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Discorso di Shirō Suzuki, sindaco di Nagasaki, 9 agosto 2026
Questo discorso è stato letto in occasione della 233 Presenza di Pace in piazza Carignano a Torino Il 9 agosto 1945, una bomba atomica sganciata da un aereo militare statunitense distrusse in un istante la città di Nagasaki; entro la fine di quell’anno, ben 150.000 persone, pari a due terzi della popolazione, persero la vita o rimasero ferite. Il defunto Katsuji Yoshida, che all’età di 13 anni fu vittima dell’esplosione, descrisse così quella scena infernale: Dirigendosi verso l’epicentro dell’esplosione, si vedevano persone carbonizzate e annerite, altre con gli occhi fuori dalle orbite, altre ancora con le viscere fuoriuscite e altre senza arti che vagavano senza meta. Giunti al fiume Urakami, anche lì c’erano molte persone ustionate che, tra olio, sangue e acqua sporca, morivano una dopo l’altra bevendo quell’acqua. Io ero ricoperto di sangue da capo a piedi, la pelle mi si era staccata e penzolava floscia nella parte inferiore del corpo. Anche se la pelle del viso era ancora attaccata, era bruciata e annerita. Sul volto del signor Yoshida sono rimaste grandi cicatrici da ustioni che non scompariranno mai, e ha continuato a soffrire per gli sguardi di chi lo circondava. Anche le persone che sono riuscite a sfuggire a malapena alla morte hanno riportato profonde ferite fisiche e psicologiche e continuano a portare con sé per tutta la vita l’ansia e la paura di sviluppare tumori e altre malattie a causa delle radiazioni. Attualmente, sulla Terra esistono oltre 12.000 testate nucleari. Perché alcuni paesi continuano a ostinarsi a utilizzare armi così crudeli? Sullo sfondo della sfiducia reciproca, dei conflitti e delle divisioni che dilagano nella comunità internazionale, il «dominio attraverso la forza» delle grandi potenze sta dilagando. Anche i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, che vedono coinvolte potenze nucleari, presentano ancora una situazione che non permette di prevedere soluzioni rapide. Inoltre, si stanno accelerando le iniziative che vanno contro il disarmo nucleare, come la modernizzazione e il potenziamento delle armi nucleari. Si è così entrati in un circolo vizioso che aggrava ulteriormente la sfiducia reciproca, i conflitti e le divisioni. Ciò è evidenziato anche dal fatto che la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non sia riuscita, per la terza volta consecutiva, ad adottare un documento finale orientato al disarmo nucleare. I paesi che fanno affidamento sulle armi nucleari sostengono la “teoria della deterrenza nucleare”, secondo cui il solo possesso di tali armi, anche senza il loro effettivo utilizzo, è in grado di dissuadere altri paesi dall’attaccarli. Ma chi può affermare con certezza che, in una situazione estrema come la guerra, quando si è costretti a prendere una decisione definitiva che mette in gioco la sopravvivenza della propria nazione, non si finirebbe comunque per premere il «pulsante nucleare»? Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ha messo a nudo la realtà secondo cui l’uomo è in grado di oltrepassare persino il limite dell’uso delle armi nucleari contro altri esseri umani. I sopravvissuti alle bombe atomiche e le città colpite, che hanno sperimentato sulla propria pelle la potenza delle armi nucleari, capaci di ridurre in frantumi sia la vita che la dignità umana, lanciano un appello con convinzione, forti di quell’esperienza. La teoria della deterrenza nucleare è estremamente pericolosa. Le armi nucleari non sono un «male necessario», ma un «male assoluto», e l’umanità non potrà mai coesistere con esse. Cari «cittadini del mondo» che vivete su questo unico pianeta. Per costruire un mondo di pace, c’è qualcosa che possiamo fare. «Il punto di partenza della pace è avere un cuore capace di comprendere il dolore altrui.» Queste sono le parole che il signor Yoshida ripeteva sempre quando raccontava la sua esperienza di sopravvissuto alla bomba atomica. Immedesimarsi nella posizione e nella sofferenza dell’altro e sforzarsi di capirsi a vicenda costituisce un passo