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USB: “Benzina e gasolio fuori controllo, bollette in crescita, pensioni e salari fermi…
… NON POSSIAMO STARE A GUARDARE”. Quota due euro al litro è stata abbondantemente superata anche per la benzina, mentre il governo cincischia sulle accise e non assume nessun provvedimento efficace. Per intere categorie come gli autotrasportatori o i tassisti la situazione sta diventando insostenibile, come per tutti quelli che devono rifornirsi ai distributori per andare a lavorare. E il prezzo dei carburanti, si sa, finisce per riversarsi sull’intera economia, con un effetto inflazionistico molto pesante. Sono cinque milioni di famiglie che in Italia vivono in povertà energetica: per loro scaldarsi, illuminare casa, usare fornelli o scaldabagno è un lusso, figuriamoci il condizionatore nelle estati sempre più torride. Secondo lo studio della CGIA di Mestre il prezzo del GAS NATURALE (per MWh) è passato dai 16,1 € del 2019 ai 36,3 del 2024 con un aumento di oltre 140,2 % roba da strozzini, per poi salire a 38,7 € nel 2025 con una cedola per le aziende del settore del + 6,3 %. Analizzando meglio i dati pubblicati dalla CGIA di Mestre sulla povertà energetica si trovano storiche conferme, ad esempio con il mezzogiorno che ha ben 1.141.501 famiglie e ben 2.601.599 individui condannati alla povertà energetica; tuttavia, gli aumenti pesano sui bilanci familiari, al Nord come al Sud. Il caro bollette aggredisce i salari e le pensioni mantenuti bassi dagli accordi sindacali siglati da CGIL, Cisl, UIL e sindacati autonomi. Mentre lo stipendio medio di un lavoratore dipendente in Italia si aggira tra 30.000 e 35.000 euro lordi l’anno, pari a circa 1.500 euro netti al mese; la pensione media è di circa 1.280–1.350 euro lordi mensili. A questa condizione, già insufficiente, si aggiungono quasi cinque milioni di pensionati con un assegno pensionistico inferiore a 1.000 euro lordi. Considerando anche il prezzo dei carburanti, il quadro peggiora ulteriormente producendo un effetto domino sui prezzi al dettaglio di tutte le merci e impoverisce sia chi ha lavorato una vita sia chi, pur lavorando sempre di più, scivola ogni giorno più in basso fino a rientrare tra i lavoratori poveri. I nodi della crisi si fanno sempre più evidenti e la propaganda governativa, non tiene il confronto con la realtà come dimostra il taglio delle accise limitato a 17 centesimi al litro, valido per appena due giorni e solo sul diesel. Le promesse di Meloni sul taglio delle accise in campagna elettorale, con tanto di video di propaganda, poi disattese e sostituite da ridicoli tagli temporanei, fanno il paio con il governo Draghi: entrambi, di fronte alle aziende che realizzano superprofitti sulla pelle di milioni di pensionati e lavoratori, si sono piegati lasciando proseguire la speculazione. Le scelte di politica internazionale dell’UE ha imposto la fine delle forniture russe, sostituite nel nostro paese con forniture di energia sempre più care, come il GNL dagli USA. Una politica di guerra quella dei paesi NATO sempre più aggressiva che provoca ricadute devastanti sull’intera economia nazionale. La guerra e i dazi contro l’Iran ne sono un esempio evidente. La politica trasversalmente intesa trova sempre le risorse che finiscono per finanziare il risico bancario e gli interessi speculativi degli azionisti, così come per il riarmo e la guerra, ma se si parla di salari, pensioni e spesa pubblica diventa cieca, sorda e muta. Siamo in campagna elettorale e purtroppo la classe politica in queste situazioni diventa sempre più teatrale e sempre più cialtrona e già in questi giorni assistiamo ai i soliti sproloqui di promesse e proclami. Per USB serve un deciso cambio di rotta che metta al centro lavoratori e pensionati: i prezzi delle bollette devono essere tenuti sotto controllo