Tag - Lampedusa

La Sea-Watch 5 soccorre 93 persone. Nove di loro evacuate a Lampedusa
È stata una notte molto lunga nel Mediterraneo centrale. Dopo il soccorso di ieri di 54 persone, le condizioni del mare sono molto peggiorate, la temperatura si è abbassata e le onde si sono alzate. Abbiamo soccorso un altro gommone in difficoltà e portato a bordo di Sea-Watch 5 altre circa 40 persone. Abbiamo avuto gravi casi medici a bordo. In particolare, le condizioni di una bambina di due anni in severa ipotermia hanno fatto temere per la sua vita il personale medico a bordo. Nella notte, 9 persone, compresa la bambina, sono state evacuate dalla Guardia Costiera a Lampedusa. Con un meteo pessimo e onde alte le autorità italiane ci impongono una lunga ed estenuante navigazione verso Marina di Carrara: quattro giorni di viaggio per persone stremate e che hanno bisogno di assistenza medica a terra. Chiediamo un porto più vicino per non ledere i diritti di chi già ha sofferto troppo. Mentre ci dirigiamo a nord siamo in grande apprensione per le persone ancora in mare: il rapido deterioramento delle condizioni meteo mette in pericolo di vita le persone a bordo di alcune imbarcazioni segnalate da Alarm Phone. Negli ultimi giorni un bambino è disperso e un giovane di 21 anni è arrivato morto a Lampedusa. Le autorità italiane ed europee devono e possono attivarsi per salvare la vita alle persone ancora in mare. Sea Watch
March 16, 2026
Pressenza
A Legnano emozionante incontro sui migranti e chi li salva
Una mattinata che lascerà il segno nella memoria e nel cuore di tanti dei quasi 600 studenti di medie e superiori che hanno stipato il teatro Tirinnanzi. “Isola-ti. Protect people, not borders” ha raccontato la vita e la morte dei migranti usando diversi linguaggi: quello del Mago di Oz reinterpretato in chiave sociale nello spettacolo teatrale “Oz, storia di un’emigrazione”, ottima produzione della compagnia Eco di fondo e quello commovente nella sua brutalità delle testimonianze di Pietro Bartolo, medico a Lampedusa ed ex eurodeputato  e di Tareke Brahne, presidente del Comitato 3 ottobre, nato all’indomani della strage del 2013. Alla tavola rotonda ha partecipato anche la professoressa Alessandra Gallina, docente dell’istituto Bernocchi e referente per il Progetto Lampedusa, che porta nell’isola diversi studenti proprio in occasione del ricordo della strage. A introdurre l’appuntamento il sindaco Lorenzo Radice e Rosetta Penna, attivista di Amnesty International Italia, da sempre in prima linea per i diritti dei migranti. In queste prime settimane del 2026 si calcola che siano morte in mare almeno tra le 450 e le mille persone a fronte di un calo degli arrivi del 60%. Tareke Brhane ha raccontato alcuni momenti della sua odissea: a 16 anni è fuggito dall’Eritrea per evitare la coscrizione a vita e la guerra con l’Etiopia. Il suo viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo è durato 4 anni, tra abusi e violenze. Anche una volta arrivato in Italia ha vissuto momenti drammatici: “Ho sofferto la fame e il freddo, accettavo di lavorare gratis in cambio di un pasto e un posto per dormire. Ancora adesso, dopo più di 20 anni, mi sento spesso addosso sguardi sprezzanti e intimoriti, ho paura di essere aggredito, come se per il colore della pelle fossi automaticamente una minaccia o un bersaglio. Questa è la conseguenza della criminalizzazione dei migranti e di chi tenta di aiutarli portata avanti da certi partiti e organi di stampa”. Tareke ha poi ricordato la battaglia del Comitato per prelevare il Dna e dare un nome alle vittime: “Il 90% non viene identificato, lasciando nell’angoscia e nell’incertezza familiari e amici rimasti in patria”. Ma a raccontare con parole e immagini sconvolgenti la realtà quotidiana di Lampedusa è stato soprattutto il dottor Bartolo: “Il naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto a mezzo