Progetti di colonizzazione: dalla Valsesia in Piemonte alle sfide australianeI luoghi in cui si stanno svolgendosi i fatti segnalati all’Osservatorio contro
la militarizzazione delle scuole e delle università sono tra loro distanti
migliaia di chilometri. Eppure, lo spirito che li anima è molto simile.
La Valsesia è una zona del Piemonte situata nella provincia di Vercelli, zona di
antiche risaie e fuochi fatui, paesi di antica bellezza, abitati nei millenni da
valligiani spesso ribelli ai loro padroni, orgogliosi di lingue ibridate dalle
vicine contrade oltralpe, abituati all’isolamento, a quella particolare
sensazione di chiusura che da una catena montuosa solenne, per contro ospitali
con coloro che passavano i valichi, avviati in cerca di fortuna verso le città,
Torino, Milano, Genova.
Luoghi oggi abbandonati, come lo sono moltissime zone nel cuore delle nostre
regioni, al Nord industrioso, al Sud impigrito da secoli di servaggio agli
invasori, alle mafie nelle loro mutevoli trasformazioni legate ai cicli
economici, ai flussi di quel denaro che non arrivava al popolo minuto. Restava
nei forzieri al tempo dei castelli, della grandi tenute contadine dei nobili,
oggi va alle banche, ai paradisi fiscali.
L’Australia è un continente sterminato, la cui storia è popolata da antichissime
civiltà, terra di genocidio delle popolazioni locali, di eugenetica perpetrata
con il furto delle bambine e dei bambini da rieducate alla civiltà giunta da
oltremare, il modello di pulizia etnica tornato in auge, forse mai davvero
dimesso dai colonizzatori.
Provo a specificare meglio le due segnalazioni di cui qui commento. Il comune
della Valsesia interessato al progetto Baita è Varallo, 7000 abitanti circa. Il
fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le province ed è continuato anche
nell’attuale decadenza del centro di attrazione industriale rappresentato,
ancora da Torino, Milano, Genova. Secondo l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati,
riemigrato dopo anni trascorsi in Israele, si sta facendo molto rumore per
nulla, visto che qui hanno comprato case e ruderi da ristrutturare anche
immigrati ucraini, africani, sudamericani. Gli israeliani sono in fondo una
minoranza arrivata dopo il 7ottobre, un piccolo numero rispetto agli oltre
80.000 che hanno lasciato Israele negli ultimi anni (clicca qui; oppure qui; e
anche qui).
Luzzati sottolinea come lui stesso sia sconcertato dall’attuale collasso
democratico israeliano, una tragedia che dura da oltre cento anni, la cui
recrudescenza ha fatto sì che un progetto, in atto da alcuni anni, abbia avuto
l’attuale risonanza. Bisogna essere pragmatici, suggerisce Luttazzi, cavalcare
le emergenze come sempre hanno fatto gli ebrei della diaspora, dal 1492. Si
tratta si saper integrare la tradizione con il tradimento della ibridazione,
della modernità del tempo attuale, considerato che la popolazione insediata ha
fra i 30 e i 50 anni e molte/i sono le/i bambine/i.
Intanto, si impara l’ebraico che, l’ho già annotato in un altro articolo, è sia
la lingua del libro, sia quella reinventata nel 1948, ed è il vero cemento che
unisce gli ebrei di tutto il mondo. Entro nel sito dell’Istituto Comprensivo
Tanzio da Varallo per leggere il Piano dell’Offerta della scuola, ma non trovo
cenno rispetto all’inclusione (come si deve dire) dei minori della nuova
diaspora. Forse qualcosa è annidato alla voce progetti, ma non vedo nulla se non
la castagnata e altre ricorrenze locali da festeggiare con le bimbe e i bimbi.
Forse Luzzati si riferisce a una scuola privata, paritaria, o una iniziativa del
rabbino locale.
Mi auguro, visto che le creature piccole devono integrarsi anche nella scuola
dell’obbligo con altre/i compagne/i, saranno evitati i famigerati libri
agiografici in uso nelle scuole israeliane, di cui abbiamo avuto contezza in
alcuni saggi ( Nuri Peled-Elhanan, La Palestina nei testi scolastici di Israele,
Gruppo Abele, Torino 2021) e nel film Innocence di Guy Davidi, del 2022. Ma di
questo abbiamo già scritto sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione
delle scuole e delle università.