pubblico e calmierati, perché l’accesso a gas, luce e acqua è un diritto fondamentale. Serve sì una tassazione sui super profitti ma il dato vero è che le imprese energetiche e idriche devono recuperare la funzione pubblica: le privatizzazioni e la logica di mercato hanno infatti prodotto un modello predatorio e antisociale. Occorre che salari e pensioni recuperino la perdita di potere di acquisto di oltre il 9% degli anni passati, legandoli all’inflazione reale e non all’IPCA che non considera nel calcolo l’aumento del costo degli idrocarburi importati (carburanti e bollette energetiche); servono aumenti salariali veri che restituiscano dignità al lavoro. Non possiamo pensare a salari al di sotto della soglia minima di 2000 € in paga base, questo significa salario minimo adeguato alla funzione che si svolge e che deve partire da non meno 12 € l’ora per tutte le tipologie contrattuali. Questo aumento vertiginoso del costo della vita è la vera emergenza nazionale che, a causa di un contesto internazionale sempre più caldo, è destinata ad aggravarsi sempre più. Restare a guardare, pensando che prima o poi le cose cambieranno e che tutto è destinato a tornare come prima, è una pura illusione. È ora di tornare a far sentire la rabbia di tanta gente che non ce la fa più e che chiede una alternativa vera.   Unione Sindacale di Base
August 25, 2026
Pressenza
La gabbia della povertà stringe anche chi ha un lavoro
I dati sulla povertà raccolti sul campo sono più precisi, e drammatici, di quelli ufficiali. Sulla povertà in Italia il Rapporto della Caritas diffuso ieri disegna meglio di ogni statistica l’allargamento del perimetro di chi è precipitato nella povertà, anche avendo un lavoro. Nel 2025 i centri di ascolto della […] L'articolo La gabbia della povertà stringe anche chi ha un lavoro su Contropiano.
June 17, 2026
Contropiano
La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione
Negli ultimi giorni il governo Meloni, e in particolare la ministra del Lavoro Calderone, si sono fregiati dei dati diffusi il 29 maggio dall’Istat, relativi al numero di occupati ad aprile 2026. L’istituto di statistica ha infatti fatto sapere che, sull’anno, il numero di lavoratori è aumentare di quasi 270 […] L'articolo La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
Recessione industriale in Germania, bassi salari in Italia
La locomotiva d’Europa – la Germania – è da tempo in recessione. Su questo giornale ne avevamo colto i sintomi già nel 2019, dunque ben prima della crisi pandemica  del 2020 e dello shock energetico del 2022. Ma questa si è palesata con maggior forza e evidenza in questi ultimi […] L'articolo Recessione industriale in Germania, bassi salari in Italia su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro
Il 21 maggio è stato presentato alla Camera il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. L’occasione era storica, dato che questo è l’anno in cui l’istituto di statistica compie un secolo di vita, ma il quadro fatto del paese è il peggiore che ci poteva essere: l‘inflazione, l’invecchiamento della popolazione e la […] L'articolo L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro su Contropiano.
May 23, 2026
Contropiano
La truffa del salario giusto
dossier di Mario Sommella (*) Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.   Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per
Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico
Se si dovesse fare una fotografia del lavoratore italiano, potrebbe benissimo essere quella di qualcuno sospeso a mezz’aria, tra la sua nascita e il meritato riposo. Alcuni dati pubblicati recentemente, infatti, lanciano l’allarme per 4 milioni di lavoratori che andranno in pensione in meno di dieci anni, e accetta con […] L'articolo Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico su Contropiano.