fondamentale per evitare contrasti e scontri. Questo diventa il fondamento per coltivare la fiducia e costruire relazioni amichevoli tra persone e tra nazioni, in ogni contesto. Imprimiamo nel cuore le parole del signor Yoshida e traduciamole in azioni concrete. A tutti i leader dei vari paesi: vi esortiamo a ripristinare al più presto il multilateralismo e lo «stato di diritto» basati sui principi della Carta delle Nazioni Unite. Vi invitiamo a tornare allo spirito che animava la fondazione delle Nazioni Unite: proteggere la dignità umana e i diritti umani fondamentali e realizzare la pace permanente e la prosperità comune dell’umanità attraverso la cooperazione internazionale. A tutti i leader delle potenze nucleari e dei paesi che fanno affidamento sulla deterrenza nucleare: dovete guardare in faccia la realtà: più ci si affida alla deterrenza nucleare, più aumenta il rischio di una guerra nucleare. In particolare, il governo giapponese dovrebbe partecipare alla Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che si terrà per la prima volta quest’anno, e adempiere alla propria missione storica in qualità di unico Paese ad aver subito un attacco atomico durante una guerra. È necessario mantenere saldi i principi di pace e i tre principi antinucleari sanciti dalla Costituzione giapponese, che incarna la determinazione a non ricorrere alla guerra, e rafforzare la diplomazia volta all’allentamento delle tensioni e al disarmo nella comunità internazionale. Chiediamo una svolta verso una politica di sicurezza che non faccia affidamento sulle armi nucleari, anche attraverso la realizzazione di una zona denuclearizzata nell’Asia nord-orientale. Inoltre, chiediamo con forza il potenziamento dell’assistenza ai sopravvissuti alle bombe atomiche, la cui età media supera gli 86 anni, e il più rapido possibile sostegno a coloro che hanno vissuto l’esperienza dell’esplosione, ma non sono ancora stati riconosciuti come sopravvissuti. Porgo le mie più sentite condoglianze alle persone che hanno perso la vita a causa delle bombe atomiche e a tutte le vittime della guerra. Proprio ora che abbiamo ancora la possibilità di ascoltare direttamente le testimonianze dei sopravvissuti alle bombe atomiche, ci impegniamo a tramandare con fermezza, per il futuro, la memoria dell’attacco e i sentimenti dei sopravvissuti. «Che Nagasaki sia l’ultima città colpita da una bomba atomica». Affinché questo giuramento diventi una realtà eterna, Nagasaki dichiara qui solennemente che, in solidarietà con tutte le persone del mondo che aspirano alla pace, continuerà a progredire senza mai arrendersi verso l’abolizione delle armi nucleari e la realizzazione di una pace mondiale permanente. Traduzione in italiano a cura di Chie Wada Coordinamento AGiTe
August 16, 2026
Pressenza
Commemorare Hiroshima e Nagasaki oggi: presidio alla base militare statunitense di Aviano
IL 6 E IL 9 AGOSTO 1945 L’AERONAUTICA MILITARE STATUNITENSE SGANCIAVA DUE BOMBE NUCLEARI SU HIROSHIMA E NAGASAKI. DOMENICA, 9 AGOSTO 2026, IL TAVOLO PER LA PACE DI PORDENONE HA ORGANIZZATO UN PRESIDIO DI COMMEMORAZIONE DAVANTI ALLA BASE MILITARE STATUNITENSE DI AVIANO. PUBBLICHIAMO L’INTERVENTO PORTATO DA MIRIA PERICOLOSI E LUCA ALBERTI ARCHETTI PER L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. Miria Pericolosi esordisce affermando che «commemorare è un viaggiare nel tempo tra passato e presente, un’occasione preziosa per imparare collettivamente». L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come molte altre realtà, anche prima della sua nascita, sta “vedendo” i pericoli della deriva bellicista di questo presente e perciò si avverte una responsabilità che deriva da questa conoscenza, al punto di essere presenti ad Aviano per portare questa testimonianza. Luca Alberti Archetti, in un discorso accorato, ricorda: «Dieci anni fa ero uno studente universitario in trasferta in Giappone. Ero ospite dell’Università di Kyoto per un periodo di ricerca di due mesi. Ero là perché pieno di dubbi sulla strada da intraprendere in questo mondo. Oggi lavoro come matematico e come docente di scuola media. Non che i dubbi si siano dipanati