Tag - Arabia Saudita

«Board»: il mondo che Trump creò
articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella «Board»: l’Onu personale di Trump di Franco Astengo Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Quattro anni di ingiustizia: libertà per Abdulrahman Al Khalidi
Da oltre 4 anni Abdulrahman Al Khalidi 1 è rinchiuso nel centro di detenzione di Busmantsi, a Sofia, in Bulgaria. Anni di privazione, isolamento e ingiustizia: il caso di detenzione amministrativa più lungo nella storia dell’Unione Europea, simbolo di un sistema che calpesta il diritto e la dignità umana. Insieme ad altre venti organizzazioni internazionali, abbiamo rinnovato la nostra richiesta: rilascio immediato di Abdulrahman e trasferimento in un paese terzo sicuro. Abdulrahman è un prigioniero politico saudita, un padre di due bambini – una dei quali gravemente malata – che non vede da troppo tempo. Vive in un limbo giudiziario senza fine, minacciato ogni giorno dal rischio di deportazione verso l’Arabia Saudita, dove lo attende la pena di morte. Ma in questi anni, anche dietro le sbarre, Abdulrahman ha trasformato la sua prigionia in una lotta collettiva per la libertà di tutte e tutti. La sua voce, che resiste al silenzio, parla anche per noi. Non lo lasceremo solo. Di seguito, pubblichiamo il testo integrale dell’appello, tradotto in italiano, sottoscritto da oltre venti organizzazioni internazionali per chiedere giustizia e libertà per Abdulrahman Al Khalidi. APPELLO CONGIUNTO PER LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI UN DIFENSORE DEI DIRITTI UMANI SAUDITA DETENUTO IN BULGARIA DA OLTRE QUATTRO ANNI Noi, le organizzazioni della società civile firmatarie, siamo profondamente preoccupate per l’imminente minaccia di espulsione dalla Bulgaria verso l’Arabia Saudita che grava sul difensore dei diritti umani saudita Abdulrahman AlBakr al-Khalidi, dopo oltre quattro anni di detenzione, dove correrebbe un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani a causa del suo attivismo pacifico. Esortiamo le autorità bulgare a sospendere immediatamente l’espulsione di al-Khalidi in conformità con i loro obblighi giuridici ai sensi del diritto internazionale, europeo e nazionale, a rilasciarlo dalla detenzione e a concedergli protezione internazionale attraverso un processo di asilo equo e imparziale. Al-Khalidi è intrappolato in un lungo processo di asilo in Bulgaria dal novembre 2021 e dal 2024 è soggetto a un ordine di espulsione. Il 15 luglio 2025 la Corte amministrativa suprema bulgara ha respinto il ricorso di al-Khalidi contro il suo ordine di detenzione, mettendolo in imminente pericolo. Al-Khalidi ha iniziato la sua attività pacifica durante la Primavera araba del 2011, aderendo all’Associazione saudita per i diritti civili e politici (ACPRA) e partecipando a proteste in favore delle riforme. A seguito di un’ondata di arresti di altri attivisti nel 2013, e dopo essere stato convocato per un interrogatorio, è fuggito dall’Arabia Saudita e ha continuato la sua attività di advocacy in esilio. In seguito ha aderito al progetto “Electronic Bees Army” del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, volto a contrastare la disinformazione di Stato. Nel 2021, di fronte alle crescenti minacce in Turchia, al-Khalidi ha deciso di chiedere asilo nell’Unione Europea. Tuttavia, è stato arrestato all’arrivo in Bulgaria poco dopo aver attraversato il confine turco-bulgaro il 23 ottobre 2021. Da allora ha trascorso oltre quattro anni in detenzione – che secondo i dati pubblici della Corte europea dei diritti dell’uomo è uno dei periodi più lunghi per qualsiasi richiedente asilo in Europa – la maggior parte dei quali in condizioni dure e degradanti nel centro di detenzione di Busmantsi a Sofia. Il 26 settembre 2025, la Direzione per l’immigrazione ha deciso di prorogare la detenzione di al-Khalidi per altri sei mesi. Il 16 novembre 2021 al-Khalidi ha presentato domanda di asilo in Bulgaria, citando il rischio di gravi violazioni dei diritti umani in caso di ritorno in Arabia Saudita. Tuttavia, l’Agenzia statale bulgara per i rifugiati ha respinto la sua domanda, sostenendo che l’Arabia Saudita avesse “adottato misure per