February 7, 2026
Contropiano
Università, capitale umano e lavoro in Italia
Giuseppe Travaglini partendo dalle recenti affermazioni del Governatore Panetta sul sottofinanziamento del sistema universitario, sui bassi rendimenti salariali del capitale umano e sui pochi laureati collega tali problemi alle caratteristiche del nostro sistema produttivo, in particolare alle deboli innovazioni e alla stagnazione della produttività. Per invertire queste tendenze e consolidare il legame tra istruzione superiore e crescita occorre un forte incremento del finanziamento universitario e delle risorse per ricerca, sviluppo e innovazione. Nel dibattito recente sul ruolo dell’istituzione universitaria come fattore di crescita non solo culturale, ma anche economica e sociale, è stata frequentemente richiamata l’idea che il sapere e il confronto critico rappresentino un bene pubblico essenziale, in grado di potenziare la capacità di un Paese di orientarsi e adattarsi nelle fasi di trasformazione economica, tecnologica e sociale di particolare intensità. Questa tema è stato ripreso dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Messina. Al centro della sua analisi la domanda di istruzione universitaria come risultato di una pluralità di fattori, tra cui le opportunità occupazionali percepite, i costi diretti e indiretti della formazione e la qualità complessiva dell’offerta formativa. Come sottolineato da Panetta, negli ultimi dieci anni la quota di giovani in possesso di un titolo universitario è cresciuta, ma rimane significativamente inferiore a quella registrata nei paesi leader europei come Germania e Francia. A pesare sono non solo gli elevati tassi di abbandono, ma anche la persistente difficoltà di tradurre il percorso universitario in profili professionali e occupazionali coerenti e adeguatamente valorizzati dal sistema produttivo. In questo contesto emerge un nodo analitico spesso sottovalutato: la solidità e la competitività del sistema universitario influenzano direttamente la domanda di istruzione universitaria. Un’elevata qualità della didattica, un adeguato sistema di servizi e di diritto allo studio, un forte grado di internazionalizzazione, insieme a una capacità significativa di ricerca e di trasferimento tecnologico, accrescono la credibilità dell’investimento formativo e contribuiscono a ridurre i fattori che scoraggiano l’iscrizione e il completamento dei percorsi di studio. Un rafforzamento strutturale dell’università non risponde dunque solo a esigenze di offerta, ma rappresenta una leva decisiva per ampliare e qualificare la domanda di istruzione terziaria. Risorse. Il rafforzamento della competitività del sistema universitario italiano richiede un adeguato incremento delle risorse. Attualmente, l’università italiana soffre di un sottofinanziamento strutturale rispetto agli standard internazionali: le risorse pubbliche destinate all’istruzione terziaria non superano lo 0,6 per cento del PIL, a fronte di una media OCSE pari a circa l’1,3 per cento e di una media europea prossima all’1,1 per cento. Tale divario mette in evidenza la persistente sottovalutazione del ruolo strategico dell’università quale infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese. Un percorso credibile di riallineamento agli standard europei, in particolare a quelli di Germania e Francia, richiederebbe oggi un incremento iniziale delle risorse nell’ordine di almeno 1 miliardo di euro, necessario per avviare un processo di convergenza verso il “campo gravitazionale” dei principali sistemi universitari europei. In direzione opposta, il finanziamento reale del sistema universitario italiano ha registrato una contrazione continua, stimabile complessivamente intorno al 20 per cento nel periodo 2014–2025, con effetti cumulativi rilevanti sulla sostenibilità finanziaria degli atenei e sulla loro capacità di pianificazione strategica. Tale dinamica espone il sistema a un rischio di natura sistemica, accentuando i divari territoriali ed economici e producendo ricadute negative sulla formazione del capitale umano e del capitale sociale, in particolare nelle aree più fragili del Paese. Wage premium. Il profilo più critico richiamato dal Governatore nel suo messaggio concerne i rendimenti privati dell’istruzione universitaria. In Italia il premio salariale associato al conseguimento della laurea rimane infatti contenuto: un laureato trentenne percepisce in media una retribuzione superiore di circa il 20 per cento rispetto a un diplomato. Si tratta di un differenziale significativamente inferiore a quello riscontrabile negli altri principali Paesi europei. Le retribuzioni dei giovani laureati risultano infatti sensibilmente più elevate in Germania, dove superano in media dell’80 per cento quelle dei coetanei italiani, e nettamente superiori anche in Francia, con uno scarto di circa il 30 per cento. Tali differenziali, lungi dal