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Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità
Per il Primo Convegno Internazionale “Fidel: eredità e futuro” che si è tenuto a l’Avana, dal 10 al 13 agosto, nel centenario della nascita di Fidel sono state pubblicati in 23 volumi le “opere scelte” (Obras Escogidas) di Fidel Castro Ruiz a cura del centro Fidel Castro Ritz ed edite […] L'articolo Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità
Per il Primo Convegno Internazionale “Fidel: eredità e futuro” che si è tenuto a l’Avana, dal 10 al 13 agosto, nel centenario della nascita di Fidel sono state pubblicati in 23 volumi le “opere scelte” (Obras Escogidas) di Fidel Castro Ruiz a cura del centro Fidel Castro Ritz ed edite […] L'articolo Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità su Contropiano.
August 23, 2026
Contropiano
Repubblica e Fuentes: quando i nani non arrivano alla Storia, si aggrappano al prosciutto
Bisogna riconoscerlo: per raccontare Fidel Castro occorre coraggio. Bisogna attraversare la Sierra Maestra, la Baia dei Porci, la crisi dei missili, sessant’anni di confronto con gli Stati Uniti, l’Angola, l’apartheid, il Movimento dei Paesi Non Allineati, l’America Latina, l’alfabetizzazione, la sanità, l’internazionalismo, il crollo dell’Unione Sovietica e la sopravvivenza quasi […] L'articolo Repubblica e Fuentes: quando i nani non arrivano alla Storia, si aggrappano al prosciutto su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
La nonviolenza e la violenza nell’era dell’AI
Quando parliamo di nonviolenza, la cultura dominante cerca di venderci una caricatura innocua: la rassegnazione, la passività, il disarmo morale. Ma Aldo Capitini, il punto di riferimento più importante della nonviolenza in Italia, non la ha mai pensata come assenza di scontro. Le sue tecniche sono strumenti d’azione diretta, istituzione di una forza altra. Non chiede il permesso di esistere La critica alla nonviolenza, quella che ha delle ragioni, si abbatte sul pacificismo dogmatico, che finisce per trasformarsi in una polizia morale interna ai movimenti, colpevolizzando l’autodifesa e consegnando i corpi degli oppressi alla violenza “legittima” dello Stato. Ma la domanda oggi non è più se difendersi, bensì come farlo dentro una trasformazione epocale delle forze in campo. Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la rottura delle forme storiche. Nessuna delle grandi figure della rivoluzione armata del passato è oggi riproducibile: Non la presa del Palazzo d’Inverno, figlia di una centralità statale ormai polverizzata; non la Lunga Marcia dei comunisti cinesi, che potevano costruire forme di autogoverno e società alternativa in territori liberati prima ancora di toccare il potere centrale; non la guerriglia cubana, impossibile nell’attuale maglia di controllo geopolitico. Senza contare i risultati che ebbero di trasfigurazione rivoluzionaria nel medio e lungo periodo. L’eccesso di valore all’aspetto militare è, in fondo, parte del patriarcato. Oggi vi è ancora di più il senso di inutilità strategica dell’uso della violenza. La guerra e la repressione sono gestite da intelligenze artificiali, droni, sorveglianza biometrica globale e compagnie private di scontro. La tecnologia ha rescisso il rapporto asimmetrico classico. Pensare oggi di sfidare l’apparato repressivo sul piano dello scontro fisico frontale non è sovversione: è analfabetismo strategico, o peggio, una tragica finzione teatrale. Siamo davanti all’espressione di una rabbia che, priva di un progetto politico, rischia di consumarsi nell’inutile o nello spettacolare. La violenza che emerge nelle piazze è un urlo comprensibile, il sedimento viscerale dell’ingiustizia subita. Ma la rabbia non è ancora politica. La rabbia va pensata, educata, canalizzata. È qui che si gioca il senso profondo del nostro stare insieme. Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande essenziali, orientate da una vera etica della cura: > È più importante avere cura di chi cammina al tuo fianco, proteggere il corpo > collettivo di un corteo, o esaurire la propria spinta scagliandosi alla cieca > contro la prima linea delle forze dell’ordine? > > È più rivoluzionario cercare la salvezza e la tenuta della comunità, o > compiere il gesto eclatante che soddisfa l’estetica dell’urgenza ma lascia > dietro di sé macerie e sgomento? > > Vogliamo semplicemente affermare la nostra disperazione o intendiamo costruire > un’alternativa materiale e culturale al sistema che ci opprime? Non possiamo cedere al ricatto del pacifismo di regime, ma nemmeno alla retorica infantile della guerriglia impossibile. La vera resistenza oggi non sta nel scimmiottare le forme di un potere che ci sovrasta sul piano tecnologico, ma nel radicare una prassi della cura, nel proteggere i corpi, nell’organizzare il dissenso con la severità della ragione e la forza delle tecniche nonviolente. La rivoluzione si misura da quanta vita sa custodire e da quanta alternativa sa fondare.   Ettore Macchieraldo
August 5, 2026
Pressenza
Il miele del potere. Fidel Castro e la crisi della sinistra europea
Negli ultimi mesi, osservando il dibattito che attraversa Cuba, mi sono tornate spesso alla mente due riflessioni di Fidel Castro che considero tra le più profonde della sua esperienza politica. La prima risale al novembre 2005, quando, parlando all’Università dell’Avana, pronunciò una frase destinata a fare il giro del mondo: «Questa Rivoluzione può distruggere sé stessa». Molti rimasero sorpresi. Da decenni Cuba resisteva al bloqueo economico, alle aggressioni, alle campagne mediatiche e ai tentativi di isolamento internazionale. Eppure Fidel non indicava come pericolo principale l’imperialismo statunitense. Non perché ne sottovalutasse la minaccia, ma perché poneva una questione ancora più profonda. Una rivoluzione può sopravvivere alle aggressioni esterne. Ciò che può distruggerla davvero è la perdita del proprio fondamento etico: quando il potere si separa dal popolo che dovrebbe servire, il burocratismo sostituisce la partecipazione, i privilegi prendono il posto del sacrificio e la gestione dell’esistente quello della trasformazione sociale. Fidel affrontava uno dei problemi centrali di ogni processo rivoluzionario: impedire che il potere trasformi chi è chiamato a esercitarlo. Quattro anni dopo, tornando sulla vicenda che coinvolse Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, Fidel utilizzò un’altra espressione destinata a lasciare il segno: «La miel del poder», il miele del potere. Anche in questo caso sarebbe un errore ridurre quelle parole a un episodio specifico. Fidel parlava di una dinamica che può manifestarsi in qualsiasi processo politico. La “miel del poder” non è soltanto il privilegio materiale. È il prestigio che accompagna gli incarichi, l’abitudine a essere ascoltati, la convinzione di essere indispensabili, la progressiva identificazione tra il proprio destino personale e quello del progetto collettivo. È il momento in cui il potere smette di essere uno strumento e diventa un diritto acquisito. Per questo attribuiva tanta importanza alla critica e all’autocritica, non come rituali formali ma come strumenti indispensabili per la sopravvivenza della Rivoluzione. Ho ripensato spesso a queste parole leggendo discussioni e interventi provenienti da Cuba. Non mi riferisco ai professionisti della dissidenza finanziata dagli Stati Uniti né a chi da decenni sogna il ritorno dell’isola nell’orbita di Washington. Mi riferisco a rivoluzionari, giornalisti, intellettuali e militanti che difendono il socialismo cubano e che, proprio per questo, ritengono necessario interrogarsi sui problemi che la Rivoluzione deve affrontare. In questi dibattiti ricorrono temi che Fidel aveva già individuato: il ruolo dei quadri dirigenti, il rapporto tra istituzioni e popolo, il rischio del burocratismo, la responsabilità etica di chi esercita funzioni pubbliche e la necessità di preservare il carattere socialista del processo rivoluzionario. Figure come Abel Prieto, Graziella Pogolotti, Rafael Hernández e altri continuano a intervenire nel dibattito pubblico da posizioni chiaramente rivoluzionarie. Non per demolire la Rivoluzione, ma per difenderla; non per offrire argomenti ai suoi nemici, bensì per evitare che errori, rigidità o distorsioni possano