Salerno, presentazione Calendario Esercito 2026 con le scolaresche al grido “Lo giuro”!
A Salerno il 18 febbraio 2.26 presso la Caserma dei Carabinieri “Gianalfonso
D’Avossa“ è stato presentato il CalendEsercito 2026. Come altre volte, coloro
che inviano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università l’informazione, la raccolgono da emittenti e stampa locali. Si tratta
di servizi sempre molto compiaciuti, senza alcun accenno critico, come questo di
“Telecolore”.
Di calendari abbiamo già scritto, pubblicazioni popolari che resistono nei loro
formati cartacei a quelli sugli schermi dei dispositivi elettronici. La
presentazione di “Lo giuro” avviene alla presenza delle autorità militari,
religiose, del rettore dell’università cittadina. Come di consueto, sono
invitate le scolaresche di alcuni istituti superiori. Giurare è un verbo
performativo, la pronuncia coincide con il comportamento espresso. Si giura per
dimostrare sincero impegno al rispetto di un obbligo. Un tempo giuravano – in
quanto impiegati civili dello Stato, all’insegna della bona fides verso e il
Governo in carica, il Ministero e la sua amministrazione – anche le/ gli
insegnanti, pratica fascista abolita solo nel 1981.
L’aspetto educativo, formativo, di orientamento per il futuro, si evince anche
dall’interesse alla pubblicazione dell’editore Giunti. La casa editrice
milanese, che raccoglie anche altri marchi, include collane dedicate alla
scuola, alle bambine e ai bambini, alle loro famiglie, alle/agli insegnanti e
una rivista piuttosto diffusa, “La vita scolastica” (stampa anche calendari per
tutti i gusti!). I valori richiamati durante l’evento sono i consueti,
disciplina, onore, dovere, lealtà, sotto il grande cappello della Patria.
Alla recente presentazione di un film, ascolto un intervento dal pubblico che
rivendica la nostra appartenenza alla Patria e accosta il termine all’aggettivo
suprematismo. Avverto il disagio che aleggia in sala, nel mormorio del pubblico.
Penso che oggi non ci sia nulla di più compromesso che queste due parole,
esausta la prima, fuori dal contesto artistico in cui è nata, la seconda.
Per quanto mi riguarda, io non ho mai provato orgoglio patrio. Considero
l’Italia tanti paesi, uniti a forza di ideali mancati e guerre feroci, siamo da
sempre dei meticci e amare il proprio paese significa riferirsi a piccole
patrie, a radici famigliari, a lessici locali, qualcosa di intimo, di molto
personale. “Matria”, scrive Laura Marchetti sottolineando che l’hapax è un
neologismo “riparatore” dei danni che la combinazione Patria/Nazione ha prodotto
(L. Marchetti, Matria [neologismo riparatore], Marotta&Cafiero, NA 2021).
Cultura infausta che continua produrre guasti, basta leggere le Nuove
Indicazioni Nazionali per il primo ciclo dell’istruzione (DM 19 dicembre 2025 n.
211; https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/27/26G00021/SG), dove il
suprematismo italiano è continuamente richiamato. Nella premessa e nel quadro
delle competenze per i tre ordini di scuola, è presente in altre formule, più
ambigue e più pervasive: il richiamo alla lingua nazionale, alla sua cultura di
impianto latino-romano come cornice per l’integrazione e per l’inclusione dei
non nativi (e dei nativi privi di accesso al diritto di cittadinanza!). Le virtù
del buon soldato richiamate più su sono seduttive, in rete la lealtà appare
nella sua prima accezione di rispetto degli obblighi verso il proprio paese,
rimanda a sentimenti che potrebbero costituire anche l’impianto etico di un buon
cittadino che rispetta le regole, la legalità, nell’obbligazione che sanziona la
disobbedienza.
Negli eserciti, nelle formazioni militari la lealtà ha varie connotazioni oltre
questa. Si deve essere leali verso il commilitone, verso la propria compagnia,
verso la vittoria da conseguire. Una forma di lealtà è anche quella del
comandante in capo verso la sua truppa, non sempre solo in forza di gerarchia e
comando, ma anche nelle modalità del paternalismo, della protezione della vita
dei propri subalterni (a cura di Anna Maria Sassone, Psiche e guerra. Immagini
dall’interno, il manifesto, RM 2002; Joanna Bourke, Le seduzioni della guerra.
Miti e storie di soldati in battaglia, Carocci, RM 2001).
E, tornando al giuramento, va ricordato che le sue derivazioni negative, lo
spergiuro, l’ingiuria, l’abiura, sono vocaboli tipici anche delle bande, delle
confraternite, dove la mancanza di lealtà si paga con l’ostracismo, l’esilio, la
morte. Appare forse più chiaro perché queste manifestazioni militari abbiano –
ripeto – un intento educativo, ri-educativo. Per non perdere l’opportunità
eventualmente lavorativa – il futuro nella carriera militare – c’è il costante
impegno di InfoTeam Esercito
Italiano(https://www.esercito.difesa.it/comunicazione/infoteam/83773.html).
Si tratta di dare una mano alle giovani generazioni che, da sempre piuttosto
tendenti a comportamenti contrastivi, qui troverebbero il loro ideale cammino
futuro. In gran finale, l’emittente ricorda che una quota dei ricavi della
vendita del calendario sarà devoluta all’ ONAOMCE acronimo dell’opera di
assistenza agli orfani dei militari. La guerra in corso, la collaborazione dei
colossi dell’industria degli armamenti alla pubblicazione, il ritorno della leva
obbligatoria in Europa (da noi, forse) fanno purtroppo pensare alle possibili
vite distrutte, oggi: nuovi orfani vittime di un giuramento.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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