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[2026-05-26] Log Out @ Roma @ L'ora d'aria
LOG OUT @ ROMA L'ora d'aria - Via Fausto Vettor 4 (martedì, 26 maggio 18:30) By Tech Workers Coalition Martedì 26 maggio torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo il lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi! Ci vediamo martedì 26 maggio, dalle 18:30 alle 21:30, a "L'ora d'aria" in Via Fausto Vettor 4, alla Garbatella. Unisciti ai gruppi Telegram Roma https://t.me/twcroma Italia https://t.me/twcitagruppo
May 25, 2026
Gancio de Roma
Locatelli/Macario (PRC-SE): No all’economia di guerra di Giorgio Gori
Riproponiamo il comunicato stampa di Rifondazione Comunista Bergamo, sezioni cittadina e provinciale, sulla partecipazione di Giorgio Gori al Programma Agile (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defense in Europe), programma che mira a strutturare gran parte del comparto industriale intorno al riarmo e alla guerra e, in tal senso, a diventare punto di riferimento per le aziende che intendono avere accesso ai contratti europei e occidentali. Apprendiamo dalla stampa che Giorgio Gori, vicepresidente della commissione industria al parlamento europeo, sarà “relatore ombra” per il programma Agile (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defense in Europe)  che è stato presentato ufficialmente a marzo di quest’anno con la consueta retorica della “sicurezza strategica” e dell’”autonomia europea” nel settore della difesa. Va precisato che non esiste in ambito istituzionale la figura del “relatore ombra”. Molto semplicemente l’ex sindaco di Bergamo, nella sua veste di parlamentare europeo del Pd, si candida a diventare lo sponsor numero uno di un programma che mira a strutturare gran parte del comparto industriale intorno al riarmo e alla guerra e, in tal senso, a diventare punto di riferimento per le aziende che intendono avere accesso ai contratti europei e occidentali. Un’operazione che in filigrana era già stata anticipata in occasione del convegno “innovare per crescere” tenuto nel febbraio scorso dal Pd e da Gori stesso al Kilometro Rosso di Bergamo. Il programma Agile prevede un primo stanziamento di 155 milioni di euro al fine di “testare, validare e integrare rapidamente a livello industriale” tutta una serie di tecnologie – intelligenza artificiale, droni autonomi, robotica, tecnologie quantistiche, cybersicurezza –  da impiegare nei sistemi d’arma operativi.  Praticamente ciò che viene proposto è che il riarmo diventi il principale motore di innovazione, di profitto, di orientamento strategico per migliaia di aziende europee e italiane chiamate a operare come produttori strategici o in via subordinata come fornitori di componenti, subappaltatori di secondo livello. Questa idea dell’innovazione al servizio del potenziale bellico è in rotta di collisione con una politica del benessere sociale volta ad affermate i diritti alla salute, all’istruzione, alla vivibilità ambientale, al giusto reddito e alla dignità sociale. Tutto ciò avviene nel silenzio o nell’aperto sostegno di una intera classe politica e di governo. Una cosa vergognosa tanto più in un Paese come il nostro in cui vige una Costituzione che ancora formalmente ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Quando si struttura un intero comparto industriale intorno al riarmo è illusorio pensare che la guerra non arrivi. Per questo chi fa una scelta di militarizzazione della economia fa una scelta di guerra e di taglio di fondamentali diritti sociali e come tale va contrastato sul piano dell’opposizione sociale e politica.   Ezio Locatelli, segretario provinciale Rifondazione Comunista di Bergamo Francesco Macario, segretario cittadino Rifondazione Comunista di Bergamo   Bergamo, 7 maggio 2026 Redazione Sebino Franciacorta
May 9, 2026
Pressenza
Quale Università per un mondo diverso? Quali prospettive darsi?
PALERMO, SCIROCCO FEST 6-7-8 MAGGIO (VIALE DELLE SCIENZE, H.17:00). CONFRONO SU “TRASFORMAZIONI DELL’UNIVERSITÀ E PROSPETTIVE FUTURE: QUALI SONO SONO LE RICADUTE SULLA COLLETTIVITÀ STUDENTESCA?” – AL POMERIGGIO SWAP PARTY, SERIGRAFIA, BANCHETTE DI ARTIST*: NON MANCATE!_ Perché il nostro futuro ci appare sempre più precario, lo studio una corsa, la conoscenza una performance? A queste e ad altre domande cercheremo di rispondere insieme a Francesco Maria Pezzulli, autore del libro L’Università Indigesta, e Valeria Pinto, autrice di Valutare e Punire. L’esigenza di questa iniziativa parte dal riconoscere la condizione oggi dello studente, delle sue paure verso un futuro incerto e dal modo in cui attraversa lo spazio universitario. Ci ritroviamo oggi a rincorrere crediti formativi con l’unico obiettivo di superare esami e conseguire titoli da spendere nel mercato del lavoro, in una corsa solitaria, con l’ambizione di affermarci individualmente e trovare una stabilità futura che ci si mostra negata, mentre dentro di noi, sempre più spesso, i sentimenti che proviamo sono di smarrimento ed alienazione. In un’università aziendalizzata, vissuta unicamente come esamificio che fa da trampolino di lancio verso il mondo del lavoro, l’ingresso dei privati nella costruzione del sapere oggi si esprime in tutta la sua contraddizione davanti alla ferocia delle guerre imperialiste e ai processi di colonizzazione e sottomissione dei territori, dalla Palestina a Cuba, ponendo gli studenti come attori chiave per la tenuta del complesso militare-accademico-industriale. Ma la passività della nostra condizione in ogni momento può essere sovvertita, riappropiandoci degli spazi universitari, del nostro tempo e della possibilità di dare vita a costanti confronti collettivi. Riprenderci la possibilità di parlare con lɜ nostrɜ colleghɜ di corso, di Dipartimento, e ragionare su ciò che studiamo, al di là dei programmi proposti dai docenti e ciò che è richiesto sapere all’esame. La necessità è quindi quella di approfondire e conoscere le trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito l’università, quali sono le ricadute di queste su noi studenti e cosa possiamo fare per cambiare le cose. SCIROCCO COLLETTIVO UNIVERSITARIO PALERMO Redazione Palermo