indebolirla. Non spetta a me, europea e italiana, impartire lezioni ai cubani. Sarebbe presuntuoso. Saranno i rivoluzionari cubani a discutere il futuro della loro Rivoluzione e a individuare le strade per rafforzarla. Per questo guardo con interesse e rispetto a quel dibattito. La mia fiducia nella Rivoluzione cubana non nasce dall’idea che essa sia perfetta, ma dal fatto che vedo ancora uomini e donne disposti a discutere apertamente i problemi senza rinunciare ai principi del socialismo, dell’internazionalismo e della giustizia sociale. Ed è proprio osservando questo confronto che diventa inevitabile volgere lo sguardo verso l’Europa e l’Italia. Mentre a Cuba esistono ancora rivoluzionari che discutono di etica, partecipazione popolare, responsabilità politica e rapporto tra dirigenti e popolo, una parte consistente della sinistra europea e italiana sembra aver smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Mi interessa capire come sia stato possibile che forze politiche nate per rappresentare il lavoro, i salariati, i pensionati, i precari e gli esclusi abbiano progressivamente smesso di parlare il linguaggio della questione sociale. Per decenni milioni di persone hanno guardato alla sinistra come alla forza politica chiamata a difendere il lavoro, contrastare le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza e garantire salute, istruzione e diritti fondamentali. Oggi molti di quei cittadini non si riconoscono più in quelle forze politiche. Non perché siano diventati improvvisamente conservatori, ma perché vedono una sinistra che ha progressivamente accettato come inevitabili gli stessi meccanismi economici e geopolitici che un tempo avrebbe contestato. Negli ultimi decenni una parte significativa del centrosinistra europeo ha interiorizzato categorie, priorità e interessi propri della visione delle élite occidentali. Non si tratta soltanto dell’allineamento agli Stati Uniti, ma di una colonizzazione ideologica che ha portato a considerare naturali l’espansione della NATO, il riarmo, la subordinazione della politica alla finanza e l’idea che non esistano alternative all’ordine neoliberale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: precarietà, salari in perdita di potere d’acquisto, difficoltà di accesso alla casa, arretramento della sanità pubblica e un’istruzione sempre meno capace di svolgere la funzione di ascensore sociale. Eppure questi temi raramente occupano il centro del discorso politico. La sinistra che avrebbe dovuto rappresentare le classi popolari sembra spesso più impegnata a dimostrare la propria affidabilità nei confronti dei mercati, delle istituzioni finanziarie e degli equilibri geopolitici occidentali che a costruire un’alternativa sociale credibile. In questo contesto si inserisce anche il progetto del cosiddetto campo largo. Ci viene detto che la priorità è battere la destra. Ma per costruire quale alternativa? Per difendere quali interessi? Se l’obiettivo si limita a sostituire una classe dirigente con un’altra senza affrontare le ragioni profonde che hanno allontanato milioni di persone dalla sinistra, il risultato rischia di essere ancora una volta la disillusione. Una parte dell’elettorato continuerà a farsi sedurre dalle promesse della destra. Un’altra si rifugerà nell’astensione, spesso liquidata come indifferenza, ma che rappresenta anche la convinzione che nessuna forza politica sia più in grado di rappresentare gli interessi delle classi popolari. Per anni agli elettori è stato chiesto di scegliere il meno peggio, di votare contro qualcuno più che per un progetto. Ma una politica che chiede consenso senza offrire una prospettiva di trasformazione sociale finisce inevitabilmente per perdere credibilità. Ed è qui che le parole di Fidel assumono un significato che va ben oltre i confini di Cuba. La “miel del poder” non riguarda soltanto chi governa una rivoluzione, ma anche chi, nato per rappresentare il lavoro e gli esclusi, finisce per cercare soprattutto il riconoscimento delle élite economiche, mediatiche e istituzionali. Riguarda chi smette di trasformare il sistema e si limita ad amministrarlo; chi nasce per contestare l’ordine dominante