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Anna’s Archive: Robin Hood ruba, Meta incassa
di jolek78 256 milioni di canzoni Ore 03:00. Era una (un’altra…) di quelle notti, una di quelle in cui il cervello decide che dormire è un argomento sopravvalutato. Dopo la solita passeggiata notturno/mattutina per le strade di una remota cittadina scozzese – dove anche un volpino mi ha osservato con l’aria di “gli umani son tutti strani” – mi son
Caso Hannoun, la lunga mano di Israele sull’ordinanza del Tribunale di Genova
Il Caso Hannoun e le accuse a suo carico, e d altri attivisti, stanno mettendo in scena uno spettacolo dell’assurdo. Persone che fino all’altro giorno sono state punto di riferimento democratico in Italia delle associazioni palestinesi, legalmente riconosciute, di punto in bianco sono state definite dalla magistratura e dai media come “terroriste”, con tanto di teorema giudiziario sui presunti finanziamenti ad Hamas (senza prove). Il tutto espresso con una certezza disarmante, ma senza prove. Ma di questo non dobbiamo troppo preoccuparci: Nelson Mandela fu sempre considerato un pericoloso comunista dagli USA – che sostennero per decenni il regime dell’apartheid bianca in Sudafrica insieme ad altri Paesi occidentali – e fu arrestato nel 1960 grazie a una soffiata della CIA e soltanto il 1 luglio 2008 il presidente degli Stati Uniti George Bush firmò il provvedimento che lo cancellava dalla lista nera dei “terroristi”. Avete letto bene: fino al 2008 – 18 anni dopo la liberazione dal carcere, anni dopo la fine della sua presidenza sudafricana – fino all’età di 90 anni, gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto il Premio Nobel per la Pace Mandela nell’elenco dei “terroristi”. Questo episodio è emblematico di come le definizioni politiche di “terrorismo” possano essere soggettive e influenzate dagli interessi geopolitici del momento, trasformando un liberatore in un “terrorista” secondo la prospettiva di alcune nazioni. Ritornando a noi, è estremamente interessante notare che proprio l’Antimafia e l’Antiterrorismo, dal 2023, abbiano attivato un’indagine (l’Operazione “Dominio”) tale da fare così rumore. In meno di due anni, Antimafia e Antiterrorismo sarebbero riusciti a risalire a tutti i collegamenti tentacolari dei “finanziatori di Hamas”, quando le stesse hanno arrestato Matteo Messina Denaro, ultimo boss stragista di Cosa Nostra, dopo 30 anni di latitanza. Ma dove era Matteo Messina Denaro? Era latitante a casa sua, a Tre Fontane, frazione di Campobello di Mazara: si trovava semplicemente nella zona balneare vicino a Castelvetrano, sua città natale, ad 8 minuti di distanza da una caserma di carabinieri. Farebbe ridere se non facesse piangere, o urlare dalla disperazione in un Paese, come il nostro, le cui istituzioni sono attraversate dalla Trattativa Stato-Mafia. E proprio come sono attraversate dalla Trattativa Stato-Mafia in questi casi di cronaca, sono attraversate da altre collaborazioni quando si parla di repressione della militanza filopalestinese: Israele. L’operazione “Domino”, avviata dopo il 7 ottobre 2023 su segnalazione della Direzione Nazionale Antimafia, si fonda su intercettazioni, analisi finanziarie e su una vasta cooperazione giudiziaria internazionale, in particolare con Israele. Un Paese che però ha un interesse militare e politico chiaro, è oggetto di un procedimento per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia e sui cui capi politici pende l’accusa di crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale. Negli ultimi anni, Israele ha bollato come “terroristiche” numerose organizzazioni umanitarie, “colpevoli” soltanto di criticare e di opporsi attivamente al genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese. Basti pensare all’UNRWA, definita «un focolaio di terrorismo», e alla Global Sumud Flotilla, più volte etichettata come “Hamas Sumud Flotilla”. Anche in quest’ultimo caso, le accuse israeliane hanno fatto riferimento a presunti finanziamenti di Hamas, basati su documenti che gli organizzatori e diverse fonti indipendenti hanno definito infondati o manipolati. Ma cosa hanno trovato di illegale gli inquirenti? Nulla e ce lo dice anche l’ordinanza del GIP. E’ da 25 anni che l’ABSPP è  soggetta ad indagini consistite in intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche e sistemi di videosorveglianza (cimici installate nelle case e nelle automobili), analisi patrimoniali e finanziarie. Negli anni intercettazioni telematiche sugli apparati informatici hanno consentito, attraverso attività “sotto copertura”, l’estrazione di copia di dati accumulati dai vari computer utilizzati dall’associazione ABSPP (quasi 4 TB). Conclusione: nelle 306 pagine dell’ordinanza contro i 9 sospettati di aver costituito una cellula di Hamas in Italia, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. I Tg ci hanno mostrato immagine di macchine conta-soldi e mazzette di contanti che i sospettati trasportavano in valigette verso Egitto e Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte dell’ordinanza si dice chiaramente che sono tutti soldi regolarmente contabilizzati provenienti dalle elemosine delle moschee e dichiarati alla frontiera. Le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibili ricostruire dove finivano questi soldi: rispettivamente in adozioni a distanza di bambini orfani palestinesi, in impianti di desalinizzazione per ospedali di Gaza, in sostegno di famiglia di caduti in guerra. Questo lo scrivono gli stessi inquirenti che, in 25 anni di indagini – con una serie di indagini aperte e poi archiviate – cercano di mandare in galera chi fa della beneficenza. Tutte indagini archiviate negli anni proprio perchè i PM hanno sempre affermato che la beneficenza non può essere un reato. Ma qualcosa ora è cambiato. Mohammad Hannoun, 64 anni, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API) e residente a Genova da oltre quarant’anni, è stato arrestato insieme ad altre otto persone con l’accusa di “associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale”. Per la gip di Genova Silvia Carpanini, Hannoun sarebbe «membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas» e al vertice di una rete di associazioni attive in Europa che, sotto la copertura di raccolte fondi umanitarie, avrebbero finanziato la lotta armata palestinese. E le prove di tutto questo dove sono? La prova sta in quello che Israele ha riferito all’autorità giudiziaria