miglio dalla spiaggia di Lampedusa, ha provocato 386 vittime e un’ondata d’indignazione e dolore. Eppure già il successivo, avvenuto una settimana dopo al largo di Malta e ancora più cruento, è passato quasi sotto silenzio. Nel mio lavoro di medico ho visitato oltre 350.000 persone sbarcate o salvate. Ho dovuto constatare ferite di proiettili sparati dai trafficanti per costringere le persone a imbarcarsi anche col mare grosso dopo averle torturate per ottenere sempre più denaro; donne divorate vive da quella che chiamo ‘malattia del gommone’, ustioni profondissime provocate dalla benzina mista all’acqua che si forma sul fondo del canotto, ragazze sottoposte a tortura ormonale, per farle abortire o non farle rimanere incinte in seguito agli stupri. Il motivo è uno solo: una volta arrivate in Italia, devono diventare schiave del sesso. Salendo su un barcone (per assicurarmi che non ci fossero malati contagiosi, come prevede la legge) sono sceso nella stiva e senza volerlo nel buio ho camminato su decine di corpi: erano tutti ragazzi morti soffocati dopo essere stati prima bastonati e poi sigillati dentro dagli scafisti: la loro colpa? Voler uscire a turno per respirare. Il 13 ottobre i morti furono 368, ma le bare erano 367: una donna fu trovata morta con il bambino appena partorito ancora legato a lei dal cordone ombelicale e fu sepolta con lui” ha proseguito Pietro Bartolo, con la voce tremante. “In un’altra occasione sono riuscito a salvare una madre e la sua bambina partorita sulla barca in condizioni disumane. Con un’iniezione di adrenalina nel cuore ho strappato alla morte una ragazza in coma e in ipotermia che avevano giù infilato in un sacco per cadaveri. Ho portato a braccia 50 ragazze che pesavano 25 o 30 chili dopo essere state torturate e stuprate in una delle prigioni gestite da Al Masri, che in Italia è stato arrestato e poi subito riaccompagnato in Libia con un volo di Stato. A tormentarmi ogni notte è l’immagine del primo dei tantissimi bimbi morti che ho dovuto ‘ispezionare’: torna nei miei incubi a rimproverarmi di non averlo salvato. Per questo ho lavorato per 5 anni al Parlamento Europeo, per questo ho scritto due libri e interpretato il film Fuocoammare, candidato all’Oscar e premiato al Festival di Berlino. Per questo ora vado nelle scuole a raccontare le atrocità commesse sui migranti dai libici che l’Italia paga profumatamente con i nostri soldi.” Tanti occhi rossi e un silenzio sgomento seguito da applausi scroscianti hanno accolto le parole del “medico di Lampedusa”.   Claudia Cangemi
February 19, 2026
Pressenza
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone di Luca Faggella   Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
La nave Oyvon soccorre 27 persone in stato di shock
Questa notte il team a bordo della nave Oyvon di Medici senza Frontiere ha effettuato un altro soccorso. 27 persone sono state messe in salvo, mentre viaggiavano in condizioni di estrema insicurezza in un gommone non adatto alla navigazione. Erano tutte in stato di shock, hanno ripetuto più volte ai nostri operatori che sarebbero morte, se loro non fossero arrivati in tempo. Tra le persone soccorse, c’erano 12 minori, di cui 9 non accompagnati, e 3 donne. Questa stamattina sono sbarcati tutti a Lampedusa. Medecins sans Frontieres
November 17, 2025
Pressenza
Primo salvataggio della nave Oyvon di Medici senza Frontiere
Questa mattina il team a bordo di Oyvon ha effettuato il suo primo salvataggio. Qurantun persone sono state soccorse, con il supporto della nave di ricerca e soccorso Louise Michel. Tutti i sopravvissuti sono sbarcati a Lampedusa. Tra loro ci sono tre donne e quattordici minori, di cui nove non accompagnati. Medecins sans Frontieres
November 15, 2025
Pressenza
«Ripristinare la libertà di movimento è l’unica risposta politica alle migrazioni»