May 6, 2026
Pressenza
Appello “Contro la riforma dei tecnici” – Invito ad una mobilitazione nazionale
Raccolta firme per l’appello ad una mobilitazione nazionale contro la riforma dei tecnici e la diffusione della filiera del 4+2 L’istruzione tecnica è sotto attacco. Prima c’è stata la trasformazione in “indirizzo ordinamentale” della cosiddetta “filiera del 4+2” (dopo appena due anni di sperimentazione e un numero esiguo di corsi attivati), ora abbiamo il riordino dei percorsi quinquennali con radicali modifiche ai quadri orari e all’impostazione didattica: queste due misure segnano una svolta profonda che – se portata definitivamente a compimento – rovescerebbe le funzioni del sistema scolastico secondario. Le due “riforme” riducono i saperi e tagliano il tempo scuola, piegando i fini dell’istruzione tecnica alla logica aziendale. Ci vogliono far credere che in meno tempo si imparerebbe di più e meglio. Non è “modernizzazione” ma il ritorno a quel passato in cui certi percorsi scolastici erano del tutto strumentali alle esigenze del mercato del lavoro. Una scuola impoverita Ridurre il tempo scuola significa la mortificazione delle conoscenze di base, contribuendo così al processo di abbassamento culturale. Il riordino prevede il taglio delle discipline umanistiche e scientifiche, producendo la disarticolazione dei saperi disciplinari. Una scuola dello sfruttamento precoce Abbassare a 15 anni l’età per l’attivazione dei progetti di Formazione Scuola Lavoro trasforma gli studenti in manodopera da addestrare a costo zero, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di raggiungere la necessaria maturazione critica. Una scuola “aziendalizzata” La proposta è quella di un modello didattico asservito alle esigenze contingenti delle imprese locali, dimenticando che la scuola deve formare cittadine e cittadini e non semplice forza lavoro. Ne sono prova l’imposizione, di fatto, della didattica per competenze e delle UDA come unica metodologia accettabile e la richiesta di stipulare accordi con le imprese affinché in aula entrino “esperti del mondo imprenditoriale”. Una scuola degli esuberi Oltre alla riduzione della qualità didattica vi è un taglio delle cattedre. La riduzione del monte orario annuale nel riordino dei percorsi quinquennali e l’incessante propaganda ministeriale per l’attivazione di indirizzi 4+2 comporteranno esuberi e soprannumerari. In modo vile – in nome della osannata flessibilità e autonomia – è stato chiesto ai singoli docenti di deliberare nei collegi quale classe di concorso sarebbe stata tagliata: ci hanno messo gli uni contro gli altri chiedendoci di decidere il collega che avrebbe perso il posto! Una scuola dell’improvvisazione L’avvio del riordino dei quadri orari, in assenza delle Linee Guida per le discipline e con il parere contrario del Cspi che invita l’amministrazione a considerare transitorio il decreto, limitandone la validità al prossimo anno scolastico, creerà gravi danni nei nuovi percorsi tecnici, sgretolando la serietà che da sempre caratterizza questo storico segmento del sistema d’istruzione. I Collegi Docenti, convocati d’urgenza per deliberare come impegnare le ore di “flessibilità”, sono stati costretti dai tempi a farlo per il solo primo anno, rinunciando ad una visione d’insieme dell’intero curricolo quinquennale. La riforma, inoltre, viene avviata a iscrizioni  concluse, quando le famiglie hanno già operato la scelta della scuola superiore sulla base di un’offerta formativa che verrà stravolta nel corso del quinquennio. Una scuola à la carte L’attribuzione alle singole scuole di un’ampia flessibilità di organizzazione dei curricoli (per andare incontro alle esigenze produttive del territorio!) renderà la proposta formativa di ogni istituto diversa da quella degli altri. È così smantellato il principio di un primo biennio con tratti fortemente comuni negli indirizzi tecnici, obbligando studenti e studentesse ad una scelta precoce e poco consapevole dell’indirizzo di specializzazione già al termine della scuola media. In aggiunta, la celebrata flessibilità mette in pericolo la comparabilità della preparazione degli studenti di analoghi indirizzi, minando così il valore legale del titolo di studio. Una scuola di classe Infine, questa riforma cristallizza le disuguaglianze: chi sceglierà l’istruzione tecnica, da questo momento in poi, verrà precocemente indirizzato verso binari professionali rigidi, limitando fortemente le proprie possibilità di proseguire gli studi universitari o di cambiare rotta nel proprio futuro. La scuola smette di essere un diritto e uno strumento di emancipazione per diventare un servizio formativo asservito alle logiche e richieste del mercato. Come Rete Provinciale degli Istituti Tecnici in mobilitazione CHIEDIAMO con forza: il ritiro dei provvedimenti che predispongono il riordino degli istituti tecnici o quantomeno la sospensione immediata dell’entrata a regime della riforma dal prossimo anno scolastico, che rappresenterebbe un vero e proprio salto nel vuoto un ripensamento radicale dei quadri orari proposti, affinché il curricolo scolastico rimanga solido, tutelando la specificità delle singole discipline d’insegnamento e salvaguardando il monte orario complessivo attualmente in vigore una revisione del PECUP (Profilo Educativo, Culturale e Professionale) svincolandolo dalle logiche di corto respiro delle aziende che non hanno a cuore la formazione dei cittadini ma il proprio profitto maggiori investimenti nell’istruzione tecnica e in tutto il comparto scuola, anziché tagli mascherati da innovazione, per restituire alla scuola la sua funzione di “ascensore sociale” e di “organo costituzionale”. Non ci accontentiamo di vaghe promesse fatte dal Ministro ai vertici di alcune organizzazioni sindacali sulla salvaguardia degli organici per il prossimo anno solo per provare tardivamente a placare la montante onda di protesta! FERMARE LA RIFORMA DEI TECNICI È POSSIBILE ED È POSSIBILE ADESSO SE CI MOBILITIAMO INSIEME! Per questo invitiamo tutte le componenti della scuola, le organizzazioni sindacali, il mondo dell’associazionismo e la cittadinanza a partecipare all’organizzazione congiunta di una mobilitazione locale/nazionale. (per contatti e informazioni: cesare.laconi@gmail.com) Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfWapaXDXzXIOGBXORTp1zOLocJt9yFqxi4-7HctpaZaRTvPw/viewform Altre petizioni sul tema: https://www.change.org/p/no-alla-riforma-degli-istituti-tecnici Redazione Sebino Franciacorta