italiana in un lungo dossier, ovvero che le associazioni destinatarie dei fondi sarebbero collegate a Hamas. A pagina 10 dell’ordinanza si afferma che i “suddetti documenti”, che sarebbero le prove per le indagini – a carico di Hannoun e della sua associazione – sono per la maggior parte stati acquisiti dichiaratamente dall’esercito israeliano (IDF) nel corso di operazioni militari “Defensive Shields” (3), realizzata all’inizio degli anni 2000 e “Sword of Iron” (Operazione Spade di Ferro), giustificata falsamente come risposta dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Oltretutto – sempre secondo l’ordinanza – Israele non ha fornito la documentazione originale, ma solo delle sintesi: motivo per cui l’ordinanza parla di misure cautelari e non di arresto vero e proprio, proprio perchè le documentazioni rappresentano meno della metà del concetto di “parziale”. Ma basta la parola viziata da Israele per rendere incontrovertibili le fondamenta su cui si basa un teorema giudiziario? In termini platonici, si parlerebbe di sofismi e falsi sillogismi, ovvero discorsi che non stanno in piedi e che hanno la finalità di spacciare per base razionale ciò che razionale non è. Inoltre bisogna sottolineare che i documenti forniti da Israele sono atti extraprocessuali, acquisiti da un’Autorità estera (Israele) nel corso di operazioni militari e poi trasmessi all’Autorità giudiziaria italiana. Sempre secondo l’ordinanza, l’acquisizione del materiale per queste indagine non risulterebbe lecita. Come evidenziato dal PM Carpanini non esistono norme nel nostro ordinamento che espressamente regolano l’acquisizione nel procedimento penale di tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi generali che regolano le prove, ed in particolare l’art. 234 c.p.p., per cui possono essere acquisiti nel procedimento italiano, “sempre che non sussistano ipotesi di inutilizzabilità per essere stati acquisiti in violazione di divieti di legge a tutela di principi fondamentali del nostro ordinamento” – si legge. Nonostante ciò, l’ordinanza cita la raccomandazione CM/Rec(2022) 8 del marzo 2022 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e il Memorandum 2020 del Eurojust (Agenzia UE per la cooperazione giudiziaria) i quali, facendo riferimento al “battlefield evidence” (4),  giustificherebbero l’uso dei materiali trasmessi dall’esercito israeliano. Si legge nell’ordinanza: “analizzando il contenuto del server di ABSPP, gli operanti hanno rinvenuto documenti da cui si ha conferma dell’autenticità di alcuni di quelli autonomamente trasmessi dall’Autorità israeliana, il che consente di attribuire generale attendibilità al complesso del materiale inviato”. In sostanza, dal contenuto dei server dell’associazioni di Hannoun si è potuto confermare che “alcuni” documenti dell’Autorità israeliana sono autentici, quindi tutti i documenti israeliani sono “generalmente” attendibili e quindi si possono usare per le indagini, violando anche la legge italiana. In queste pagine vi è tutto il fideismo della magistratura italiana nei documenti racimolati dall’autorità israeliana, senza minimamente porre dubbi a riguardo e senza minimamente tenere in conto l’uso strumentale che Israele fa del termine “terrorismo” (uso fatto in decine e decine di casi). Sul piano giuridico, emergono dunque diversi punti controversi: l’inchiesta si sta basando su documenti raccolti dall’intelligence che non sono prove. Per essere definito tale un “terrorista” serve dimostrare che svolga attività di carattere terroristico concrete, mentre qui abbiamo una serie di destinatari di somme di denaro con delle causali che sulla carta fanno ritenere si tratti di beneficenza. Ad oggi non ci sono prove che siano state utilizzate per un’attività terroristica, laddove il terrorismo ha delle caratteristiche ben precise, cioè quello di “aggredire la popolazione per creare terrore”. E in questo contesto che si inserisce il rinnovato interesse investigativo nei confronti di Mohammad Mahmoud Ahmad considerato – secondo l’ordinanza -, “a livello europeo, uno dei soggetti più rappresentativi per la raccolta dei fondi pro-Palestina e già sospettato in passato di destinare le somme raccolte al finanziamento del terrorismo”. Hannoun ha sempre respinto le accuse, sostenendo: «Ho sempre destinato i soldi raccolti in Italia a chi ne ha bisogno, a orfani e famiglie non a militari». Nelle oltre 300 pagine di ordinanza, non viene indicata la destinazione finale dei fondi: si parla di sostegno alle “istituzioni” di Gaza e al dipartimento dei «martiri, feriti e prigionieri». Intanto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «apprezzamento e soddisfazione» per gli arresti. Anzi, è la stessa ordinanza che a pagina 9, afferma chiaramente che Hannoun era già stato indagato in passato “nel P.P. 20179/01/21 RGNR concluso con una richiesta di archiviazione non essendo pervenuti dalle Autorità israeliane, entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria richiesti”. In seguito è stato autorizzata la riapertura delle indagini da parte delle Autorità Israeliane degli atti richiesti, così determinando l’iscrizione del procedimento 15003/03/21, concluso peraltro anch’esso con richiesta di archiviazione accolta dal Gip per mancanza di prove. In data 26/10/2023 veniva richiesta una ulteriore “autorizzazione alla riapertura delle indagini del procedimento n. 15003.2003 R.G.N.R. autorizzata in data 30/10/2023 e cui ha fatto seguito l’iscrizione del procedimento recante il numero di R.G. 13154/2023 RG.N.R”. In data 13/12/2023, le indagini venivano altresì co-delegate al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma. Questo vuol dire che già in passato analoghi procedimenti erano stati aperti contro Hannoun, che sono stati poi archiviati. La riapertura delle indagini è un segnale di persecuzione politica per il suo attivismo per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (1) e per essere punto di riferimento della comunità palestinese in Italia. Inoltre Hannoun ha dichiarato più volte la sua distanza da Hamas. Nell’agosto 2025, a margine della carovana per la Palestina organizzata a Milano, Hannoun era stato inserito nella blacklist del Dipartimento del Tesoro statunitense con l’accusa di essere un finanziatore del terrorismo e di promuovere manifestazioni contro Israele. Le sue dichiarazioni furono chiarissime, nonostante vengano strumentalizzate dai media: “Io non appartengo a Hamas, questo lo dico