Dalla cronaca ai palcoscenici, Del Grande sfida pregiudizi e silenzi politici, proponendo una riflessione sulla libertà di movimento, il razzismo strutturale e le trasformazioni della società europea. In questa intervista, ci guida attraverso storie di viaggiatori respinti, sogni di un’Europa più aperta e l’arte come strumento di cambiamento e riflessione. Il secolo è mobile – La storia delle migrazioni in Europa vista dal futuro, monologo multimediale di Gabriele Del Grande. Un viaggio tra immagini, parole e archivi storici che racconta un secolo di migrazioni e propone una visione futura. Prodotto da Zalab in collaborazione con Cinema Zero IN QUESTO PERIODO SEI IN TOURNÉE IN NUMEROSI TEATRI ITALIANI CON IL MONOLOGO MULTIMEDIALE “IL SECOLO È MOBILE – LA STORIA DELLE MIGRAZIONI IN EUROPA VISTA DAL FUTURO”. COME STA ANDANDO QUESTA ESPERIENZA? COME STA RISPONDENDO IL PUBBLICO? Ottanta date in poco più di un anno. Teatri, cinema, piazze, scuole. Quasi ovunque sold-out. Finalmente un passaggio televisivo. Non male per uno spettacolo che parla del ripristino della libera circolazione fra le due sponde del Mediterraneo. Sono molto contento. Il pubblico porta a casa una storia, tante emozioni e una proposta visionaria. Che poi è il punto forte dello spettacolo: restituire una visione del futuro. Unica pecca? Il silenzio assordante della politica. IN CHE MODO IL RAZZISMO, INTESO COME FENOMENO STRUTTURALE RADICATO NELLE SOCIETÀ EUROPEE, CONTINUA A MANIFESTARSI OGGI E QUALI TRASFORMAZIONI HANNO CARATTERIZZATO LE SUE FORME DI ESPRESSIONE NEGLI ULTIMI DECENNI? Cinque secoli di colonialismo non evaporano dall’oggi al domani. I fantasmi del razzismo scientifico, mai elaborati, hanno determinato le politiche migratorie europee degli ultimi decenni. Sin dal 1990 la strategia del trattato di Schengen – aprire ad Est per chiudere a Sud – punta dichiaratamente a scoraggiare l’immigrazione afroasiatica per sostituirla con quella bianca e cristiana dell’Europa orientale, ritenuta più facilmente assimilabile. L’apartheid in frontiera è l’ultima forma di segregazione razziale ancora in vigore nel mondo occidentale. O davvero pensiamo ancora che sui barconi diretti a Lampedusa viaggi l’avanguardia dei disperati in fuga dal Terzo Mondo? Smettiamo di chiamarli profughi, migranti o rifugiati. Chiamiamoli viaggiatori senza visto. Perché su quei barconi viaggiano le persone respinte dalle nostre ambasciate. E perché nel ventunesimo secolo la mobilità non è più un’esclusiva della disperazione. NEGLI ULTIMI ANNI SI PARLA SPESSO DI CAMBIAMENTI CLIMATICI. SECONDO TE LE PROBLEMATICHE AMBIENTALI E I CAMBIAMENTI CLIMATICI STANNO INFLUENZANDO I MOVIMENTI MIGRATORI E, SE SÌ, IN CHE MODO? Dietro l’allarme migranti climatici si cela spesso la stessa grande paura dell’invasione. Lo ripeto: in frontiera non arrivano i disperati in fuga ma i viaggiatori respinti dalle ambasciate. Il punto è politico. Il tema non sono i drammi da cui si scappa ma l’impossibilità di viaggiare in aereo per tre quarti dell’umanità: ovvero le classi popolari di Africa, Asia e Caraibi. Possibile che ai ventenni di qua dal mare tocchi in destino l’Erasmus e ai ventenni di là una tomba sul fondo del mare? Dopodiché certo che cambiamenti climatici e crisi ambientali provocano graduali spostamenti di popolazioni, ma il grosso sono movimenti interni ai paesi, dalle campagne alle città. L’Europa non è nella testa di tutti. Basta con questa idea che là fuori c’è il Terzo mondo in fiamme, l’apocalisse dietro l’angolo e le masse di barbari pronte a partire. Tra vent’anni India e Cina saranno i paesi più ricchi del mondo. L’Indonesia siederà al G7. L’Unione africana sarà in pieno boom economico. Per non parlare della Turchia o dei paesi arabi trainati dagli investimenti delle petromonarchie del Golfo. Le cose sono più complesse delle paure della vecchia Europa. IN CHE MISURA PERSISTONO OGGI FORME DI SESSUALIZZAZIONE E RAZZISMO SESSUALE NEI CONFRONTI