici, estendendola persino ai minori. L’adozione di algoritmi per la profilazione dei flussi, l’analisi predittiva del rischio o il riconoscimento facciale ai confini, introduce una nuova e insidiosa forma di discriminazione algoritmica. Questi sistemi, spesso caratterizzati da un’estrema opacità e privi di una supervisione umana effettiva 18, rischiano di riflettere “bias” intrinseci capaci di penalizzare sistematicamente determinate nazionalità o tratti somatici. In questo modo, si automatizzano decisioni che hanno un impatto devastante sulla vita delle persone, basandole su parametri statistici anziché su fatti concreti. La tecnologia viene così piegata a rafforzare la “finzione di non ingresso“, erigendo un confine digitale invisibile ma invalicabile. In questo spazio, la decisione sull’ammissibilità di un individuo non è più affidata a un esame umano, empatico e dignitoso della sofferenza, ma a calcoli di probabilità che rischiano di deumanizzare definitivamente il diritto d’asilo. CONCLUSIONE In conclusione, non si tratta, dunque, di una semplice riforma tecnica, ma di una scelta politica che sposta il fulcro dell’accoglienza verso il rimpatrio e la sorveglianza. Quella che un tempo era considerata una protezione inderogabile della dignità umana sembra essersi trasformata in una gestione del rischio, dove l’efficienza burocratica e la sicurezza dei confini prevalgono sistematicamente sulle garanzie individuali. Così facendo l’Unione Europea rischia di svuotare di significato le proprie radici costituzionali e le convenzioni internazionali. 1. Ho 27 anni e sono iscritta al secondo anno della Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali all’Università di Siena. Vivo in provincia di Venezia e da ottobre 2025 svolgo volontariato per l’Osservatorio, centro di ricerca dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, per cui redigo brevi report periodici. Collaboro inoltre con l’associazione Avvocato di Strada, offrendo supporto nell’assistenza a persone senza dimora ↩︎ 2. De Pasquale, P. (2020). Il Patto per la migrazione e l’asilo: più ombre che luci. In I Post di AISDUE, vol. II, Focus “La proposta di Patto su immigrazione e asilo”, n. 1, pp. 1-13. ISSN 2723-9969 ↩︎ 3. Balsamo, O. (2024). The residence document criterion in the revised Dublin system, today, between EU secondary law and the jurisprudence of the Court of Justice. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2024, pp. 81-106. ISSN 2384-9169 ↩︎ 4. Regolamento (UE) 2024/1351 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 ↩︎ 5. Nascimbene, B. (2024). Le “sfide” ai diritti fondamentali e alle garanzie giurisdizionali nell’ambito delle procedure introdotte dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-7. ISSN 2975-2698 ↩︎ 6. Regolamento (UE) 2024/1359 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo e che modifica il regolamento (UE) 2021/1147 ↩︎ 7. Perin, G. (2024). Se questo è un Patto. Prime riflessioni a seguito dell’approvazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In Questione Giustizia, Speciale “Immigrazione in Europa e diritti fondamentali“, luglio 2024, pp. 28-45. ISSN: 1972-5531 ↩︎ 8. Art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Convenzione di Aarhus e domanda diretta a ottenere la qualità di parte in un procedimento giurisdizionale da parte di un’organizzazione per la tutela dell’ambiente ↩︎ 9. Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare e che abroga la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2001/40/CE del Consiglio e la decisione 2004/191/CE del Consiglio ↩︎ 10. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ↩︎ 11. Morgese, G., Limitati sviluppi del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo in materia di percorsi legali di ingresso, in I. Caracciolo, G. Cellamare, A. Di Stasi, P. Gargiulo (a cura di), Migrazioni internazionali: questioni giuridiche aperte, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, pp. 271-295 ↩︎ 12. Asilo: via libera alle nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri, comunicato stampa del Parlamento UE (10 febbraio 2026) ↩︎ 13. Cfr. Corte EDU, Grande Camera, 23 febbraio 2012, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, in cui la Corte ha sancito la responsabilità extraterritoriale dello Stato per violazione del divieto di espulsioni collettive e del principio di non-refoulement ↩︎ 14. ASGI (Crescini, G., et al.) (2020). L’attività delle organizzazioni internazionali in Libia e le problematiche ripercussioni sull’esternalizzazione del diritto di asilo. In Questione Giustizia, n. 1/2020, pp. 178-189 ↩︎ 15. Previatello, M. (2024). La nuova dimensione esterna della politica di immigrazione e asilo dell’Unione europea: dalla collaborazione bilaterale ai meccanismi unilaterali di pressione. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-28 ↩︎ 16. Cardenio, G. (2025). Se Frontex vigilerà sulle nostre frontiere, chi vigilerà su Frontex? Una lettura combinata delle conclusioni degli Avvocati Generali della Corte di Giustizia dell’Unione europea nei casi Hamoudi contro Frontex e WS e altri contro Frontex. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2025, pp. 165-180 ↩︎ 17. Masera, L. (2018). L’incriminazione dei soccorsi in mare: dobbiamo rassegnarci al disumano? In Questione Giustizia, n. 2/2018, pp. 225-236 ↩︎ 18. Palazzi, A. (2025). Quando l’intelligenza artificiale (IA) contribuisce a decidere in materia di asilo: prospettive e questioni aperte nel diritto dell’Unione Europea. In Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, fasc. n. 3/2025. ISSN: 1972-4799 ↩︎
Naufragio al largo della Libia: almeno 53 morti, due sono neonati
Ancora un naufragio, ancora altre insopportabili morti nel Mediterraneo centrale. Almeno 53 persone sono morte o risultano disperse, tra cui due neonati, dopo il ribaltamento di un gommone al largo della Libia, a nord di Zuwara. Il naufragio è avvenuto il 6 febbraio. Il gommone – denuncia Refugees in Libya (RIL) – trasportava 55 persone ed era partito da al-Zawiya intorno alle 23 del 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione, il natante ha iniziato a imbarcare acqua fino a capovolgersi. Solo due donne sono sopravvissute. Una ha perso il marito, l’altra i suoi due bambini.  «Tra i morti ci sono anche dei neonati, a ricordare al mondo, ancora una volta, che il mare è diventato un cimitero per coloro a cui è stato negato un passaggio sicuro»,  denuncia con forza RIL, «Nessun nome ancora. Nessun volto ancora. Solo numeri. Ma ogni numero era una vita, un respiro, una promessa interrotta nell’oscurità». Questo naufragio si aggiunge a una lunga serie di stragi avvenute nelle ultime settimane. Dopo il passaggio del ciclone Harry, Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, avevano denunciato la possibile scomparsa in mare di fino a un migliaio di persone, vittime di naufragi avvenuti in condizioni meteo estreme, nel silenzio e nell’inazione di Italia, Malta e dell’Unione europea. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Numeri impressionanti, rapidamente scomparsi dalle prime pagine dei giornali che non hanno ricevuto la benché minima attenzione nel dibattito politico, sempre più strumentalmente concentrato su nuovi pacchetti “sicurezza”, mentre l’attenzione pubblica veniva dirottata altrove, tra narrazioni emergenziali, Olimpiadi e presunti comici al Festival di Sanremo. Naufragi “invisibili”, come vengono ormai definiti. Imbarcazioni che affondano senza che nessuna nave venga inviata in soccorso, senza indagini, senza una risposta politica all’altezza. Senza un minuto di silenzio, senza un giorno di lutto nazionale. Morti considerate minori, morti che si possono non vedere, non nominare, non commemorare. Morti che, semplicemente, non contano. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Le persone a bordo del gommone erano partite da al-Zawiya, uno dei principali snodi del sistema libico di detenzione. Un sistema che continua a funzionare perfettamente anche grazie agli accordi tra Italia e Libia, a partire dal Memorandum d’intesa del 2017, più volte rinnovato e che il governo Meloni ha intenzione di estendere al generale Haftar. Un accordo che, di fatto, esternalizza le frontiere europee, subappaltata il lavoro sporco alle milizie libiche e contribuisce a catturare in mare migliaia di persone e riportarle nei lager libici, dove violenze, torture, stupri e lavori forzati sono documentati in modo dettagliato da anni.  Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 È da questi luoghi che le persone continuano a fuggire, dopo aver subito violenza, pagato somme ingenti o riscatti, perché non vi è altra scelta che prendere la via del mare alla ricerca disperata di una vita migliore.  Refugees in Libya e Mediterranea parlano chiaramente di responsabilità politiche, le tragedie non sono frutto del caso. Nel comunicato diffuso ieri da MSH si legge: «Non è una tragedia inevitabile. È il risultato diretto delle politiche europee di chiusura delle frontiere, degli accordi con la Libia, della criminalizzazione dei soccorsi in mare. Qui non mancano solo i nomi: manca la volontà politica di non lasciar morire le persone nel Mediterraneo. Quando vie legali e sicure vengono sistematicamente negate e la priorità resta il contenimento, rischiare la vita in mare diventa l’unica opzione possibile.  Queste morti sono il prodotto di decisioni precise, di confini armati, di politiche che ogni giorno decidono chi può vivere e chi può morire». Tuttavia, la guerra alle persone migranti alza ulteriormente il tiro. Il paradosso più cinico è che, mentre il Mediterraneo continua a essere una fossa comune, il dibattito politico italiano si alimenta di propaganda, rilanciando nuove misure sulla “sicurezza”. Il governo si prepara, infatti, a discutere l’ennesimo decreto o disegno di legge sull’immigrazione, che dovrebbe recepire il Patto europeo su migrazione e asilo e rilanciare dispositivi già ripetuti dalla destra, non solo italiana, in anni di campagna elettorale. Tra questi, secondo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni e del ministro dell’Interno Piantedosi, potrebbe tornare oggi all’esame del Consiglio dei ministri anche il cosiddetto “blocco navale”, evocato come dispositivo attivabile in caso di presunti rischi legati al terrorismo. Un ulteriore tentativo di allargare il binomio sicurezza-immigrazione all’uso manipolatorio di un’altra parola chiave della destra, in perfetta continuità con la torsione autoritaria che stanno imprimendo all’intera società. Un “blocco navale” che punta, in realtà, a ostacolare l’azione della flotta civile impegnata nelle attività di ricerca e soccorso, nonché la possibilità di testimoniare i naufragi. Se poi questi aumenteranno, la risposta è già pronta: «La colpa non è delle politiche governative, che puntano a bloccare le partenze e quindi le morti in mare, ma degli scafisti o, tutt’al più, di coloro che scelgono di partire nonostante i pericoli».