ridursi, mostrano una tendenza all’ampliamento nel corso del tempo, segnalando una persistente debolezza nella capacità del sistema economico italiano di valorizzare il capitale umano ad alta qualificazione. Questo contesto contribuisce a spiegare, nel caso italiano, una domanda di istruzione universitaria strutturalmente contenuta e poco dinamica, nonché una più elevata propensione alla mobilità internazionale dei giovani con livelli di istruzione più elevati. Negli ultimi anni una quota significativa di laureati italiani ha infatti scelto di trasferirsi all’estero, con incidenze particolarmente marcate nelle discipline tecnico-scientifiche, dove la domanda di competenze qualificate risulta più sostenuta nei principali Paesi avanzati. È tuttavia necessario chiarire un punto analitico cruciale. Il basso wage premium associato al titolo universitario non deriva da un’eccessiva offerta di lavoro qualificato, ma riflette piuttosto la debolezza strutturale del sistema produttivo nazionale e la conseguente insufficienza della domanda di lavoro ad alta qualificazione. Tale carenza è strettamente connessa alla carenza degli investimenti produttivi, alla prolungata stagnazione della produttività e al persistente ritardo tecnologico dell’economia italiana. Da almeno un quarto di secolo la produttività del lavoro mostra una dinamica sostanzialmente piatta, con effetti diretti sulla crescita delle retribuzioni reali, rimaste pressoché stagnanti, soprattutto se confrontate con l’evoluzione registrata in Germania e in Francia, dove i salari reali hanno evidenziato aumenti significativi. Università e specializzazione produttiva. In un modello di specializzazione produttiva concentrato prevalentemente in settori a basso valore aggiunto e a ridotta intensità tecnologica, la capacità di assorbimento del capitale umano qualificato risulta inevitabilmente limitata. Ne consegue una compressione dei rendimenti privati dell’istruzione universitaria, che contribuisce a indebolire gli incentivi all’investimento in formazione terziaria e ad alimentare processi di selezione avversa e di emigrazione dei profili più qualificati. La scarsa competitività del sistema produttivo italiano è strettamente connessa a un assetto distributivo del reddito nazionale che continua a favorire le posizioni di rendita rispetto al rischio imprenditoriale. In numerosi comparti, la redditività è stata preservata prevalentemente attraverso strategie di adattamento al contesto, compressione dei costi e protezione dei margini, piuttosto che mediante investimenti in capitale umano e tecnologico. Quando l’incentivo dominante è consolidare rendite anziché promuovere innovazione, gli investimenti restano strutturalmente insufficienti e l’innovazione si manifesta in maniera episodica e frammentaria. Da tale dinamica emerge una relazione cumulativa di particolare rilevanza per comprendere le debolezze del sistema economico italiano. Investimenti limitati si associano a basso valore aggiunto e scarsa innovazione; una limitata innovazione si traduce in produttività contenuta; una produttività stagnante determina salari modesti. In questo quadro anche il rendimento dell’istruzione universitaria si indebolisce, poiché le competenze e la conoscenza non trovano adeguata valorizzazione nel sistema produttivo. In altre parole, finché la struttura produttiva non si orienta verso settori a più elevato contenuto di conoscenza, la domanda di laureati cresce lentamente, l’università fatica ad attrarre risorse e talenti, e la fuga di capitale umano si configura come un costo strutturale per il Paese. Uscire da questa “trappola della produttività” richiede l’adozione di politiche coerenti su due fronti. Sul versante della formazione universitaria e della ricerca pubblica, è necessario un incremento stabile e pluriennale del finanziamento ordinario, capace di sostenere il rafforzamento delle infrastrutture, dei servizi agli studenti, del diritto allo studio, dei processi di internazionalizzazione e del trasferimento tecnologico. Sul versante del sistema produttivo, è imprescindibile un significativo intervento di politica industriale per favorire l’aumento degli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, accompagnato da un cambio di scala che avvicini l’Italia ai principali Paesi guida europei, rendendo strutturali gli strumenti di connessione tra ricerca pubblica e capacità innovativa privata. Il progetto di riforma del MUR. In un contesto segnato da una debole valorizzazione economica e sociale dell’istruzione universitaria, il MUR ha avviato un processo di riforma del sistema universitario, con l’obiettivo dichiarato di intervenire su alcuni snodi centrali del suo funzionamento. Le misure previste riguardano il finanziamento ordinario, l’assetto di governo degli atenei, le procedure di reclutamento, il ruolo del Consiglio Universitario Nazionale e il sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Nel loro complesso, questi interventi mirano a riorganizzare il modello di università pubblica, incidendo su strutture e meccanismi consolidati. Tuttavia, al di là dell’enfasi riformatrice, tali misure appaiono in larga parte scollegate dai nodi strutturali che condizionano la domanda di istruzione universitaria e ne comprimono il valore economico sul mercato del lavoro. In particolare, esse non affrontano in modo diretto né il problema della scarsa valorizzazione della laurea, né quello del ridotto wage premium, che rappresentano il principale deterrente all’investimento in istruzione terziaria da parte delle famiglie e degli studenti. Intervenire prevalentemente su assetti organizzativi, procedure di valutazione e meccanismi di governance, in assenza di un rafforzamento sostanziale del finanziamento pubblico e di una strategia complessiva di sviluppo e innovazione capace di assorbire e remunerare capitale umano altamente qualificato, rischia di produrre effetti limitati o meramente formali. Questo scollamento tra ambizioni riformatrici e risorse disponibili emerge con particolare evidenza nella legge di Bilancio 2026, che fallisce completamente nel potenziare il finanziamento del sistema universitario. La manovra lascia infatti sostanzialmente inalterato il livello del finanziamento dell’università statale, senza prevedere un incremento strutturale del FFO in grado di sostenere l’ampliamento dell’offerta formativa, il rafforzamento della ricerca, il miglioramento della terza missione, ossia la valorizzazione e il trasferimento della conoscenza prodotta dall’università verso il contesto esterno con il contributo diretto allo sviluppo economico, sociale, culturale e civile della società e dei territori. Tale scelta miope conferma l’assenza di una reale priorità politica attribuita all’università dal Governo e ne indebolisce ulteriormente la capacità di incidere sui meccanismi di valorizzazione del titolo di studio e sui differenziali salariali associati alla laurea. Ancora più problematica appare la marginalizzazione, nel disegno riformatore, di ciò che dovrebbe costituirne uno dei perni strategici: il rilancio del sistema produttivo nazionale verso la digitalizzazione e la rivoluzione tecnologia dell’IA per ridurre il divario con gli standard europei e internazionali, rafforzando in concerto la capacità dell’università di generare competenze avanzate e conoscenza trasferibile al sistema produttivo. Conclusioni. L’università italiana rappresenta un bene pubblico strategico, in quanto contribuisce alla formazione del capitale umano e sociale e al rafforzamento della capacità innovativa del Paese. Il suo progressivo indebolimento incide negativamente sia sulla qualità dell’offerta formativa sia sulla domanda di istruzione universitaria. In questa prospettiva, il ridotto wage premium dei laureati in Italia non va interpretato come un fenomeno isolato, ma come il sintomo di una più ampia stagnazione produttiva e tecnologica, riconducibile a modelli di specializzazione a basso valore aggiunto e a un livello insufficiente di investimenti in ricerca e innovazione, spesso sostenuti da assetti di rendita consolidati. Interrompere questo circolo vizioso e restituire pieno valore allo studio e alla formazione universitaria richiede un rafforzamento strutturale del finanziamento degli atenei e un deciso aumento delle risorse destinate alla ricerca, fino a raddoppiare l’impegno in rapporto al PIL. Solo in presenza di un sistema universitario più solido e competitivo sarà possibile stimolare la domanda di istruzione universitaria e orientare il Paese verso una traiettoria di crescita più sostenuta, innovativa e inclusiva.   Pubblicato il 18 gennaio 2026 sul Menabò di Etica ed Economia
February 2, 2026
ROARS
Dieci euro in più al mese. La mancia del governo per i bassi salari falciati dal carovita
I due miliardi di euro previsti nella Legge di bilancio per rafforzare i bassi salari in Italia attraverso la diminuzione dell’Irpef indicata nella manovra, potrebbero portare in media ad un “ricco” aumento di 10 euro al mese per i 16.266 mila lavoratori dipendenti. La disponibilità sarebbe infatti di 122 euro […] L'articolo Dieci euro in più al mese. La mancia del governo per i bassi salari falciati dal carovita su Contropiano.
October 16, 2025
Contropiano
Un’Italia cristallizzata nella povertà; a farne le spese stranieri, giovani, operai
Il rapporto Istat pubblicato ieri sui dati riguardanti la povertà nell’anno 2024 parlano di un’Italia che è ormai bloccata in una condizione di povertà che attanaglia una parte importante del paese. Una parte che si allarga, semmai, piuttosto che ridursi, nonostante i proclami e la propaganda del governo. L’istituto di […] L'articolo Un’Italia cristallizzata nella povertà; a farne le spese stranieri, giovani, operai su Contropiano.
October 15, 2025
Contropiano