democratizzare la società”. Il suo ricorso è ancora in corso. Nonostante diverse sentenze a suo favore, comprese sentenze definitive che ne ordinavano il rilascio, le autorità bulgare le hanno ignorate o aggirate. Nel febbraio 2024 l’Agenzia per la sicurezza nazionale ha emesso un ordine di espulsione nei confronti di al-Khalidi, definendolo, senza prove, una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Questo ordine, successivamente confermato dal Tribunale amministrativo di Sofia, viola il principio internazionale di non respingimento, poiché esiste un rischio ben documentato che, se rimpatriato in Arabia Saudita, al-Khalidi subirebbe torture, un processo iniquo e forse la pena di morte. Durante la detenzione, al-Khalidi avrebbe subito ripetuti maltrattamenti, tra cui pressioni psicologiche e abusi fisici. Nel marzo 2024 il difensore dei diritti umani ha riferito di essere stato brutalmente picchiato da agenti di polizia. Ha tentato il suicidio, ha intrapreso uno sciopero della fame durato più di 100 giorni e gli è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico complesso (C-PTSD). Nonostante le preoccupazioni sollevate dai tribunali bulgari, dagli esperti delle Nazioni Unite, dalle ONG e dai membri del Parlamento europeo, le autorità bulgare continuano a detenerlo illegalmente e a minacciarlo di espulsione. Uno studio sulla repressione transnazionale dei difensori dei diritti umani 2, pubblicato il 12 giugno 2025 dalla sottocommissione per i diritti umani (DROI) del Parlamento europeo, ha evidenziato il caso di al-Khalidi come esempio chiave della tattica della detenzione utilizzata nella repressione fisica transnazionale. L’espulsione di al-Khalidi verso l’Arabia Saudita costituirebbe una grave violazione degli impegni assunti dalla Bulgaria ai sensi del diritto internazionale, dell’Unione europea (UE) e del diritto interno, compresa la sua stessa costituzione, che stabilisce che la Bulgaria deve concedere asilo agli stranieri perseguitati per le loro opinioni e attività in difesa dei diritti e delle libertà riconosciuti a livello internazionale. NOI, LE ORGANIZZAZIONI FIRMATARIE, CHIEDIAMO QUINDI ALLE AUTORITÀ BULGARE DI: 1. rilasciare immediatamente e incondizionatamente Abdulrahman al-Khalidi in conformità con le sentenze emesse dai tribunali bulgari; 2. garantire che non sarà espulso in Arabia Saudita o in qualsiasi altro paese in cui rischia di essere respinto; 3. facilitare il suo reinsediamento in un paese terzo sicuro, in coordinamento con i partner internazionali; 4. avviare un’indagine indipendente sui maltrattamenti subiti durante la detenzione, compreso il pestaggio del marzo 2024, e assicurare i responsabili alla giustizia; e 5. garantire che il sistema di asilo bulgaro sia conforme agli standard dell’UE e internazionali in materia di diritti umani, prevenendo future violazioni di questo tipo. PER QUANTO RIGUARDA L’UNIONE EUROPEA (UE), CHIEDIAMO: 1. alla Commissione europea di valutare la sospensione o la riprogrammazione di qualsiasi sostegno europeo legato ai centri di detenzione pre-espulsione in Bulgaria fino a quando non sarà garantita la piena conformità con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CFR); 2. alla Commissione europea di condurre una revisione di qualsiasi possibile sostegno della Commissione europea legato al centro di detenzione di Busmantsi per valutarne la conformità con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CFR); 3. al Parlamento europeo (commissioni LIBE/DROI) di tenere una sessione urgente e organizzare una missione di accertamento dei fatti presso il centro di detenzione di Busmantsi; e 4. al Consiglio (gruppo FREMP) di includere questo caso nell’ordine del giorno; Qui le organizzazioni firmatarie Comunicati stampa e appelli PETIZIONE PER ABDULRAHMAN AL-KHALIDI RINCHIUSO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI BUSMANTSI (SOFIA) Firma e condividi l'appello per il riconoscimento della protezione internazionale al giornalista e attivista 24 Maggio 2025 1. La pagina autore su Melting Pot ↩︎ 2. Transnational repression of human rights defenders: The impacts on civic space and the responsibility of host states ↩︎
Impronte di 115.000 anni !!