Libia orientale, fosse comuni e centri di detenzione “clandestini”
La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya, nella provincia di Brega, in Libia orientale, è l’ultima macabra scoperta in un Paese noto per le violenze sistematiche subite da persone migranti e rifugiate. Secondo il post di Refugees in Libya che riporta le testimonianze dei sopravvissuti, almeno 21 persone sarebbero state sequestrate, detenute arbitrariamente, torturate e infine uccise a sangue freddo. Donne e uomini imprigionati, abusati e giustiziati. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Refugees in Libya (@refugeesinlibya) Ad amplificare la denuncia di questa ennesima pagina nera è Mediterranea Saving Humans: «La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya porta alla luce l’ennesimo orrore consumato ai danni di rifugiati, migranti e persone apolidi». Per la Ong, l’arresto “formale” di un sospetto non è sufficiente. «Sappiamo che questi luoghi possono esistere perché non solo sono tollerati, in cambio di denaro, dalle autorità governative, ma sono anche funzionali al trattenimento e confinamento dei migranti, su diretto mandato di Italia e Unione Europea». Le uccisioni sarebbero avvenute in un’area sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, con il quale l’Italia, insieme a Turchia e Stati Uniti, sta rafforzando accordi economici e militari, anche sul cosiddetto contrasto all’immigrazione irregolare. «Mai abbiamo sentito pronunciare dai nostri governi una pregiudiziale sui diritti umani che vincolasse ogni rapporto e ogni accordo al loro rispetto in Libia», accusa Mediterranea. Per l’organizzazione, «se confermati, questi fatti configurano gravi crimini internazionali» e devono essere deferiti alla Corte penale internazionale «per garantire indagini indipendenti e la piena attribuzione delle responsabilità per crimini contro l’umanità». In questo contesto di violenza diffusa, arriva anche la notizia della liberazione di 221 persone migranti – tra cui donne, bambini e un neonato – detenuti per quasi due anni in una prigione sotterranea segreta nella città meridionale di Kufra, un nodo strategico sotto il controllo delle forze fedeli ad Haftar. Secondo le autorità di sicurezza libiche, le persone liberate erano trattenute «in condizioni umanitarie estremamente precarie». L’operazione ha portato alla scoperta di un sito di detenzione illegale, scavato a circa tre metri di profondità e presumibilmente gestito da una rete di trafficanti di esseri umani. Da sottolineare che spesso queste “scoperte” servono a lanciare segnali: da un lato ai gruppi che non pagano tangenti, dall’altro all’opinione pubblica – anche internazionale -, per mostrare un’apparente efficienza e tutela dei diritti umani. Nel frattempo, nell’ombra, continuano a proliferare altri centri di detenzione “clandestini”, controllati da gruppi armati in diverse aree e di fatto tollerati o collegati dalle autorità. Mediterranea denuncia intanto un nuovo e grave passo nella “cooperazione” tra Italia, Unione europea e autorità della Libia orientale. Il governo italiano, con fondi della Commissione europea, è pronto a realizzare un nuovo Centro di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC/RCC) a Bengasi, duplicando la struttura già attiva a Tripoli dal 2017. «In realtà non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio – denuncia la Ong – ma di una sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica». Secondo Mediterranea, il nuovo centro, finanziato anche con 3 milioni di euro dello European Peace Facility, estenderà alla Cirenaica il sistema dei “pullback”, ossia le intercettazioni in mare, consentendo respingimenti indiretti e deportazioni verso la Libia, in violazione dei diritti fondamentali e della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012. Particolarmente grave, sottolinea l’organizzazione, è la localizzazione del centro in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, come la brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar. «Non vogliono salvare vite, ma rendere le catture e i respingimenti dal mare più efficienti e invisibili», afferma Laura Marmorale, presidente di Mediterranea. «Con il centro di Bengasi, il governo italiano esporta il modello Tripoli anche nei territori di Haftar, rafforzando il ruolo di milizie responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Ci chiediamo se sia legale che questo avvenga con l’impiego di ingenti risorse pubbliche, europee e italiane». Per Mediterranea, il filo che collega Ajdabiya, Kufra e Bengasi è «il risultato prevedibile di un sistema violento e strutturale», costruito anche dalle politiche europee e italiane di esternalizzazione delle frontiere. «Non si tratta di gestione delle migrazioni: è violenza sistemica, responsabilità politica e complicità».  Continuiamo a chiedere la cessazione di qualsiasi accordo con la Libia, verità e giustizia per tutte le persone uccise, scomparse e torturate nel nome del controllo delle frontiere.
Justice Fleet Alliance: le ONG del Mediterraneo interrompono i contatti con Tripoli
Il 5 novembre 2025 a Bruxelles la Justice Fleet Alliance ha tenuto la sua prima conferenza stampa congiunta, trasmessa in diretta streaming. Le organizzazioni coinvolte hanno annunciato una decisione storica: sospendere ogni comunicazione operativa con il JRCC (Joint Rescue Coordination Centre) libico. Dopo anni di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità libiche, le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale hanno creato una “coalizione per la giustizia”, con il supporto del Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e di Refugees in Libya. «Dieci anni dopo l’estate della migrazione, stiamo fondando la Justice Fleet. I nostri obiettivi? Lottare insieme contro i crimini di Stato. Vogliamo creare pressione pubblica e legale per realizzare un cambiamento politico 1» Durante la conferenza, i partner coinvolti sono intervenuti in merito ai fondamenti legali e morali della decisione e alle richieste rivolte ai policy makers europei: SEA-WATCH: COS’È LA JUSTICE FLEET E QUAL’È IL SUO BACKGROUND L’Unione Europea, nel tentativo di bloccare le traversate nel Mediterraneo, si rende complice di crimini contro l’umanità e ostacola la società civile impegnata nei soccorsi, criminalizzandola e diffamandola. In risposta a queste violazioni sistematiche, tredici organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale si sono unite per dare vita alla Justice Fleet, la più grande alleanza civile di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare. «È una risposta alla coercizione degli Stati europei a comunicare con le milizie libiche, autori di quotidiane violenze in mare e in opposizione al rinnovo tacito del Memorandum d’Intesa Italia-Libia. 2» Alliance Members (Germania, Francia, Italia e Spagna) CompassCollective – Louise Michel – Mediterranea Saving Humans – Mission Lifeline – Pilotes Volontaires – RESQSHIP – r42-Sail And Rescue – Salvamento Marítimo Humanitario – Sea-Eye – SEA PUNKS – Sea-Watch – SOS Humanity – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo La campagna della Justice Fleet Alliance nasce dopo che la nave civile Mediterranea, di Mediterranea Saving Humans, il 4 novembre 2025 ha sbarcato a Porto Empedocle 92 persone soccorse, rifiutando il porto assegnato di Livorno, distante oltre 1.200 km e quattro giorni di navigazione. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’equipaggio ha disobbedito agli ordini illegittimi del Governo italiano, agendo in “stato di necessità” (art. 54 c.p.), nel pieno rispetto del diritto marittimo nazionale e internazionale, a tutela dei diritti fondamentali della vita e della dignità delle persone soccorse, giudicate dal medico di bordo non idonee a ulteriori giorni di navigazione. Per questa decisione la nave è stata bloccata e il comandante ha ricevuto una contestazione per presunta violazione del Decreto Piantedosi per “non aver raggiunto senza ritardo il porto di sbarco assegnato”. L’episodio evidenzia la volontà del Governo di ostacolare il soccorso civile, inumana ossessione che guida l’imposizione di norme che mettono a rischio la vita delle persone. «Lo spirito con cui la nave ha agito è lo spirito che anima la Justice Fleet e per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Mediterranea 3» L’obiettivo della Justice Fleet è quello di unire azioni legali, politiche e comunicative per rafforzare le reti di solidarietà nei confronti delle persone in movimento, soprattutto quelle bloccate in Libia. L’alleanza si prefigge di sostenere i soccorsi, contrastare respingimenti illegali, repressione e criminalizzazione delle ONG, opponendosi alle politiche di morte europee che, in nome della sicurezza delle frontiere, impediscono i salvataggi ledendo i diritti umani. COMPASS COLLECTIVE: SULL’ILLEGITTIMITÀ DEL CENTRO DI COORDINAMENTO DEI SOCCORSI IN LIBIA Dall’istituzione di una zona SAR libica nel 2018 e la successiva creazione di un centro di coordinamento dei soccorsi associato a Tripoli, viene esercitata una pressione crescente sulle ONG affinché comunichino con le autorità libiche. Tuttavia, la cosiddetta Guardia Costiera Libica è in realtà una rete di milizie armate che, invece di soccorrere, rapisce le persone durante