May 5, 2026
Pressenza
Anatoly Kolodkin, il giurista sovietico che ruppe il blocco e ripristinò l’elettricità all’Avana
L’Avana si illuminò completamente dopo la raffinazione del petrolio greggio russo giunto a Cuba a bordo della petroliera “Anatoly Kolodkin”. L’immagine fece il giro del mondo. Il Malecón si illuminò. Il Campidoglio risplendette nell’oscurità. Per qualche ora, i cubani tirarono un sospiro di sollievo, senza il rumore di un generatore né l’ansia di un blackout. Dietro quello splendore non c’era alcuna beneficenza imperiale né autorizzazione della Casa Bianca. C’era una nave. E dietro la nave, un nome che è una dichiarazione di principi: Anatoly Kolodkin. Perché Kolodkin non è solo una leggenda dipinta su un elmetto. È un giudice. È un giurista. È l’uomo che ha dedicato la sua vita a difendere l’idea che i mari non appartengono a nessuno, men che meno al Pentagono. Chi era il giudice che sconfisse gli Stati Uniti senza sparare un colpo? Esaminando gli archivi del diritto internazionale, ci si imbatte in un gigante sovietico. Anatoly Lazarevich Kolodkin nacque il 27 febbraio 1928 a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e morì a Mosca il 24 febbraio 2011, appena tre giorni prima del suo 83° compleanno. Formazione di alto livello: si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale di Leningrado nel 1950. Ha poi conseguito il dottorato e l’abilitazione, diventando professore presso la stessa università e successivamente all’Università Statale Lomonosov di Mosca. Una carriera impeccabile: ricercatrice presso centri di ricerca sulla flotta navale e sui trasporti marittimi. Un’autorità mondiale nella codificazione del diritto marittimo. Il culmine della sua carriera: è stato giudice presso il Tribunale internazionale per il diritto del mare con sede ad Amburgo, dove ha prestato servizio dal 1996 al 2008. Una posizione riservata alle menti più brillanti del pianeta. Ha ricevuto l’Ordine dell’Amicizia e l’Ordine della Medaglia d’Onore, ed è stato nominato Scienziato Onorario della Federazione Russa. Ciò che l’impero non comprende è che il fatto che una petroliera sanzionata dagli Stati Uniti porti il nome di un giudice specializzato in diritto marittimo è una lezione di dignità. È il diritto internazionale che si oppone all’arroganza yankee. Il viaggio di chi ha rotto il blocco: nessuno ha chiesto il permesso La nave, gestita dalla compagnia di navigazione statale russa Sovcomflot (sì, la stessa che Washington ha sanzionato senza alcuna base legale), è salpata dal porto russo di Primorsk il 9 marzo. Le sue stive contenevano 100.000 tonnellate di petrolio greggio (circa 730.000-740.000 barili). Non ha avvisato la Guardia Costiera statunitense. Non ha richiesto “l’autorizzazione umanitaria”. Perché il diritto internazionale è chiaro: nelle acque internazionali, nessun Paese ha l’autorità di fermare una nave mercantile di un’altra nazione sovrana. La Anatoly Kolodkin attraversò l’Atlantico, scortata dalla corvetta russa Soobrazitelny, e attraccò nella baia di Matanzas. Il petrolio greggio fu lavorato nella raffineria di Cienfuegos. Entro il 17 aprile, benzina, gasolio e combustibile per la produzione di energia elettrica venivano distribuiti in tutta l’isola. Il 19 aprile, L’Avana si è svegliata – e si è addormentata – con tutte le luci accese. La tragica commedia di Washington: quando l’impero finge di lasciare vincere gli altri. Mentre le luci si accendevano all’Avana, a Washington risuonavano gli allarmi della propaganda. La Casa Bianca si è affrettata a dichiarare che non sarebbe intervenuta. Lo stesso Donald Trump ha affermato di non avere “alcun problema” con l’arrivo della nave perché “la gente ha bisogno di riscaldamento”. Analizziamo senza timore cosa è successo lì: Il falso potere dello zio Sam – Per decenni, gli Stati Uniti hanno tracciato una mappa in cui le loro sanzioni e i loro blocchi sono legge universale. Hanno minacciato Cuba, la Russia, l’Iran, la Cina… Ma quando questi paesi decidono di reagire, coordinarsi e confrontarsi tra loro – come è accaduto con il passaggio della Anatoly Kolodkin – l’impero scopre che il suo potere ha dei limiti. La realtà sul campo – Due motovedette statunitensi si trovavano nella zona. Non intercettarono la nave. Non potevano. Non avevano alcuna base legale e qualsiasi tentativo di abbordaggio sarebbe stato un atto di pirateria internazionale in alto mare. La Russia, inoltre, aveva inviato una corvetta di scorta. Il diritto prevalse sulla forza. L’alibi dell’“autorizzazione” – Per evitare di apparire sconfitti, gli strateghi di Washington inventarono una narrazione: “Abbiamo permesso l’ingresso per ragioni umanitarie”. Ma tale autorizzazione non esisteva. Nessuno a Mosca o all’Avana l’aveva richiesta. Ciò che accadde fu che l’impero, messo alle strette dalla propria menzogna di controllare i mari, preferì fingere di concedere qualcosa piuttosto che ammettere che Russia e Cuba avevano infranto il blocco proprio sotto i suoi occhi. La sconfitta più umiliante – Non si tratta di aver perso una battaglia navale. La cosa peggiore per un impero è dover inscenare una farsa in cui si dichiara vincitore di una battaglia che non ha mai combattuto perché sapeva di perdere. Questa è la crisi dell’egemonia americana: non può più imporre la sua volontà, può solo fingere di sospenderla per “generosità”. Una tregua agrodolce (ma una vittoria strategica) Il governo cubano, con la sua proverbiale onestà, è stato chiaro: questa fornitura durerà solo fino alla fine di aprile. Il ministro dell’energia ha avvertito che Cuba avrebbe bisogno di almeno otto navi come la Anatoly Kolodkin ogni mese per soddisfare