ufficialmente, non faccio parte di Hamas però faccio parte del popolo palestinese, rispetto ogni fazione palestinese che rispetta i diritti del popolo palestinese, che lotta per strappare questi diritti per l’autodeterminazione. (…) Io sono simpatizzante di Hamas come sono simpatizzante di ogni fazione che lotta per i miei diritti. Per cui questa frottola, questa accusa di far parte di Hamas, di essere un leader di Hamas è una bugia, una bufala. Io non faccio parte di Hamas, io non sono leader di Hamas, io sono un palestinese, io mi impegno, mi sono impegnato da decenni nella lotta per i diritti del popolo palestinese”. L’assunto acritico per cui il legame con Hamas viene dato per presupposto, sulla base di report militari israeliani, rischia di ribaltare l’onere della prova. Ciò che è assurdo è che quello che si dovrebbe dimostrare, viene dato per presupposto incontrovertibile. Molti hanno affermato in questi gironi “di avere fiducia nella giustizia”, ma l’indagine stessa e i suoi documenti sono un esempio di come la neutralità della magistratura o è un concetto valido non applicato, o è un concetto ipocrita. Altro punto interessante nell’ordinanza è la volontà categorica, da parte della GIP Carpanini, di dimostrare che Hamas (2) non è un movimento di liberazione nazionale della Palestina, ma un “movimento jihadista”, una minaccia globale che vuole ribaltare ogni Stato che non si fonda su presupposti fondamentalisti, che lo sosterrebbero con metodi violenti per sostituirlo con uno Stato di stampo “islamista”. Basta leggere le 306 pagine dell’Ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere per Mohammad Hannoun e altri attivisti palestinesi redatta dalla GIP del Tribunale di Genova, Silvia Carpanini, per capire che non si tratta di un semplice documento di misura cautelare, ma un tentativo palesemente ideologico di riscrivere la storia con innumerevoli strafalcioni e imprecisioni, facendo della sociologia spiccia nelle prime 50 pagine. L’ordinanza è un lungo e radicale elogio del suprematismo occidentale – nonchè una difesa implicita del sionismo – che parte dal presupposto che la parola dell’Occidente e la sua visione siano sempre superiori rispetto ai “barbari” che vivono fuori. Carpanini scrive a pagina 9: “HAMAS ha nel suo stesso statuto la ratifica della distruzione di Israele e presenta il jihad contro il sionismo come rispondente alle parole che, secondo alcuni studiosi dell’lslam, sarebbero state proferite dallo stesso Maometto “l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno…”. Alla luce di tali principi e a fronte delle azioni realizzate nel tempo e culminate nell’ultimo drammatico attacco del 7 ottobre poteva quindi ipotizzarsi HAMAS come organizzazione terroristica”. Partendo dal fatto che forse i magistrati in questione non hanno ben presente cosa sia successo il 7 ottobre 2023 con la Direttiva Hannibal, nell’ordinanza si “ipotizza” che Hamas sia un’organizzazione terroristica a partire da quello che avrebbe detto Maometto. Se per dichiarare “terrorista” Hamas basta attingere vagamente dai testi di riferimento dell’Islam, si potrebbe in egual modo dichiarare il sionismo come “movimento terrorista” a partire dalla sua storia (il ruolo dell’Irgun, del Laganah e della Banda Stern nella pulizia etnica della Palestina fino alla Nakba del 1948) e dalle dichiarazioni dei suoi esponenti più accaniti. Senza dover fare l’elenco delle bestialità espresse dai sionisti negli ultimi 80 anni, a partire da Menachem Begin fino ad Itamar BenGvir e Bezael Smotrich, basterebbe citare Netanyahu e la giustificazione biblica dell’attuale genocidio a Gaza attraverso il libro del Deuteronomio (25,17): «Ricorda ciò che ti hanno fatto gli Amaleciti» – aggiungendo – «Ricordiamo e combattiamo. (…) I meravigliosi soldati ed eroi dello straordinario esercito israeliano […] bramano di ricompensare gli assassini per gli atti orribili che hanno perpetrato sui nostri figli, sulle nostre donne, sui nostri genitori e sui nostri amici […] [i nostri soldati] sono impegnati a sradicare questo male dal mondo, per la nostra esistenza, e aggiungo, per il bene di Tutta l’umanità». Inoltre non è vero che Hamas vuole la distruzione di Israele, ma anzi dal 2007 riconosce la soluzione binazionale per Palestina e Israele (soluzione per altro impraticabile per un lungo elenco di motivi che non starò qui ad elencare). Occorre ricordare che Hamas viene classificata come “organizzazione terroristica” da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e altri Stati, mentre altri Paesi la considerano una legittima organizzazione di resistenza, quale per altro è. Hamas è stata dichiarata “organizzazione terroristica” inizialmente solo da Israele e dagli USA, tant’è vero che l’UE ne ratifica la vittoria nelle elezioni del 2006: anno in cui Hamas si presenta come legittimo partito politico. In seguito, su pressione USA, si è adeguata anche l’UE insieme al Regno Unito. In totale si tratta di 32 Paesi che considerano Hamas un’organizzazione terrorista, mentre il resto del mondo (162 paesi), con una mozione approvata all’ONU, dichiara Hamas un “legittimo partito del popolo palestinese”. Anche il Presidente brasiliano Lula ha dichiarato: “Hamas terrorista? No, per noi e per l’ONU non è affatto terrorista. È un legittimo partito politico palestinese.” Russia, Cina, India, Giappone, America Centrale e del Sud, e la vasta maggioranza del mondo non la pensa come Europa e Stati Uniti. Questo dimostra che a prevalere è una visione eurocentrica dei fatti, che si discosta da tutto il resto del mondo. Vogliamo forse credere che tutto il resto del mondo, escluso il “paradisiaco” Occidente, sostiene il terrorismo? Che piaccia o no al mondo occidentale, Hamas come movimento politico ha avuto – alle ultime elezioni – più del 70% dei voti del popolo palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e come tale deve essere un interlocutore. Dal 2017, nei suoi Statuti, Hamas rifiuta ufficialmente ogni tipo di violenza fuori dai Territori Occupati Palestinesi e ammette la resistenza all’entità occupante sionista all’interno della Palestina. Non vi è alcuna ambizione espansionistica di Hamas fuori dalla Palestina, a differenza di quello sostenuto dall’ordinanza del GIP Carpanini. L’ordinanza del tribunale in una nota afferma che “From the River to the Sea” sarebbe “lo slogan di HAMAS che, spesso inconsapevolmente rispetto alle origini dello stesso, viene utilizzato nelle manifestazioni