l’attraversata, perpetrando violenze sistematiche. Non disponendo di un governo centrale, questa rete è stata addestrata e finanziata dall’UE nell’ambito delle politiche di “controllo della migrazione”. Il JRCC di Tripoli non rispetta gli standard stabiliti dall’Organizzazione marittima internazionale previsti nelle convenzioni SOLAS e SAR: non è operativo 24 ore su 24, manca di capacità linguistiche e infrastrutture tecniche adeguate. Le azioni violente che mettono in atto in mare non possono ovviamente essere considerate salvataggi, ma costituiscono la prima linea di un sistema di crimini istituzionalizzato. Anche le Corti europee – da quelle italiane a quella dei diritti dell’uomo – hanno confermato che i respingimenti verso la Libia violano il diritto internazionale. Nel marzo 2024, dopo un salvataggio coordinato dalla Humanity 1 e il fermo imposto alla nave, il Tribunale di Crotone ha revocato il provvedimento, stabilendo 4 che la “guardia costiera libica” e il JRCC non sono autorità legittimate al soccorso. La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la decisione nel giugno successivo, ribadendo che la Libia non è un porto sicuro e che le ONG agiscono nel rispetto del diritto internazionale. L’8 luglio 2025, in riferimento al caso Ocean Viking 5, la Corte costituzionale italiana ha precisato che i comandanti devono seguire solo istruzioni legittime e conformi alle norme di soccorso in mare: ordini che mettono in pericolo vite umane non sono vincolanti e la loro disobbedienza non è punibile. Ne deriva che le istruzioni della “guardia costiera libica” non sono mai legittime: «Seguire le loro istruzioni illegali è contro il diritto internazionale. […] Quindi la decisione della Justice Fleet di sospendere tutte le comunicazioni operative con le autorità marittime libiche non è solo moralmente giusta, ma è giuridicamente necessaria 6». In linea con le decisioni giudiziarie, la Justice Fleet Alliance rifiuta quindi ogni collaborazione con la Libia, considerata un “attore illegittimo in mare”, garantendo che il dovere di soccorso non si trasformi in complicità con crimini politici. La Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita in mare impone a ogni comandante di soccorrere chi è in pericolo e di garantirne lo sbarco in un luogo sicuro, indipendentemente da nazionalità o status. La Libia, priva di un sistema d’asilo e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, non può essere considerata un luogo che soddisfa gli standard. Ne consegue che portare i naufraghi in Libia è illegale e, di fatto, nel momento in cui le autorità italiane ed europee ordinano alle ONG di coordinarsi con le unità libiche, chiedono loro di commettere un illecito. Obbedire significherebbe rendersi complici di un sistema criminale, e il rifiuto non è una sfida ma un atto di rispetto del diritto internazionale. «La Justice Fleet oggi sta tracciando un’importante linea giuridica e morale secondo cui la vita umana viene prima degli ordini. 7» CENTRO EUROPEO PER I DIRITTI COSTITUZIONALI E UMANI: SUI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ NEL MAR MEDITERRANEO E SULLA TERRAFERMA DA PARTE DI ATTORI LIBICI La Libia non può essere considerata un “place of safety”: rapporti internazionali documentano torture, abusi, schiavitù, stupri e lavoro forzato all’interno di campi dove le persone in movimento vengono imprigionate 8. Le autorità marittime libiche e le milizie affiliate, incluse la cosiddetta Guardia costiera, il JRCC di Tripoli e gruppi come la brigata TBZ 9, hanno abitualmente fatto ricorso alle armi e a manovre calcolate per mettere in pericolo le persone in mare. Per ragioni politiche, le persone intercettate vengono riportate con la forza in Libia e rinchiuse in prigioni gestite da agenzie statali, milizie e attori privati, dando vita a un sistema detentivo divenuto altamente redditizio. Dal 2011 questo sistema è parte dell’economia del conflitto libico, ulteriormente rafforzata nel 2016 dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, che hanno rimodellato quest’industria della detenzione contribuendo alla creazione di una struttura transnazionale di contenimento che si traduce in crimini contro l’umanità. «È importante notare che ciò che sta accadendo nel Mediterraneo non è una crisi umanitaria o un fallimento della governance, ma un sistema deliberato di violenza organizzata 10» Il 27 marzo 2023, la missione di inchiesta delle Nazioni Unite (NU) sulla Libia ha dichiarato:  «L’UE e i suoi Stati membri sostengono la cosiddetta guardia costiera libica […]; in questo modo, contribuiscono al sequestro illegale di rifugiati in mare e alla detenzione illegittima 11.» Nella stessa indagine, le NU classificano le intercettazioni e i respingimenti in mare come equivalenti alla reclusione o ad altre gravi privazioni della libertà personale, violando alcuni tra i primi articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) 12. Gli attori della politica congiunta di “prevenzione della migrazione”, sono pienamente consapevoli che tali azioni prevedibilmente si concretizzano in atti violenti, eppure l’importanza ricade sull’agenda coordinata di contenimento. Nel loro obiettivo tacito nascondono e sminuiscono il quadro, ma gli orrori incasellati come “abusi isolati” sono evidentemente parte di un attacco diffuso e sistematico contro migranti e rifugiati che tentano di lasciare la Libia. RIFUGIATI IN LIBIA – SULLE ESPERIENZE DI VIOLENZA DELLE MILIZIE LIBICHE «Mentre continuiamo a sensibilizzare sulla condizione di chi attraversa il mediterraneo, la situazione in Libia peggiora di giorno in giorno. 13» Dal 2016 le milizie libiche attaccano in mare persone in fuga dal paese e soccorritori civili.  Un rapporto di Sea Watch documenta oltre 60 episodi negli ultimi dieci anni, tra sparatorie, speronamenti, blocchi, aggressioni, minacce e intimidazioni. Anche in condizioni meteorologiche avverse, le milizie libiche hanno inseguito le imbarcazioni con l’unico obiettivo di riportale in Libia. La Justice Fleet Alliance ha stilato un elenco dei casi 14 avvenuti negli ultimi anni; di seguito un estratto: Le spiegazioni degli episodi citati: Incidenti violenti in mare da parte delle milizie libiche | Justice Fleet 2025: Inseguimento di una barca mentre le persone erano cadute in acqua; una persona annegata 2025: Una motovedetta donata dall’UE spara in direzione della Sea-Watch 5 2025: Attacco armato di 20 minuti contro l’Ocean Viking 2024: Intercettate donne e bambini sotto la minaccia delle armi 2024: Minaccia alla Mare Jonio durante un’operazione di soccorso 2024: Manovre pericolose intorno all’Humanity1 2023: Molestato un gommone da una motovedetta libica 2022: Minaccia agli aerei civili con missili SAM (missili terra-aria) 2022: Sparatoria contro persone in acqua 2021: Tentativo di speronare un’imbarcazione in fuga 2020: Uccisione di tre persone allo sbarco 2018: Interferenza con un’operazione di soccorso, causando la scomparsa di cinque persone 2017: Sparatoria contro una nave della Guardia Costiera italiana 2016: Interferenza con un’operazione di soccorso, causando una serie di decessi SOS HUMANITY: SULLA COOPERAZIONE UE-LIBIA Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, l’UE ha indirizzato fondi per impedire alle persone di raggiungere l’Europa, sviluppando un complesso sistema di mezzi e strumenti per impedire l’esercizio del diritto di asilo e stringendo accordi con la Libia sulla “gestione delle frontiere nel Mediterraneo centrale”. Uno dei principali canali di finanziamento è stato il Fondo d’Emergenza per l’Africa (EUTF for Africa), lanciato nel 2015. Questi fondi, che avrebbero dovuto affrontare le cause profonde degli sfollamenti, sono stati invece dirottati (per 57,2 milioni di euro) verso il controllo della migrazione e la gestione militarizzata delle frontiere. Nell’ambito della strategia di prevenzione della migrazione definita propagandisticamente “illegale” l’UE ha fornito imbarcazioni, attrezzature e risorse finanziarie, nonché addestramento ed equipaggiamento delle milizie svolgendo un ruolo chiave nella creazione del centro di coordinamento del “salvataggio libico”. Da allora, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni, più di 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Nel 2024, la Corte dei conti europea ha rilevato che i progetti UTF risultano frammentati, inefficaci e privi di adeguate tutele per i diritti umani. Nel 2021 la strategia europea è confluita nel nuovo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale (NDICI) – Europa globale, valido fino al 2027, che per la gestione delle frontiere libiche ha stanziato 12 milioni di euro per un’accademia di frontiera, 8 per la modernizzazione del centro libico di coordinamento dei “soccorsi” e 5 per la formazione delle forze di sicurezza. Entro il 2027 l’UE avrà speso almeno 84 milioni di euro in misure di deterrenza in Libia. Documenti del Consiglio Europeo mostrano che il NDICI mira a potenziare le intercettazioni e collegare i centri di coordinamento, rafforzando il sistema che intrappola le persone in Libia. «Formando, equipaggiando e finanziando gli attori marittimi in Libia che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani, l’Unione Europea è direttamente complice di questi abusi. Ogni euro speso per una gestione violenta delle frontiere rappresenta un’Europa che avrebbe potuto salvare vite umane. È tempo che l’UE smetta di esternalizzare le proprie responsabilità legali e morali e inizi a sostenerle. 