DELLE PERSONE NON BIANCHE E ATTRAVERSO QUALI MODALITÀ SI ESPRIMONO? È un tema di cui non mi sono mai occupato. Risparmio ai lettori commenti banali e me ne esco con una provocazione: paradossalmente talvolta anche l’esotizzazione dei corpi non bianchi può scatenare un incontro. Quante storie nascono così. Poi ci si ri-conosce e si ride dei propri pregiudizi. In fondo i rapporti aiutano più di tanti articoli o conferenze. Ahimè quanti attivisti ed esperti conosco che non hanno mai avuto un amico o un amante al di fuori dalla comfort zone della propria bianchezza. Mescolatevi ragazzi, Comincia tutto da lì. LA TUA PROPOSTA PER AFFRONTARE LE MIGRAZIONI VERSO L’EUROPA CONSISTE, IN BREVE, NEL RIPRISTINARE LA PIENA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE, ATTRAVERSO IL RILASCIO DI VISTI E PERMESSI CHE CONSENTANO DI SPOSTARSI LIBERAMENTE TRA I PAESI DI TUTTO IL MONDO. COME CREDI CHE QUESTO POSSA AVVENIRE? Ripristino della libertà di movimento (come era fino agli anni Novanta), immigrazione circolare, politiche di inserimento dei nuovi arrivati con i miliardi risparmiati smilitarizzando le frontiere. I concetti sono semplici. Prima però bisogna accettare il cambiamento. Anche perché è già accaduto. Basta affacciarsi in una scuola qualsiasi. L’Italia del futuro è quella delle classi miste delle nostre elementari. La politica non è pronta ad ammetterlo? Poco importa. > I cambiamenti non arrivano dall’alto. Sono il risultato di lotte che pian > piano si fanno egemoni. Tre milioni e mezzo di persone salite su quei barconi negli ultimi trent’anni formano un movimento di massa di disobbedienza civile. Una sorta di minoranza combattiva. Alla quale appartengono anche quanti fra noi non ne possono più di contare i morti innocenti dopo ogni naufragio. Insieme dobbiamo provare a contrapporre la visione della libera circolazione alla narrazione egemone dell’apartheid in frontiera che non soltanto non è più al passo coi tempi ma ha fatto 50mila morti nel Mediterraneo! Oggi sembrano discorsi visionari ma fra trent’anni avremo tutti un pezzetto di famiglia in Nigeria, India o Marocco e saremo finalmente pronti ad aprire. Accadrà inevitabilmente ma dobbiamo darci da fare per anticipare i tempi. Perché ogni anno perduto costa migliaia di vite in mare e indicibili sofferenze per i viaggiatori arrestati sull’altra sponda come nelle nostre città. PER QUANTO RIGUARDA INVECE LA REALIZZAZIONE DELLO SPETTACOLO TRATTO DAL TUO LIBRO, CHE COSA TI HA PORTATO A SCEGLIERE IL TEATRO COME MEZZO ATTRAVERSO IL QUALE PARLARE DI MIGRAZIONI? PENSI CHE SIA UN AMBIENTE ADATTO ED EFFICACE PER NARRARE QUESTO FENOMENO ALLA SOCIETÀ? C’è sempre meno gente che legge libri e allora un libro devi imparare a raccontarlo, a usare nuovi linguaggi, in questo caso le immagini, gli archivi, lo storytelling. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare al pubblico uno strumento in più per capire il presente e immaginare il futuro. SECONDO TE, IN CHE MODO PUÒ L’ARTE AIUTARE A RAPPRESENTARE LE MIGRAZIONI E PIÙ IN GENERALE LE DISUGUAGLIANZE? CREDI CHE POSSA DAVVERO FAR APRIRE GLI OCCHI ALLE PERSONE, PROPONENDO UN PUNTO DI VISTA DIVERSO? L’arte non soltanto ha il potere di raccontare il reale ma anche quello di immaginare mondi che ancora non esistono e di farceli desiderare. Il problema è che spesso gli artisti, così come i giornalisti, si limitano a riprodurre cliché. Specie su questi temi che richiedono un lungo lavoro di decolonizzazione del proprio immaginario. Fortunatamente però ormai si sta affacciando sulla scena una nuova generazione di artisti e giornalisti figli delle migrazioni, con una sensibilità tutta nuova e molte lingue in testa. Il rimescolamento delle carte è in atto. Serviranno una o due generazioni. Ma alla fine accadrà inevitabilmente anche qua ciò che sta accadendo in Francia, Gran Bretagna o Germania. Benvenuti nella nuova Europa.