ma, ripensando ora a quel periodo, noto invece anche una certa fermezza. Un qualcosa che portò quella persona che ero a arrivare una mattina, con una biciclettina che era la versione giapponese della “Graziella”, all’autostrada a est di Kyoto, scavalcare e posizionarmi all’area di sosta in attesa di un passaggio. Aspettai due ore. Poi, una coppia mi diede attenzione. Erano le 8.20 di mattina del 6 agosto. Appena salito in macchina, condivisero con me la loro colazione, una frittata e degli onigiri, quelle pallette di riso con un ripieno o di tonno cotto o di altre cose. E poi partimmo. Un solo passaggio fino alla destinazione, più di 350km di distanza, e loro non parlavano inglese e io non parlavo giapponese, ma comunicavamo. Ci capivamo. Loro andavano in vacanza, molto più a sud, ma invece che lasciarmi all’area di sosta decisero di uscire dall’autostrada. Mi offrirono il pranzo. E mi lasciarono davanti al Museo commemorativo della pace di Hiroshima. Ce l’avevo fatta. Era il 6 agosto 2016 ed ero a Hiroshima. Il resto del giorno è stato difficile. Condivido un solo un frammento, che trascrissi su un mio diario per non dimenticare. Sotto lo splendore azzurrino pezzi di pelle cadono. Nei miei occhi rossi di sangue il sole è scuro. Sulla sabbia sottile scappavo sostenendo le mie gambe tremolanti con un bastone di bambù. Una madre con la carne cadente e le ossa esposte, tra le braccia un bimbo morto, era piegata sulla strada vomitando qualcosa di nero. "Ho caldo, ho caldo, mamma", gli occhi deformati i vestiti bruciati dai raggi termici pulendosi la schiuma di sangue, uno studente di scuola media girava contorcendosi. Con i capelli ritti e le braccia rivolte al cielo morto o vivo, uomo o donna, un volto grigio galleggiava sul fiume. Nel prosieguo dell’intervento, Miria Pericolosi precisa che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università è un’associazione di scopo che denuncia la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. In Italia e nei vari Paesi europei sempre più presente è una progettata ingerenza militarista volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. Essere alla base di Aviano il 9 agosto significa ricordare che nel 1945, ottantuno anni fa, gli Stati Uniti iniziarono l’era nucleare, lanciando due bombe atomiche, su Hiroshima e Nagasaki, decidendo di bruciare due centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini, a dimostrazione, come dicono attenti studi storici, della potenza degli Stati Uniti, della propria capacità di dominio seminando terrore. Dopo il 1945 il possesso di armi nucleari divenne priorità per altre potenze mondiali e da allora siamo entrati nell’era della deterrenza nucleare, in un «folle equilibrio del terrore in cui il mondo ha vissuto per decenni e vive tuttora». Un equilibrio che si fonda sul possesso di tecnologie sufficienti ad essere più veloci nella controffensiva e che oggi, l’uso dell’intelligenza artificiale, se non regolamentata come richiesto da Organizzazioni internazionali, rischia di alterare velocizzando le decisioni strategiche, riducendo il tempo di reazione umana e il margine di errore, costituendo un possibile rischio di catastrofe nucleare. È da ricordare, tra parentesi, che i Paesi nucleari NATO si riservano di poter usare armi atomiche anche in risposta a un attacco convenzionale a sé o ai loro alleati. L’Osservatorio segue e denuncia questa costruzione da parte delle istituzioni della “cultura della difesa”, della “Cultura del Nemico”, dell’insicurezza e della paura, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’obbedienza senza coscienza. In questo momento i governanti sono concordi e uniti sulle politiche di guerra e sulla rincorsa “all’Europa della difesa”; sono alla ricerca di finanziamenti per quei settori giudicati prioritari per la futura industria delle armi europea. Essi giustificano questo preoccupante declino verso la guerra come necessità per gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva, potenziando le imprese di guerra e la ricerca nel settore della difesa, essenziale per colmare i divari tecnologici atti ad affrontare, secondo i vertici