15» Il 2 novembre 2025 il Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017, è stato rinnovato tra le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, della Search and Rescue Organization e dei gruppi auto-organizzati di rifugiati. Notizie/In mare LA PAROLA A REFUGEES IN LIBYA: «STOP MEMORANDUM!» "Stage of Survivors" ha concluso a Roma una settimana di mobilitazione 20 Ottobre 2025 A metà ottobre 2025 la Camera, con una mozione della maggioranza, lo ha tacitamente prorogato 16 fino al 2 febbraio 2026, richiamando la retorica del “contrasto ai trafficanti” e della “prevenzione delle partenze”, nonostante il patto implichi di fatto una collaborazione con i criminali, poiché prevede il finanziamento dei centri di detenzione e il sostegno alle milizie. La natura di questa cooperazione risulta più evidente alla luce dell’accusa rivolta all’Italia dalla Procura della Corte Penale Internazionale (CPI) per il mancato trasferimento a L’Aja di Osama Almasri, ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli sospettato di crimini contro l’umanità. Proseguendo su questa linea, consapevoli delle conseguenze lesive dei diritti umani, UE e Stati membri alimentano un ciclo di violenza e sfruttamento. Questo è stato denunciato già nel novembre 2022 dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), che ha presentato un esposto 17 alla Corte penale internazionale contro funzionari di UE, Italia, Malta e Libia per il loro ruolo nelle intercettazioni sistematiche delle persone in movimento. «Porre fine alla nostra comunicazione di salvataggio con l’JRCC libico che coordina questi gruppi è una necessità e una linea chiara contro la complicità europea con i crimini che si stanno verificando in Libia. 18» NON CI SI ARRENDE DAVANTI ALLE POLITICHE INGIUSTE: «LORO INFRANGONO LA LEGGE. NOI VINCIAMO IN TRIBUNALE.» Oggi, Italia, Germania, Malta, Frontex e l’UE stanno violando il diritto di asilo, attaccando i diritti umani e il diritto internazionale. Il Mar Mediterraneo è diventato un luogo di illegalità, non perché manchino le leggi, ma perché gli Stati europei scelgono deliberatamente di non rispettarle. Le organizzazioni civili di soccorso, insieme a partner internazionali e sulla base di rapporti delle Nazioni Unite, stanno portando questi crimini davanti alla giustizia – dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ai tribunali italiani – dove emerge un giudizio coerente: le attuali politiche europee sono illegali. In dieci anni di violazioni, numerosi procedimenti hanno evidenziato l’illiceità delle pratiche dell’Unione nel Mediterraneo, confermando al contrario la legittimità delle operazioni di salvataggio delle ONG. 2009Il tribunale di Agrigento assolve l’equipaggio della nave Cap Anamur riconoscendo la scriminante dell’adempimento al dovere di soccorrere.2017La nave Iuventa viene sequestrata per presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (articolo 12, TUI); dopo sette anni di processo il tribunale dichiara l’insussistenza del fatto.2018La nave Open Arms è sequestrata con l’accusa di associazione a delinquere e favoreggiamento. Il provvedimento viene annullato vista la sussistenza dello stato di necessità.2019La capitana della nave See Watch 3, Carola Rakete, è accusata ex. articolo 12, TUI. Caso concluso con il riconoscimento della giustificazione per adempimento al dovere derivante dagli obblighi internazionali.2019La nave Vos Thalassa sbarca 66 naufraghi che si erano opposti al respingimento in Libia. Nel 2021, la Corte Suprema Italiana riconosce il loro diritto di resistere ai respingimenti illegali, per legittima difesa.2021Alla nave Vos Triton viene imposto di riportare in Libia 170 persone soccorse. Il Tribunale di Roma 19 giudica l’Italia responsabile di sequestro e ordina il rilascio di un visto umanitario alla vittima che ha avviato il procedimento. Questi casi mostrano che chi contesta le politiche euro-libiche diventa bersaglio della repressione, mentre le decisioni giudiziarie evidenziano l’illegalità delle azioni della guardia costiera libica e degli Stati europei. Le sentenze confermano che un’imbarcazione non idonea è già in distress e, per il diritto del mare, chi è in distress, prima di essere un migrante, è un naufrago che deve essere soccorso; lo stato di necessità è inoltre aggravato dalla condizione di fuga dalle torture libiche. «Gli Stati hanno trasformato il mare in un’arma contro gli esseri umani. Ma quando la nostra lotta collettiva per la libertà viene criminalizzata, la resistenza diventa un dovere. La Justice Fleet si schiera esattamente dove dobbiamo schierarci: contro un sistema che punisce la solidarietà e sancisce il razzismo». Carola Rakete – Ex deputata del Parlamento europeo Le organizzazioni civili portano sempre più spesso queste battaglie davanti ai giudici, riaffermando la supremazia del diritto sulle logiche politiche. Nonostante ciò, la maggior parte dei respingimenti e delle violenze rimane nell’ombra, impunita e scoperta da tutele giuridiche, rendendo estremamente importante e necessaria l’azione della Justice Fleet. Il controllo statale sui flussi migratori deve cedere di fronte all’obbligo di soccorrere in sicurezza fino a un “porto sicuro”, per questo l’Alleanza assume una posizione chiara: stop alla collaborazione con i criminali. «Chiediamo la fine immediata di ogni cooperazione tra l’UE e gli attori libici violenti, la fine immediata del sostegno ai crimini contro l’umanità in mare e sulla terraferma. 20» RIBELLIONE È RIVOLUZIONE CONTRO LE INGIUSTIZIE: «CONTINUEREMO I SOCCORSI MA CI SCHIERIAMO CONTRO LA COMPLICITÀ» In risposta alle violenze dei libici nel Mediterraneo e alla complicità degli Stati europei, le organizzazioni di ricerca e salvataggio hanno intrapreso quindi un passo storico: «Non riconosceremo mai gli attori libici come autorità competenti di ricerca e salvataggio e non obbediremo alla coercizione dello Stato italiano 21» La sospensione delle comunicazioni operative con il JRCC, imposta dalla Legge 15/23 (“Decreto Piantedosi”), può comportare multe, detenzioni e la confisca dei mezzi delle ONG, evidenziando ancora una volta la distanza tra le leggi italiane, frutto di un decennio di politiche schierate, e il diritto internazionale. Le organizzazioni della Justice Fleet Alliance scelgono la via della disobbedienza giusta opponendosi al riconoscimento delle pattuglie libiche e ai probabili futuri ordini di collaborazione che ne deriverebbero. Sono pronte a sostenere le conseguenze delle loro decisioni morali e legali; in un Mediterraneo trasformato in confine armato, non comunicare con chi rapisce, tortura e uccide non è un atto di sfida ma di umanità: disobbedire significa oggi riaffermare il diritto del mare. «Rischieremo la detenzione o addirittura la confisca delle nostre navi e dei nostri aerei in Italia, cosa che combatteremo davanti a tutti i tribunali 22» A fianco della Justice Fleet Alliance, si schierano altre realtà che contrastano i crimini commessi in mare e nei lager libici. JLProject 23, nato nel 2019 e impegnato da anni in indagini forensi pro bono per intentare azioni legali contro gli Stati responsabili dei respingimenti illegali in Libia, ha dichiarato il suo sostegno all’Alleanza: «Noi stiamo indagando molto sui crimini della cosiddetta guardia costiera libica e siamo molto soddisfatte della decisione di non comunicare con quei criminali.» Sara Fratini – JL Project La Justice Fleet Alliance si inserisce quindi in una più ampia cornice di resistenza civile che, unendo giurisprudenza e attivismo, difende la centralità della persona e i principi del diritto internazionale. In un contesto in cui la legalità è piegata alle politiche di controllo, riaffermare che il soccorso non è un reato ma un dovere rappresenta un vero atto di giustizia: in mare come a terra, il diritto non si negozia, la migrazione non va criminalizzata e chi salva vite non può essere condannato. > «Quando gli ordini rendono i soccorritori potenzialmente complici di crimini > contro l’umanità, il rifiuto è l’unica risposta legittima. 