il suo fabbisogno minimo. Ma il messaggio politico è innegabile: finché ci saranno paesi disposti ad affermare la propria sovranità, il blocco troverà delle crepe. Gli aiuti russi non rappresentano la soluzione definitiva alla crisi energetica causata da oltre sessant’anni di blocco criminale. Ma sono una dimostrazione di fattibilità: l’embargo statunitense non è insormontabile. Con la volontà politica, il coordinamento internazionale e il rispetto del diritto, può essere infranto. E quella lezione spaventa Washington per oltre 100.000 barili di petrolio. Cosa ha lasciato dietro di sé la notte del 19 aprile L’Avana illuminata era l’immagine del trionfo del popolo. Anatoly Kolodkin, giurista sovietico, divenne un simbolo della resistenza antimperialista. La Russia ha dimostrato che la sua amicizia strategica con Cuba è reale e si traduce in azioni concrete. Gli Stati Uniti sono stati smascherati: non possono impedire il passaggio di una nave, ma fingono di permetterlo per salvare la propria narrativa. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
April 30, 2026
Pressenza
Report de La Via Campesina su sovranità alimentare, guerra, imperialismo e fame nel mondo
In occasione del 30° anniversario della Giornata internazionale delle lotte contadine, il 17 aprile 2026, La Via Campesina ha pubblicato il suo documento programmatico sulle guerre nel mondo. Nel 30° anniversario del massacro di Eldorado dos Carajás, un tragico evento che ha segnato la storia de La Vía Campesina, dove contadini senza terra in Brasile furono uccisi dalla polizia federale per aver difeso il loro diritto alla riforma agraria. A pochi chilometri di distanza e 30 anni dopo, il mondo continua a mietere vittime innocenti, in uno scenario sempre più critico, segnato dalla pressione del potere imperiale e dalle tensioni geopolitiche. La Via Campesina, movimento contadino ed ecologista internazionale che riunisce oltre 180 organizzazioni provenienti da 81 paesi e rappresenta più di 200 milioni di contadini, agricoltori, popolazioni indigene e comunità rurali, lancia l’allarme presentando un documento programmatico: “GLOBALIZATION OF WAR AND THE STARVATION OF PEOPLES Food Sovereignty Against Imperialism and Global Wars” (ovvero, “La sovranità alimentare di fronte alla guerra, all’imperialismo e alla fame dei popoli nel mondo”), un position paper che affronta elementi chiave per comprendere l’impatto delle guerre e del potere imperialista sulla sovranità alimentare dei popoli. In linea con la sua lotta centrale, “di fronte alle crisi globali, costruiamo la sovranità alimentare per garantire il futuro dell’umanità”, LVC sottolinea l’urgenza della situazione. Si legge nell’incipit: “Mai nella storia recente così tanti conflitti armati sono scoppiati simultaneamente in così tanti continenti. Le guerre a Gaza, in Libano, Mali, Ucraina, Sudan, Yemen, Myanmar, nel Sahel, nella Repubblica Democratica del Congo e in Siria non sono tragedie isolate. Sono manifestazioni sintomatiche di un unico sistema globale strutturalmente malato, costruito sulla logica dell’accumulazione illimitata di capitale, del razzismo strutturale, dell’escalation delle tensioni geopolitiche, dello sfruttamento delle risorse e del dominio neocoloniale imperialista. Oggi convergono 4 dinamiche che si rafforzano a vicenda: una crisi strutturale del capitalismo globale, l’escalation dell’imperialismo militare da parte delle potenze dominanti, lo sviluppo di tecnologie militari con effetti sempre più distruttivi e l’uso deliberato del cibo come arma. Queste dinamiche costituiscono una minaccia esistenziale non solo per i sistemi alimentari, ma anche per l’umanità e la natura stessa, con gravi violazioni dei diritti umani che eludono le convenzioni internazionali vincolanti. La difesa della terra e del cibo è stata storicamente parte integrante delle lotte dei popoli contro i colonizzatori. Fin dai primi tempi del colonialismo, terre, acque, foreste e territori sono stati conquistati per arricchire gli egemoni globali. Oggi, il neocolonialismo e il neoimperialismo continuano attraverso interventi militari e sistemi commerciali, istituzioni finanziarie e monetarie neoliberiste e multinazionali. Queste dinamiche fanno parte di ciò che Naomi Klein definisce “capitalismo dei disastri”, un sistema in cui le crisi vengono sfruttate per imporre privatizzazioni e deregolamentazione, garantendo che siano proprio loro a ricostruire e promuovere nuove tecnologie per un nuovo sistema di produzione alimentare.” Il documento ha preso in considerazione importanti dati forniti da rapporti del Comitato per la pesca della FAO, attraverso il suo rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI), dello Stockholm International Peace Research Institute, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), tra gli altri, riguardo ai conflitti globali e al loro impatto sui sistemi alimentari nei Paesi colpiti. “I poveri delle zone rurali, coloro che nutrono il mondo, stanno pagando il prezzo più alto.” – scrive La Via Campesina nel suo report – “Sono intrappolati nella povertà, nella fame e nei conflitti, che causano espropriazione e migrazioni forzate. (…) I fatti richiedono un’urgente chiarezza morale e politica.” Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (1), i conflitti armati sono la principale causa di fame a livello globale. Sono: * 733 MILIONI persone che soffrono la fame nel mondo (FAO SOFI 2024); * 3,1 MILIARDI persone che non possono permettersi una dieta sana (FAO); * 60% le persone che soffrono la fame viventi in zone di conflitto (WFP); * e $2,44 TRILIONI spese militari globali nelle zone di conflitto 2023 (SIPRI ). Secondo La Via Campesina (LVC): “L’accumulazione di capitale, motore dell’ordine economico globale, si è sempre basata su due forme di espropriazione: lo sfruttamento del lavoro umano e la mercificazione della natura. Terra, acqua, semi, minerali, geni e spazio atmosferico sono stati tutti trasformati in risorse commerciabili. Quando queste risorse diventano scarse o quando gli stati potenti percepiscono una minaccia al loro approvvigionamento, la guerra diventa lo strumento prescelto.” È impossibile comprendere l’attuale proliferazione delle guerre senza confrontarsi con le profonde contraddizioni strutturali del capitalismo del XXI secolo. La globalizzazione della guerra nel mondo sta generando una pericolosa transizione dovuta alle dispute geopolitiche per il potere. Regioni come il mondo arabo e la sua sfera geopolitica, il Corno d’Africa, il Sahel, l’America Latina e il Sud-est e l’Est asiatico (l’Indo-Pacifico) sono diventate teatri centrali della competizione tra superpotenze. La LVC lancia l’allarme su come il multilateralismo sotto l’egida delle Nazioni Unite (ONU) sia effettivamente minacciato, subendo una pressione crescente da parte di potenze egemoniche concorrenti, che porta le Nazioni Unite ad essere irrilevanti nella regolamentazione e nella definizione delle relazioni internazionali. Con l’erosione dell’egemonia statunitense sotto il peso della finanziarizzazione, della deindustrializzazione, dell’ascesa della Cina come superpotenza economica e tecnologica e dell’emergere dei BRICS, la politica estera degli Stati Uniti è diventata sempre più assertiva. Come viene scritto nel report, la dinamica geopolitica è caratterizzata da quattro elementi strutturali: – Militarizzazione dell’economia globale: la spesa militare ha raggiunto la cifra record di 2.440 miliardi di dollari nel 2023 (SIPRI, 2024), mentre la FAO stima che porre fine alla fame nel mondo costerebbe 267 miliardi di dollari all’anno. La scelta di armare anziché nutrire non è una necessità economica, bensì una decisione politica. Riflette una prospettiva in cui il dominio della geopolitica è visto come una via per il dominio dell’economia globale. – L’ascesa del complesso militare-industriale: le lobby delle armi negli Stati Uniti, in Francia, in Israele e in altri paesi esercitano un’influenza significativa sulla politica estera. Le esportazioni di armi generano profitti nell’ordine delle centinaia di miliardi, mentre i territori che le ricevono si misurano in numero di vittime. La capacità distruttiva degli armamenti moderni è senza precedenti e mette il mondo intero a rischio nucleare. – La corsa alle risorse naturali: elementi delle terre rare, combustibili fossili, acqua e terreni agricoli sono la vera posta in gioco nella maggior parte dei conflitti contemporanei. Il blocco delle esportazioni di grano ucraino, la corsa al cobalto congolese e l’assedio delle zone di pesca di Gaza riflettono tutti questa logica. – Dipendenza strutturale dal Sud del mondo: decenni di aggiustamenti strutturali neoliberisti hanno eroso la sovranità alimentare delle nazioni in via di sviluppo, rendendole dipendenti da corridoi di importazione facilmente trasformabili in armi attraverso sanzioni, blocchi o interdizioni marittime. Oltre a questo, la globalizzazione della guerra porta inevitabilmente ad una catastrofe ecologica. “I conflitti armati accelerano la distruzione ambientale attraverso il bombardamento degli ecosistemi, la contaminazione del suolo e dell’acqua, la combustione di combustibili fossili in quantità massicce e il collasso della governance ambientale. Le zone di guerra diventano spesso siti di inquinamento tossico, deforestazione e perdita di biodiversità. Allo stesso tempo, l’accelerazione della crisi ecologica alimenta le tensioni geopolitiche. Con il superamento dei limiti planetari, tra cui l’instabilità climatica, la scarsità d’acqua, il degrado del suolo e la perdita di biodiversità, la competizione per le risorse naturali si intensifica.” In queste guerre si sta tornando ad un uso strategico della fame come arma di guerra. Se prima era una strategia usata dagli imperi nella storia per affamare e sottomettere i popoli,  questa antica logica viene applicata con precisione moderna: attraverso bombardamenti aerei dei sistemi di irrigazione, blocchi marittimi sulle importazioni di cibo, sanzioni che limitano l’accesso a fertilizzanti e pesticidi e il deliberato attacco a banche di semi, depositi di cereali, flotte pescherecce e mercati agricoli. LVC analizza i tre casi seguenti che dimostrano lo smantellamento deliberato dei sistemi alimentari come meccanismo di coercizione, punizione e controllo della popolazione: * A Gaza, la distruzione dell’80% dei terreni agricoli, il bombardamento dei pescherecci e il blocco dei corridoi umanitari costituiscono ciò che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite ha definito “genocidio per fame”. * In Yemen, un decennio di blocco del porto di Hudaydah, punto di ingresso per il 70% delle importazioni alimentari, ha prodotto una delle peggiori carestie della storia moderna. * In Sudan, le Forze di Supporto Rapido hanno sistematicamente distrutto granai e saccheggiato terreni agricoli, trasformando un granaio in una catastrofe. “Questi non sono danni collaterali.” – scrive LVC – “Sono politiche deliberate e devono essere definite come tali: crimini di guerra.” La Via Campesina, in quanto movimento che riunisce le organizzazioni contadine a livello globale, ha riflettuto su questo tema e ha costantemente denunciato l’uso della fame come arma di guerra e il business che ne deriva. La distruzione e l’occupazione militare ne traggono vantaggio, alimentando genocidi in corso e perpetrando un numero incalcolabile di violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, che rischiano di restare impuniti, con donne e bambini che rappresentano i soggetti più vulnerabili. Uniti contro l’imperialismo, il neocolonialismo, la criminalizzazione delle lotte e l’espropriazione dei territori, La Via Campesina invita le sue organizzazioni associate e le organizzazioni alleate a studiare e condividere il documento come strumento educativo divulgativo e come contributo della classe contadina globale, espresso con la sua stessa voce.   (1) Fonti: FAO State of Food Security 2024 | WFP Global Report 2024 | SIPRI Military Expenditure Database 2024   Comunicato di La Via Campesina: https://viacampesina.org/en/2026/04/food-sovereignty-in-the-face-of-war-imperialism-and-the-hunger-of-peoples-around-the-world/ Per scaricare position paper: EN_LVC_2026_04_17_Documento_di_posizione_LA_GLOBALIZZAZIONE_DELLA_GUERRA_E_LA_FAME Documento di posizione di EN LVC_La sovranità alimentare di fronte alla guerra Lorenzo Poli
