La parola dal palco
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Foto di Jose Antonio Gallego Vázquez su Unsplash
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Francesco De Gregori dice di provare imbarazzo quando un artista prende
posizione pubblica sulla politica. Non contesta le canzoni impegnate, lui stesso
ne ha scritte. Contesta la parola dal palco, il proclama esplicito. E cita
Springsteen come esempio di ciò che non capisce.
Chi ha visto un concerto di Springsteen sa che non funziona come un comizio.
Introduce “The Ghost of Tom Joad” raccontando la storia di un operaio
licenziato. Porta veterani del Vietnam sul palco per spiegare cosa significa
davvero “Born in the USA” non il trionfalismo che Reagan voleva usarci sopra.
Dedica “American Skin (41 Shots)” ad Amadou Diallo, immigrato guineano ucciso
dalla polizia di New York con 41 proiettili nel 1999. Lo fa da trent’anni, prima
di Trump, prima di Minneapolis, prima che fosse di moda. Non è un proclama: è
drammaturgia. È esattamente quello che De Gregori dice di fare – solo che
Springsteen lo fa anche a voce, oltre che in musica. E lo fa dopo aver
guadagnato, non per guadagnare – il che è esattamente il contrario del calcolo
commerciale.
De Gregori dice: “ho le idee confuse anch’io, contengo moltitudini”. È una
posizione che solo chi è al sicuro può permettersi senza conseguenze. Le sue
canzoni degli anni ’70 erano dense di metafore politiche ma la metafora è anche
una forma di protezione. Permette di dire e non dire, di schierarsi e poter
smentire.
Arturo Toscanini non scrisse mai una canzone contro il fascismo. Non era un
cantautore. Quello che fece fu rifiutarsi di alzare la bacchetta su “Giovinezza”
a Bologna nel 1931. Un gesto, non una nota. Per questo fu aggredito da un gruppo
di fascisti fuori dal teatro, e lasciò l’Italia per non tornarci fino al 1946.
La sua “presa di posizione” fu un silenzio, un rifiuto fisico, una parola
negata. Era politica quanto una canzone forse di più, perché non poteva
nascondersi dietro la metafora. La metafora era un privilegio che Ali Maachi non
aveva: cantante algerino fucilato dall’esercito francese nel 1958 e il corpo
esposto in piazza a Tiaret, perché aveva cantato “Il mio paese è l’Algeria” con
la bandiera nazionale sul palco. Non una metafora: una dichiarazione. Quella che
De Gregori chiama imbarazzante. Sherif Merdani trascorse 16 anni nelle prigioni
di Enver Hoxha perché cantava “Let It Be” nell’Albania comunista. I Beatles non
l’avevano scritta come proclama politico ma in quel contesto, cantarla in
pubblico lo era diventata. Dopo la liberazione scrisse una canzone intitolata
“Se kënduam ‘Let It Be'” (Perché cantavamo Let It Be). Anche quella era una
parola dal palco. Víctor Jara: le mani fracassate dai fucilieri di Pinochet
prima dei 44 proiettili. Aveva cantato canzoni, non fatto comizi. Ma quando il
regime ha deciso di ucciderlo, non ha distinto tra la canzone e la parola. Per
non parlare poi di Fela Kuti, Miriam Makeba, Mikis Theodorakis, Nûdem Durak o
Ernst Busch, severamente torturato dalla Gestapo. La sua storia è il contrario
esatto dell’estetica del “non mi schiero”: un uomo che cantò sapendo dove
avrebbe portato quella scelta.
De Gregori dice: “Non capisco gli artisti che vogliono sensibilizzare il
pubblico. Perché? Non è già abbastanza sensibile per conto suo?”. Sembra
rispetto per il pubblico. In realtà è il contrario. Ogni canzone di lotta – da
Bella Ciao a We Shall Overcome, da Angham El Djazair a The Ghost of Tom Joad –
non presuppone un pubblico di ignoranti da educare. Presuppone una comunità che
riconosce qualcosa insieme, che si ritrova in una parola detta ad alta voce da
qualcuno che ha il palco. L’artista non illumina dall’alto: partecipa. Dire “il
pubblico è già sensibile” e quindi l’artista non deve parlare è come dire che le
piazze sono già piene di gente e quindi non serve marciare. La sensibilità
individuale non produce nulla senza un atto collettivo che la chiami per nome.
E poi c’è Bella Ciao.
Una canzone che non usa metafore, che non si nasconde, che dice esattamente
quello che vuole dire: sono un partigiano, combatto, e se muoio sapete perché.
La canzone politica e di resistenza più cantata al mondo, dai partigiani
italiani a Gaza, alle piazze dell’Iran, dalla Turchia alla Corea, dalla Spagna
alla Colombia. Una canzone che in molti paesi, ancora oggi, chi la intona
rischia la prigione o la vita. Non per come è scritta. Per il fatto di cantarla
in pubblico, a voce alta, davanti a qualcuno che non vorrebbe sentirla.
Che è esattamente la “parola dal palco” che De Gregori dice di non capire.
Il punto non è che De Gregori debba fare proclami. È liberissimo di non farli e
quella scelta va rispettata. Il punto è che quando quella scelta personale
diventa critica pubblica a chi non la fa, il ragionamento si inceppa. Perché
implica che esista una forma nobile di impegno artistico – la canzone, la
metafora, il simbolo – e una forma imbarazzante: la parola diretta, detta a
voce, davanti a chi è venuto ad ascoltarti.
Ma la storia non conosce questa distinzione. La storia conosce solo il rischio
che si è disposti a correre. “La storia siamo noi” no?
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