di supporto al popolo palestinese tenute anche in Italia e nel resto d’Europa”. Forse i consulenti storici che hanno redatto l’ordinanza non sanno che lo slogan “From the River to the Sea” è usato dai movimenti in solidarietà con il popolo palestinese e dal popolo palestinese fin dagli anni Sessanta, ovvero più di vent’anni prima della nascita di Hamas. Che poi sia sopravvissuto nei decenni e compaia nel 2017 nel manifesto programmatico di Hamas vuol dire solo una cosa: che riflette il desiderio di tutto il popolo palestinese di tornare nelle terre abitate prima del 1947 e che si estendevano dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Interessante sarebbe ricordare, ai presunti consulenti storici (se mai ci sono stati), che c’è un movimento politico che ha sempre pensato di espandersi in tutto il Medioriente buttando fuori da quelle terre le popolazioni arabe. Quel movimento si chiama sionismo, ovvero il fondamento politico dell’entità sionista, ovvero Israele. Non è un caso che in questi decenni Israele abbia avverato quello che è il sogno biblico della “Grande Israele” (5), espressione usata in ambito sionista per riferirsi ai confini auspicati di Israele: dal fiume Nilo all’Eufrate, costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto. Considerando la sequenza degli eventi anche fuori dai confini della Palestina – l’occupazione israeliana della Cisgiordania, le alture del Golan siriano, l’ accerchiamento di Gaza e il suo assedio, le ripetute invasione e attacchi militari del Libano, il bombardamento dell’Iraq, gli attacchi aerei in Siria e i tentativi di contenere le capacità nucleari dell’Iran – sembrerebbe che la “Grande Israele” sia stia sempre più realizzando e che il sionismo, insieme all’Entità sionista, siano una “minaccia globale” per la stabilità del Medioriente. Con il senno di poi, alla luce della crescente balcanizzazione del suo vicinato, possiamo affermare che Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che furono gli obiettivi del Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevedeva una “grande Israele” creato un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Nel 2017, Ted Becker, ex professore di diritto Walter Meyer alla New York University e Brian Polkinghorn, illustre professore di analisi dei conflitti e risoluzione delle controversie alla Salisbury University , hanno argomentato come il Piano Yinon fu adottato e perfezionato in un documento politico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Rapporto Clean Break), scritto da un gruppo di ricerca guidato da Richard Perle e Paul Wolfowitz presso l’Institute for Advanced Strategic and Political Studies, affiliato a Israele, a Washington. Sionisti neoconservatori statunitensi come Richard Perle e Paul Wolfowitz si aggrapparono a questo piano di Oded Yinon, lo infilarono silenziosamente nei think tank di destra ben finanziati di Washington (ad esempio, l’American Enterprise Institute). Alcuni anni dopo, Richard Perle divenne una delle figure chiave nella formulazione della strategia di guerra in Iraq adottata durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2003. Il Rapporto Clean Break divenne famoso per aver sostenuto una nuova politica aggressiva, tra cui la rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq e il contenimento della Siria attraverso l’impegno in una guerra per procura e sottolineando il suo possesso di “armi di distruzione di massa” (mai esistite realmente). Sembrerebbe che il Likud, partito d’estrema destra di Netanyahu, stia attuando entrambi i piani. Nell’agosto 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” e che sente un legame con la visione della “Grande Israele”. Nello stesso mese ha espresso, nel contesto del genocidio a Gaza, l’intenzione di occupare Gaza per smantellare Hamas e l’anno precedente il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo militare della Striscia di Gaza anche dopo la guerra. Sempre nell’agosto 2025, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 3.000 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando che l’obiettivo è quello di compromettere definitivamente la possibilità di nascita di uno Stato palestinese. Ma nonostante ciò, un Paese come l’Italia preferisce perseguire legalmente, senza prove, attivisti palestinesi e filopalestinesi e le loro associazioni, con l’aiuto del loro carnefice.   (1) Con la Risoluzione n. 3236/1974, l’Assemblea generale dell’Onu ha riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2016/05/ARES3236XXIX.pdf (2) “Harakat al-Mugawama al-Islamiyya” (tr. “Movimento Islamico di Resistenza”), meglio noto con acronimo HAMAS. (3) L’operazione Scudo Difensivo è stata una grande operazione militare condotta dalle forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda Intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. (4) battlefield evidence (BE) è la possibilità per gli Stati di usare nei processi penali nazionali le informazioni raccolte in zone di conflitto – in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani – con la peculiarità che, in tali contesti, le potenziali prove vengano raccolte da militari, servizi segreti o altri soggetti che comunque “non agiscono in qualità di forze dell’ordine” né con lo specifico fine di raccogliere prove per tribunali, il che peraltro non toglie che tali prove siano comunque estremamente utili e gli Stati devono quindi attivarsi perché possano essere acquisite nei procedimenti, purché raccolte nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Ma chi ha le prove i documenti forniti dall’IDF siano stati raccolti nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali? Come si può non dubitare della raccolta rispettosa dello Stato di Diritto da parte di un esercito che viola sistematicamente i diritti umani e commette crimini di guerra? (5) “Grande Israele” è occasionalmente riferito alla Terra Promessa (definita nel libro della Genesi 15:18-21) od alla Terra di Israele ed è anche chiamato “Completa Terra d’Israele” o “Tutta la Terra d’Israele” (in ebraico: ארץ ישראל השלמה, Eretz Yisrael Hashlemah). Ulteriori informazioni: https://badil.org/phocadownload/Badil_docs/publications/IT-Rifugiati-Palestinesi-e-il-diritto-al-Ritorno.pdf Becker, Ted; Polkinghorn, Brian (2017). A New Pathway to World Peace: From American Empire to First Global Nation, Resouce Pubblications, Eugene, Oregon. Lorenzo Poli
Gli USA disertano il G20: a cosa serve ancora questo forum?