24» 1. Dichiarazione rilasciata il 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance, tenutasi a Bruxelles. Dichiarazioni rilasciate in lingua inglese e tradotte dall’autrice ↩︎ 2. Ibidem ↩︎ 3. Le Ong del soccorso in mare si uniscono nella Justice Fleet e interrompono le comunicazioni con Tripoli, Sea Watch (5 novembre 2025) ↩︎ 4. Court confirms: Detention Unlawful, SOS Humanity (12 giugno 2025) ↩︎ 5. LaOcean Viking è stata la prima nave umanitaria a ricevere un fermo amministrativo in base al Decreto Piantedosi, accusata di aver ignorato l’ordine libico di «lasciare il soccorso». L’equipaggio ha completato l’operazione, ritenendo l’ordine imposto ex lege al comandante illegittimo e contrario agli obblighi italiani sui diritti fondamentali. La giudice di Brindisi, annullando il fermo, ha dichiarato: « Imporre il fermo a una nave umanitaria va a compromettere il diritto di essere soccorsi ». Ha inoltre rimesso gli atti alla Corte costituzionale, rilevando una presunta violazione dell’art. 25, comma 2, a causa dei «presupposti inadeguati per l’applicazione del fermo», non riconoscendo la «delega in bianco» all’autorità libica ↩︎ 6. Dichiarazione rilasciata il 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance, tenutasi a Bruxelles ↩︎ 7. Ibidem ↩︎ 8. «Migrants and refugees suffer unimaginable horrors during their transit through and stay in Libya» – Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) / United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL). Report on the human-rights situation of migrants and refugees in Libya (20 dicembre 2018) ↩︎ 9. La Brigata Tariq Ben Zeyad (TBZ) è un’organizzazione delle forze armate libiche, guidata da Saddam Haftar, figlio del comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar. Attiva dal 2016, comprendente ex soldati gheddafisti, è accusata di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni, torture, sequestri, stupri e sfollamenti forzati. Amnesty International documenta un “catalogo degli orrori” commessi dal 2016, tra cui l’espulsione collettiva di migliaia di rifugiati e migranti da Sabha e dal sud della Libia. ↩︎ 10. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 11. HRC – Press Conference: Fact-Finding Mission on Libya | UN Web TV; Report of the Independent Fact-Finding Mission on Libya – Human Rights Council (marzo 2023) ↩︎ 12. CEDU – Art.1: Obbligo di rispettare i diritti dell’uomo; Art.2: Diritto alla vita; Art.3: Proibizione della tortura; Art.4: Proibizione della schiavitù e del lavoro forzato; Art. 5: Diritto alla libertà e alla sicurezza ↩︎ 13. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 14. Sul sito justice-fleet.org la lista delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica documentate dalla società civile negli ultimi 10 anni e in continuo aggiornamento: 60 Libyan attacks at sea as EU rolls out red carpet for militias, new data shows • Sea-Watch e.V. ↩︎ 15. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 16. Grazie a una clausola all’articolo 8 che prevede il rinnovo automatico triennale salvo richiesta scritta di revoca con preavviso di tre mesi di una delle parti ↩︎ 17. Qui il testo dell’esposto ↩︎ 18. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 19. Caso Vos Triton: Italia ritenuta responsabile per il respingimento delegato verso la Libia. A. arriva in sicurezza a Roma, Asgi (marzo 2025) ↩︎ 20. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 21. Ibidem ↩︎ 22. Ibidem ↩︎ 23. Qui il sito di JLProject ↩︎ 24. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎
Nel Mediterraneo si continua a morire mentre chi salva vite è criminalizzato
Nel Mediterraneo si continua a morire, mentre chi salva vite continua a essere criminalizzato. È uno stesso tragico e odioso copione che ormai si ripete da tempo. Da una parte sempre più persone muoiono nell’indifferenza e nel silenzio istituzionale, dall’altra il governo italiano, nonostante le sentenze dei tribunali, non mostra segni di ravvedimento e prosegue nella sua opera di attacco alle organizzazioni di soccorso: l’ultima è Mediterranea Saving Humans, colpita da un nuovo blocco amministrativo dopo l’ultimo salvataggio e approdo a Porto Empedocle. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’associazione, che rivendica giustamente di aver salvato la vita a 92 persone, ha replicato alle accuse del ministro dell’Interno Piantedosi, che sui social ha diffuso false informazioni sull’operato della nave.  «Siamo indignati dalle menzogne del ministro: da parte nostra c’è sempre stata la massima collaborazione con la Sanità marittima», ha dichiarato MSH. A bordo, ha raccontato il medico Gabriele Risica, «abbiamo accolto la medica dell’USMAF, le abbiamo messo a disposizione l’ospedale di bordo e visitato insieme le persone soccorse». Anche la capomissione Sheila Melosu ha denunciato «la vergogna di un ministro che parla di sicurezza delle persone mentre è indagato per aver protetto un torturatore di migranti, e che voleva far viaggiare fino a Livorno persone malate e bisognose di cure immediate». Un episodio che si inserisce nella costante strategia di criminalizzazione delle ONG, con la nave Mediterranea che subisce un altro fermo illegittimo nel porto siciliano per violazione del Decreto Piantedosi, mentre le autorità italiane continuano a ostacolare chi salva vite in mare e a finanziare chi le intercetta e le imprigiona. Il 2 novembre, infatti, si è rinnovato automaticamente il Memorandum tra Italia e Libia, che resterà in vigore fino al 2026, assicurando nuovi fondi e mezzi alla guardia costiera libica, la stessa che cattura e riporta nei lager migliaia di persone e che attacca le navi della flotta civile. Approfondimenti/In mare MEMORANDUM ITALIA-LIBIA, UN PATTO DI VIOLAZIONI E ABUSI Il 2 novembre l’accordo sarà rinnovato. Refugees in Libya: manifestiamo a Roma il 18 ottobre Carlotta Zaccarelli 29 Settembre 2025 Nel frattempo, solo negli ultimi 30 giorni, cinque naufragi hanno aggiornato il conto delle vittime e dei dispersi lungo le rotte del Mediterraneo. Il 18 ottobre, Sea-Watch ha denunciato un naufragio ignorato dalle autorità: un morto accertato e 22 persone disperse, mentre le navi umanitarie venivano tenute lontane dall’area dei soccorsi. “Abbiamo chiesto aiuto per ore, nessuno è intervenuto”, ha riferito l’Ong, accusando Roma e La Valletta di omissione di soccorso. Il 22 ottobre, al largo di Salakta, in Tunisia, almeno 40 persone migranti, tra cui diversi neonati, sono morte dopo che la loro imbarcazione si è capovolta. Solo 30 persone sono state salvate. Le vittime provenivano da Paesi dell’Africa subsahariana e cercavano di raggiungere l’Italia da una delle rotte più brevi e più letali del Mediterraneo. Diverse inchieste hanno evidenziato come la Tunisia sia un Paese non sicuro nel garantire i diritti fondamentali e come le persone nere siano sottoposte a violenze e tratta gestite dalle stesse autorità. Rapporti e dossier/In mare STATE TRAFFICKING SVELA LA TRATTA DI MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA Un rapporto con 30 testimonianze da un confine esterno della UE Redazione 1 Marzo 2025 Il 24 ottobre, 14 persone migranti sono annegate nel mar Egeo, al largo di Bodrum, in Turchia. Solo due si sono salvate, tra cui un giovane afgano che ha nuotato per sei ore fino a riva. Tre giorni dopo, il 27 ottobre, quattro migranti sono morti al largo della Grecia, dopo l’affondamento di un gommone. E il 28 ottobre un altro barcone è affondato davanti a Surman, in Libia: 18 morti e oltre 60 sopravvissuti, secondo la Croce Rossa libica e l’OIM. Le vittime erano in gran parte uomini sudanesi, bengalesi e pakistani in fuga da guerre e povertà. Cinque naufragi in dieci giorni: più di 70 morti accertati, decine di dispersi e un mare che continua a inghiottire vite nell’indifferenza politica. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), al 25 ottobre 2025 sono 472 le persone morte e 479 quelle disperse sulla rotta del Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno. A questo bollettino di guerra vanno aggiunti gli ultimi naufragi: nel 2025 si può stimare che circa 550 persone abbiano perso la vita, senza contare i naufragi cosiddetti “fantasma” che non finiscono nei conteggi ufficiali. Nello stesso periodo, 22.509 persone migranti – tra cui 832 minori – sono state intercettate e riportate in Libia, dove finiscono spesso in centri di detenzione, subendo torture, violenze sessuali, estorsioni, privazione di cibo e cure. Nemmeno l’arresto del generale libico Al Masri cambia la sostanza: la Libia rimane un Paese diviso e controllato da milizie e trafficanti che si arricchiscono sulla pelle dei migranti. Nonostante la situazione sia nota e denunciata da anni, resta un alleato politico e operativo dell’Europa, che continua a esternalizzare il controllo delle proprie frontiere. Come ha rivelato un’inchiesta di Irpimedia, la Commissione europea e Frontex hanno ospitato a metà ottobre una delegazione tecnica libica, con esponenti provenienti sia dall’est sia dall’ovest del Paese: per la prima volta anche funzionari della Cirenaica, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, sono stati invitati presso la sede di Frontex a Varsavia e a Bruxelles. Il Mediterraneo centrale continua a essere la rotta migratoria più mortale del mondo. Ma ogni nuovo naufragio rimane a sé stante, invisibilizzato e velocemente archiviato come un fatto di cronaca. I media fanno sempre più fatica ad andare oltre la notizia flash e a costruire una narrazione diversa, e così queste stragi scompaiono in fretta. Dove sono le storie che danno dignità ai numeri, ai volti, alle famiglie, ai sogni interrotti, al dolore? Cosa serve perché si trovi finalmente una risposta a quella domanda che da anni viene ripetuta e mai ascoltata: quante morti ancora serviranno prima che l’Europa apra vie legali e sicure di accesso, affinché si affronti il tema politico e sociale della libertà di movimento? Finché la risposta sarà il rinnovo di accordi come quello con la Libia e il blocco delle navi umanitarie, il Mediterraneo continuerà a essere una tomba. E l’Italia, insieme all’Unione Europea, continuerà a chiamare “cooperazione” ciò che è in realtà complicità nelle stragi. Fonti: InfoMigrants, OIM, UNHCR, ANSA, Reuters, Sea-Watch, Mediterranea Saving Humans, Mosaique FM. Interviste/In mare «RIPRISTINARE LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO È L’UNICA RISPOSTA POLITICA ALLE MIGRAZIONI» Intervista a Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista Laura Pauletto 3 Novembre 2025
