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Il tecnocrate e il cittadino. Contro INVALSI
INVALSI presenta ogni anno i suoi numeri come scienza. Non lo sono. Dietro la patina di neutralità c’è un modello statistico che finge che classe, scuola e territorio non contino nulla. Comodo, perché così colpe e meriti ricadono tutte sui singoli studenti che non raggiungono “i traguardi” (quali??) e sugli insegnanti che insegnano male. E poi c’è un potere che risponde solo al Ministro, senza controlli parlamentari, non pubblica i dati grezzi (come fanno Istat e Banca d’Italia),  nasconde prove, metodi e rapporti. Non è un istituto scientifico. È potere che si finge sapere. -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione della filosofia contemporanea, riconducibile tra gli altri a Foucault, quello della valutazione è in verità un potere che finge di essere un sapere. Questo punto di vista è sostenuto anche dal secondo Heidegger, per il quale l’atto di “porre valori” equivale a instaurare un dominio. Quindi sarebbe importante, in ogni esercizio di valutazione, precisare quali sono gli outcome del processo da valutare, e soprattutto perché si scelgono quegli outcome e non altri. Ogni oggetto del pensiero ha una sua genealogia. Tecnicamente, sotto il profilo metodologico, i risultati elaborati e diffusi dall’INVALSI sembrano essere affetti da numerose distorsioni. Come nell’indagine dell’OCSE PISA, a cui l’INVALSI si ispira, viene utilizzato un modello a un livello secondo l’Item Response Theory. Tuttavia, successivamente alla stima delle abilità individuali tramite modelli IRT, l’elaborazione dei punteggi dovrebbe sempre tener conto della struttura gerarchica dei dati mediante modelli multilivello, ampiamente noti ed utilizzati in tutti gli ambiti di indagine in cui le unità di base possono essere aggregate secondo uno schema gerarchico. Per intenderci, lo schema nel nostro caso sarebbe: studente, classe, plesso, istituzione scolastica. Poi i punteggi dell’istituzione scolastica (ad esempio, il Liceo Classico di Praia a Mare) possono essere ulteriormente aggregati per ambito geografico o per tipologia di scuola. La letteratura dimostra che esistono l’effetto classe, l’effetto plesso, l’effetto scuola e i derivanti effetti di interazione (anche lo stesso INVALSI, nella sua collana di approfondimenti, lo ammette). L’effetto scuola a cui ci riferiamo è un oggetto concettuale diverso da quello che l’INVALSI chiama “effetto scuola”. Per noi l’effetto scuola non si esaurisce nell’incremento (auspicabile) delle competenze individuali, ma è qualcosa di più ampio e più sfumato (per fare un esempio letterario, quello descritto da Edoardo Albinati ne “La scuola cattolica”, Premio Strega 2016). In effetti è facile comprendere che l’apprendimento disciplinare, la maturazione delle personalità e, nei gradi più alti dell’istruzione scolastica, quella dei cittadini, sono processi collettivi, non esclusivamente individuali (alla faccia dell’individualismo metodologico, dell’utilitarismo e di tutte le altre scuole di pensiero che Marx liquidò a suo tempo come “materialismo volgare”). E non possono essere colti dall’aggregazione per somma algebrica dei punteggi individuali. D’altra parte, l’INVALSI non è un istituto scientifico vero e proprio, ma un ente pubblico con funzioni scientifiche sottoposto al controllo del potere esecutivo. Il Presidente e il Consiglio di Amministrazione sono nominati direttamente dal Ministro, e non devono essere “approvati” dal Parlamento come nel caso dell’Istat. Ciò può essere alla base di alcune distorsioni nell’elaborazione dei dati, oltre che di scelte curiose nella costruzione del sistema di