April 23, 2026
Pressenza
Rifondazione Comunista, Ezio Locatelli: “Campo largo? Ci sono responsabilità di un’intera classe politica su riarmo, guerra, alleanze militari e coperture politiche”
Rifondazione Comunista – con la segreteria di Maurizio Acerbo – ha deciso, a maggioranza risicata (ha vinto per un voto) del Comitato Politico Nazionale, di cercare di entrare in coalizione col centrosinistra. Una scelta storica che non succedeva dal 2008, smentendo clamorosamente quanto affermato nel documento approvato dall’ultimo Congresso: “…Non si pone quindi il tema di un nostro ingresso nel centrosinistra o nel cosiddetto campo largo sia perché esso così com’è non è in grado di rappresentare un argine alla destra, sia perché stante la nostra debolezza saremmo sostanzialmente ininfluenti.” E si è proposta di fatto l’alleanza col campo largo. A tal proposito si è espresso in modo lucido Ezio Locatelli, già segretario provinciale di Rifondazione Comunista di Torino dal 2012, ruolo che ha ricoperto per quasi dieci anni, e membro della segreteria nazionale del partito con l’incarico di responsabile organizzazione dal giugno 2016 al giugno 2019 e da dicembre 2021 a dicembre 2025, terminando il suo incarico dopo il XII Congresso del PRC. Dal febbraio 2026 torna a coprire la carica di segretario provinciale a Bergamo di Rifondazione Comunista. Di seguito le sue dichiarazioni: “Intanto penso che per prima cosa non dobbiamo dismettere il nostro impegno contro la guerra. Una guerra che in tutta evidenza ha assunto una centralità pressoché assoluta negli accadimenti di questi mesi con un salto di qualità dei crimini perpetrati. Ci è mancato solo, ma di poco, nei giorni scorsi di arrivare all’uso dell’atomica nella guerra contro l’Iran. Non basta dire che al vertice di questa guerra terroristica ci sono due figure come Trump e Netanyahu da combattere come figure di eccezione, fuori controllo rispetto a un quadro che tutto sommato rimarrebbe un quadro democratico. No, ci sono le responsabilità del nostro governo e di un’intera classe dirigente in tema di riarmo, di guerra, di alleanze militari, di coperture politiche. L’elenco sarebbe lungo. Penso alle politiche guerrafondaie perseguite da Ursula Von der Leyen. Quest’ultima all’indomani dei primi bombardamenti sull’Iran parlava di una “opportunità”, di una “nuova speranza” per il popolo iraniano. Roba da cacciarla seduta stante. Eppure continua ad avere il sostegno di una maggioranza di forze conservatrici e di centrosinistra di cui fa parte integrante il Pd. Il Pd su cui da alcuni mesi a questa parte noto che l’attuale gruppo dirigente del partito ha rimosso ogni critica. Io credo che avesse ragione Emanuell Todd in una recente intervista a dire che gli europei, le elites europee, con poche eccezioni, con le loro grida di guerra, la loro corsa al riarmo, le loro ostilità contro la Russia sono corresponsabili dell’evoluzione di una guerra che è diventata guerra a tutto campo. Una guerra che è diventata un chiaro indicatore della profondità della crisi di un intero sistema che non funziona più. Non funziona più sul piano economico, sociale, a partire dal declino degli Usa come potenza economica globale, non funziona più sul piano democratico. Ecco io che il ritorno alla centralità della guerra, la trasformazione dell’economia in economia di guerra segna, la fine della fase democratica del capitalismo iniziata nel 1945. Questo il punto. Questa crisi trova il suo alimento o in una crisi generale, nel capitalismo finanziarizzato e di guerra. Per questo credo che l’insistenza monotematica sul pericolo di destra sia inconcludente nel momento in cui non si tiene conto di questa crisi generale, sistemica che ha portato milioni di persone, i giovani in primo luogo, a disertare le urne, a pensare fuori dagli schemi. Per questo credo, non per settarismo ma per sano realismo, che anche su questo piano, più propriamente politico, c’è la necessità di scelte radicali in quanto radicale è la crisi che stiamo attraversando. Il bivio che abbiamo davanti, più che mai, è tra socialismo o barbarie. Quella che stiamo vivendo, in tutta evidenza, è un’epoca di transizione. Credo che in quest’epoca più che mai abbiamo la necessità di non rimanere intrappolati in discussioni politicistiche o alleanze bipartisan che sono parte di un sistema indifendibile, all’origine del disastro e del rischio di una vera e propria catastrofe. Io credo che le forze per una risposta in avanti, di alternativa ci siano. Sono quelle forze non rilevate nei sondaggi elettorali ma che si sono palesate nelle grandi manifestazioni contro il genocidio, contro la guerra. Sono quelle forze di nuova generazione che hanno decretato la vittoria del NO al referendum, un No che è cresciuto nei movimenti, non nei Palazzi. Ecco io penso che dobbiamo ripartire da qui. Siamo tutti consapevoli che esistono orientamenti diversi al nostro interno. Ritengo che la cosa più sbagliata sia stata quella di trasformare questa diversità in divisione con una gestione monocratica ed escludente della metà del partito. Ma al di là di questo penso che in presenza di orientamenti diversi sia giusto e necessario dare la parola alle iscritte e agli iscritti. Per tempo e non per finta quando i giochi sono fatti. Questo è quello che prevede lo Statuto. Mettere in discussione un fatto di democrazia è un fatto gravissimo che non può essere in alcun modo tollerato.” Redazione Sebino Franciacorta
April 22, 2026
Pressenza
No alla svolta di Acerbo, la parola agli iscritti e alle iscritte di Rifondazione Comunista