Si è aperto il G20 di Johannesburg, momento culmine di un anno diplomatico sudafricano molto attivo. Eppure, ancora una volta risulta chiaro che questo tipo di forum abbiano ormai perso ogni valore concreto, in un mondo caratterizzato di nuovo dal confronto tra aree che esprimono interessi contrastanti. Donald Trump, in […] L'articolo Gli USA disertano il G20: a cosa serve ancora questo forum? su Contropiano.
La rotta nascosta di Tel Aviv per l’«emigrazione» da Gaza
Sulla pagina Facebook dell’organizzazione Al Majid, con sedi a Gerusalemme e in Germania, è apparso questo avviso: «Attenzione abbiamo ricevuto segnalazioni di persone che si spacciano per rappresentanti dell’organizzazione. Si tratta di truffatori che non hanno alcun legame con noi». Parole che non hanno convinto nessuno. Resta forte il sospetto […] L'articolo La rotta nascosta di Tel Aviv per l’«emigrazione» da Gaza su Contropiano.
Marwan Barghuti e Nelson Mandela, il paragone che non piace agli “scemi di guerra”
Proponiamo di seguito una riflessione-analisi dello scrittore Soumaila Diawara sui parallelismi tra la figura del leader palestinese Marwan Barghouti e del leader sudafricano Nelson Mandela. Il 9 ottobre, durante una trasmissione su La7, si è svolto un acceso confronto tra Marco Grimaldi e Davide Parenzo. Come spesso accade, Parenzo ha finito per commentarsi da solo. Nel momento in cui si discuteva della possibile liberazione di Marwan Barghuti, Parenzo lo ha definito un “terrorista”. Eppure, tutti sanno che Marwan Barghuti è un parlamentare palestinese, incarcerato dal 2002 senza prove concrete a sostegno delle accuse che gli sono state mosse. È stato membro dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e dirigente di Fatah. Le imputazioni nei suoi confronti non sono mai state suffragate da fatti, ma questo non ha impedito che restasse in carcere per oltre vent’anni. Il paragone tra Barghuti e Nelson Mandela nasce in modo naturale. Quando Mandela era membro dell’ANC, l’African National Congress, movimento che lottava contro l’apartheid, possedeva un carisma straordinario. Durante la sua lunga detenzione, l’ANC attraversò momenti di divisione, ma una volta libero Mandela riuscì a riunire il popolo sudafricano. Allo stesso modo, Marwan Barghuti rappresenta una figura capace di unire il popolo palestinese, ed è proprio per questo che non viene liberato. Persino Benjamin Netanyahu lo ha ammesso apertamente: la sua liberazione potrebbe “unire tutti i palestinesi”, un rischio che il potere israeliano non vuole correre. A un certo punto, Parenzo ha sostenuto che Mandela “non ha mai fatto la lotta armata”. Forse sarebbe il caso che studiasse meglio la storia. Mandela non fu arrestato perché faceva volare le colombe o portava fiori ai colonialisti bianchi, ma perché faceva parte del braccio armato dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, “La Lancia della Nazione”. Mandela partecipò ad azioni di sabotaggio, a scontri armati con il braccio militare del regime dell’apartheid, a dirottamenti di linee ferroviarie, a boicottaggi e ad attacchi simbolici contro le strutture del potere coloniale interno. Accanto a lui si distinsero figure come Chris Hani, Winnie Madikizela Mandela, Solomon Mahlangu, Joe Gqabi, Ashley Kriel e Steve Biko, intellettuale e leader del Movimento della Coscienza Nera, brutalmente assassinato dalla polizia sudafricana nel 1977. Tutti furono protagonisti di una resistenza che combinava la forza delle idee con la determinazione della lotta concreta contro un sistema disumano. Mandela ebbe “la fortuna” di essere arrestato e condannato a 27 anni di carcere, invece di essere ucciso come molti dei suoi compagni. Durante la detenzione, si trasformò progressivamente nella coscienza morale del Sudafrica, simbolo di un popolo oppresso ma non piegato. Dopo la sua liberazione, Mandela divenne il volto della riconciliazione nazionale. Ma questo non cancella le sue origini nella lotta armata e nella resistenza politica. Al contrario, testimonia la sua evoluzione da combattente a statista, da rivoluzionario a mediatore. Spesso viene romanticamente descritto solo come “l’uomo del perdono”, come se la sua grandezza derivasse da una mitezza innata. In realtà, Mandela aveva conosciuto il male, la tortura, l’umiliazione e la perdita, ma scelse consapevolmente la via della riconciliazione come atto politico e morale, non come resa. Perdonò senza dimenticare, perché sapeva che il futuro del Sudafrica non poteva fondarsi sulla vendetta, ma sulla giustizia. La sua missione fu quella di ricostruire un Paese devastato, mantenendo aperta la mano anche verso i sudafricani bianchi, per ricucire ciò che la violenza aveva spezzato. Romanzare la sua storia, ignorando la parte più dura e radicale della sua lotta, significa falsificare la verità storica. Il caso di Marwan Barghuti è diverso solo in apparenza. È accusato di terrorismo per fatti mai provati, ma la sua colpa è politica: rappresenta l’unità e la resistenza del popolo palestinese. Ed è questa la vera ragione per cui rimane in prigione. Vorrei dire a Davide Parenzo: se non