militari, le manifatture militari e i vertici della Difesa, il Nemico prospettato. In questa deriva guerrafondaia, l’Osservatorio propone l’Obiezione di Coscienza che deve essere totale e farsi scelta collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: * nel mondo del lavoro per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto degli armamenti; * nella ricerca per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici; * in tutta la società come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. L’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disubbidienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo italiano e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per la militarizzazione della società, incluso il ritorno alla leva obbligatoria in qualsiasi forma e alla schedatura di massa dei ragazzi e ragazze. L’invito è quello di seguire quel “ripudio della guerra” espresso nell’art.11 della Costituzione rifiutando qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Luca Alberti Archetti ricorda, inoltre, che nel 1983, a Comiso, durante la protesta contro l’installazione di 112 missili nucleari, il fisico pacifista e nonviolento Giovanni Salio diceva che non è affatto vero che il totalitarismo, anche estremo come nel caso di Hitler, sia monolitico e invincibile. Anch’esso, come tutte le forme di potere, si regge sul consenso e sulla collaborazione. Il progetto di sterminio degli ebrei fallì proprio là dove le tradizioni democratiche erano più radicate e autentiche e la popolazione e i funzionari non collaborarono, per cui Luca conclude che «Anche noi oggi con la nostra collaborazione, stiamo costruendo, come diceva Salio, una gigantesca macchina da guerra simile a quella prodotta dal popolo tedesco nella seconda guerra mondiale, che si regge sul nostro consenso, sulla nostra partecipazione quotidiana».  D’altra parte, però, queste evidenze rivelano che di fronte al problema della guerra tutti e tutte potrebbero essere obiettori. Salio indicava esplicitamente una via per costruire un’alternativa. Bisogna partire dalla rottura e dal ribaltamento di quella partecipazione su cui si basa il consenso che sostiene la guerra e il riarmo. Secondo il Capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, convocato per un’audizione in Parlamento il 21 maggio dell’anno scorso, il nostro presente è di nuovo come quello di Comiso, in piena Guerra Fredda. Portolano dice più o meno così: «Dall’89 al 2022 facevamo [intendendo come forze armate italiane] delle operazioni operazioni militari internazionali di “pace”. Mentre ora la fase è cambiata, ora dobbiamo tornare a fare “deterrenza” e “difesa totale” come durante la Guerra Fredda». È nostra responsabilità condividere l’urgenza di affermare che la difesa totale è la dottrina militare su cui si basano Portolano, l’UE e la NATO. Secondo questa dottrina, ogni civile, perfino quello pacifista e nonviolento, può trovare un posto riservato per lui per partecipare alla macchina della guerra. Per l’Osservatorio, ogni forma di sostegno civile alla guerra va rifiutata: ecco da dove arriva la proposta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva. Dall’altra parte, vi è una subdola strumentalizzazione dell’idea stessa di “difesa”. Non basta più volersi “difendere”. In un presente in cui lo Stato italiano vuole andare alla guerra, l’art. 52 rivela i suoi limiti. Quello che allora venne scritto come “sacro dovere del cittadino”, e cioè “la difesa della Patria”, va oggi sostituito con la difesa dell’umanità, “la difesa dell’umanità contro la guerra“. È in questa prospettiva che ci siamo ritrovati a Londra il 20 giugno, alla Conferenza Internazionale contro la Guerra. L’analisi condivisa è che le Governances occidentali vogliono portare il mondo alla guerra. A Londra si è manifestata un’unità attraverso la diversità. Come per le manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq nel 2003 e contro il genocidio in Palestina lo scorso autunno, prendiamo atto del costituirsi di una “opiniona pubblica mondiale” che dal basso rifiuta la guerra e l’oppressione. Siamo davanti a un cambio di ordine mondiale, in cui l’Occidente, che per secoli ha dominato con un potere violento, patriarcale e coloniale, si trova ora a dover cedere il passo alle “periferie del mondo”. Non lo farà spontaneamente e la forma del suo rifiuto è la guerra. Quella guerra che uccide, prima dei vertici, le popolazioni. Sia quelle del Nemico di turno, nemico con la N maiuscola, sia le “sue”. Perché le guerre di oggi sono fatte di terrorismo di stato, di stragi di civili.  È così che ci ritroviamo, 81 anni dopo, di nuovo alla prima settimana di agosto 1945, quando si decideva di lanciare una bomba nucleare sulla gente giapponese anche per fermare la Russia. Si decideva di lanciare una arma nuova, che corrispondeva necessariamente alla strage, per motivi politici: per poter mantenere un ordine mondiale a proprio favore. Tuttavia, ottantuno anni dopo, con Londra, con la Flotilla, con lo sciopero internazionale dei portuali chiamato per il prossimo 30 ottobre, vediamo il trasformarsi di quella che era un’opinione pubblica mondiale in quello che vogliamo essere un “soggetto politico mondiale”: i popoli in solidarietà fra essi, contro la guerra e contro l’oppressione, vigili e capaci di “difendersi”. È questo il contributo che dal mondo vogliamo portare qui oggi e nelle nostre scuole a settembre. UN’OBIEZIONE TOTALE E COLLETTIVA PER DIFENDERE. DIFENDERE NON LA PATRIA, MA L’UMANITÀ. DIFENDERE NON DAL NEMICO, MA DALLA GUERRA. Miria Pericolosi e Luca Alberti Archetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Per contattarci: osservatorionomili@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Mai più armi atomiche! Da Hiroshima contro riarmo e proliferazione
Introduzione A 81 anni dall’esplosione delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, come Ecoresistenze abbiamo visitato Hiroshima per continuare a tenere viva la testimonianza degli orrori derivanti dall’unico utilizzo sul campo della bomba atomica mai effettuato – ad opera degli Stati Uniti, nel 1945. In un presente in cui la […] L'articolo Mai più armi atomiche! Da Hiroshima contro riarmo e proliferazione su Contropiano.
August 10, 2026
Contropiano
Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Hiroshima e Nagasaki: scelta militare o politica del terrore?
Le bombe atomiche esplose sulle città di Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto del 1945 provocarono la morte diretta di 200.000 persone, oltre ai feriti, alle famiglie distrutte, al disastro ecologico e all’umiliazione di un intero popolo. Per il governo Truman fu un atto necessario per accelerare la fine della guerra e impedire in questo modo che centinaia di migliaia di soldati americani morissero in un’invasione del Giappone. Al di là della condanna morale per qualsiasi guerra e soprattutto per l’uso di un’arma di distruzione di massa, la tesi dell’allora governo degli Stati Uniti è stata ampiamente studiata e confutata da numerosi e attenti studi storici. Il governo giapponese era già pronto alla resa e almeno dall’aprile del 1945 lavorava incessantemente in quella direzione. L’amministrazione americana era pienamente informata di questa situazione. L’uso delle bombe non fu necessario per porre fine alla guerra; su questo concordano non solo gli storici, ma anche la maggioranza dei capi dell’esercito statunitense. Il generale Dwight Eisenhower si espresse con chiarezza: “I giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con questa cosa orribile”. Il rapporto degli Stati Uniti sul Bombardamento Strategico (United States Strategic Bombing Survey) afferma: «In base alle indagini dettagliate su tutti i fatti e alla testimonianza dei leader giapponesi sopravvissuti, si ritiene che certamente prima del 31 dicembre 1945, e con ogni probabilità prima del 1° novembre 1945, il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra e anche se non si fosse pianificata o contemplata un’invasione.» Anche il generale George C. Marshall, difensore dell’uso della bomba, dichiarò che la decisione non fu di carattere militare, ma “politico”. Se c’è accordo tra la maggioranza degli studiosi su questo, differenti invece sono le interpretazioni delle vere ragioni che