Caso Almasri: Lam Magok chiede alla Corte Costituzionale di fare luce sull’operato dei ministri
Nuovo sviluppo nel cosiddetto caso Almasri: Biel Rouei Lam Magok, sopravvissuto alle torture del militare libico 1, il 17 ottobre scorso ha chiesto alla Corte Costituzionale di intervenire dopo che la Camera dei Deputati ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Mantovano. La decisione della Camera era arrivata lo scorso 9 ottobre, suscitando forti polemiche. Notizie CASO ALMASRI: LAM MAGOK DENUNCIA IL GOVERNO ITALIANO PER “FAVOREGGIAMENTO” «Il Governo mi ha reso vittima una seconda volta» Redazione 4 Febbraio 2025 Gli avvocati Francesco Romeo e Antonello Ciervo, difensori di Lam Magok, hanno depositato un’istanza presso il Tribunale dei Ministri per sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo che sia la Corte Costituzionale a stabilire la legittimità del voto parlamentare. «Con questa istanza chiediamo al Tribunale dei Ministri di rivolgersi alla Corte Costituzionale per stabilire che la Camera non aveva il potere di negare l’autorizzazione a procedere, perché ha agito in assenza dei presupposti previsti dalla legge costituzionale n. 1 del 1989», spiega l’avvocato Romeo, dello staff legale di Baobab Experience. La legge prevede che il Parlamento possa bloccare un processo contro un ministro solo se questi agisce a tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per perseguire un interesse pubblico preminente nell’esercizio delle sue funzioni. Secondo la difesa di Lam Magok, nel caso dei ministri coinvolti nessuno di questi presupposti sussisteva. Nella relazione di maggioranza della Camera «non si individua quale sarebbe l’interesse dello Stato costituzionalmente rilevante – denuncia Romeo – Si fa solo riferimento a un generico timore di ritorsioni ai danni di cittadini italiani in Libia, a possibili rischi per le forniture di gas e alla preoccupazione rispetto a boicottaggi nella cooperazione contro l’immigrazione clandestina». Non solo mancherebbero prove concrete dei rischi, ma secondo Romeo non è stata valutata alcuna alternativa lecita e proporzionata rispetto all’espulsione lampo di Almasri con volo di Stato. «Nordio, Piantedosi e Mantovano hanno agito nell’ambito esclusivo delle proprie competenze, senza alcuna deliberazione del Consiglio dei Ministri, come invece richiede la legge per giustificare un interesse pubblico preminente», sottolinea l’avvocato. Il legale evidenzia anche come la relazione della maggioranza non abbia considerato gli obblighi internazionali dell’Italia verso la Corte Penale Internazionale. «L’esecuzione di un obbligo internazionale in materia di cooperazione giudiziaria con la CPI è stata completamente sacrificata sull’altare dell’interesse pubblico a preservare rapporti economici e diplomatici con la Libia, con Almasri e la sua milizia armata: una scelta arbitraria e illecita», denuncia il legale. Lam Magok, riconosciuto persona danneggiata dalle condotte dei ministri e del sottosegretario, commenta: «Per paura di danni ai gasdotti italiani e per timore di incrinare i rapporti tra Italia e Libia, i ministri hanno liberato e riportato a Tripoli un uomo ricercato dalla CPI per crimini di guerra e contro l’umanità, l’uomo che ha torturato me e tante altre persone». «Ma l’interesse di un Paese non può in nessun modo coincidere con il sacrificio di migliaia di esseri umani», conclude Magok. L’iniziativa segna un nuovo passo nella battaglia legale per ottenere verità e giustizia, sottolineando i limiti dell’atto politico e il rispetto dei principi dello Stato di diritto. 1. Caso Almasri: depositata al Tribunale dei Ministri la memoria che accusa l’Italia di aver protetto un criminale ↩︎
La parola a Refugees in Libya: «Stop Memorandum!»
FRANCESCO LORINI 1 Il 2 febbraio 2017 veniva firmato a Roma il Memorandum of Understanding (MoU) fra il governo libico del generale Fayez Mustafa Serraj e il governo italiano a guida PD del presidente Gentiloni. A tale firma si era arrivati grazie al lavoro del ministro dell’Interno italiano Marco Minniti, con l’obiettivo di avviare la “cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere”. Approfondimenti MEMORANDUM ITALIA-LIBIA, UN PATTO DI VIOLAZIONI E ABUSI Il 2 novembre l’accordo sarà rinnovato. Refugees in Libya: manifestiamo a Roma il 18 ottobre Carlotta Zaccarelli 29 Settembre 2025 Uno dei principali intenti era quello dell’“adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Unione Europea. La parte italiana contribuisce, attraverso la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi” 2. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: con il sostegno finanziario dell’Italia, dell’Unione Europea e il coordinamento di Frontex, il MoU ha formato, finanziato ed equipaggiato le milizie libiche, che hanno sistematicamente rapito, detenuto arbitrariamente, torturato, ridotto in schiavitù, ucciso e violentato persone migranti e rifugiate in quei “centri di accoglienza” che, fuori da ogni controllo, si sono rivelati essere «la porta dell’inferno» (secondo la definizione data da chi è riuscito fortunosamente a uscirne). I finanziamenti italiani e comunitari hanno sostenuto l’acquisto di armi, attrezzature e motovedette della sedicente Guardia costiera libica, che solo pochi giorni fa – come riportato da queste pagine – ha aperto il fuoco su un’imbarcazione di migranti in zona SAR maltese, ferendone gli occupanti, uno dei quali è ora in fin di vita per un proiettile che lo ha colpito alla testa. Notizie LE FORZE LIBICHE SPARANO SULLE PERSONE MIGRANTI IN FUGA NEL MEDITERRANEO CENTRALE La denuncia di Alarm Phone e Mediterranea, ma le autorità italiane ed europee restano a guardare Redazione 16 Ottobre 2025 L’accordo tra Italia e Libia ha durata triennale e si rinnova tacitamente ogni tre anni, a meno di disdetta entro tre mesi dalla scadenza. Da allora è stato rinnovato da tutti i governi italiani che si sono succeduti, indipendentemente dal loro colore politico. È per questo che sabato 18 ottobre 2025, i militanti di Refugees in Libya, un gruppo di persone che sono riuscite a mettersi in salvo dai lager libici e dagli aguzzini che li hanno torturati per mesi, hanno dato voce a una richiesta forte e chiara: il memorandum va fermato. PH: Clara Marnette Sul palco, donne, uomini e bambini provenienti dal Sudan, dall’Eritrea e da altri paesi africani avevano in comune il trauma subito nelle carceri libiche: nessuno di loro ha dimenticato chi ancora oggi lotta per la sopravvivenza in condizioni disumane sull’altra sponda del Mediterraneo. Con il titolo Stage of Survivors hanno messo in scena la rappresentazione del processo ai responsabili delle loro sofferenze e di tutte le persone transitate o ancora detenute nei campi libici: ministri e sottosegretari, per ognuno dei quali viene formalizzato il capo d’imputazione. Dal palco hanno così ripercorso, in qualità di testimoni, le violenze viste e subite durante la detenzione in Libia. Un’azione che guarda e non dimentica chi ha avuto meno fortuna di loro e si trova ancora rinchiuso in un carcere al di là del Mediterraneo, ma al tempo stesso è rappresentazione del coraggio di denunciare gli abusi subiti a voce alta – anche se a volte rotta dal pianto – per quelle ferite dell’anima che spesso sono molto più difficili da cicatrizzare di quelle sui corpi. Un’azione che è volontà di denunciare un sistema ben descritto da Mamadou, il quale paragona il MoU a un grande banchetto in cui i rifugiati sono il piatto di portata: «Perché – ha spiegato – in Libia le persone vengono vendute come il pane». La manifestazione si è chiusa con vari interventi dal palco delle realtà che, a vario titolo, supportano Refugees in Libya, fra le quali il JLProject, un collettivo che realizza indagini forensi per aiutare persone raccolte in mare e respinte in Libia, al fine di richiedere all’autorità giudiziaria il riconoscimento del respingimento illegale e la condanna dell’Italia al rilascio di visti d’ingresso per motivi umanitari alle vittime. La settimana di mobilitazione, anche se non riuscirà nell’intento di far cessare l’accordo, è stata per gli organizzatori un momento significativo di presa di parola collettiva. Lo Stage of Survivors ha condannato quattro ministri italiani per crimini contro l’umanità a causa del loro sostegno agli attori criminali in Libia e in mare. Nessuno, un giorno, potrà dirsi innocente o affermare di non sapere ciò che avveniva in mare e sull’altra sponda del Mediterraneo. PH: Clara Marnette 1. Attivista della scuola di italiano Libera La Parola di Trento ↩︎ 2. Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana ↩︎
Le forze libiche sparano sulle persone migranti in fuga nel Mediterraneo centrale