3 ottobre: XII Giornata della Memoria e dell’Accoglienza
Il 3 ottobre di 12 anni fa si consumava il naufragio di Lampedusa. Furono 368 le vittime, tante tra loro ancora quelle senza nome. Dal 2016 questo giorno è riconosciuto come Giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza. Oggi celebriamo il 3 ottobre facendo memoria e ricordando come coloro che fuggono da guerre e persecuzioni non dovrebbero trovarsi nelle condizioni di essere soccorsi ma accolti. Per questo il Centro Astalli continua a chiedere che siano priorità per le istituzioni nazionali ed europee: attivare vie legali per garantire accesso alla protezione e sconfiggere così il traffico di migranti; accogliere dignitosamente, attraverso progettualità diffuse volte a una reale inclusione, le persone richiedenti asilo e rifugiate sul territorio italiano, secondo le leggi nazionali e internazionali, garantendo a tutti maggiori diritti e non alimentando odio e conflittualità. Celebriamo il 3 ottobre eliminando i discorsi di odio, razzismo e xenofobia. Dopo quella tragica notte sono continuate a morire migliaia di persone davanti alle coste del Mar Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa per chiedere asilo. Uomini, donne e bambini, “morti di frontiera” che toccano la nostra attenzione per tempi sempre più brevi. Tragedie che rimangono tali in un generalizzato atteggiamento di complice indifferenza piuttosto che agire affinché non si ripetano mai più. Mentre, sempre più spesso, chi si mette in viaggio in cerca di una vita degna diventa vittima di una vera e propria colpevolizzazione, se non addirittura di criminalizzazione. Oggi celebriamo il 3 ottobre ricordando che fare memoria è un atto dovuto, ma se non diviene atto di responsabilità è vano. Molte delle politiche adottate da quel tragico giorno ad oggi vanno invece in una direzione che preoccupa, perché non di rado in aperta violazione dei diritti umani e delle principali convenzioni in materia di asilo. Occorre un’assunzione sostanziale di responsabilità da parte di tutti gli Stati dell’Unione Europea, che metta fine ad avvilenti contrattazioni in cui i diritti e la dignità di ciascuna persona migrante – compresi anche famiglie con bambini e minori stranieri non accompagnati – non sembrano avere alcun valore. Celebriamo il 3 ottobre ricordando che fare memoria dei morti vuole dire anche rispettare la dignità e i diritti dei vivi. È necessario agire in fretta per ricostruire un mondo pacificato e solidale, dove le minacce, le violenze, la guerra e la distruzione lascino il passo alla concordia, al rispetto dei diritti umani universali e al dialogo. È impegno comune e quotidiano fare in modo che questo domani sia prossimo. Sottolinea p. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli: “Oggi celebriamo il 3 ottobre mentre continuano a infuriare guerre che costringono migliaia di persone a fuggire e non blocchiamo, ipocritamente, il traffico di armi. Oggi celebriamo il 3 ottobre mentre migliaia di persone non riescono a lasciare la propria terra, teatro di morte, e non le si aiuta neppure “a casa loro”, impedendo che aiuti umanitari arrivino a destinazione. Oggi, 3 ottobre, dobbiamo fare memoria perché non si ceda alla logica dell’indifferenza globale”.   Centro Astalli per l’assistenza agli immigrati ODV   Redazione Italia
October 3, 2025
Pressenza
3 ottobre: dodici anni fa, la tragedia di Lampedusa
Dodici anni fa, la tragedia di Lampedusa: 368 giovani vite spezzate a poche centinaia di metri dalla spiaggia, quando la libertà e un futuro migliore sembravano ormai a un passo. Il dodicesimo anniversario di questa tragedia arriva proprio nel clima e nelle prassi che erigono l’ennesima barriera di morte in faccia a migliaia di altri rifugiati e migranti come i ragazzi spazzati via in quell’alba grigia del 3 ottobre 2013. Non sappiamo se esponenti di questo governo e di questa maggioranza o, più in generale, altri protagonisti della politica degli ultimi anni intendano promuovere o anche solo partecipare a cerimonie ed eventi in memoria di quanto è accaduto. Ma se è vero, come è vero, che il modo migliore di onorare i morti è salvare i vivi e rispettarne la libertà e la dignità, allora non avrà senso condividere i momenti di raccoglimento e di