Una nuova scoperta, che fa discutere il mondo scientifico, sono le impronte fossilizzate ritrovate in Arabia Saudita in questi giorni. Esse mostrano un’importante movimentazione umana effettuata in un periodo molto particolare datato in un’epoca antecedente la prima era glaciale. Per datare questi reperti archeologici, si esegue una prima verifica del quantitativo di carbonio presente nel fossile, controllando la percentuale di isotopi e indizi contestuali per calcolarne una età approssimativa. Un’analisi visiva, invece, evidenzia che queste impronte umane, sette in totale, erano circondate da diverse tracce di animali, ma non selvaggina, bensì in prevalenza domestici. Questo sta ad indicare che, con probabilità, il gruppo era in quel luogo per bere alla pozza che ora contiene le suddette tracce nel limo fossile e che, ad oggi, sembrerebbero le impronte umane più antiche mai rinvenute e le meglio conservate nella Penisola Arabica e al mondo! Si stima, infatti, che esse risalgano ad almeno 115.000 anni fa. Gli archeologi hanno scoperto il sito, nel profondo del deserto del Nefud, in una località soprannominata “la traccia” in arabo, nel 2017, dopo che il tempo e le intemperie avevano spazzato via i sedimenti sovrastanti.  La caratteristica peculiare di queste impronte, è sicuramente il sedimento fangoso che le ha conservate poiché gli scienziati confermano che: “Uno studio sperimentale sulle impronte degli esseri umani moderni nelle piane fangose ha rilevato che i dettagli più minuti sono andati persi entro 2 giorni e le impronte sono diventate irriconoscibili entro quattro, osservazioni simili sono state fatte anche per altri tipi di impronte, ad esempio di mammiferi, o non necessariamente ominidi.” Ciò significa che il loro speciale, minuscolo lotto di impronte conservate è stato prodotto in condizioni uniche che formano anche una sorta di “impronta digitale” e le riconduce tutte allo stesso periodo temporale.  Da lì, gli scienziati hanno iniziato a indagare su chi le avesse lasciate.  Ovviamente l’Homo Sapiens non era l’unico “primate” eretto protagonista del gioco evolutivo, ma le prove, affermano gli scienziati, suggeriscono che la possibilità che un’altra specie avesse percorso il letto del lago ormai in secca non regge con l’evidenza delle impronte lasciate. Ecco una breve sintesi dell’analisi: “Sette impronte di ominidi sono state identificate con certezza e, date le prove fossili e archeologiche della diffusione dell’Homo Sapiens nel Levante e in Arabia durante l’era compresa tra 130.000 e 80.000 anni fa e l’assenza di Homo Neanderthalensis dal Levante a quel tempo, sosteniamo che l’Homo Sapiens sia stato responsabile delle impronte di Alathar. Inoltre, le dimensioni delle impronte di Alathar sono più coerenti con quelle dell’Homo Sapiens primitivo che con quelle dell’Homo Neanderthalensis.” Il lago, che oggi forma Alathar, faceva probabilmente parte di un’autostrada preistorica che attirava tutti i grandi animali della zona, formando un corridoio punteggiato da aree di sosta d’acqua dolce in cui gli esseri viventi potevano spostarsi durante le migrazioni, in base alle condizioni meteorologiche o ai cambiamenti climatici.  In questo caso, gli scienziati hanno trovato pochissimi degli altri fattori che accompagnano i viaggi umani preistorici, come segni di coltelli o utensili su ossa di animali che indicano la caccia. Secondo lo studio in corso questi Homo Sapiens, forse in cerca di acqua dolce durante un loro spostamento, potrebbero essere gli ultimi ad aver attraversato il luogo, temperato all’epoca, prima dell’imminente arrivo di un’era glaciale.  Questo spiegherebbe anche perché le loro tracce non siano state seguite da altri gruppi, almeno non prima che si accumulasse un intero nuovo strato di sedimenti con caratteristiche diverse e non più adatto alla conservazione così perfetta di tracce. Paolo Navone
July 19, 2025
Pressenza