Nel primo pomeriggio del 12 ottobre 2025, il telefono SOS di Alarm Phone riceve una chiamata dal Mediterraneo centrale: un gruppo di circa 150 persone è in fuga dalla Libia su un peschereccio, alcuni gridano che stanno sparando su di loro 1 . «Ci stanno colpendo con proiettili veri», ripetono agli operatori, «sono una milizia libica!». Alle 13:30, il segnale GPS colloca l’imbarcazione in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (SAR) di Malta. Nonostante le segnalazioni inviate immediatamente alle autorità italiane e maltesi, nessuno interviene. Per più di dodici ore, nessuna nave della Guardia costiera, nessun elicottero, nessun mezzo ufficiale si avvicina al peschereccio sotto attacco. Secondo il resoconto pubblicato da Alarm Phone, le milizie libiche non si limitano a sparare. Rimangono accanto alla barca per ore, la speronano più volte, rischiando di capovolgerla. «Ci stanno uccidendo, per favore aiutateci», gridano le persone al telefono. Nel tardo pomeriggio, un nuovo messaggio: «Una persona è morta, tre sono ferite». Le autorità continuano a tacere. Solo la mattina del 13 ottobre si scopre che il gruppo è stato infine soccorso dalla Guardia costiera italiana e poi sbarcato a Pozzallo. Ma il bilancio è pesante: una persona è in coma, con un proiettile conficcato nel cranio, e almeno altre due sono gravemente ferite. «Siamo sconvolti da un altro crimine di frontiera nel Mediterraneo centrale», denuncia Alarm Phone. «Le milizie libiche, finanziate e legittimate dall’Unione europea, agiscono con aggressività e impunità in mare, mentre le autorità italiane e maltesi violano sistematicamente le leggi del mare». Poche ore dopo lo sbarco, arriva anche la denuncia di Mediterranea Saving Humans. L’organizzazione, presente al porto di Pozzallo, parla di un intervento tardivo e di una catena di responsabilità precisa. «Una persona, con una pallottola nel cranio, è in coma e sta lottando tra la vita e la morte», scrive Mediterranea in un comunicato. «Altre due risultano gravemente ferite, al volto e a una mano, vittime dei colpi sparati da una motovedetta libica». Il gruppo di 140 persone è arrivato in Sicilia dopo 24 ore di attesa, «inascoltati per un giorno intero», dice l’organizzazione. «Insieme ad Alarm Phone avevamo avvisato le autorità italiane fin dal pomeriggio di ieri (12 ottobre ndr.), ma solo oggi (13 ottobre ndr.), con ventiquattr’ore di ritardo dalla tragica sparatoria, sono partiti i soccorsi». «La persona ora in fin di vita poteva essere raggiunta subito da un elicottero maltese o italiano», aggiungono. «Se dovesse finire diversamente, di fronte alla scelta di omettere un necessario soccorso urgente, sappiamo di chi sono le responsabilità». Per Mediterranea, si tratta di un altro episodio in una guerra dichiarata contro i migranti: «Erano in 140 a bordo di un motopeschereccio e cercavano di sfuggire alla guerra contro i migranti in corso in Libia, finanziata dal governo italiano, da quello maltese e dalle istituzioni dell’Unione Europea». L’episodio rientra in un modello ormai consolidato. Le milizie e le forze libiche, sostenute economicamente e politicamente dall’Unione europea, agiscono come una vera e propria polizia di frontiera delegata. I loro compiti: intercettare le persone migranti prima che raggiungano le coste europee e togliere di mezzo i testimoni scomodi come le Ong del mare. «Con il sostegno dell’Ue e dei suoi Stati membri», scrive Alarm Phone, «le milizie libiche si sono trasformate in una brutale forza di frontiera che opera con impunità». Mediterranea punta il dito contro la cooperazione istituzionale: «Il diritto internazionale è carta straccia per i governi che permettono e coprono tutto questo», si legge nel comunicato. «Alla vigilia del rinnovo del famigerato Memorandum Italia-Libia, chiediamo al Parlamento italiano di istruire finalmente un dibattito serio sulla necessità di non rinnovare un patto scellerato con degli assassini». IL MEMORANDUM CHE NON SI FERMA Il centrosinistra in Parlamento ha chiesto di fermare gli accordi con Tripoli, ma il Memorandum Italia-Libia, anche quest’anno, verrà rinnovato. Nonostante le continue denunce di attacchi e violenze da parte della Guardia costiera libica, grazie alle motovedette e all’addestramento fornito dall’Italia, il patto firmato nel 2017, quando al Viminale c’era Marco Minniti, continuerà a valere dal 2 novembre. Il termine ultimo per fermare il rinnovo automatico sarebbe stato proprio quel giorno, ma ieri – 15 ottobre – la Camera ha respinto le due mozioni delle opposizioni che chiedevano lo stop alla cooperazione con Tripoli. La mozione a prima firma Elly Schlein del PD, sottoscritta anche da Avs, Iv e Più Europa, proponeva di «non procedere a nuovi rinnovi automatici del Memorandum con la Libia, sospendendo immediatamente ogni forma di cooperazione tecnica, materiale e operativa che comporti il ritorno forzato di persone verso il territorio libico». Un testo simile, presentato dal Movimento 5 Stelle, chiedeva «l’interruzione del rinnovo automatico al fine di procedere alla sua revisione». Entrambe sono state bocciate. È invece passata, con 153 voti favorevoli, 112 contrari e 9 astensioni, la mozione della maggioranza che impegna il governo a «proseguire la strategia di contrasto ai trafficanti e di prevenzione delle partenze dalla Libia, fondata sul Memorandum del 2017». Mentre si conferma la linea della continuità, nel Mediterraneo centrale continuano gli spari e i respingimenti: non si tratta solo di effetti collaterali, ma di un vero e proprio sostegno del Parlamento. E’ qui che siedono i mandanti di queste violenze. 1. La cronologia degli avvenimenti è disponibile in questa ricostruzione di Alarm Phone del 13 ottobre: Stop the shootings at sea! ↩︎
Italia-Libia, Human Rights Watch chiede la fine del patto sui controlli alle frontiere
Tra meno di un mese, il memorandum d’intesa tra Italia e Libia 1 sulla cooperazione in materia di migrazione 2 si rinnoverà automaticamente. Otto anni dopo la sua firma nel 2017, il bilancio di questo accordo è drammatico: decine di migliaia di persone intercettate in mare, riportate in Libia e consegnate a detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e abusi quotidiani. Eppure l’Italia e l’Unione Europea sembrano pronte a continuare su questa strada, ignorando le evidenze. Human Rights Watch (HRW) non usa mezzi termini: l’accordo è ““Il Memorandum di intesa Italia-Libia si è rivelato un quadro di riferimento per la violenza e la sofferenza, e dovrebbe essere revocato, non rinnovato””. La cosiddetta “Guardia Costiera libica“, sostenuta dall’Italia con mezzi tecnici e finanziari, opera in un contesto di conflitto e frammentazione politica, dove milizie e forze statali si intrecciano con reti di traffico e contrabbando. Chi viene intercettato in mare non trova sicurezza: trova detenzione, fame, violenze fisiche e sessuali, lavori forzati e negazione dei diritti fondamentali. Negli ultimi mesi, le motovedette donate dall’Italia 3 hanno addirittura aperto il fuoco contro navi di ricerca e soccorso come Ocean Viking e Sea-Watch, confermando che la complicità italiana non riguarda solo i respingimenti, ma anche la messa in pericolo dei naufraghi e delle organizzazioni. Eppure, l’Europa sostiene queste stesse forze, con la sorveglianza di Frontex e investimenti milionari per il contenimento dei flussi migratori. Uno degli episodi più gravi e preoccupanti è avvenuto nel primo pomeriggio del 12 ottobre 2025 quando Alarm Phone (AP) 4 ha ricevuto una chiamata da un gruppo di circa 100-150 persone che stavano cercando di fuggire dalla Libia su un peschereccio. «Ci hanno ripetutamente detto che erano stati colpiti da colpi di arma da fuoco sparati da un’imbarcazione non identificata», denuncia AP. «Hanno identificato i responsabili come una milizia libica. La loro posizione GPS alle 13:30 CEST li collocava in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso maltese (N34 50, E015 54)». «Sebbene non sia possibile verificare chi abbia attaccato il gruppo di persone in fuga,» – continua Alarm Phone – «questo comportamento indica che potrebbe trattarsi della milizia libica, come identificato dalle persone a bordo». «Le organizzazioni della società civile, tra cui Refugees in Libya, un gruppo di sopravvissuti alla violenza contro le persone migranti in Libia,» scrive HRW, «si stanno mobilitando contro l’accordo Italia-Libia e chiedono all’UE di sospendere ogni cooperazione in materia di migrazione con la Libia». È una richiesta che mette al centro la vita e la dignità delle persone, non le logiche securitarie che hanno trasformato il Mediterraneo centrale in un cimitero a cielo aperto. Per denunciare questa politica di esternalizzazione e brutalizzazione delle frontiere europee, Refugees in Libya ha lanciato un appello a una mobilitazione comune a Roma il 18 ottobre alle 14:00 in Piazza Santi Apostoli. Approfondimenti/In mare MEMORANDUM ITALIA-LIBIA, UN PATTO DI VIOLAZIONI E ABUSI Il 2 novembre l’accordo sarà rinnovato. Refugees in Libya: manifestiamo a Roma il 18 ottobre Carlotta Zaccarelli 29 Settembre 2025 “Il continuo sostegno alle forze illegali e irresponsabili in Libia è indifendibile”, afferma Judith Sunderland, direttrice associata per l’Europa e l’Asia centrale di Human Rights Watch. “L’UE e tutti i suoi Stati membri, compresa l’Italia, dovrebbero smettere di finanziare e legittimare la violenza contro i migranti e riorientare radicalmente le loro politiche mediterranee per dare priorità al soccorso in mare e a percorsi migratori sicuri e legali”. 1. A questo link il Memorandum ↩︎ 2. Cos’è e cosa prevede il Memorandum Italia-Libia, Lenius ↩︎ 3. Already Complicit in Libya Migrant Abuse, EU Doubles Down on Support, HRW (febbraio 2023) ↩︎ 4. Alarm Phone (formalmente Watch The Med – Alarm Phone) è una rete di attivisti e volontari creata nel 2014, che gestisce una linea telefonica di emergenza per le persone migranti in difficoltà durante le traversate nel Mar Mediterraneo (e in parte anche lungo le rotte atlantiche e balcaniche) ↩︎