e finisce per adottarne linguaggio, priorità e interessi. Se Fidel temeva che la Rivoluzione cubana potesse smarrire sé stessa sotto il peso del burocratismo e del “miele del potere”, osservando l’Europa e l’Italia viene da chiedersi se una parte della sinistra non abbia già attraversato quel processo: non attraverso la repressione o la sconfitta, ma mediante una progressiva integrazione nell’universo politico, economico e culturale che avrebbe dovuto contrastare. Per questo continuo a guardare con interesse al dibattito che attraversa il campo rivoluzionario cubano. Non perché Cuba sia priva di problemi, ma perché vedo ancora una comunità politica che considera la critica e l’autocritica strumenti indispensabili per difendere il progetto socialista. Una rivoluzione può sopravvivere ai propri errori se conserva la capacità di riconoscerli. Molto più difficile è salvare chi ha smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci anche noi. Non per giudicare Cuba, ma per riflettere sul destino della sinistra italiana ed europea. Se esiste una possibilità di ricostruire un’alternativa, essa non nascerà dall’ennesima alleanza elettorale costruita per battere la destra, né dalla semplice sommatoria di sigle e gruppi dirigenti. La crisi della sinistra nasce dall’abbandono della lotta di classe come terreno fondamentale dell’azione politica. Per troppo tempo una parte di essa ha sostituito il conflitto sociale con la gestione dell’esistente, fino ad assumere come inevitabili gli stessi assetti economici e geopolitici che avrebbe dovuto contrastare. Una reale alternativa potrà nascere soltanto tornando a organizzare e sostenere le lotte di chi vive del proprio lavoro, di chi subisce precarietà, sfruttamento e disuguaglianze. Non per rappresentarle dall’alto, ma per costruire insieme una prospettiva di trasformazione sociale che rimetta al centro il lavoro, la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza. Ed è forse questa, al di là delle differenze storiche e politiche, la lezione più profonda che possiamo trarre dalle riflessioni di Fidel: nessun progetto di emancipazione può sopravvivere se smarrisce il legame con il popolo che pretende di rappresentare. Federica Cresci Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
17 LUGLIO 1936: SCOPPIA LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA, “L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE SOCIALE IN DIVERSE AREE DEL PAESE”
Il 17 luglio 1936 segna l’inizio della Guerra civile spagnola. Le forze reazionarie spagnole, guidate da alcuni generali tra i quali il futuro dittatore Francisco Franco, tentano il colpo di stato convinte di conquistare il potere in breve tempo. In realtà, una rivolta di massa delle classi lavoratrici, che in diverse aree si traduce in un tentativo di rivoluzione sociale, impedisce alle forze nazionaliste di affermarsi in maniera relativamente rapida. I nazionalisti riusciranno a prevalere militarmente soltanto dopo tre anni di guerra civile, duri scontri e massacri ai danni degli insorti repubblicani. “Quando scoppia il colpo di stato, i lavoratori, i proletari, scendono in piazza, si armano, nonostante i delegati governativi nelle varie città all’inizio si rifiutino di fornire loro armi, e trasformano la risposta puramente militare in una vera e propria rivoluzione“, spiega Flavio Guidi, già ricercatore e storico all’Università di Barcellona, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Questo non avviene dappertutto nello stesso modo: a Barcellona, e in generale in Catalunya, avviene; avviene in Aragona e parzialmente a Valencia. A Madrid e in altre città della Spagna che non cadono subito in mano ai franchisti (cioè la maggioranza) c’è una risposta militare forte, i lavoratori si organizzano, collaborano in alcuni casi anche con settori delle forze dell’ordine fedeli alla Repubblica, come la Guardia de asalto e piccoli settori della Guardia Civil che non aderiscono al golpe, e riescono a sconfiggere i militari”. “In alcune zone, come la Catalunya o l’Aragona, non ci si limita però alla sconfitta militare dei franchisti. In queste aree lo scontro si trasforma anche in una rivoluzione