riflessione che la data del 3 ottobre richiama con chi da anni costruisce muri e distrugge ponti, ignorando il grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo. Se anche loro vogliono “ricordare Lampedusa”, che lo facciano da soli. Che restino soli. Perché in questi 10 anni hanno rovesciato, distrutto o snaturato quel grande afflato di solidarietà e umana pietà suscitato dalla strage nelle coscienze di milioni di persone in tutto il mondo. Che cosa resta, infatti, dello “spirito” e degli impegni di allora? Nulla. Si è regrediti a un cinismo e a una indifferenza anche peggiori del clima antecedente quel terribile 3 ottobre. E, addirittura, nonostante le indagini fatte da parte della magistratura, non si è ancora riusciti a capire come sia stato possibile che 368 persone abbiano trovato la morte ad appena 800 metri da Lampedusa e a meno di due chilometri da un porto zeppo di unità militari veloci e attrezzate, in grado di arrivare sul posto in pochi minuti. La vastità della tragedia ha richiamato l’attenzione, con la forza enorme di 368 vite perdute, su due punti in particolare: la catastrofe umanitaria di milioni di rifugiati in cerca di salvezza attraverso il Mediterraneo; il dramma dell’Eritrea, perché tutti quei morti erano eritrei. Al primo “punto” si rispose con Mare Nostrum, il mandato alla Marina italiana di pattugliare il Mediterraneo sino ai margini delle acque territoriali libiche, per prestare aiuto alle barche di migranti in difficoltà e prevenire, evitare altre stragi come quella di Lampedusa. Quell’operazione è stata un vanto per la nostra Marina, con migliaia di vite salvate. A cinque anni di distanza non solo non ne resta nulla, ma sembra quasi che buona parte della politica la consideri uno spreco o addirittura un aiuto dato ai trafficanti. Sta di fatto che esattamente dopo dodici mesi, nel novembre 2014, Mare Nostrum è stato “cancellato”, moltiplicando – proprio come aveva previsto la Marina – i naufragi e le vittime, inclusa l’immane tragedia del 18 aprile 2015, con circa 800 vittime, il più alto bilancio di morte mai registrato nel Mediterraneo in un naufragio. E, al posto di quella operazione salvezza, sono state introdotte via via norme e restrizioni che neanche l’escalation delle vittime è valsa ad arrestare, fino ad arrivare ad esternalizzare sempre più a sud, in Africa e nel Medio Oriente, le frontiere della Fortezza Europa, attraverso tutta una serie di trattati internazionali, per bloccare i rifugiati in pieno Sahara, “lontano dai riflettori”, prima ancora che possano arrivare ad imbarcarsi sulla sponda sud del Mediterraneo. Questo hanno fatto e stanno facendo trattati come il Processo di Khartoum (fotocopia del precedente Processo di Rabat), gli accordi di Malta, il trattato con la Turchia, il patto di respingimento con il Sudan, il ricatto all’Afghanistan (costretto a “riprendersi” 80mila profughi), il memorandum firmato con la Libia nel febbraio 2017 e gli ultimi provvedimenti di questo Governo. Per non dire della criminalizzazione delle Ong, alle quali si deve circa il 40 per cento delle migliaia di vite salvate, ma che sono state costrette a sospendere la loro attività. Oggi assistiamo a navi soccorritrici costrette a navigare lunghe miglia in cerca di porti assegnati lontani dai luoghi di intervento. Il porto più vicino e sicuro previsto dal diritto internazionale marittimo è ormai lettera morta. Le stragi si susseguono negli ultimi 12 anni come nulla fosse, il cinismo ha soppiantato l’Umanitario. Con i rifugiati eritrei, il secondo “punto”, si è passati dalla solidarietà alla derisione o addirittura al disprezzo, tanto da definirli – nelle parole di autorevoli esponenti dell’attuale maggioranza di governo – “profughi vacanzieri” o “migranti per fare la bella vita”, pur di negare la realtà della dittatura di Asmara. È un processo iniziato subito, già all’indomani della tragedia, quando alla cerimonia funebre per le vittime ad Agrigento il Governo ha invitato l’ambasciatore eritreo a Roma, l’uomo che in Italia rappresenta ed è la voce proprio di quel regime che ha costretto quei 368 giovani a scappare dal paese. Sarebbe potuta sembrare una “gaffe”. Invece si è rivelata l’inizio di un percorso di progressivo riavvicinamento e rivalutazione di Isaias