conosci la storia di Mandela, è meglio studiarla o tacere. Dopo il carcere, Mandela divenne un uomo di pace e di dialogo, ma non rinnegò mai la lotta da cui era partito. E quando il Sudafrica si liberò dall’apartheid, cercò di reinserire il Paese nel contesto internazionale, mantenendo però sempre un profondo sostegno alla causa palestinese, fino agli ultimi giorni della sua vita. Non va dimenticato che Nelson Mandela figurava ancora nelle liste dei “terroristi” del Mossad, della CIA e di diversi servizi segreti europei fino a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 2013. Questo la dice lunga su come il sistema colonialista continui a etichettare come “terroristi” coloro che si oppongono alla violenza e all’ingiustizia. Questa, piaccia o no, è la verità della storia.   Soumaila Diawara – scrittore, poeta e intellettuale maliano. Nasce a Bamako, in Mali, dove consegue la laurea in Scienze Giuridiche. Durante il periodo universitario inizia la sua esperienza politica prendendo parte attiva ai movimenti studenteschi a fianco della società civile. Terminati gli studi entra nel partito di opposizione “Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance” (SADI) in cui ben presto ricopre la figura di guida del movimento giovanile. Diviene responsabile della comunicazione del suo partito. Nel 2012 è costretto ad abbandonare il Mali in quanto accusato ingiustamente, insieme ad altri, di un’aggressione ai danni del Presidente dell’Assemblea Legislativa. Attraverso la rotta migratoria del Mediterraneo centrale giunge in Italia dove presenta domanda di asilo. È autore di Sogni di un uomo, La nostra civiltà e Le cicatrici del porto sicuro. Redazione Italia
Le radici del privilegio: una dinastia costruita su sangue, silenzio e nostalgia dell’apartheid
C’era una volta una famiglia che non fuggiva dalla guerra, né dalla fame. No. Fuggiva verso il privilegio. Aveva un piano: raggiungere una terra dove il colore della pelle garantiva dominio, non sopravvivenza. Dove nascere bianchi significava comandare, possedere, esistere al di sopra. Il capofamiglia, Joshua Haldeman, non era un […] L'articolo Le radici del privilegio: una dinastia costruita su sangue, silenzio e nostalgia dell’apartheid su Contropiano.
È l’Europa che è malata
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il sito dell’Unione Europea dichiara: “Ogni anno il 9 maggio si celebra la Festa dell’Europa, che celebra la pace e l’unità in Europa”.  Come ormai la maggior parte delle istanze internazionali l’Ue da sei anni sotto la direzione di quella che fu la ministra della difesa di Angela Merkel, Ursula von der Leyen, imbarazza e disgusta nella sua mancanza di volontà politica nel prendere una posizione radicale contro il genocidio del popolo Palestinese a Gaza e nella sua insensata – se non alla luce dei profitti che ci stanno dietro – corsa all’armamento. In Italia la richiesta di manifestare appoggio e indignazione contro il massacro, sia online sia per le strade, risulta quasi sterile. Malgrado ciò, a chi ha ancora la forza di andare in strada, malgrado la stagnante aria di fallimento che si respira in Europa, va tutta la mia stima. Come uno dei partecipanti della manifestazione di Milano del 25 Aprile ricorda in un video: “È importante ogni tanto stare insieme, e vedere che siamo ancora in tanti”.  Online si vede circolare un manifesto, portato in corteo in diverse manifestazioni pro-Palestina, in differenti città europee che dice: “You know what also died in Gaza? The myth of western Humanity and Democracy?” (Sapete cos’è morto anche a Gaza? Il mito dell’umanità e della democrazia occidentale). Quel mito è morto, se mai ha avuto ragione per nascere, da molto tempo. È basato sulla ripetuta incapacità dell’Europa di fare autocritica, di guardare alla propria storia fatta sul sacrificio e lo sfruttamento degli altri, una storia che continua tuttora nella forma che i migranti, le donne, coloro che non rientrano nelle regole dei padri fondatori, maschi etero bianchi, sono trattati e perseguitati. Nel suo Discorso sul Colonialismo (1950) Césaire, commentando la differente risposta della società occidentale alle atrocità dell’olocausto e della schiavitù, già lo fece notare parecchio tempo fa: “Hanno tollerato quel nazismo prima che fosse loro inflitto, lo hanno assolto, hanno chiuso gli occhi su di esso, lo hanno legittimato, perché, fino ad allora, era stato applicato solo ai popoli non europei”. Esistono gradi diversi di applicare le universali europee norme di umanità e democrazia. La guerra in Ucraina, contemporanea alla guerra in Palestina, lo ha reso ancora più palese. Secondo Van Bever Donker, della University of Western Cape, “ciò che la civiltà [europea] ha raggiunto, il punto a cui è giunta, non equivale ad altro che alla sua morte”. E forse per questo tollera la morte ovunque. In contrasto allo stato di asfissia europeo  e di reazione programmata come strategia di sopravvivenza, la quotidianità della solidarietà al popolo Palestinese da parte del popolo sudafricano impressiona nella sua naturalezza, nel suo non bisogno di spettacolarità.  