All’insegna del migliore pragmatismo, quello che fa diventare bi-milionari, si
muove l’iniziativa dell’australiana Georgine Hope Rinehart, a Perth, West
Australiana (https://en.royanews.tv/news/70973). Il suo è un progetto assai più
ambizioso e privo delle sfumature e dei dubbi di Luzzati. Come ci spiega in un
video – cappello da cowboy e sorriso smagliante – e in innumerevoli interviste
che qui segnalo solo in parte, la sua accoglienza è decisamente schierata con
l’uomo che è stato definito con la macabra locuzione macabra «io sono la
guerra», il primo ministro – criminale internazionale – al governo di Israele e
deciso a rimanerci.
L’ospitalità di Georgine, padrona del suo territorio come un feudatario, è ai
rifugiati, è agli israeliani senza se e senza ma. Meno ovvio, nei suoi territori
ospiterà anche depositi di armi e perché no, visto che gli armamenti fanno fare
buoni affari, anche sperimentazioni di nuovi dispositivi. Insomma, estrattivismo
di ottimo conio, intellettuale (un buon gruppo di istruiti israeliani fa sempre
comodo all’azienda) e delle risorse del luogo, un modello vecchio e un modello
nuovissimo. Ma chi è un colono, ci si potrebbe chiedere in questi nostri tempi
confusi, di storie frantumate in mitologie e narrazioni meme e bias, di paranoie
woke di Musk, di parole abusate fino all’erosione dei significati?
I reduci delle guerre della Roma repubblicana e imperiale avevano diritto a una
parte del bottino di guerra a seconda del rango rivestito in battaglia, e di un
fazzoletto di terra in cui ritirarsi, in fondo un popolo dall’animo contadino e
dalla razionalità giuridica, perché i due aspetti, proprietà e diritto proprio
allora si sono coniugati. Il colono è il poveraccio che la Francia deportava
nelle terre dei possedimenti nordafricani a morire di malattie, di fame come in
patria e per gli attacchi armati dei locali. Il colono è quello in grande di cui
parla lo scrittore e saggista Amitav Ghosh, predone nelle isole dell’Oceano
Indiano, è quello boero in Sud Africa, e la lista si fa lunga e larga come lo
sono tutti i continenti: conquiste, pulizia etnica, insediamenti, culture
sparite, in alcuni rari casi ibridate, il pidgin, le lingue mescolate, un
fenomeno antropologico e storico grandioso.
Si leggono, in cartaceo e nel web, notizie accompagnate da commenti anodini, di
progetti del post Nakba palestinese (l’altra faccia dell’Aliyah, il ritorno
dell’ebrei nella terra dei padri). I resort sulla spiaggia di Gaza e l’assurda
dismissione del governo di Hamas diventato, sotto l’egida ONU e USA (e già, si
muovono insieme, ormai), solo tecnico amministrativo, per l’impegno israeliano a
mandare avanti i pubblici servizi in Palestina (quale? in Cisgiordania? nei
bantustan resistenti fra gli insediamenti ortodossi?).
Certo Hamas non consegna le armi, come dovrebbe un barbaro sconfitto (Avvenire,
7 luglio 2026, p 11). I palestinesi vogliono restare, del resto non sono nel
carnet degli invitati né di Luzzati, né della signora Hope, l’australiana.
Una nota per concludere, visto che la stampa locale piemontese lamenta l’isteria
antisraeliana a fronte del progetto Baita. Rileggo, in una specie di nostalgia
intellettuale, qualche grande scrittore ebreo. Mi capita fra le mani Angel
Wagenstein, forse meno letto dei fratelli Singer, la sua drammatica storia degli
ebrei bulgari, passati di regime a regime, gli Asburgo, i tedeschi, i sovietici,
oggi all’Europa della Ursula von der Leyen, forse non proprio il migliore dei
mondi. Nel romanzo I cinque libri di Isacco Blumentel (Baldini Castoldi, MI,
2011) nello shtetl di Kolodez, il rabbino, il pope, l’imam sono compagni di
sbornie e di bordello, solo il fine settimana ognuno per sè, con il suo gregge.
E torno ad apprezzare l’ironia tragica, la saggezza delle religioni e delle
culture che si parlano, mentre oggi torna il massacro e l’ospite, chi ospita e
chi è ospitato, diventa l’hostis, che contamina minaccioso una sorta di presunta
purezza etnica.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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