valutazione. Ad esempio, l’INVALSI misura i risultati in italiano, matematica e inglese, e non quelli in materie come storia ed educazione civica. La scelta di concentrare la valutazione standardizzata su alcune competenze e non su altre riflette inevitabilmente una precisa concezione della scuola. Ora, ciò non stupisce, essendo l’INVALSI stato istituito da Luigi Berlinguer e poi potenziato e reso operativo dalla triade Berlusconi-Gelmini-Tremonti in concomitanza con la riforma delle scuole del 2009. Quanto maggiore è l’autonomia scientifica dell’ente produttore, tanto maggiore è la credibilità che le sue scelte metodologiche siano motivate esclusivamente da criteri metodologici, soprattutto quando gli indicatori prodotti orientano direttamente le politiche pubbliche. Più in generale, il tecnocrate “attacca il somaro dove vuole il padrone”, oppure è egli stesso il padrone (come fu per Corrado Gini all’Istat, Pasquale Saraceno e Alberto Beneduce all’IRI, Enrico Mattei all’ENI, etc.). Sarebbe poi interessante che l’INVALSI mettesse a disposizione del pubblico i dati di base, opportunamente anonimizzati. Già lo fa, ci si dirà, ma occorre fare domanda ed ottenere l’autorizzazione dell’ente stesso. Poiché le prove INVALSI incidono in misura crescente sul dibattito pubblico e sulle politiche scolastiche, sarebbe auspicabile una politica di open science più avanzata. La disponibilità di microdati completamente anonimizzati, liberamente scaricabili, consentirebbe analisi indipendenti, repliche degli studi dell’istituto e un più ampio scrutinio pubblico delle metodologie adottate. Addirittura la Banca d’Italia mette a disposizione i dati riferiti alle singole unità statistiche rilevate nell’Indagine sul risparmio, il patrimonio e il reddito delle famiglie italiane, resi opportunamente anonimi, sul proprio portale, dal quale chiunque li può scaricare liberamente, senza registrarsi e fornire motivazioni. Questa politica ha favorito un enorme numero di lavori scientifici, anche internazionali (ad esempio, questi microdati sono usati in moltissimiarticoli scientifici sulla distribuzione del reddito italiano). Anche l’Istat è oggi più aperto dell’INVALSI, dato che prevede forme di diffusione diretta di microdati anonimizzati. Questa della pubblicità dei microdati è, ad ogni modo, una questione politica da approfondire. Inoltre, il rapporto INVALSI indica che la rilevazione è totale, ma alcune elaborazioni sono effettuate su un campione probabilistico a due stadi, con stratificazione delle unità di primo stadio. Questo è positivo ma, trattandosi di campioni, si dovrebbero anche mostrare gli intervalli di confidenza, che sono un indicatore dell’incertezza della stima. Da quanto sommariamente scritto nell’ultimo rapporto, e precisato nei parafernalia di corredo all’indagine, si tratterebbe di cross- section ripetute. È ben noto che la varianza della stima di una differenza richiede una numerosità campionaria assai più elevata che nel caso della stima di una media, quindi le variazioni anno su anno richiedono una numerosità campionaria più ampia di quella che riguarda la stima di una media. Ogni studente universitario che abbia seguito un corso di statistica avanzato sa che inquesti casi sarebbe preferibile usare campioni longitudinali, meglio se ruotati. Inoltre, poiché il campione è complesso, la media campionaria semplice non coincide con la media della popolazione e occorre utilizzare stimatori pesati che incorporino il disegno campionario per ottenere stime rappresentative della popolazione. Ma l’aspetto più importante riguarda il calcolo dei punteggi individuali degli studenti. I Rapporti annuali sono sostanzialmente scevri di dettagli