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Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da anni e mesi denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle diverse anime della protesta cittadina. _________ Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti. Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”. In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E infiamma l’esistente. Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti. Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione. Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime. Abbiamo un problema con la Questura di Bologna  Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione. Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto. Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega. Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio. Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni. Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca. Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”?  Le voci inascoltate che i partiti delle larghe intese non rappresentano più In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore. L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari. Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli. A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo. Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo. Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio. > Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento > popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare > video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in > difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di > carattere politico. Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora. Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare. Approfondimenti * Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_luglio_21/storia-pilastro-bologna-salvini-fakir-uno-bianca-59fa459e-e80f-4d59-bffa-fd99dcf74xlk.shtml?refresh_ce * L’esperienza del Pilastro: http://www.risme.cittametropolitana.bo.it/mente-salute-mentale-percorsi/storia-laboratorio-psicologia-applicata/esperienza-Pilastro.html Redazione Bologna
July 26, 2026
Pressenza
Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester
Juan è in America da diciotto anni. Viene da Puebla, Messico. Ogni mattina scende dalla collina dove sorge Chester per raggiungere le serre a valle, dove raccoglie i frutti che finiranno sulle tavole di New York City. Tutti lo conoscono: i vicini, i commercianti della via principale, persino i poliziotti. Chester è una di quelle cittadine anonime e tranquille tipiche dell’Hudson Valley. Quattromila abitanti a un’ora da New York City, una strada principale, qualche negozio, il cream cheese per cui la zona è famosa e un castello trasformato in parco giochi per bambini/e. I tassi di criminalità sono praticamente inesistenti. Però, dall’8 gennaio, qualcosa comincia a cambiare. Il Dipartimento della Homeland Security pubblica un avviso: intende acquistare un magazzino nell’area industriale per trasformarlo in un “centro di detenzione e processamento” dell’Immigration and Customs Enforcement. Capacità: 1.500 persone. La notizia fa il giro dei media locali, poi arriva al Washington Post e al New York Times, fino alla stampa internazionale. Il 13 febbraio, l’agenzia conferma ufficialmente: «L’ICE ha acquistato una struttura a Chester, New York. Sarà un centro di detenzione ben strutturato che soddisfa i nostri standard». Per braccianti come Juan, che ogni mattina scendono dalla collina per nutrire la città, la paura della deportazione non è più un pensiero lontano: è diventata realtà. > «Sono qui con mia sorella e mia nipote», dice Juan, chiedendo di restare > anonimo. «Qui c’è solo una strada principale e tutti si conoscono. Se arriva > l’ICE, mi deporta in un giorno». «L’edificio in questione è un ex-centro di distribuzione di ricambi auto Pep Boys. Secondo il Washington Post, d’estate le temperature al suo interno diventano insopportabili, paragonabili a stare intrappolati in una baracca di alluminio. Ma c’è un dettaglio che non è sfuggito a molti: il magazzino appartiene a una società riconducibile a Carl Icahn, ex-consulente industriale dell’amministrazione Trump e uno dei suoi maggiori finanziatori. «Stiamo davvero parlando di costruire centri di detenzione», si chiede il reverendo Richard Witt, direttore esecutivo della Rural and Migrant Ministry, «oppure si tratta di pompare denaro pubblico nelle tasche di un amico del presidente?» * Photo by Henry Smith/American Image News Service La struttura si trova a meno di tre chilometri da una scuola elementare, diverse chiese e un parco pubblico. «È l’unica località proposta nello Stato di New York e verrebbe probabilmente utilizzata per detenere persone provenienti da tutto lo Stato, non solo dall’Hudson Valley», spiega Vanessa Cid, attivista di For the Many, movimento di base che organizza le comunità nella Hudson Valley per la giustizia abitativa e migratoria. «Questa struttura avrà un impatto su tutti i newyorkesi, non solo sui residenti di Chester e della valle. Aumenterà la presenza dell’ICE e i rapimenti nella Hudson Valley e oltre. Non vogliamo che nessuno, da nessuna parte, venga rapito e detenuto». Non è la prima volta che l’Orange County ospita strutture di detenzione: già oggi la contea affitta gran parte della sua prigione all’agenzia federale, guadagnando milioni di dollari. Witt conosce bene questo meccanismo e cita il precedente di Batavia, una cittadina nell’ovest dello Stato che costruì un centro anni fa. «Batavia non è più conosciuta per essere una bella città, ma solo per la struttura di detenzione. Ora l’Orange County diventerà nota come il luogo di raccolta per madri e padri innocenti». L’impatto sulla comunità è già tangibile, soprattutto tra i lavoratori agricoli. La Rural and Migrant Ministry, fondata nel 1981, accompagna da decenni le famiglie rurali e i braccianti nella loro lotta per migliori condizioni di lavoro e di vita. Molti provengono dall’America Centrale e del Sud, dai Caraibi, ma anche da paesi come l’Egitto e la Cina. L’agricoltura muove oltre sei miliardi di dollari all’anno nello Stato di New York. «I contadini di New York esistono per nutrire New York City – spiega Witt – portare via le persone ha un impatto economico enorme». Nella via principale di Chester, nei caffè e nei negozi, non si parla d’altro. I migranti che raccolgono frutta nelle serre e lavorano nella ristorazione hanno già cominciato a limitare i propri movimenti. «Le persone hanno paura di uscire. L’ICE si mette davanti alle lavanderie e ai supermercati – racconta Witt – la gente ha paura di camminare per la strada, di lasciare i figli a scuola. C’è un’enorme crescita dell’ansia. Questo vale anche per chi non è immigrato, ma dipende dagli immigrati per la propria attività. La paura sta colpendo tutti». Photo by Henry Smith/American Image News Service Di fronte a questa minaccia, la risposta non si è fatta attendere. «Quando ci siamo mobilitati per la prima volta a Chester il 2 gennaio, poco dopo la fuga di notizie sulla stampa e prima che molti avessero sentito parlare del centro, si sono presentate meno di una dozzina di persone – spiega Cid – il 12 gennaio, circa 700 persone hanno risposto alla nostra chiamata per presentarsi a una riunione del consiglio comunale. Alla fine di gennaio, circa 800 persone si sono presentate a un’altra manifestazione. È incredibile quanti membri della comunità si siano uniti a questa lotta così rapidamente. È ancora più sorprendente dato che questa è un’area molto rurale — solo circa 4.000 persone vivono a Chester». > «Ovunque le persone provano paura e rabbia mentre l’ICE terrorizza le comunità > – aggiunge Cid – l’agenzia ha aumentato massicciamente la sua attività nella > Hudson Valley da quando è entrata in carica la seconda amministrazione Trump; > gli avvistamenti confermati e i rapimenti di residenti della valle sono > esplosi rispetto al primo mandato di Trump. Questa agenzia federale canaglia > non può essere riformata. Deve essere abolita». «C’è un’enorme voglia di opposizione – conferma Daniel Atonna, consigliere comunale di Poughkeepsie e organizzatore del Mid-Hudson Valley DSA – l’Hudson Valley è davvero una sola comunità, e siamo molto preoccupati che i nostri vicini vengano rapiti. Se questa struttura aprirà, rapiranno migliaia di persone per le strade di tutta la Hudson Valley, e li manderanno qui a Chester». Photo by Henry Smith/American Image News Service Il 29 gennaio, tra 600 e 800 persone sono tornate in strada durante un meeting del Town Board, il consiglio che amministra la città. La pressione ha prodotto risultati: il consiglio ha approvato due risoluzioni, una contraria alla costruzione del centro, l’altra a sostegno del NY MELT Act, che obbligherebbe gli agenti a portare cartellini identificativi. Parallelamente, For the Many ha fatto pressione sul rappresentante democratico Pat Ryan affinché rifiutasse le donazioni dei dirigenti di Palantir, uno dei più grandi contractor dell’ICE, e destinasse i fondi già ricevuti a organizzazioni locali di difesa degli immigrati. Ryan ha accettato. Dietro Chester si nasconde qualcosa di molto più ampio. Secondo documenti interni trapelati a dicembre e pubblicati dal Washington Post, la cittadina fa parte di un piano nazionale per costruire 23 nuovi centri su tutto il territorio, per un totale di 76.500 posti letto. Il piano è finanziato dal Big Beautiful Bill, la legge che ha quasi raddoppiato i fondi dell’agenzia, che oggi detiene settantamila persone al giorno – un record storico. > «A prima vista sembra che riguardi solo Chester», spiega Witt, «ma a uno > sguardo più attento, riguarda l’intera regione. Si tratta di costruire una > struttura vicino alla base aerea di Stewart per espellere le persone, > affittando spazi per svuotare l’Hudson Valley, il Connecticut occidentale, il > New Jersey settentrionale e la Pennsylvania orientale. Si tratta di uno sforzo > nazionale complessivo per costruire queste strutture. Si tratta di trasformare > il nostro paese in uno Stato di Polizia». L’espansione è già in corso: nuovi uffici dell’ICE stanno sorgendo a New Windsor, a Woodbury e a Roseland. Tutti i sedi si trovano a meno di un’ora e mezza da Chester, creando una rete di controllo sul territorio. I numeri confermano l’accelerazione su scala nazionale. A metà gennaio, più di 75.000 immigrati si trovavano in detenzione, rispetto ai 40.000 di un anno prima. Le strutture utilizzate sono più che raddoppiate, arrivando a 225 siti in 48 stati. Ma l’amministrazione Trump sta compiendo ulteriori passi: a gennaio sono stati spesi 102 milioni di dollari per un magazzino nel Maryland, 84 milioni in Pennsylvania, più di 70 milioni in Arizona. Mentre il governo costruisce la sua infrastruttura della deportazione, da Chester parte un movimento di resistenza per difendere la valle e opporsi all’ICE. Il costo umano è altissimo. «Abbiamo un ragazzo di sedici anni che ha già perso il padre e ogni giorno ha paura di perdere la madre», racconta Witt. «È qualcosa che un sedicenne dovrebbe affrontare?» La pressione si fa sentire tra i giovani lavoratori: molti stanno abbandonando la scuola per prendersi cura delle famiglie. «Le famiglie con cui lavoriamo non sono criminali», sottolinea Witt. «Sono uomini e donne che lavorano duramente. Non sono qui solo per sfuggire a persecuzioni e povertà, ma anche per contribuire alle nostre comunità, alla nostra economia. Ci stanno nutrendo». Photo by Henry Smith/American Image News Service Mentre i ristoranti si svuotano, cresce la determinazione. «La paura sta colpendo tutti», ammette Witt, «ma stiamo vedendo anche qualcos’altro: una comunità che si unisce, che dice no. Le persone alle manifestazioni sono gente comune – non solo attivisti ma anche madri, padri… persone normali insomma. Non permetteremo che i nostri vicini vengano rapiti dalle loro case». Come è successo a Batavia, se il centro verrà costruito, le proteste continueranno. «Le persone continueranno a resistere contro quella che percepiscono come detenzione ingiusta, rapimenti e abusi». «Vogliamo che i nostri fratelli e sorelle in Italia e in Europa sappiano che non condividiamo ciò che è stato detto e fatto da molti dei nostri funzionari eletti, specialmente dal Presidente – aggiunge Witt – siamo in molti a credere che la visione e la forza dell’America si fondino sulla diversità: persone che si uniscono, lavorano, vivono insieme. È da qui che l’America trae la sua forza e la sua pace». «For the Many organizza persone comuni in tutta la Hudson Valley per fare pressione su chi detiene il potere», spiega inoltre Vanessa Cid. «Siamo riusciti a ottenere che Pat Ryan rifiutasse le donazioni di Palantir con un post sui social media. Immaginate quanto saremmo efficaci se ci presentassimo in massa ogni volta, come abbiamo fatto a Chester. È questo che ci vuole per tenere fuori l’ICE e fermare questi attacchi alle nostre comunità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando». Immagine di copertina di Henry Smith/American Image News Service SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
DINAMOpress
Campo Estivo 2015 – Aida Camp
PROGRAMMA CAMPO ESTIVO 2015 1 AGOSTO – 15 AGOSTO CENTRO AMAL AL MUSTAQBAL, CAMPO PROFUGHI DI AIDA, BETLEMME, PALESTINA Anche quest’anno ci sarà il campo estivo presso il centro Amal al Mustaqbal ( Speranza nel futuro), nel campo profughi di Aida, Betlemme. Quando? Dal 1 al 15 agosto. Quanto costa? La quota di partecipazione è di € 350 e comprende vitto e alloggio, presso il centro, ma non include il volo aereo, al quale dovrà provvedere il singolo volontario che deve essere in possesso di un passaporto in corso di validità e preferibilmente senza timbri di paesi arabi, per evitare problemi e troppe domande all’arrivo in aeroporto; inoltre una parte della quota sarà devoluta al sostegno delle attività che giornalmente il centro svolge. Quali attività? Durante le due settimane si avrà la possibilità di conoscere la realtà del campo vivendolo e organizzando, a fianco delle insegnanti, attività ludico creative per i bambini del centro estivo mattutino ( ore 8 – 13); saranno inoltre organizzate visite pomeridiane in altri campi profughi e altri villaggi vicini, come Hebron – Al Khalel, Al Walaja , Gerusalemme est, Nablus ed altri in base alla disponibilità e agli interessi dei volontari, nei quali si incontreranno personalità politiche palestinesi e prigionieri politici. Durante la permanenza al campo, si organizzeranno anche attività di manutenzione del centro e momenti di dialogo e confronto con i ragazzi che lo frequentano per conoscere e scoprire la Palestina. Perché partire? Lo scopo di questo campo estivo è quello di iniziare a farvi conoscere la realtà palestinese, di provare a farvela vivere a 360 gradi, per coglierne le bellezze e le difficoltà, per diventare testimoni della storia e poter raccontare. La vita comunitaria e del campo richiede spirito di adattamento, rispetto delle regole, voglia di mettersi in gioco e disponibilità a vivere situazioni alle volte anche complesse.
April 2, 2015
freepalestine
Incursioni israeliane ad Aida Camp, 22/02/2015
Il racconto di una recente incursione nel campo profughi e della resistenza degli/delle abitanti Aida Camp, West Bank. 22/⁠02/⁠2015 Ci vengono a chiamare, mentre tutti cominciano a correre e gridare: L’esercito! L’esercito! L’esercito israeliano! Nel mezzo del campo profughi i bambini, i giovani e i loro genitori rompono pezzi di muro e marciapiede per difendersi dall’esercito israeliano. Si nascondono nei vicoli e dietro gli angoli di ogni strada. Gridano, corrono e cominciano a tirare le pietre ai militari che, in una missione silenziosa, sono entrati nel campo profughi Aida con un’operazione finalizzata all’arresto di un palestinese. Tutti lanciano pietre e insulti agli invasori. Nel 2003 Israele ha dato inizio alla costruzione di un muro che oggi cinge d’assedio la città di Betlemme. Un muro di 8 metri d’altezza con 8 punti di controllo di entrata e uscita regolati da Israele. Alcuni palestinesi che vivevano fuori dal Muro hanno perso le loro case e oggi vivono in uno dei tre campi profughi della città: Dehisha (17000 rifugiati), Aida (7000 rifugiati, molti dei quali, in questo momento, stanno affrontando l’esercito) e Alzza (1500 rifugiati). Un bambino comincia a gridarmi che vada da lui. Mi avvicino un poco e viene di corsa mentre si segnala il viso e urla in arabo parole che non capisco; contentissimo mi narra a gesti e con imitazioni come ha raggiunto in pieno volto un militare con un sasso. Le pietre difendono e resistono. Il bambino torna a difendersi. I più anziani e i più piccoli con le loro madri si raggruppano nelle case più vicine. Dietro di me ci sono donne palestinesi e sento i loro piccoli piangere. Altri bimbi si avvicinano agli scontri con curiosità, titubanti prendono in mano qualche pietra fino a che i loro genitori giungono a prenderli in braccio o danno loro uno schiaffo per fargli lasciare le pietre e farli ritornare a casa dove, si suppone, dovrebbero stare più al sicuro. Mi avvicino un poco a un uomo che sta spezzando una pietra da lanciare. Sono a due metri da lui. Si sente uno sparo. L’uomo cade. Urla. Non può camminare. L’hanno colpito a una gamba. Una pallottola lo ha perforato proprio sotto il ginocchio. Tutti lasciano le proprie posizioni e corrono ad aiutarlo. Lo caricano e lo portano di corsa all’ospedale. La macchina che funge da ambulanza per raggiungere l’ospedale deve attraversare un parte della strada dove infervorano gli scontri. Inizia a suonare il clacson e schizza via più velocemente che può. Una bambna si mette a piangere, sua madre l’abbraccia e la infila nella casa più vicina. Un secondo combattente cade. Un’altra pallottola nella gamba. Tutti cominciano a correre e gridare con le pietre e la rabbia nelle mani. Difendendo, adesso, altre strade nelle quali l’esercito israeliano cerca di entrare. Mantengono le posizioni. Una strada, pietre, corrono, un’altra strada, pietre, pallottola, corrono. Urla. In una sala di una casa ci sono molti bambini e bambine piccole. Alcuni piangono, altri sono troppo piccoli per capire. Bomba. Bomba. Bomba. Sono di coloro che resistono o dell’esercito? Non lo sappiamo. I bambini urlano, gli adulti li calmano. Un uomo mi grida in arabo: We use stone, stone! All problem and all bomb is always israeli. All we have is stone. Uomini entrano ed escono dalla stanza per informare su quello che avviene fuori.  Senza farsi notare l’esercito israeliano è entrato in una casa del campo dei rifugiati per arrestare un compagno. E’ riuscito a scappare e noi stiamo difendendo il nostro territorio. Adesso i militari stanno girando in borghese per mischiarsi alla folla e fare arresti. Due bambini si mettono a giocare agli scontri. Uno finge di avere un’arma e l’altro di avere pietre. Nessuno dei due cade. Bomba, grida e moltitudini correndo. Di nuovo giunge un uomo e da una notizia in arabo. Ormai si odono lontane le urla, gli scontri si allontanano. Due bimbi si avvicinano per spiegarmi quello che sta succedendo. Parlano solo in arabo. Mi parlano con le mani. Fanno un numero due e si segnalano fra loro. Creano con le mani una pistola lunga e recitano a che uno spara all’altro alla gamba. Continuano a giocare all’occupazione israeliana nelle terre palestinesi. Gli scontri si rifanno vicini, adesso con più violenza. Nuovamente l’esercito ha sparato a un altro uomo alle gambe. Gli abitanti del posto bloccano le strade per non far avvicinar l’esercito. I militari stanno occupando alcune case come base. Già sono sette le persone raggiunte alle gambe dalle pallottole e una donna ha ricevuto l’impatto in pancia. Inoltre si contano 10 uomini e giovani pestati dai militari. Le strade sono piene di luci rosse intermittenti. Ambulanze che raccolgono i feriti e altre che aspettano per soccorrere il prossimo palestinese che abbia bisogno di cure. I giovani corrono quando vedono il laser dei fucili israeliani. Corriamo di strada in strada. Il potere di una pietra non può competere con un’arma da fuoco. Corriamo, dobbiamo uscire dal campo. TRA TRA TRA TRA TRA TRA TRA TRA! Dobbiamo uscire dal campo. Bomba. Dobbiamo uscire dal campo. Fra varie chiamate strategiche tirano fuori una mappa e trovano il cammino più sicuro per arrivare al Beit Jala Hospital per vedere la situazione dei compagni feriti dagli spari. Stanno uscendo dall’ospedale due uomini. Quello a cui hanno sparato al mio lato esce zoppicando con una radiografia in mano. La pallottola non ha raggiunto l’osso, adesso deve ritornare al campo. L’altro esce in sedia a rotelle perché la pallottola gli ha attraversato le due gambe. I muri israeliani ingabbiano i palestinesi che vengono aggrediti costantemente. Le pallottole dell’esercito israeliano colpiscono le pareti delle scuole, delle chiese e delle case dei palestinesi. Perforano gambe per non farle più camminare. I compagni stanno tornando ad Aida Camp.
February 26, 2015
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