spinsero gli Stati Uniti, con il sostegno del governo britannico, a questa scelta terribile. Secondo alcuni studiosi si voleva sperimentare sul campo gli effetti di un’arma che aveva richiesto anni di lavoro e ingenti finanziamenti. Altri studi ritengono che la ragione principale fu che l’Unione Sovietica era diventata un grande impero, aveva occupato gran parte dell’Europa dell’Est e stava per invadere il Giappone. Dunque la bomba fu usata pensando all’Unione Sovietica e rappresenta non tanto la fine della Seconda Guerra Mondiale, quanto l’inizio della Guerra Fredda. Ma anche senza bisogno di uno studio di specialisti, qualsiasi persona può intuire che l’uso delle atomiche fu un atto di estrema crudeltà. Gli Stati Uniti non colpirono obiettivi strategici dal punto di vista militare, come fabbriche di armi, centrali elettriche, ponti o aeroporti. E se avessero voluto mostrare l’arma mostruosa di cui disponevano, sarebbe bastato lanciarla su postazioni militari o in zone semi-desertiche. In realtà le bombe erano dirette a coloro che non sarebbero morti: al popolo giapponese e al mondo intero. E questa è la caratteristica degli atti terroristici: colpire le persone innocenti per creare terrore. Si è voluto colpire la popolazione civile indifesa, scegliendo non una, ma due città densamente abitate. Non è stata una decisione per chiudere la guerra, ma un atto di deliberata crudeltà per mostrare la propria potenza e lanciare una minaccia e un avvertimento al mondo intero: «Per affermare il nostro dominio siamo capaci di fare cose orribili, senza alcun freno morale». Le due bombe atomiche furono un atto di terrorismo di Stato e hanno inoltre aperto la strada all’uso del nucleare e alla possibilità di usarlo di nuovo: un terrore che arriva fino ai giorni nostri e si manifesta con l’incubo di una possibile guerra nucleare. Se l’atomica fosse stata usata dalla Germania, senz’altro tutti l’avremmo considerata un crimine di guerra. La comunità internazionale avrebbe espresso la stessa condanna se a usare la bomba atomica fosse stata l’Unione Sovietica. Qualsiasi Stato potrebbe in futuro decidere di usare il nucleare giustificando la sua scelta con la paradossale necessità “umanitaria” di risolvere velocemente un conflitto per limitare il numero di vittime. La decisione di usare le bombe atomiche segnò la direzione di un cammino. Aprì un’epoca nella quale la superiorità militare, l’uso della forza e della crudeltà divennero strumenti centrali di una politica di predominio perseguita dagli Stati Uniti e sostenuta dai loro principali alleati. Da quel momento la logica del “vincere a ogni costo” divenne uno dei criteri dominanti della politica di potenza. Molti dei grandi conflitti e delle crisi che oggi viviamo affondano le loro radici anche in quella scelta. La riflessione su Hiroshima e Nagasaki non riguarda soltanto il passato, ma anche il modo in cui interpretiamo il presente e ci apriamo al futuro. Comprendere quanto accadde nel 1945 significa sviluppare uno sguardo critico anche sulle narrazioni con cui vengono giustificate le guerre. Una consapevolezza profonda di questa mentalità nichilista e distruttiva può aiutare a porre le basi per una civiltà fondata sulla cooperazione, sull’umanesimo e sulla nonviolenza.   Gerardo Femina
August 5, 2026
Pressenza
Verona, Lanterne Rosse a 80 anni dal lancio della bomba atomica su HIROSHIMA e NAGASAKI
VERONA, 6 -9 AGOSTO 2025 Verona ha ricordato l’80esimo anniversario del bombardamento atomico americano statunitense delle due città giapponesi di Hiroschima e Nagasaki con il consueto deposito di lanterne rosse nell’Adige, tradizione arrivata con una sopravvissuta di Hiroschima, nel lontano 2005, che, «incontrando alunni/e della provincia veronese, portò il prototipo del lumino che, tuttora, viene depositato ogni anno sui sette fiumi della città di Hiroschima,  per ricordare una persona cara, morta a causa della bomba atomica». Nella organizzazione dell’evento del 9 agosto c.a., promosso dal Comitato Veronese per le iniziative di Pace, con il patrocinio del Comune di Verona, sono stati attuati due percorsi innovativi: –  Laboratorio di costruzione Lanterne di Pace per bambini/e, dai 6 anni in su; Tra le lanterne depositate in acqua, assemblate da un congruo numero di volontarie /i di Associazioni veronesi, anche le lanterne prodotte dalle/i bambine/i nel laboratorio gratuito svoltosi alla Casa di Quartiere Baleno, laboratorio riproposto, dopo lungo tempo, per avvicinare le/i piccoli/e, al pensiero della necessità di attivarsi concretamente per la pace. – Suggestiva coreografia nella vasca dell’Arsenale per invocare la pace; A pochi passi da Ponte Castelvecchio, nei giardini della vasca adiacente l’Arsenale Asburgico, un centinaio di persone hanno posato in una coreografia ripresa dall’alto, per formare, coesi in un unico appello, la parola PACE, obiettivo comune dei/delle partecipanti, assieme a quello del disarmo, in particolare  nucleare. A tal proposito, Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento, nel presentare l’iniziativa, ha affermato che «la bomba atomica non è un’arma pensata per un obiettivo militare, ma è un’arma per distruggere le città, progettata e costruita per colpire abitazioni, fabbriche, ospedali. L’obiettivo è la vita civile e contro questo pericolo la gente deve muoversi e deve ribellarsi. Si deve dire “no” e avere la proposta alternativa che è quella del disarmo, la messa al bando delle armi nucleari che, in questo momento storico, stanno tornando ad essere una minaccia sempre più imponente». Il relatore ufficiale della serata è stato Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo il quale, affermando che l’arma nucleare è il massimo del militarismo, ha ripercorso le date del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), sottolineando che nel 2017 l’accodo internazionale è stato affiancato da un nuovo Trattato, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) che mira a vietare completamente lo sviluppo, il possesso e l’uso di armi nucleari. Trattato entrato in vigore nel 2021, dopo essere stato ratificato da 50 stati: «Anche le città, cioè gli obiettivi delle armi nucleari, sempre più dovrebbero mettersi in pista per l’adesione all’appello internazionale delle città promosso da ICAN ( Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari), una coalizione globale della società civile che lotta per promuovere l’adesione e la piena implementazione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari». In rappresentanza del Sindaco del Comune di Verona, l’Assessore all’Innovazione e alla Transizione digitale Jacopo Buffolo, con delega, fra le altre, alla Memoria Storica e Diritti Umani, ha evidenziato «che il pericolo atomico ha contraddistinto il secolo scorso con la guerra fredda e va ricordato sempre, sia in memoria di tutte le vittime che ci sono state, ma soprattutto per il rischio che vediamo ancora oggi con i tanti conflitti in atto, che vedono coinvolte potenze dotate di armi nucleari». Fa presente poi, che l’amministrazione ha, per a prima volta, patrocinato l’importante iniziativa a «testimoniare la volontà di una città che crede fortemente nei valori della pace, della non violenza,  nell’impegno che tutte e tutti dobbiamo prenderci per costruire una società più giusta, che possa ripudiare completamente la guerra come dice la nostra Costituzione». Alla chiusura dell’iniziativa, il momento significativo della deposizione in Adige delle lanterne rosse, con il lumino acceso, «per far partire il fiume di pace». Qui alcuni scatti dell’iniziativa. Miria Pericolosi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Le atomiche su Hiroshima e Nagasaki come primo atto della guerra fredda
Alle 8:15 di lunedì 6 agosto 1945 un bombardiere degli Stati Uniti sganciò su Hiroshima la prima bomba atomica. La seconda fu usata tre giorni dopo, giovedì 9 agosto, su Nagasaki, a circa 400 chilometri di distanza. Subito dopo Hiroshima il presidente USA Harry Truman dichiarò: «Poco tempo fa un […] L'articolo Le atomiche su Hiroshima e Nagasaki come primo atto della guerra fredda su Contropiano.
August 10, 2025
Contropiano
HIROSHIMA: OTTANT’ANNI FA LA BOMBA NUCLEARE CHE UCCISE IN POCHI ISTANTI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PERSONE.
80 anni fa, il 6 agosto 1945,  alle ore 8:15 del mattino ora locale, uno spostamento d’aria di eccezionale potenza sconvolge la città giapponese di Hiroshima: la bomba atomica esplode a circa 600 metri sopra la città. 3 giorni dopo, il 9 agosto, la bomba nucleare su Nagasaki. Un numero incalcolabile le vittime. Oltre 200mila quelle morte sul colpo, migliaia invece quelle che moriranno poi a causa delle scorie nucleari. Un crimine contro l’umanità che ha lasciato un segno profondo sulla coscienza collettiva e sulla politica giapponese, dentro e fuori i propri confini nazionali. In occasione dell’anniversario, diverse associazioni di Brescia organizzano questo pomeriggio dalle 18,30 un “corteo silenzioso” per le vie del centro città, da Largo Formentone a Piazza Duomo fuori dalla Prefettura e ritorno. Ieri le stesse associazioni hanno pubblicato una lettera aperta al Prefetto di Brescia, che riportiamo di seguito, in cui si chiede di adoperarsi per far firmare all’Italia il trattato sull’abolizione delle armi nucleari (che sono presenti a Ghedi, pochi chilometri dal centro del capoluogo di provincia). Ne abbiamo parlato con Massimo Bracchi del Movimento Nonviolento di Brescia. Ascolta o scarica -.*.-*- Lettera aperta all’attenzione del Sig. Prefetto di Brescia e per suo tramite al governo della Repubblica Italiana   La presenza delle armi nucleari è catastrofica e concretizza ogni giorno una minaccia esistenziale per l’Umanità. Di conseguenza tutti gli Stati dovrebbero inserire come obiettivo primario delle proprie politiche e decisioni la loro messa al bando. In questa fase turbolenta delle relazioni internazionali, con rinnovate ed esplicite minacce di utilizzo di  queste armi di distruzione di massa, diventa sempre più evidente la necessità di un accordo tra gli Stati per rinunciare alle armi nucleari e agire insieme per promuovere la Pace: finché vi saranno conflitti, ci sarà sempre l’incentivo a fabbricare armi nucleari. Oggi le lancette dell’Orologio dell’apocalisse (l’orologio simbolico creato dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists nel 1947) che simboleggia l’urgenza di agire rispetto all’esistenza di armi nucleari capaci di mettere fine alla specie umana, si sono ulteriormente avvicinate alla distruzione totale: siamo a 89 secondi dall’Apocalisse, vicini come non mai; soprattutto per il pericolo nucleare, oltre che per la crisi climatica. Dovremmo finalmente tornare ad essere saggi e ripartire da scelte concrete di disarmo nucleare come il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari che a otto anni dalla sua approvazione continua ad essere la migliore speranza che il mondo ha di liberarsi dalla inaccettabile presenza delle armi nucleari. Al contrario, e in maniera preoccupante, le potenze nucleari ed i paesi satelliti, non stanno cambiando rotta continuando a modernizzare i propri arsenali per aumentarne la capacità distruttiva (anche a Ghedi, sul nostro territorio);  le guerre e le decisioni di riarmo degli ultimi tempi hanno riportato sulla scena le minacce d’uso di questi terribili armamenti, addirittura con ipotesi di abbandono, anche in Europa, delle regole di non proliferazione , oltre che con una continua erosione delle poche norme di disarmo rimaste. Nel 2024 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso complessivamente per questi armamenti  oltre 100 miliardi di dollari! Noi preferiamo ascoltare le donne e gli uomini ” hibakusha” (i sopravvissuti alla bomba atomica e ai test nucleari) che ci riportano instancabilmente al pericolo reale che abbiamo davanti a noi, ricordando l’effettiva devastazione insita nelle armi nucleari: un’arma di distruzione di massa, progettata per distruggere gli esseri umani in un istante. Rinnoviamo quindi al nostro Governo la richiesta che l’Italia si unisca agli stati che l’hanno già fatto aderendo al trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Data la violenza e l’instabilità del mondo in questo momento, anche da parte di Stati dotati di armi nucleari che commettono atti illegali di aggressione, riteniamo che sia proprio giunto il momento di alzarci in piedi e dire che 80 anni di vita dell’Umanità sotto questa minaccia esistenziale sono già troppi: dobbiamo eliminare le armi nucleari prima che siano loro a eliminare noi! Brescia 5 agosto 2025 Movimento Nonviolento, Pax Christi,Missione Oggi, GIT Banca Etica, OPAL, Tavolo della Pace Franciacorta, Emergency, Coro Clandestino, Libertà e Giustizia, Kaki Tree for Europe, Associazione culturale italo giapponese Fuji, ANPI, ANED, Fiamme verdi, ACLI.
August 6, 2025
Radio Onda d`Urto