Maurizio Acerbo finalmente esplicita la linea che traspariva nel primo documento congressuale, un cambio di postura del Partito rispetto all’analisi internazionale, alle relazioni sociali e politiche nazionali, al ruolo che un partito comunista deve avere nei confronti della guerra, della economia di guerra e delle politiche neoliberiste che necessariamente alla guerra conducono. Acerbo ha così sintetizzato il punto dirimente (che pure non vuole sottoporre alla discussione seria e decisiva della base), pesante macigno fino ad ora negato: alle elezioni nazionali dobbiamo proporre un fronte antifascista contro il governo, per mandare a casa la Meloni. Non possiamo rischiare che per un misero 0,50 la destra possa vincere le prossime elezioni. Si sposta l’orizzonte della costruzione del socialismo oltre la dimensione temporale delle vite dei militanti e delle masse popolari, si teorizza un passaggio, necessario alla nostra rappresentanza elettorale, dentro al campo del neoliberismo, per battere le destre. Andiamo a questa svolta a mani nude, poichè essa non è alimentata da una credibile analisi teorica sulla fase e sulle destre. Si preferisce insultare chi dissente o al massimo impartire lezioni sulla pericolosità del socialfascismo nella storia del movimento operaio. Questa svolta si regge sulle seguenti fragilissime basi: 1. la forza crescente della internazionale nera, come elemento centrale della fase, mentre io penso che la chiave di interpretazione sia la guerra, la crisi del neoliberismo a egemonia Usa che trascina verso il conflitto tutte le élite occidentali e la possibilità oggettiva di una controtendenza a livello internazionale; (i passi avanti del multipolarismo e i Brics) 2. una lettura dei movimenti proPal, degli scioperi generali ,della vittoria al referendum per l’autonomia della magistratura ,che vede un ritorno dei giovani e dei soggetti sociali alla politica così come si presenta nel sistema bipolare; invece io penso che quelle siano state dimostrazioni della potenza possibile della eccedenza, di chi si pensa e vuole essere fuori dal bipolarismo E questa potenza rimane inerte se la politica non propone un altro mondo possibile e una rottura con la vecchia politica; 3. 3) una valutazione positiva degli spostamenti a sinistra che sarebbero avvenuti nel centro sinistra, discutibili in sé, ma soprattutto figli di un’ottica politicista, cui sfugge la più complessa dinamica fra Partiti e organizzazioni di massa storiche e non. A questa il Partito ha sempre guardato come alimento della nostra pratica unitaria e come occasione per costruirci un profilo netto e per agire l’egemonia di un pensiero e di un orizzonte alternativo. A tal punto la tattica del Fronte per la Costituzione ci ha già appiattiti sulle posizioni del centro sinistra, che non abbiamo speso una parola ufficiale nel lungo dibattito che la Via Maestra ha sviluppato nella elaborazione e messa a punto della LIP sulla sanità, che la CGIL sta per lanciare come elemento forte di un programma. Medicina Democratica, il Forum per la Salute ed altre importanti soggettività attive nelle lotte sulla sanità hanno espresso severe critiche alla fine non recepite. La mediazione al ribasso è già avvenuta, la legge sarà presentata come avanzatissima e noi siamo stati invisibili. Sarà difficile impegnarsi come Partito in una campagna di massa per una legge che tiene in piedi quello che oggi è il punto di attacco della privatizzazione del Sevizio Sanitario, e cioè le Assicurazioni, le mutue private e soprattutto il Welfare aziendale dei contratti collettivi nazionali, che sempre più numerosi spezzettano l’unità della classe. In una situazione simile di lavoro nelle organizzazioni di massa e nei movimenti sulla autonomia differenziata noi siamo stati promotori del Comitato contro ogni Autonomia Differenziata che ha avuto un ruolo importantissimo nel costruire una posizione avanzata e unitaria che mettesse all’angolo chi distingueva fra le varie materie possibili. Questa nuova prassi è il prezzo per raggiungere l’obiettivo dell’accordo tecnico unitario? Non so come potremmo chiamare questo silenzio. Bisogna che la parola sia ridata alla base, come rende possibile lo statuto, scritto ben prima dell’ultimo congresso.   Per ulteriori info: https://infoalternative.it/italia/politica-italia/rifondazione-la-parola-torni-alle-iscritte-e-agli-iscritti/   GIOVANNA CAPELLI Laureata in lettere classiche, è stata prima docente e poi, dal 1981 fino alla pensione, dirigente scolastica nella scuola di base. Si è impegnata nella lotta per la difesa della scuola pubblica, per una didattica attenta ai diritti dei bambini e delle bambine e una pratica di lavoro docente cooperativo, luogo privilegiato di ricerca pedagogica e di competenza relazionale. Attiva nel Movimento Studentesco della Università Cattolica del Sacro Cuore dal 1968, ha attraversato la storia del movimento delle donne milanesi a partire dalla sfida dell’intreccio fra femminismo e marxismo (nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo e nel Partito Comunista Italiano). Nel 1991 fonda con altre compagne a Milano la sezione di donne del PCI “Teresa Noce”. In Rifondazione Comunista dal 1992, è in relazione con le altre donne che nel partito sperimentano spazi e pratiche di autonomia di genere, dando vita alla esperienza del “Forum delle donne” del PRC. Eletta senatrice alle elezioni politiche 2006 nella circoscrizione Lombardia con Rifondazione Comunista, a Palazzo Madama è membro della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) fino al 2008.  Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Da Cosenza una nuova sfida comune dai SUD