Afewerki, il dittatore che ha schiavizzato il suo popolo, facendolo uscire dall’isolamento internazionale, associandolo al Processo di Khartoum e ad altri accordi, inviandogli centinaia di milioni di euro di finanziamenti, eleggendolo, di fatto, gendarme anti-immigrazione per conto dell’Italia e dell’Europa. Fino al recente documentario La grande bugia – Eritrea andata e ritorno, mandato in onda dalla RAI. Sia per quanto riguarda i migranti in generale che per l’Eritrea, allora, a 12 anni di distanza dalla tragedia di quel 3 ottobre 2013, resta l’amaro sapore di un tradimento. * Traditi la memoria e il rispetto per le 368 giovani vittime e tutti i loro familiari e amici. Il caso del generale libico Al-Masri è lampante: un atto che ha calpestato la memoria e la dignità di tutti migranti e profughi. * Traditi le migliaia di giovani che con la loro stessa fuga denunciano la feroce, terribile realtà del regime di Asmara, che resta una dittatura anche dopo la firma della pace con l’Etiopia per la lunghissima guerra di confine iniziata nel 1998. Il recente documentario mandato in onda da RAI3 La grande bugia – Eritrea andata e ritorno è un tentativo di denigrare e sminuire il dramma dei profughi eritrei, riabilitare il regime al potere ed è utile anche alle politiche anti-accoglienza e di chiusura in atto in Italia e in Europa. Ci addolora che RAI3 si sia prestata a questo pessimo atto che veicola un messaggio profondamente distorto e fuorviante sulla realtà eritrea e sulla fuga dei giovani dal paese. * Tradito il grido di dolore che sale dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Italia e l’Europa, da parte di un intero popolo di migranti e profughi costretti ad abbandonare la propria terra: una fuga per la vita che nasce spesso da situazioni create dalla politica e dagli interessi economici e geostrategici proprio di quegli Stati del Nord del mondo che ora alzano barriere. Tradito, questo grido di dolore, nel momento stesso in cui si finge di non vedere una realtà evidente: “…lasci la casa solo / quando la casa non ti lascia più stare / Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci / fuoco sotto i piedi / sangue caldo in pancia / qualcosa che non avresti mai pensato di fare / finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…” (da Home, monologo di Giuseppe Cederna). Ecco: ovunque si voglia ricordare in questi giorni la tragedia di Lampedusa, sull’isola stessa o da qualsiasi altra parte, non avrà alcun senso farlo se non si vorrà trasformare questa triste ricorrenza in un punto di partenza per cambiare radicalmente la politica condotta in questi 12 anni nei confronti di migranti e rifugiati. Gli “ultimi della terra”. Ricordatevi sempre che il diritto dei più deboli non è un diritto debole!
Lampedusa, 13 agosto 2025: la strage che non deve diventare oblio
Il 13 agosto, al largo di Lampedusa, circa cento persone provenienti da Somalia, Eritrea, Etiopia, Egitto e Pakistan hanno affrontato il mare su due imbarcazioni partite dalla Libia. Per quaranta di loro – tra dispersi e morti – la traversata si è conclusa nel silenzio delle onde. Sessanta sono sopravvissutə, ventitré corpi sono stati recuperati, mentre più di quindici restano senza nome né destino. Notizie/In mare LAMPEDUSA, 13 AGOSTO: UN’ALTRA STRAGE DI FRONTIERA Mem.Med: «Saremo al fianco di familiari e sopravvissuti che rivendicano verità, giustizia e memoria» Redazione 28 Agosto 2025 Il nuovo report di MEM.MED (Memoria Mediterranea), “Strage di Lampedusa del 13.08.2025. Memoria dal margine contro l’oblio di frontiera” 1, ricostruisce non solo le circostanze del naufragio ma anche le omissioni istituzionali e le ferite inflitte ai familiari dalle procedure di gestione dei corpi. È un lavoro che chiede verità, giustizia e memoria per quelle vite spezzate. Secondo le testimonianze raccolte, le due barche partite dalla Libia hanno navigato insieme fino a quando una ha iniziato a imbarcare acqua. Le persone si sono spostate sull’altra, più grande, che si è poi ribaltata a 14 miglia da Lampedusa. Alcuni sopravvissutə parlano di un’onda improvvisa, altri di instabilità dovuta al sovraccarico. Ma il vero enigma resta la mancata individuazione delle imbarcazioni. In un’area pattugliata da Frontex e Guardia