sociale: vengono espropriate le fabbriche, sotto il controllo dei lavoratori viene nazionalizzato praticamente tutto“, continua Guidi sulla nostra emittente. “In breve tempo, già entro la fine di agosto – aggiunge lo storico – si chiarisce che all’interno del fronte repubblicano ci sono due posizioni principali, pur con sfumature interne: da un lato chi pensa sia necessario unire la lotta contro i militari golpisti alla rivoluzione sociale, e questi sono soprattutto gli anarchici della CNT (Confederación Nacional del Trabajo) e il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista); dall’altro chi pensa, invece, che il tema fondamentale è vincere la guerra civile e poi si penserà al futuro, e questi sono soprattutto il Partito Comunista ufficiale, la destra socialista e le varie formazioni repubblicane, oltre all’unico partito di destra che aderisce al fronte repubblicano, il Partito Nazionalista Basco“. A fine luglio, cioè a un paio di settimane di distanze dal tentativo golpista dei militari, i tre quarti dello stato spagnolo sono ancora nelle mani delle forze antifasciste e repubblicane, dalla Catalunya ai Paesi Baschi e fino a Madrid. In un primo momento, dunque, il tentativo di prendere il potere da parte delle forze reazionarie fallisce. Nei tre anni di guerra civile successivi, tuttavia, sul piano militare prevarranno le forze golpiste reazionarie, anche tramite l’intervento dell’Italia fascista e della Germania nazista. L’Unione Sovietica, invece, a partire dall’ottobre del 1936 sosterrà il fronte repubblicano con l’invio di armi. L’unico altro stato a sostenere la Repubblica fu il Messico. Tuttavia, con l’appoggio aereo di fascisti e nazisti le forze reazionarie riusciranno a sbarcare in Andalusìa, a conquistarla nel giro di un anno, avanzare verso Madrid e, alla fine, anche verso Barcellona. A novant’anni dal 17 luglio 1936, Radio Onda d’Urto ha intervistato Flavio Guidi, militante di Sinistra Anticapitalista di Brescia che ha vissuto a lungo in Catalunya, dove ha lavorato come ricercatore all’Università di Barcellona sul rapporto tra Spagna e Italia nel Novecento, in particolare durante la Guerra civile e la transizione. Ascolta o scarica.
July 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Invisibili Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più
C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: […] L'articolo Invisibili Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
La rivoluzione dei fenicotteri. Un’altra rivoluzione colorata?
Quando si è assistito non solo a una rivoluzione colorata nel proprio paese (Macedonia, 2015–2016), ma se ne è anche percepito l’arrivo durante l’Euromaidan ucraino del 2014, ogni nuova esplosione di una rivolta apparentemente spontanea suscita scetticismo. Purtroppo, questo scetticismo è di solito giustificato. Quasi due anni fa, scrissi qualcosa […] L'articolo La rivoluzione dei fenicotteri. Un’altra rivoluzione colorata? su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
CUBA: ONU APPROVA IL DIBATTITO CONTRO IL BLOQUEO. L’ITALIA SI ASTIENE. “UN VOTO VERGOGNOSO, I CUBANI CI HANNO AIUTATI DURANTE IL COVID”
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’apertura di un dibattito urgente richiesto da Cuba contro l’embargo Usa in vigore da oltre 60 anni. È la prima volta che Cuba ricorre a questo meccanismo straordinario previsto dall’Onu e diverso dalla votazione annuale di ottobre. La votazione autorizza un dibattito sulla «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Usa contro Cuba». Solo 9 i paesi contrari: Usa, Israele, Argentina, Costa Rica, Marocco, Repubblica Ceca, Macedonia del Nord, Paraguay e Ucraina. 