Facendo seguito al comunicato sull’Assemblea meridionale, tenutasi in quel di Cosenza lo scorso 11/12 aprile, ripreso dalla redazione siciliana di Pressenza.com, per completezza di informazione pubblichiamo adesso la nota politica conclusiva dei lavori, postata sulla pagina social de La Base_   A Cosenza abbiamo dato vita a due giorni di discussione e confronto importanti, dando seguito al percorso collettivo iniziato a Messina negli scorsi mesi e facendo insieme un ulteriore passo in avanti. Eravamo in tante, da ogni parte dei sud. Decine e decine di compagne impegnate sui territori hanno risposto alla chiamata alla discussione, confermando quanto questo momento fosse necessario. Lo abbiamo ribadito sin dall’inizio. È necessario uno spazio di confronto collettivo e permanente tra le realtà politiche e sociali impegnate nei sud, che i sud li vivono e che nei sud si autorganizzano. Uno spazio capace di rafforzare e amplificare la nostra azione e di sviluppare, attraverso la discussione collettiva, un nuovo pensiero sui sud, che aggiorni e attualizzi le lenti attraverso cui leggere i processi politici, sociali ed economici che attraversano i nostri territori. Tutto ciò con una consapevolezza comune che è emersa con chiarezza nel corso delle due giornate. La trasformazione radicale di cui abbiamo bisogno alle nostre latitudini può nascere solo dalla capacità di mettere in campo nuove mobilitazioni sociali e dal riconoscimento del conflitto e dell’organizzazione come strumenti fondamentali per costruire la forza necessaria a uno scontro con la controparte. Una controparte che ha prodotto le condizioni materiali che vediamo ogni giorno fuori dalle nostre porte: di distruzione dei territori, povertà, prevaricazione, emigrazione e sfruttamento. Una minaccia costante, quotidiana, per le nostre vite. Il cammino comune che abbiamo rafforzato in questi giorni rappresenta quindi un’urgenza e una necessità, un’assunzione di responsabilità collettiva. La scelta di mettere al centro i sud come pluralità è uno stimolo a riflettere sull’evoluzione dei processi di periferizzazione e marginalizzazione, su come il capitalismo estrattivista e la ridefinizione degli stati in senso competitivo, abbiano ridisegnato anche in senso spaziale le differenze territoriali, che non scompaiono, ma diventano più complesse: attraversano città e aree interne, centri e periferie, Nord e Sud. Territori caratterizzati spesso dalle stesse dinamiche socio-economiche, a lungo considerati come spazi a disposizione, sacrificabili, da mettere a valore e da cui estrarre risorse materiali e umane a vantaggio dei centri, attraverso la logica della “accumulazione per espropriazione”. Una logica di dominio sui territori che si intreccia con processi di marginalizzazione e valorizzazione estrattiva dei corpi, che colpiscono in modo specifico le donne e le soggettività non binarie nei contesti dei sud. Per questo, l’analisi e l’azione devono partire necessariamente da presupposti di intersezionalità, capaci di mettere in relazione le diverse matrici di oppressione e di svelare come esse si co-producono all’interno dei dispositivi di potere. Su questo stesso terreno di sfruttamento, dobbiamo contrastare le immagini più romantiche, quelle del turismo diffuso, dei borghi “autentici”, della cartolina “dove il tempo si è fermato”, perché funzionano come dispositivi di mercificazione, che riducono territori e vite a oggetti di consumo. Ciò che viene celebrato come qualità, o addirittura volano di “sviluppo”, diventa facilmente valore da estrarre, senza produrre trasformazioni materiali concrete per chi quei luoghi li abita quotidianamente. Ci siamo riconosciute come territori e soggettività che affrontano sfide comuni, a partire dalla crisi socio-ecologica che minaccia la nostra stessa esistenza, ma guardando anche oltre, alle tante periferie e aree marginali che dal resto d’Italia si estendono fino agli altri paesi del Mediterraneo. Le trasformazioni che interessano i nostri territori non possono essere comprese pienamente se non all’interno di dinamiche globali. Oggi, qui e ora, il meccanismo della guerra si configura come un paradigma di governo che assume forme molteplici e arriva fino a noi con grande forza. È un dispositivo che dobbiamo riconoscere e contrastare, dai piccoli paesi alle grandi città, individuando obiettivi chiari attorno ai quali mobilitarci. Riteniamo fondamentale che il Mediterraneo smetta di essere un mare di morte e torni a essere uno spazio di solidarietà e di mobilitazione internazionale contro la guerra globale. E proprio sul terreno delle mobilitazioni, le piazze dell’autunno contro il genocidio del popolo palestinese e il No al governo Meloni attraverso il referendum hanno rappresentato l’emersione di un’insoddisfazione crescente nel Paese, che arriva con forza dai Sud e dalle giovani. Una domanda politica chiara che ci riguarda. C’è una disponibilità al rifiuto della miseria di questo stato di cose che cogliamo collettivamente nei tanti territori che hanno contribuito alla discussione di questi giorni, uno stimolo importante per tutte a rafforzare le connessioni, ad interrogarsi su nuovi strumenti all’altezza della fase politica che viviamo. Abbiamo vissuto due giorni di entusiasmo e fiducia. Abbiamo rafforzato relazioni sincere e profonde. Ci siamo riconosciute come compagne. Nelle discussioni, dentro e fuori i momenti assembleari, abbiamo condiviso la soddisfazione per la ripresa di questo cammino comune, oltre le differenze e le specificità di ciascuna, nel segno del riconoscimento reciproco. Negli anni abbiamo visto diversi tentativi fallire, ma da Messina a Cosenza e nei prossimi appuntamenti che verranno abbiamo posto le basi per una storia nuova, forte della condivisione di un intento comune: rafforzare un luogo di discussione e confronto per amplificare le nostre voci, per connettere e potenziare le iniziative che conduciamo sui territori, per tenere viva una nuova riflessione sui Sud alla luce delle mutate condizioni globali e del Paese. Vogliamo vivere una vita bella e vogliamo avere la possibilità di viverla nei nostri territori. Questo processo dipende dalla nostra capacità d’azione, senza appelli a terzi e senza attese messianiche. Noi, qui e ora. È stato solo l’inizio. Da oggi siamo impegnate ad alimentare uno spazio di discussione comune da Sud per i Sud. Sono tanti gli appuntamenti che, città per città e territorio per territorio, ci vedranno protagoniste. Il prossimo 8 agosto torneremo a mobilitarci collettivamente a Messina, non solo contro il ponte in quanto infrastruttura, ma contro il ponte come modello di sviluppo che si vuole imporre ai nostri territori. Alla lotta. Per una nuova stagione di riscatto e conflitto sociale. I Sud si organizzano insieme.   IL DIBATTITO ASSEMBLEARE PUÒ SEGUITO È STATO TRASMESSO IN DIRETTA SU RADIO CIROMA.ORG         Redazione Sicilia
April 22, 2026
Pressenza