Costiera, – sottolinea l’associazione Maldusa 2 – come è possibile che due scafi restino invisibili? Perché i soccorsi non sono arrivati in tempo? Inoltre, le ordinarie procedure di sbarco sono state stravolte. Le associazioni della società civile, solitamente avvisate in anticipo per poter accogliere le persone al loro arrivo, non hanno ricevuto alcuna comunicazione. Questa esclusione ha impedito loro di essere presenti al molo, privando i sopravvissuti di un primo sostegno umano e immediato. A Lampedusa la morte viene confinata. I ventitré corpi recuperati sono stati disposti a terra, all’aperto, in un deposito cimiteriale inadeguato, sotto il sole d’agosto. Sigillati in bare contrassegnate da lettere, hanno atteso giorni prima di essere trasferiti in Sicilia. PH: Silvia Di Meo, Porto Empedocle I familiari sopravvissuti, reclusi nell’hotspot, non hanno potuto vegliare i propri cari. Il diritto al cordoglio e al rito religioso è stato violato. La gestione dei morti di frontiera si è tradotta, ancora una volta, in un atto di disumanizzazione. Mentre le autorità tacevano, le famiglie – in Italia, in Europa e nei paesi d’origine – hanno iniziato a cercare informazioni attraverso reti di solidarietà. MEM.MED ha raccolto decine di segnalazioni e, in dialogo con la Procura di Agrigento, ha reso possibile un percorso di identificazione delle salme, spesso a distanza, tramite videochiamata. Grazie a questa mediazione, ventuno corpi hanno ritrovato un nome. Un ragazzo somalo, Mo, giunto sull’isola in cerca del fratello disperso, ha svolto un ruolo decisivo aiutando le famiglie connazionali. Ma senza l’intervento delle associazioni, la comunicazione tra istituzioni e familiari non si sarebbe mai attivata. Per molte famiglie la sepoltura è stata un ulteriore trauma. La scarsità di cimiteri islamici e l’assenza di un quadro normativo hanno portato a una dispersione dei corpi in undici comuni siciliani 3, spesso senza garanzia di inumazione a terra, come richiesto dalle famiglie musulmane. Questa frammentazione ha reso difficile conoscere gli spostamenti delle salme e impedito di vivere il lutto in maniera collettiva e politica. Alle barriere burocratiche e logistiche si è aggiunta la riduzione dei riti a mere pratiche amministrative: le bare divise, le volontà dei familiari ignorate, la possibilità di pregare e commemorare insieme negata. Così si ostacola la restituzione di un nome, il diritto di vegliare e la trasformazione del dolore in memoria condivisa. Come scrive MEM.MED, non si tratta di semplici negligenze ma di «razzismo e colonialismo strutturali che attraversano la nostra società, le nostre istituzioni e che attribuiscono valore diverso alle vite delle persone razzializzate e in movimento, anche da morte». PH: Silvia Di Meo, Castelvetrano La strage del 13 agosto non è un episodio isolato. Pochi giorni dopo, il 22 agosto, a Lampedusa sono arrivati i corpi di tre bambine di 9, 11 e 17 anni, morte in mare insieme alla madre sopravvissuta, oggi rinchiusa nell’hotspot. «Ad oggi» – denuncia Mem.Med – «le bambine si trovano nel cimitero di Cala Pisana e non sappiamo dove verranno sepolte». Ogni corpo restituito, ogni famiglia che chiede giustizia, ricorda che i confini non sono linee neutre ma dispositivi di morte. Per questo la memoria non può essere lasciata al caso: deve diventare pratica politica, resistenza collettiva all’oblio. Il Mediterraneo continua a essere attraversato da rotte che non solo uccidono, ma cancellano: nomi, volti, legami. A contrastare questa cancellazione restano le famiglie, le associazioni e chi decide di guardare in faccia la violenza del confine, senza normalizzarla. > Per le tre bambine ancora non sepolte, per la loro madre che lotta. > Per le vite disperse in mare. E per i volti di quelle ventitré persone in > cerca di libertà che noi non dimenticheremo mai. (Ultima pagina del rapporto) PH: Silvia Di Meo 1. Scarica il rapporto ↩︎ 2. Ancora una strage. Fino a quando? Maldusa (30 agosto 2025) ↩︎ 3. Le salme infatti sono state distribuite nei cimiteri di: Canicattì, Villafranca Sicula, Ribera, Grotte, Palma di Montechiaro, San Biagio Platani, Calamonaci, Santo Stefano di Quisquina, Castrofilippo, San Margherita del Belice, Campobello di Licata e Joppolo Giancaxio ↩︎