136 paesi hanno votato invece a favore, mentre sono stati 30 gli astenuti. Tra questi ultimi il governo italiano. “Dal 1994 l’Italia aveva sempre votato contro il bloqueo. All’epoca si astenne il governo Berlusconi. Questa volta si astiene l’Italietta della Meloni e di Tajani. Un voto vergognoso se pensiamo a quello che hanno fatto i medici italiani in Italia, non solo durante il Covid ma tuttora in Calabria. Questo è il ringraziamento del governo italiano a chi, nel momento del bisogno, ci ha teso una mano”. Con queste parole Marco Papacci, presidente dell’Associazione di amicizia Italia-Cuba ha commentato, su Radio Onda d’Urto, l’astensione italiana al voto. “Il governo di Giorgia Meloni e Antonio Tajani ancora una volta dimostra di essere tra quelli più allineati con la presidenza fascista di Donald Trump, mentre la stragrande maggioranza dei paesi del Pianeta, compresa la maggioranza dei paesi dell’Ue hanno votato a favore di Cuba”, afferma Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. “Il governo italiano ha tradito Cuba, il paese che più ci ha aiutati durante la pandemia mandando medici e personale sanitario in Italia per darci una mano durante la pandemia. Il ringraziamento del nostro governo è non schierarsi per la fine del blocco”, denuncia il segretario di Rifondazione ai nostri microfoni. Nel frattempo le autorità cubane hanno annunciato di aver ripristinato oltre il 30% della fornitura di energia elettrica all’Avana, dopo l’ennesimo blackout nazionale, in un contesto di crisi energetica legata all’infame embargo petrolifero Usa, inasprito da gennaio 2026. Si tratta del terzo blackout negli ultimi sei mesi e dell’ottavo dalla fine del 2024. La trasmissione di Radio Onda d’Urto con gli interventi di Marco Papacci, presidente dell’Associazione di amicizia Italia-Cuba, e Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
“SUI TUOI OCCHI. RACCONTI DELLA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA”, INTERVISTA ALL’AUTRICE DANIELA GALIÈ
“Raccontare il Rojava è sempre un esercizio rischioso. Il rischio è quello di proiettare categorie familiari su una realtà che familiare non è; di cercare una rivoluzione leggibile, coerente, lineare, capace di rientrare dentro schemi politici già noti. Fortunatamente la realtà del Nord-Est della Siria raramente si lascia disporre in questo modo. Resiste alle sintesi troppo nette, alle definizioni definitive, alle letture che pretendono di fissarla una volta per tutte”. Scrive così, Tiziano Saccucci, nella prefazione al nuovo libro di Daniela Galiè, “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”, pubblicato lo scorso 26 giugno da Momo edizioni. “Nel Nord-Est della Siria – si legge nella quarta di copertina del volume – tra città ferite, check-point improvvisati e assemblee popolari, il Rojava continua a esistere come esperienza politica, sociale e umana sospesa tra autodifesa e desiderio di futuro. Questo libro attraversa i territori della rivoluzione curda raccogliendo voci, incontri e frammenti di quotidianità: combattenti delle Ypj, famiglie sfollate, insegnanti, attiviste, giovani cresciuti all’ombra della guerra e donne che hanno trasformato la sopravvivenza in pratica collettiva. Sui tuoi occhi non racconta soltanto il conflitto contro l’Isis o la resistenza di Kobanê. Racconta ciò che viene dopo: la fatica della ricostruzione, le contraddizioni dell’autogoverno, i sogni politici di una società che prova a reinventarsi mentre tutto intorno continua a minacciarne l’esistenza”. “Ho provato a raccontare le storie che ho raccolto nel corso della mia permanenza in nord-est Siria con un linguaggio accessibile. Forse i destinatari e le destinatarie di quello che ho scritto sono principalmente persone che del Rojava sanno poco o nulla, tant’è che l’idea del libro era nata dalla necessità che avevo di provare a raccontare dove fossi stata ai miei alunni e alle mie alunne”, spiega a Radio Onda d’Urto Daniela Galiè. “L’idea era quella di costruire un piccolo ponte tra mondi apparentemente distanti”, prosegue l’autrice.  “Non ho però voluto sacrificare tutto quello che è la ricostruzione storica, politica, militare – precisa Galiè – Ho provato però ad arrivarci tramite le storie delle persone che avevo davanti”.  Daniela Galiè ha deciso di devolvere il 50% del ricavato della vendita del suo libro a “Jinwar”, il villaggio delle donne nella Siria del nord-est, Rojava. Radio Onda d’Urto ha intervistato Daniela Galiè, scrittrice, attivista, insegnante e redattrice di Dinamo Press, per presentare il suo libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”. Ascolta o scarica.  
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto