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Mario Paciolla, settimo anno senza giustizia
Per ricordare alla Città, alla Regione, al Governo e a tutte le Istituzioni che un giovane operatore di Pace, scomparso in Colombia nel 2020, ancora attende Verità e Giustizia, ci vediamo mercoledì 15 luglio alle 18.00 all’ex Asilo Filangieri al Vico Maffei 4, Napoli. Sarà una serata di musica e parole, immagini e pensieri, per ricordare a tutti che l’Italia deve impegnarsi e chiedere alle Nazioni Unite di collaborare nelle indagini per stabilire cosa ha veramente determinato la fine di Mario Paciolla, che era in servizio nella missione ONU in Colombia. Lo chiedono con fermezza i genitori Pino e Anna Motta, le sue sorelle, i suoi familiari, gli amici del Comitato e tutti coloro che hanno conosciuto e apprezzato Mario per la sua esuberante umanità. Da Napoli parte un grido di giustizia che non può e non deve fermarsi davanti all’indifferenza delle nostre istituzioni. Lo dobbiamo a tutte le vittime cadute mentre lavoravano per la Pace, per la solidarietà, per l’informazione e per la cultura, uomini e donne che non devono essere dimenticati, ma onorati con l’accertamento della verità sulla loro fine. Saremo in tanti mercoledì sera a Napoli e non ci fermeremo. Festival Del Cinema dei Diritti Umani di Napoli Redazione Napoli
July 14, 2026
Pressenza
Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità?
Venerdì 19 giugno vari quotidiani hanno riportato la notizia che il Copasir aprirà un fascicolo sui “presunti” legami tra i servizi segreti e la Banda della uno bianca. Per il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è un’atto dovuto. La decisione, riportano i giornali, è maturata con la richiesta […] L'articolo Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità? su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
Indagini per corruzione sul Ponte sullo Stretto, prima ancora che inizino i lavori
La Procura di Roma ha avviato un’indagine per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, intorno all’approvazione del progetto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Al centro dell’inchiesta ci sono tre figure chiave: un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti (in pensione da febbraio scorso), un avvocato […] L'articolo Indagini per corruzione sul Ponte sullo Stretto, prima ancora che inizino i lavori su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
Uccisione di Moussa Diarra a Verona: la GIP dice no all’archiviazione e dispone nuove indagini
La giudice risponde negativamente alla richiesta della Procura di Verona di archiviare il caso. Spunta l’ipotesi di depistaggio. Sulle pagine di Heraldo avevamo già specificato che le indagini per l’uccisione di Moussa Diarra non erano state archiviate, ma che la Procura di Verona aveva presentato una richiesta di archiviazione. La Procura sosteneva che il poliziotto aveva sparato per legittima difesa e pertanto non doveva essere processato. Questo non segnava la chiusura del caso, ma indicava che la decisione veniva rimandata alla GIP, Livia Magri, chiamata a decidere se accogliere la richiesta di archiviazione oppure riaprire le indagini per ulteriori approfondimenti e nuovi elementi. La GIP avrebbe dovuto pronunciarsi il 12 febbraio scorso, ma ciò non è avvenuto poiché era necessario disporre di più tempo per valutazioni e riflessioni approfondite su quanto accaduto quel giorno. Nuove indagini e l’ipotesi di concorso in depistaggio La contestazione è stata accolta dal GIP il 21 aprile. Non ci sarà quindi alcuna archiviazione; il caso rimane aperto e verranno avviate nuove indagini per chiarire meglio quanto accaduto il 20 ottobre 2024 alla stazione di Verona Porta Nuova. Sono state disposte ulteriori indagini e approfondimenti, ai quali si aggiunge un nuovo elemento: l’iscrizione per il reato di concorso in depistaggio. Quest’ultimo aspetto rimane ancora da chiarire; le motivazioni sono dettagliate nelle 54 pagine in cui la GIP spiega le ragioni del respingimento. Tra queste emergono anomalie inquietanti e gravi lacune nelle indagini. Già il giorno stesso della morte di Diarra si è verificato un tentativo di depistaggio, o meglio, un tentativo di emettere un verdetto precostituito tramite un comunicato congiunto tra Prefettura e Questura, che appariva già come una sentenza definitiva. Si parlava di immagini nitide, riprese dalle telecamere installate nel piazzale della stazione, che mostravano Moussa in stato di agitazione mentre aggrediva il poliziotto, il quale avrebbe sparato per legittima difesa. Tuttavia, questo comunicato è stato smentito alcune settimane dopo, grazie alla pressione delle avvocate della famiglia Diarra e del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Infatti, il 13 novembre 2024, il Procuratore di Verona ha confermato che non esistevano immagini nitide, poiché la telecamera più vicina era coperta, probabilmente guasta e non ha ripreso la scena. Altre registrazioni risultavano sgranate, essendo troppo distanti dall’accaduto. Queste dichiarazioni hanno totalmente smentito il comunicato congiunto tra Prefettura e Questura, ovvero tra chi doveva indagare e chi poi è diventato oggetto di indagine. Un No che sottolinea l’importanza delle indagini In ogni caso, il diniego all’archiviazione dimostra chiaramente che non esistono sentenze facili. Conferma che, in questo come in altri casi analoghi, la realtà è molto più complessa di quanto possa apparire. Questo rifiuto ribadisce che, in uno stato di diritto, le indagini sono sempre necessarie, anche quando coinvolgono le forze dell’ordine. Inoltre, il diniego evidenzia come lo scudo penale per le forze dell’ordine, sostenuto da tempo dal governo Meloni, rappresenterebbe un grave attacco alla democrazia, al senso di giustizia e allo stato di diritto. Questo diniego non costituisce a sua volta una sentenza, ma evidenzia l’importanza di indagini approfondite e rigorose, soprattutto in caso di morte violenta. Tali indagini sono un pilastro fondamentale di uno Stato civile. Solo processi basati su indagini giuste, trasparenti e complete possono emettere sentenze definitive. Queste non possono essere sostituite da comunicati o da politici che tentano di influenzare un’opinione pubblica facilmente manipolabile, banalizzando i fatti e formulando associazioni superficiali che sfiorano luoghi comuni e razzismo. Il rientro della salma e la raccolta fondi Si attendono quindi nuovi sviluppi su questa vicenda. Nel frattempo, proprio in questi giorni, è stato annunciato che la salma di Moussa Diarra potrà finalmente fare ritorno a casa. Il corpo del giovane maliano è rimasto custodito per diciotto mesi nella cella frigorifera dell’ospedale di Borgo Roma. Ora ci sono le condizioni per restituirlo al Mali. La famiglia, da mesi in attesa, desidera organizzare un ultimo commosso saluto a Moussa. Per agevolare il rimpatrio, la Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia hanno avviato una raccolta fondi. Le informazioni per le donazioni sono disponibili sui canali social del comitato.   Heraldo
April 24, 2026
Pressenza
Avviso di garanzia all’urbanistica fiorentina e al “sistema Firenze”
L’avviso di garanzia all’architetta Stefania Fanfani, reso noto oggi dalla stampa, è l’avviso di garanzia all’urbanistica fiorentina e il “Sistema Firenze”. Dirigente del “Sistema Firenze”, ha guidato e ideato scelte, ha forgiato norme, ne ha rappresentato il perno decisionale.… Leggi tutto L'articolo Avviso di garanzia all’urbanistica fiorentina e al “sistema Firenze” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE”
“Soddisfazione e amarezza” da parte del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra dopo aver letto le 54 pagine dell’ordinanza della giudice per le indagini preliminari Livia Magri, che ha respinto la richiesta di archiviazione.  Ora il Pubblico Ministero dovrà aprire nuovamente le indagini sulla morte di Moussa, freddato da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre del 2024. Nell’ordinanza della GIP si chiede tra l’altro di indagare il poliziotto per concorso in depistaggio. La giudice ipotizza infatti che le prove siano state alterate dal poliziotto o da altre persone, oppure che siano state fornite false informazioni agli inquirenti. “Una sberla a come sono state condotte le indagini, parziali e a senso unico” ha dichiarato Daniele Todesco del Comitato ai nostri microfoni, aggiungendo che “è la narrativa completa della ricostruzione che viene messa in discussione”. “Non è nemmeno provato che Moussa nel momento della collutazione con i poliziotti avesse un coltello, le immagini non lo chiariscono”, ha aggiunto. L’approfondimento sull’ordinanza della GIP con Daniele Todesco, del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, che rilancia con la raccolta fondi, che servirà, oltre che per sostenere il costo della prosecuzione delle indagini, anche per far tornare a casa la salma di Moussa, da 18 mesi all’ospedale di Borgo Roma. Ascolta o scarica Per sostenere le spese legali e il rimpatrio della salma CC MPS Intestato al Circolo Pink: IBAN: IT65G 01030 11707 0000 11099 492 – PayPal: permoussadiarra@gmail.com Causale: Moussa torna a casa.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma
Sui mass media è tutto un fiorire di ipotesi e congetture sulla possibile destinazione della bomba la cui esplosione in un cascinale abbandonato a Roma ha causato la morte di due militanti anarchici: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di […] L'articolo Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
RAVENNA: PERQUISITI SEI MEDICI CHE AVEVANO RIFIUTATO DI MANDARE I MIGRANTI AL CPR
La Procura di Ravenna ha posto sotto indagine sei medici per non aver accordato il trasferimento in un CPR di alcuni cittadini privi di regolare titolo di soggiorno. I medici sostenevano che le persone senza documenti non sarebbero stati idonei dal punto di vista sanitario, al trattenimento nei CPR. Nel quadro delle indagini, il reparto malattie infettive della città è stato sottoposto ad una lunga perquisizione, iniziata all’alba tra i reparti con i degenti, durante la giornata del 12 febbraio. I sei medici, ai quali sono stati sequestrati i dispositivi per le comunicazioni personali, si sono inoltre ritrovati esposti alla gogna mediatica e politica della destra cittadina. In risposta, ha preso posizione anche l’Ordine e la Federazione nazionale dei medici che in una nota parla di “attacco all’autonomia dei medici”. Sul caso si è esposta l’associazione Faenza Multietnica, di cui fa parte anche Ilaria Mohamud Giama, ai microfoni di Radio Onda d’Urto, con la quale abbiamo ricostruito la vicenda. Ascolta o scarica A Ravenna, davanti all’ospedale colpito dall’inchiesta, si è svolto un flash mob nel primo pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Ci racconta come è andata Marco Palagano della funzione pubblica CGIL di Ravenna. Ascolta o scarica Le considerazioni politiche di Vanessa Guidi medica di bordo per Mediterranea Saving Humans. Ascolta o scarica Riportiamo il Comunicato stampa dell’associazione Faenza Multietnica. Negli ultimi giorni Ravenna è diventata un laboratorio inquietante di politiche repressive, discorsi razzisti normalizzati e criminalizzazione della solidarietà. Una sequenza di eventi che non può essere letta come una somma di episodi isolati, ma come il segno di una trasformazione profonda del clima politico e culturale nel nostro Paese. Nei giorni scorsi, il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna è stato oggetto di perquisizioni nell’ambito di un’indagine su certificazioni mediche rilasciate per impedire il rimpatrio forzato nei CPR. Almeno sei medici risultano indagati, con sequestri di dispositivi e comunicazioni personali. Si tratta di un fatto gravissimo: colpire chi esercita il proprio dovere professionale di tutela della salute significa mandare un messaggio intimidatorio a tutto il personale sanitario, scoraggiando la difesa dei diritti fondamentali delle persone più vulnerabili. La cura viene trattata come sospetta, la solidarietà come reato. In parallelo, è previsto un nuovo sbarco a Ravenna nel fine settimana, con la nave dell’ONG Solidaire attesa tra sabato notte e domenica mattina con circa 120 persone soccorse in mare. Ancora una volta, Ravenna viene designata come porto remoto, lontano dalle rotte di salvataggio, trasformando il Mediterraneo in una zona di selezione politica delle vite degne e indegne di essere salvate. Ma mentre le persone migranti continuano ad arrivare dopo viaggi segnati da violenze e torture, cresce anche un discorso pubblico che legittima l’idea che la loro presenza sia un problema da eliminare. Domani, infatti, a Faenza si è svolto sabato mattina il banchetto per la raccolta firme sulla “remigrazione”, un concetto promosso da ambienti dell’estrema destra europea che propone il rimpatrio forzato non solo delle persone senza documenti, ma anche di cittadini stranieri regolari e dei loro discendenti. Si tratta di un’idea che richiama direttamente politiche di esclusione etnica e deportazione, mascherate da proposta “democratica” e presentate nello spazio pubblico come una normale opzione politica. In questo clima, risultano particolarmente preoccupanti le dichiarazioni di Michele De Pascale che contribuiscono a normalizzare l’esistenza e il rafforzamento dei CPR, luoghi di detenzione amministrativa già denunciati da numerose organizzazioni per i diritti umani come spazi di violenza, opacità e sospensione dello stato di diritto. Parlare dei CPR come strumenti “necessari” significa accettare l’idea che alcune persone possano essere private della libertà senza aver commesso alcun reato, sulla base della sola origine nazionale. Quello che vediamo a Ravenna è una convergenza pericolosa: repressione contro chi cura, criminalizzazione di chi salva vite, normalizzazione della detenzione amministrativa e legittimazione pubblica di progetti politici apertamente razzisti. È un processo che sposta progressivamente il confine del dicibile e del possibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato inaccettabile in una società democratica. Come Faenza Multietnica denunciamo con forza questa deriva. La “remigrazione”, i CPR e la persecuzione della solidarietà non sono risposte a problemi reali, ma strumenti politici per costruire consenso attraverso la paura e la disumanizzazione. Difendere i diritti delle persone migranti significa difendere la democrazia stessa: quando si accetta che alcuni diritti siano sospesi per alcuni, si apre la strada alla loro erosione per tutti. Chiediamo la chiusura dei CPR, la fine della criminalizzazione dei medici, delle ONG e delle reti solidali, e il rifiuto netto di ogni progetto politico che promuova l’espulsione e la segregazione su base etnica. Ravenna e Faenza hanno una storia antifascista e solidale che non può essere cancellata da chi vorrebbe riportarci a politiche di esclusione e deportazione.
February 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis, continuano le proteste contro l’ICE
Dopo aver passato tutta la notte facendo rumore, portando piatti, pentole, sirene, megafoni e casse sotto l’hotel in cui gli agenti dell’ICE alloggiano a Minneapolis per interrompere il loro “sonno tranquillo”, i manifestanti questa mattina si sono radunati davanti a un edificio federale utilizzato come base dall’ICE. Gli agenti anti-migranti hanno lanciato gas lacrimogeni e usato spray al peperoncino per allontanarli dall’edificio. Si registrano fermi e arresti. L’agenzia statale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Minnesota, che si occupa dei crimini di alto profilo, ha dovuto ritirarsi dalle indagini sull’uccisione di Renee Nicole Good, dopo che l’Fbi ha assunto il controllo del caso. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha denunciato quello che appare un tentativo di insabbiamento: “Chiamiamo le cose con il loro nome: “Kristi Noem ha guardato i video e non vuole un’indagine imparziale perché sa che la sua narrativa sul terrorismo interno è una stronzata.” La gente di Minneapolis ha deposto fiori e acceso candele nel luogo dell’omicidio,  in un commosso omaggio unito allo sdegno e alla denuncia della brutalità dell’ICE. Manifestazioni di protesta si sono tenute anche a Houston, Cincinnati, Washington DC, Filadelfia, New York, Boston, Baltimora, Birmingham e altre città degli Stati Uniti. A poche ore dall’omicidio di Renee Nicole Good agenti federali dell’ICE hanno ferito una coppia in un veicolo davanti a un ospedale di Portland (Oregon), suscitando la protesta di centinaia di manifestanti. Il sindaco Keith Wilson ha chiesto la sospensione delle operazioni dell’ICE nella città: “Sappiamo cosa dice il governo federale su quanto è accaduto qui. C’è stato un tempo in cui potevamo credergli sulla parola. Quel tempo è ormai passato. Ecco perché chiediamo all’ICE di sospendere tutte le operazioni a Portland fino a quando non sarà possibile svolgere un’indagine completa e indipendente. La nostra comunità merita delle risposte. La nostra comunità merita che venga fatta chiarezza. E soprattutto la nostra comunità merita la pace.”   Redazione Italia
January 9, 2026
Pressenza
Varese, dopo mesi la verità: il presunto drone russo avvistato non è mai esistito
A fine marzo 2025, una spy-story prende forma attorno al Lago Maggiore, a Varese. Il Corriere della Sera pubblica in prima pagina l’esclusiva di un drone “russo”, modello ZALA 421, «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ospita il Joint Research Centre (JRC) dell’UE, minacciando segreti nucleari e industriali. È l’anticamera della famigerata “guerra ibrida” evocata dal ministro Crosetto, che rimbalza nei titoli allarmistici dei quotidiani che speculano sui sabotaggi putiniani. La Procura di Milano apre un’inchiesta. Nove mesi dopo, emerge la verità: nessun drone, nessun russo all’orizzonte. Solo un amplificatore GSM difettoso utilizzato da una famiglia della zona per migliorare la connessione internet della propria abitazione, che ha ingannato i sistemi anti-drone con falsi positivi. Le indagini, coordinate dal pool antiterrorismo milanese, hanno escluso qualsiasi velivolo reale: nessuna traccia nei radar, nessun testimone oculare, nessun drone, tantomeno “russo”. La Procura di Milano ha chiesto al Gip l’archiviazione dell’inchiesta aperta a fine marzo. È stato chiarito anche un ulteriore elemento inizialmente ritenuto sospetto: una Cadillac gialla individuata nei pressi del centro di ricerca. Gli accertamenti hanno stabilito che il veicolo apparteneva a un imprenditore in contatto telefonico con cittadini russi, poi risultati essere proprietari di ville nella zona, senza alcun legame con attività illecite. I titoli dei quotidiani, però, sono granitici quanto la certezza che la minaccia sui cieli dell’Ispra sia di matrice russa: “Il giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca UE sul Lago Maggiore. Cosa sappiamo” (La Stampa); “Drone russo in volo sul Lago Maggiore obiettivo il Jrc di Ispra” (Varesenews); “Un drone russo ha sorvolato il Centro europeo di ricerca sul Lago Maggiore” (Wired). E così via, in una sterminata serie di articoli copia e incolla. In un contesto dominato dalla propaganda, la realtà è stata piegata al sensazionalismo, arrivando a inventare dettagli di sana pianta, come il presunto modello del drone “russo”, attribuito arbitrariamente al ZALA Aero Group, un’azienda sanzionata dopo l’inizio dell’Operazione Speciale. Questa vicenda non è solo un errore tecnico, ma un esempio lampante di come i media mainstream, in preda a russofobia cronica, amplifichino echi vuoti per alimentare paure ataviche, creando allucinazioni collettive senza verificare fonti o attendere i fatti. Così, quotidiani blasonati e testate “autorevoli” hanno preso un’anomalia tecnica e l’hanno trasformata in un caso geopolitico, inseguendo pregiudizi ideologici e urgenze narrative. Il drone “russo” diventa una presenza data per certa, i sorvoli si moltiplicano sulle colonne dei quotidiani, la no-fly zone violata diventa simbolo di una “guerra ibrida” immaginaria che annovera il falso jamming all’aero di von der Leyen atterrando sui cieli di Varese. A dicembre 2025, con la richiesta di archiviazione al Gip, la bufala è implosa, sgonfiando la bolla mediatica. Proprio i mezzi di informazione hanno giocato un ruolo da protagonisti, presentando ipotesi come fatti assodati. Solo alcuni esempi: Il Corriere della sera titolava il 30 marzo “Ispra, drone russo in volo sul centro di ricerca Ue sul lago Maggiore”, dando per scontata l’origine russa e i cinque passaggi sul’Ispra, senza condizionali che mitigassero l’allarme. Similmente, La Stampa parlava di “giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca Ue sul Lago Maggiore”, evocando misteri spionistici da guerra fredda. Rai News non era da meno: “Droni russi su centro di ricerca Ue a Ispra sul Lago Maggiore, 5 avvistamenti“, con enfasi su una no-fly zone violata, ignorando la fragilità dei rilevamenti e sbattendo nel titolo ben cinque chimerici avvistamenti, mai avvenuti. Mentre Il Manifesto in “Drone russo su Ispra, indagini e malumori” riportava sei sorvoli in una settimana come minaccia concreta, la testata che ospita la ben nota sezione di fact-checking, Open, sospendeva la verifica delle fonti per attestare la minaccia russa a partire dal titolo: “Drone russo sul centro di ricerca europeo di Ispra, la procura di Milano apre un’indagine”. Questi esempi mostrano come i quotidiani, inseguendo click e narrazioni anti-Mosca, abbiano trasformato una anomalia in un casus belli, senza attendere verifiche. Non si è trattato di un semplice incidente giornalistico: è una radiografia del sistema informativo contemporaneo che riflette un pattern di disinformazione, dove il sensazionalismo e la fretta mediatica incontrano pregiudizi ideologici, creando mostri inesistenti. Il caso Ispra insegna una lezione scomoda: non tutte le bufale nascono ai margini del sistema. Alcune vengono pubblicate in prima pagina, con il timbro dell’autorevolezza. E proprio per questo sono le più pericolose.   L'Indipendente
December 26, 2025
Pressenza