Innumerevoli sono le iniziative in solidarietà e concreto sostegno. Lo si vede nei muri delle case, dove messaggi in sostegno al popolo palestinese sono continui, negli adesivi nelle autovetture, nelle molte bandiere presenti nei festeggiamenti di Eid al-Fitr, o semplicemente Eid, la festa in cui musulmani di tutto il mondo celebrano la fine del mese di digiuno dall’alba al tramonto del Ramadan. Domenica 27 aprile in occasione del Freedom Day, una dozzina di nuotatori hanno organizzato una staffetta percorrendo a nuoto il tratto di 7,4 km da Robben Island a Bloubergstrand, nella acque gelide di Cape Town. Lo hanno fatto per raccogliere fondi necessari per l’assistenza umanitaria a Gaza e per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impossibile situazione dei palestinesi. “I nuotatori sono semplici sudafricani che si tuffano in acque simbolo della nostra storia di lotta e prigionia in solidarietà con chi soffre sotto l’oppressione”, hanno detto gli organizzatori che si proponevano di raccogliere almeno 500.000 e ne hanno raccolti 600.000, circa 30.000 euro, in poche ore. I fondi sono stati ripassati a Gift of the Givers una versione sudafricana di Emergency, fondata nel 1992 da un medico sudafricano, Imtiaz Ismail Sooliman, per offrire soccorso in caso di calamità e assistenza umanitaria in tutto il mondo, a gennaio 2025 l’organizzazione ha dichiarato di impiegare oltre 600 persone con uffici in nove aree, tra cui Somalia, Yemen e Palestina. Con finanziamenti da aziende sudafricane e donazioni private, l’organizzazione ha distribuito oltre 6 miliardi di Rand (319 milioni di dollari) in aiuti in 47 paesi in 32 anni, ed è la più grande agenzia di risposta ai disastri di origine africana.  La prossima settimana a Johannesburg si terrà il Jozi Palestinian Film Festival, due serate di film e dibattiti sulla situazione palestinese organizzate da South Africa BDS Coalition. I biglietti sono esauriti dopo due giorni dall’annuncio del festival, anche quelli delle overflow seating, sedie di plastica, da aggiungere in sala ovunque ci sia spazio. Il documentario Al-Nakba: The Palestinian Catastrophe (2024) di Rawan Damen apre la rassegna il giorno – 15 maggio – in cui la Nakba (catastofe) viene commemorata ogni anno. Tra il 1947 e 1949, 531 città e paesi furono distrutti dalle milizie israeliane. Dei 1,4 milioni di abitanti palestinesi dell’epoca. Si stima che ci siano oltre 9 milioni di rifugiati palestinesi sparsi in tutto il mondo. Alla luce del genocidio di 2,3 milioni di abitanti della Striscia di Gaza oggi la Nakba assume un nuovo significato. Nel corso del festival verranno presentati Eyes of Gaza (2024) di Mahmoud Atassi, sull’indicibile numero di giornalisti uccisi in un anno nella guerra tra Israele e Gaza, più alto in qualsiasi altro conflitto da quando il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Mercoledi 21 l’University of Johannesburg insieme alla Birtzeit University Occupied Palestine, ospiterà la terza Shireen Abu Akleh lezione pubblica, dal titolo Genocidio e apartheid: terra e identità in Palestina e Sudafrica, in memoria della giornalista palestinese statunitense uccisa da un soldato israeliano mentre seguiva un raid nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata da Israele nel 2022, sarà possibile seguirla online.   Segue Al-Shifa Hospital: The Crimes They Tried to Bury (2024), un breve documentario prodotto da Al Jazeera che mira a scoprire la verità dietro le atrocità commesse durante l’assedio dell’ospedale Al-Shifa da parte dell’occupazione israeliana. Il documentario funge da contro-narrativa alle distorsioni e garantisce che le voci delle vittime e dei testimoni vengano ascoltate. La proiezione sarà seguita da una sessione di domande e risposte con gli Healtchcare Workers 4 Palestine. HW4P, è stata co-fondata in Inghilterra da un gruppo di medici nel 2023 per combattere la censura e difendere i diritti degli operatori sanitari palestinesi e il diritto dei palestinesi all’assistenza sanitaria. Il sabato Nathi Ngubane, scrittore e illustratore del libro da colorare From the River to the Sea, i cui ricavati della vendita sono devoluti al popolo palestinese tramite Penny Appeal South Africa, terrà un laboratorio per bambini mentre chiuderà il festival il documentario girato in Libano e nella Palestina occupata, The Last Sky (2024) di Nicholas Hanna’, avvocato libanese-australiano, seguito da una sessione di domande e risposte con il regista. Vale la pena tornare di nuovo a Césaire e alla sua convinzione che l’intervento europeo non deve rivolgersi a salvare i colonizzati, ma offrire all’Europa la possibilità di salvarsi. “Ciò che è in gioco è la possibilità per un volto più umano […]. Nell’argomento di Césaire, il problema è in realtà la rivendicazione dell’Europa allo status di uomo, e la produzione di una testimonianza come espressione di questo, che è la rivendicazione dell’Europa. È l’Europa che è malata” ricorda Bever Donker leggendo Césaire. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È l’Europa che è malata proviene da Comune-info.