Dentro e fuori i confini: la campagna contro i rimpatri mascherati e il memorandum Italia-Libia
Un ritorno non è mai davvero “volontario” se la scelta nasce dietro le sbarre di una prigione dopo minacce, violenze o torture, in un Paese dove non esiste tutela dei diritti e ogni giorno si rischia la vita. È con questa consapevolezza che decine di associazioni hanno dato vita nel marzo scorso alla campagna Voluntary Humanitarian Refusal e che lunedì 27 settembre è stata presentata presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati Camera dei Deputati da ActionAid, A Buon Diritto, ASGI, Differenza Donna, Le Carbet, Lucha y Siesta e Spazi Circolari.  In pochi mesi, la campagna ha raccolto 64 adesioni collettive e oltre 300 individuali, trasformandosi in un osservatorio e in una denuncia pubblica contro i cosiddetti programmi di “rimpatrio volontario” dalla Libia e dalla Tunisia. «Molto spesso – ha spiegato Adelaide Massimi di ASGI – i programmi di rimpatrio volontario assistito vengono realizzati in condizioni che non permettono una scelta realmente libera. Non si può parlare di volontarietà quando la decisione avviene in un centro di detenzione, senza alternative e sotto la minaccia di violenze. Il ritorno dovrebbe essere una possibilità tra altre vie di protezione, non l’unica opzione dopo mesi o anni di privazioni. Eppure questo è ciò che accade: una scelta fatta in condizioni di estrema vulnerabilità viene presentata come libera, quando in realtà non lo è affatto». La campagna non si limita a denunciare. Ha individuato tre priorità: interrompere i finanziamenti italiani ai rimpatri dai Paesi di transito, fermare gli accordi di esternalizzazione delle frontiere – a cominciare dal memorandum Italia-Libia, in scadenza a febbraio 2026 – e pretendere trasparenza nell’uso dei fondi pubblici. Dietro la parola “volontario” ci sono cifre che raccontano altro. Roberto Sensi di ActionAid ha ricostruito i contorni di un sistema consolidato: «Dal 2019 ad oggi il Fondo Africa, poi ribattezzato Fondo Migrazione, ha finanziato con 468 milioni di euro programmi di esternalizzazione. Sono risorse ingenti, che dovrebbero andare a protezione, a inclusione, a garantire percorsi di accoglienza degni. Invece vengono utilizzate per il controllo delle frontiere, per rafforzare governi o milizie nei Paesi di transito. Non solo: questi strumenti mancano di trasparenza, non hanno un reale scrutinio parlamentare e vengono gestiti in maniera opaca. È come se il Parlamento fosse tenuto all’oscuro, mentre milioni scorrono verso progetti che incidono sulla vita di migliaia di persone». Sensi ha sottolineato che «quando parliamo di questi fondi, non dobbiamo pensare a un dettaglio tecnico. Parliamo di scelte politiche che toccano la vita quotidiana di chi fugge da guerre, persecuzioni o povertà estrema. Se un Paese democratico decide di investire quasi mezzo miliardo non per salvare vite ma per allontanarle, allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo chiaramente. Questi non sono rimpatri volontari, sono espulsioni mascherate da umanitarie». Dal lato giuridico, ASGI ha chiarito che «i rimpatri cosiddetti volontari dalla Libia e dalla Tunisia sono in realtà espulsioni coatte. È importante ribadirlo: la nozione di volontarietà non può esistere in un contesto di detenzione arbitraria, violenza diffusa, assenza totale di protezione. La scelta del ritorno non è libera, ma obbligata. Ed è l’Italia, finanziando e sostenendo queste pratiche, a rendersi corresponsabile delle violazioni». Le esperte legali hanno spiegato che questi programmi violano principi internazionali fondamentali: «Il consenso deve essere informato, libero, consapevole. Non lo è quando viene estorto con la minaccia di torture o con l’assenza di alternative reali. La persona non sceglie di tornare, sceglie di sopravvivere. Ma sopravvivere non può essere scambiato per una decisione autonoma. Qui la legge è calpestata due volte: una prima volta nei centri di detenzione, una seconda volta quando l’Italia legittima quelle pratiche chiamandole cooperazione». La forza della conferenza stampa è arrivata soprattutto dalla testimonianza diretta. Salahdine Juma, attivista del collettivo Refugees in Libya, ha raccontato la sua esperienza: «Dopo mesi nei centri di detenzione, le persone non hanno alcuna possibilità di decidere. Le opzioni sono solo due: accettare di tornare indietro o continuare a soffrire. Ho visto uomini e donne costretti a firmare moduli che non capivano, sotto la minaccia delle guardie. Ho visto famiglie divise, amici scomparsi. Questo non è un ritorno volontario, è un ritorno forzato». Poi ha aggiunto: «Quando sei in prigione, non hai il tempo di riflettere, non hai la possibilità di informarti, non hai nemmeno la forza fisica e psicologica per resistere. La firma diventa una resa: non al tuo destino, ma al sistema che ti schiaccia. E questo sistema ha una responsabilità precisa, perché è sostenuto da governi che parlano di cooperazione ma che in realtà finanziano la detenzione. Io ho visto con i miei occhi torture, persone vendute a gruppi armati, giovani donne costrette a subire violenze. Non si può pensare di costruire politiche migratorie sulla pelle di queste vite». Il suo appello conclusivo alle istituzioni ha toccato il famigerato accordo tra Italia e Libia: «Tra pochi mesi il governo dovrà decidere se rinnovare il Memorandum con la Libia. Io vi chiedo di dire no. È un accordo che ha rafforzato trafficanti e milizie, che ha reso le carceri libiche ancora più piene, che ha trasformato i corpi delle persone migranti in merce di scambio. Ho vissuto sulla mia pelle torture e violenze. La vita umana non è negoziabile. Ogni volta che un Paese europeo rinnova un patto con la Libia, rinnova la condanna di migliaia di persone a nuove sofferenze. Non possiamo più permetterlo». Il Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 e già rinnovato una volta, ha istituzionalizzato i respingimenti in mare e legittimato l’intervento della Guardia costiera libica, composta in larga parte da milizie. «È un patto che viola il diritto internazionale – hanno ricordato le associazioni -. Non esiste una versione umanitaria di un respingimento. Non possiamo continuare a chiamare cooperazione quello che, nella realtà, è complicità in violazioni sistematiche». La parlamentare Rachele Scarpa del Partito Democratico ha ringraziato le associazioni «per aver fatto luce su un sistema che si nasconde dietro l’etichetta dell’umanitario». Ha poi detto: «Oggi vediamo con chiarezza come l’esternalizzazione delle frontiere e la criminalizzazione del soccorso in mare abbiano prodotto violazioni, morti e sofferenze. Non esiste una versione buona di un respingimento. Serve cambiare rotta, costruire vie legali e politiche di protezione. Perché la storia recente ci dice che chiudere i porti non ha mai fermato le partenze, ha solo moltiplicato le tragedie». Scarpa ha insistito anche sul tema della trasparenza: «Il Parlamento non può restare spettatore. Non possiamo accettare che milioni di euro vengano spesi senza alcun controllo democratico. Le politiche migratorie devono essere discusse, valutate e condivise. Altrimenti rischiamo di ritrovarci in un paradosso: difendere la democrazia in casa nostra violandola nei rapporti internazionali. La vera sicurezza nasce da diritti rispettati, non da accordi opachi firmati con regimi o milizie». «Se l’Italia continuerà a finanziare questi programmi – ha ribadito Roberto Sensi – sarà complice delle violazioni. Ma esiste un’alternativa: investire in accoglienza, inclusione, corridoi umanitari, vie legali di ingresso. Questa è la vera protezione, questa è la via che può restituire dignità e sicurezza alle persone». La campagna Voluntary Humanitarian Refusal non si fermerà qui: «Vogliamo allargare ancora di più la mobilitazione. Perché smontare la retorica del ritorno volontario è fondamentale: dietro una falsa etichetta umanitaria si nascondono violenza e respingimenti. Più voci si uniranno, più sarà difficile ignorarci». Il tempo stringe e solo un vero dibattito pubblico e una forte mobilitazione della società civile potrebbero, entro novembre, cambiare le sorti di un rinnovo dell’accordo con Tripoli che appare scontato. Una mobilitazione è stata fissata per sabato 18 ottobre a Roma alle ore 14 a Piazza Santi Apostoli. «Se non si agirà entro il 2 novembre – si legge nell’appello promosso da Refugees in Libya – questo accordo criminale e sanguinoso sarà automaticamente prorogato per altri tre anni, e gli abusi continueranno. L’esternalizzazione e la brutalizzazione del regime di frontiera dell’UE devono cessare. Per questo chiamiamo a una mobilitazione comune in ottobre a Roma». L’appello è sostenuto da una coalizione internazionale che include Refugees in Tunisia, Refugees in Niger, Abolish Frontex, Amnesty International Italia, ASGI, EMERGENCY, Borderline-Europe e molte altre realtà impegnate nella difesa dei diritti.