metodologici. Sembrerebbe che questi siano esposti principalmente in un Rapporto tecnico del 2018, oltre che dispersi tra i 71 working paper pubblicati sul sito dell’istituto, non risultando quindi facilmente scovabili. Il cittadino standard (ma anche quello colto, pure laureato in discipline scientifiche) deve investire un bel po’ di tempo per capire bene. Quindi, in linea di principio, si fida, oppure rigetta in toto i risultati. Occorre anche intendersi su cosa si indichi con il termine metodologia. Sarebbe importante riuscire ad avere immediata contezza dell’affidabilità delle stime ottenute, oltre che del metodo statistico concretamente utilizzato. Tra i modelli IRT vi è un’ampia gamma di scelte possibili. La nostra impressione è che l’INVALSI non utilizzi più di tanto il principio di giustificazione sotto il profilo statistico metodologico; assai ampia è invece la spiegazione/giustificazione degli aspetti legati alla costruzione dei singoli item (e questo è assai commendevole, va da sé). In sintesi, l’INVALSI rappresenta un esempio significativo di come una tecnica di misurazione possa essere utilizzata come strumento di governo e di esercizio del potere, analogamente a quanto avviene per molte scienze sociali nella loro versione mainstream. Le valutazioni, come anche le statistiche economiche e sociali, costituiscono inevitabilmente una rappresentazione selettiva dei fenomeni osservati, in quanto ogni indicatore richiede scelte precise sugli aspetti da misurare e si fonda su specifici riferimenti teorici. Per questo motivo, è importante che tali presupposti siano dichiarati in modo esplicito, così da rendere trasparenti i criteri che orientano la costruzione e l’interpretazione degli indicatori. Un esempio è la stima del PIL, il cui ancoraggio teorico principale è dato dalla teoria keynesiana, come illustrato nell’opera pionieristica di Benedetto Barberi. Nelle Nozze di Figaro il protagonista dice “l’arte schermendo/l’arte adoprando/di qua schermendo/di là scherzando/tutte le macchine rovescerò”. Mozart si riferisce alla forza del pensiero illuminista-borghese che travolge l’ancien régime. Duecentocinquanta anni dopo dovremmo avere la forza per rovesciare le macchine del dominio neocapitalista.
September 2, 2026
ROARS
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Gli Usa cambiano strategia, ma per prendere tempo
La «tregua» di due mesi derivante dal Memorandum of Undestanding firmato in Svizzera è finita, e dunque torna il momento delle provocazioni che preludono a una ripresa dei bombardamenti Usa e israeliani. Due notizie pressoché contemporanee confermano l’impressione. Gli Emirati Arabi – lo Stato del Golfo più allineato con gli […] L'articolo Gli Usa cambiano strategia, ma per prendere tempo su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano
Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti […] L'articolo Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog” su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire
Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano […] L'articolo Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire su Contropiano.
August 15, 2026
Contropiano
Decreto “anti-maranza”: un testo culturale “oltre il moderno” – di Pietro Saitta
Probabilmente non vi è alcuna ragione per scrivere l’ennesimo articolo scandalizzato e critico sull’atrocità del decreto “anti-maranza”. Farlo sembrerebbe postulare l’esistenza di interlocutori e di razionalità classiche. Implicherebbe, cioè, l’illusione di muoversi entro spazi sociali in cui a contare sono la capacità di pressione dell’opinione pubblica, l’interesse per le argomentazioni razionali sui temi della [...]
August 1, 2026
Effimera
Stato e anomia
IL POTERE È OGGI DOVUNQUE IN CRISI E LASCIA SPAZIO ALL’ANOMOS, UN POTERE SENZA PIÙ LEGGE, DOVE LO STATO DI ECCEZIONE DIVENTA PERMANENTE, MA CHE IN REALTÀ È L’ALTRA FACCIA DELLO STESSO POTERE. TRUMP E NETANYAHU, RICORDA GIORGIO AGAMBEN, NON VENGONO DA FUORI. È QUESTA CONDIZIONE CHE DOBBIAMO SMASCHERARE, PER FAVORIRE L’EMERSIONE DI UNA COMUNITÀ UMANA CHE SI SOTTRAGGA A ENTRAMBE LE FACCE DEL POTERE A proposito di comunità lontane da ogni potere: nella foto di Gian Andrea Franchi qualche giorno fa, la “Piazza del mondo” di Trieste che ogni giorno prende forma intorno all’associazione Linea d’ombra, i migranti della Rotta Balcanica appena arrivati in città, alcune cucine autogestite solidali (negli ultimi giorni Fornello resistente di Calvene-Vicenza, Fornello resistente di Rovigo…), molti scout e tante persone comuni -------------------------------------------------------------------------------- Se ci riferiamo alla dottrina contenuta nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, possiamo allora dire che il catechon, il potere che trattiene e ritarda la fine, che i padri identificavano con le istituzioni (l’Impero romano e la stessa chiesa), è oggi dovunque in crisi e assistiamo pertanto all’avvento dell’anomos, di un potere senza più legge, che produce rovina e proclama di essere Dio (per questo i padri lo identificavano con l’Anticristo). Ciò è evidente negli Stati Uniti, in cui le istituzioni non sembrano più funzionare e tutto il potere è nelle mani di un uomo che parla e agisce senza più alcuna legge (lo stesso si può dire per Israele) e si traveste da Dio. È bene riflettere su questa situazione epocale, che coinvolge tutto l’Occidente. Dal momento che le istituzioni (lo Stato e le sue articolazioni storiche) hanno perso ogni credibilità, è vano fondare su di esse il potere che trattiene l’evento escatologico. E questo è tanto più vero, in quanto l’anomos, il senza legge, non è un principio esterno, ma la figura che la stessa istituzione assume nel suo disfacimento. Trump e Netanyahu non vengono da fuori: è lo Stato stesso, il potere che dovrebbe trattenere e ritardare la fine, che diventa l’agente che l’affretta e precipita nelle sue forme più rovinose. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è la seconda parte di Il mistero del potere, pubblicato in gennaio. Sullo stesso tema Agamben aveva scritto nell’ottobre 2022 Stato e anomia. Considerazioni sull’anticristo, nella cui parte finale si legge: “Il potere statale fondato sulle leggi e le costituzioni cosiddette democratiche si è andato trasformando… in una condizione anomica, in cui la legge è sostituita da decreti e misure del potere esecutivo e lo stato di emergenza diventa la forma normale di governo. Resta… che la lettera afferma che una volta che il potere del «senza legge» è stato svelato, «il Signore lo sopprimerà col fiato della sua bocca e lo disattiverà con l’apparizione della sua presenza». Il che significa che quel che ci resta da pensare nella condizione apparentemente senza uscita che stiamo attraversando è la forma di una comunità umana che si sottragga tanto al «potere che trattiene» con la sua apparente stabilità istituzionale che all’anomia emergenziale in cui esso fatalmente si converte…”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stato e anomia proviene da Comune-info.
July 27, 2026
Comune-info
Piazza Statuto 1962-Bologna 2026: brucia ragazzo brucia
Mi auguro che Bologna possa essere la Piazza Statuto di questa generazione. 7/9 Luglio 1962. Ci siamo pure con il mese. D’altra parte la Dc dell’epoca non è che fosse un’organizzazione prettamente parrocchiale. Aveva dentro un bel po’ di fautori della disciplina dura e pura, e anche di fascisti. Faceva […] L'articolo Piazza Statuto 1962-Bologna 2026: brucia ragazzo brucia su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche […] L'articolo È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale? su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
La malattia mentale – di Marco Ciambellini
La malattia mentale costituisce il nucleo critico dei saperi psy, ed è al centro di dispute riguardanti i criteri di demarcazione della psicopatologia. La malattia mentale pone problemi sulla relazione tra cultura e biologia, tra cervello e fenomenologia, tra coscienza e sociale, tra esistenziale e linguaggi possibili. Finora, nonostante la grande quantità di letteratura [...]
July 11, 2026
Effimera