Triangulum di Masande Ntshanga
NEL FUTURO PROSSIMO DI UN SUDAFRICA DISTOPICO: ANNO 2040 Triangulum Δ Masande Ntshanga 28 Novembre 2023/di Adele Akinyi Manassero CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo Tempo di lettura: 5 minuti * Triangulum, Masande Ntshanga, Pidgin Edizioni, 2023, traduzione dall’inglese di Stefano Pirone. Dopo Il Reattivo (Pidgin Edizioni, 2017), torniamo a parlare del sudafricano Masande Ntshanga con la sua seconda opera, Triangulum (2019), tradotta in Italia dallo stesso Stefano Pirone per Pidgin Edizioni e dal 7 novembre sugli scaffali delle librerie. Il romanzo inizia in un futuro non troppo lontano. Siamo negli anni ‘40 di questo secolo e la dottoressa Naomi Buthelezi, docente universitaria di scrittura creativa e scrittrice di fantascienza, spiega di aver ricevuto l’incarico di visionare e analizzare dei materiali che annunciano la fine del mondo nel 2050. Un pacco anonimo, contenente delle registrazioni audio e due manoscritti di una fonte anonima femminile, è infatti stato consegnato all’Agenzia Spaziale Nazionale Sudafricana (SANSA). L’obiettivo dell’indagine della dott.ssa Buthelezi, insieme al presidente e direttore della SANSA il dottor Hessler, è quello di discernere quanto ci sia di fantastico e quanto di reale. Ciò che apparentemente potrebbe apparire un’opera di fantasia, ha predetto un attacco eco-terroristico sulla montagna della Tavola a Cape Town da poco verificatosi, descrivendo con dovizia di particolari dove e come furono installate le cariche esplosive nel 2026, e non può quindi essere ignorata. «IN QUALSIASI CIRCOSTANZA, QUESTE TESTIMONIANZE DEVONO ESSERE PRESENTATE COME UN’UNICA COMUNICAZIONE. NON È POSSIBILE DARE UN SENSO A UNA DI ESSE SENZA LE ALTRE. QUESTA CONDIZIONE NON È NEGOZIABILE. PER AMORE DELLA VERIDICITÀ E DEL DETTAGLIO – E A MIO RISCHIO PERSONALE – MI SONO SOTTOPOSTA A UNA TERAPIA DI REGRESSIONE IPNOTICA PER RICORDARE LE INFORMAZIONI CHE DESIDERAVO FORNIRE A QUESTO UFFICIO, MA SONO ANCORA UMANA, O PERLOMENO LO SONO STATA, E PER COMPRENDERMI È NECESSARIO COMPRENDERE LA VITA CHE HO VISSUTO, E CHIEDO CHE QUESTA ACCOMPAGNI IL TESTO.» Attraverso i ricordi audio sbobinati e le memorie della mittente anonima, Triangulum abbraccia quarant’anni di Sudafrica dalla fine degli anni ’90 al futuro prossimo, passando per le fasi finali dell’apartheid, la crisi economica e si proietta verso i disastri ecologici che attendono l’umanità. Conosciamo la narratrice da ragazza quando, affascinata da un libro, Diari degli UFO, che apparteneva alla madre, inizia ad avere delle visioni di una macchina fluttuante che emette un ronzio metallico: che si tratti di allucinazioni o di alieni che cercano di comunicarle qualcosa? Quando il caso di tre ragazze rapite assume una rilevanza nazionale, la narratrice inizia ad investigare nella speranza di trovare una connessione con la scomparsa della madre avvenuta anni prima e i presunti avvistamenti alieni. «STANOTTE LA MACCHINA TORNA CON IL TRIANGOLO RIVOLTO A SINISTRA, ESPANDENDOSI TRA LE DUE MACCHIE DEL SOFFITTO. È TARDI, CIRCA UN’ORA DOPO MEZZANOTTE, E NON RIESCO A CAPIRE SE STO SOGNANDO O MENO QUANDO SENTO DORIS PIANGERE.» La narrazione procede ad incastro, ma fino alla fine non lascia intravedere il quadro completo, tenendo incollatə alla pagina. La storia segue la protagonista diventare adulta fra esperimenti scientifici su persone indigenti e contatti con cellule eco-terroristiche in un futuro distopico dove i big data e gli interessi di grandi aziende e di uno Stato colluso esacerbano le disuguaglianze e l’oppressione dei cittadini. Masande Ntshanga è riuscito a costruire un ingranaggio complesso che rompe i confini tra i generi, attraversando la fantascienza afrofuturistica, la distopia, il romanzo di spionaggio, il mistero e, da una certa angolatura, l’autofiction. Un’opera che merita il giusto tempo per essere letta e assaporata, perfetta per le lunghe sere invernali. Δ Con Triangulum, Pidgin Edizioni inaugura la nuova collana Mangrovie e non vediamo l’ora di scoprire quali altre opere la seguiranno! Nominato per il Nommo Award nel 2020 come Miglior Romanzo di Fantasia di un autore africano, Triangulum, secondo una notizia di Okayafrica di circa un anno fa, è stato selezionato per la trasposizione a serie TV con la regia del sudafricano Sibs Shongwe-La Mer.✎ INCIPIT «Sono una donna che agisce secondo la propria volontà e il proprio desiderio. Non cercate di contattarmi dopo questa comunicazione. Con ogni probabilità, non sarò più qui. Queste righe segnano l’inizio del biglietto che il mio collega, il dottor Joseph Hessler, mi ha consegnato tre anni fa, insieme ad altri materiali che ero stata incaricata di raccogliere in un dossier destinato a informare una relazione della Difesa dello Stato. Non ho inviato le informazioni. I materiali sono invece diventati il seguente manoscritto che, con l’aiuto dell’ormai defunto dottor Hessler, ho preparato per il pubblico come TRIANGULUM.» Ringraziamo infine di cuore Pidgin Edizioni per il dono di Triangulum! Tags: Afrofuturismo, Cape Town, distopia, evidenza, inglese, letteratura postcoloniale, Mangrovie, Masande Ntshanga, Pidgin Edizioni, sci-fi, science fiction, Sudafrica CORRELATI TRIANGULUM DI MASANDE NTSHANGA 28 Novembre 2023 / 0 Commenti Continua a leggere https://www.afrologist.org/wp-content/uploads/2023/11/Masande-Ntshanga_Triangulum_copertina.jpg 1200 1600 Adele Akinyi Manassero https://afrologist.org/wp-content/uploads/2019/02/Logo-bozza-Letture-afropolitane-con-libro-tutta-scritta-con-A-bis-1030x202.png Adele Akinyi Manassero2023-11-28 14:47:542023-11-28 14:47:54Triangulum di Masande Ntshanga VIAGGIO NELLA SCONFINATA IMMAGINAZIONE DI NNEDI OKORAFOR 29 Agosto 2021 / 0 Commenti Continua a leggere https://www.afrologist.org/wp-content/uploads/2021/08/Nnedi-Okorafor-Binti-e-Chi-teme-la-morte_slider.jpg 844 1500 Adele Akinyi Manassero https://afrologist.org/wp-content/uploads/2019/02/Logo-bozza-Letture-afropolitane-con-libro-tutta-scritta-con-A-bis-1030x202.png Adele Akinyi Manassero2021-08-29 11:28:442021-08-29 11:28:44Viaggio nella sconfinata immaginazione di Nnedi Okorafor © Afrologist LAGOS INVASA DAGLI ALIENI. 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