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La sfida comunitaria
L’IMMAGINAZIONE DELLE SINISTRE ISTITUZIONALIZZATE, DAI PARTITI AI SINDACATI, RESTA IN GRAN PARTE DEL MONDO CONCENTRATA SULLO STATO E SULLA CONQUISTA DEL POTERE. LE AZIONI DI RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE RIVELANO INVECE LA PRESENZA DI UN IMMAGINARIO DELL’AUTONOMIA CHE SI FA STRADA TRA L’IMMAGINARIO DEL CAPITALISMO E QUELLO DEL SOCIALISMO. «SIAMO STANCHI DI STUDIARE COME IL CAPITALISMO DOMINA E SFRUTTA. ORA LA NOSTRA PREOCCUPAZIONE È COME SARÀ LA NUOVA REALTÀ» DICONO LE COMUNITÀ ZAPATISTE CHE, INSIEME AD ALTRI PEZZI DI SOCIETÀ IN MOVIMENTO, SPERIMENTANO TANTI MODI IN CUI È GIÀ POSSIBILE RICOSTRUIRE LE SOCIETÀ DEVASTATE DAL CAPITALISMO. NELL’INTRODUZIONE DEL LIBRO DOPO LA TORMENTA. LA SFIDA COMUNITARIA (ELÈUTHERA), RAÚL ZIBECHI SCRIVE: “IN QUESTO LAVORO HO RACCOLTO ALCUNI TESTI CHE MIRANO A MOSTRARE COME TRA I MOVIMENTI E I POPOLI IN LOTTA SIANO STATE CREATE RELAZIONI E FORME DI VITA CHE APPARTENGONO AL MONDO NUOVO CHE VOGLIAMO CREARE…”. L’IMMAGINARIO CHE GUARDA ALL’AUTONOMIA RISULTA POTENTE, DIVERSO: IN ITALIA, ZIBECHI PENSA AD ESEMPIO ALLE FABBRICHE RECUPERATE DAI LAVORATORI E ALLA RESISTENZA NO TAV. “DOBBIAMO CONCEPIRE LE AUTONOMIE NON COME ISTITUZIONI, MA COME ORGANISMI VIVENTI CAPACI DI CAMBIARE…” È possibile trovare o prenotare il libro in qualsiasi libreria. A Roma si può acquistare a prezzo scontato (15 euro invece di 18) attraverso Comune, di cui Zibechi fa parte da sempre, scrivendo a info@comune-info.net La partecipatissima Sagra del Peperoncino rebelde promossa al Forte Prenestino, Roma, il 27 settembre dal Nodo solidale per sostenere differenti realtà di lotta in Messico -------------------------------------------------------------------------------- L’immaginazione è fondamentale per chi aspira a cambiare il mondo. Se non siamo capaci di immaginare un mondo nuovo, diverso, non potremo costruirlo. Non intendo dire che tutto dipende dall’immaginazione, ma quest’ultima sembra essere un prerequisito in grado di orientare le energie collettive, come ha dimostrato per decenni il movimento operaio immaginando un mondo governato non da «dèi, re o tribuni», ma dai lavoratori stessi, come propone L’Internazionale. In un recente incontro delle comunità zapatiste, dedicato a «piramidi, storia, amori e, chiaramente, disamori»1, il subcomandante Moisés ha parlato del «potere dell’immaginazione». Ha spiegato che lo zapatismo in un primo momento immagina qualcosa di concreto, poi vi riflette collettivamente e infine comincia ad abbozzare una pianificazione per renderlo realtà. «Siamo stanchi di studiare come il capitalismo domina e sfrutta; ora la nostra preoccupazione è come sarà la nuova realtà». Questo è il tema principale affrontato dallo zapatismo negli ultimi anni. Le azioni di resistenza delle comunità indigene, nere e contadine dell’America Latina rivelano la presenza di un immaginario dell’autonomia che si fa strada tra l’immaginario del capitalismo e quello del socialismo reale. Si tratta di una realtà nuova, di un qualcosa che non esisteva tre o quattro decenni or sono, quando l’autonomia era solo una riflessione teorica ancorata a esperienze passate, per lo più del secolo precedente. Purtroppo, l’immaginazione delle sinistre istituzionalizzate (dai partiti ai sindacati) rimane concentrata sullo Stato e sulla conquista del potere. Continuano a sognare immaginari «Palazzi d’inverno» o «Bastiglie» da prendere d’assalto e sperano che da lì cambieranno il mondo, contro ogni esperienza storica che dimostra il contrario. In ogni caso, centocinquanta anni dopo la Comune di Parigi e poco più di un secolo dopo la rivoluzione russa, l’immaginario statalista appare logorato; è sempre meno interessante e attraente per i giovani, per le donne che lottano e per chi aderisce alle più diverse forme di dissenso. L’immaginario che guarda all’autonomia, invece, risulta potente, diverso, attrae molte persone e soprattutto ha una grandissima vitalità. In Italia, penso alle fabbriche recuperate dai lavoratori, alla resistenza all’alta velocità in Val di Susa o alla Fattoria senza padroni di Mondeggi nei suoi primi anni, per citare alcune realtà che ho conosciuto direttamente. La cosa interessante è che si tratta di una visione strettamente legata a esperienze concrete, che hanno i loro problemi e le loro carenze2 (che cosa non li ha?), ma in cui predominano la creatività e la freschezza di un’aria nuova. Nel caso degli zapatisti, la cui esperienza permea naturalmente gran parte del mio pensiero, è importante notare che, dopo aver portato avanti per tre decenni il proprio cammino verso l’autonomia, ora stanno intensificando l’impegno ad approfondire ciò che stanno costruendo. Da qui emergono alcune proposte che mirano a eliminare o appiattire le piramidi (simbolo del dominio capitalistico e patriarcale), nonché la creazione del Común3 come orizzonte del tipo di società desiderabile. Ci stanno dicendo che l’autonomia è qualcosa di positivo e necessario, ma che non è sufficiente se manteniamo la proprietà privata e le gerarchie. D’altra parte – e credo che questo sia fondamentale – dobbiamo concepire le autonomie non come istituzioni, ma come organismi viventi capaci di cambiare, di modificare il proprio corso, il che può avvenire in un senso sempre più anticapitalistico. Non c’è nulla di prestabilito, e coloro che intraprendono questo cammino hanno bisogno di sperimentare, di percorrere la strada, e poi di vedere come proseguire. E naturalmente può anche succedere che alcune esperienze di autonomia si indeboliscano e finiscano per ricadere in pratiche stataliste. In questo lavoro ho raccolto alcuni testi che mirano a mostrare come tra i movimenti e i popoli in lotta siano state create relazioni e forme di vita che appartengono al mondo nuovo che vogliamo creare per sottrarci al collasso di civiltà ormai in corso. In generale, non configurano una società nuova o mondi completamente nuovi, ma stanno creando i fili e le trame che possono intessere l’arazzo che desideriamo e che stiamo sognando. In questo lavoro, dopo aver affrontato la crisi sistemica e il collasso in atto, mi soffermo brevemente sulla decomposizione delle nostre società e sulla mutazione degli Stati-nazione, tenuti sotto controllo dall’1 per cento che se n’è impadronito per tutelare i propri interessi. Questa deriva del capitalismo in termini di predazione spiega in gran parte la scelta di alcuni popoli per l’autonomia territoriale. Mi piace sempre sottolineare che non si è trattato di una scelta ideologica, ma piuttosto di una scelta motivata dalla pura necessità di sopravvivere in mezzo alla catastrofe che stanno vivendo. Dedico il capitolo quarto al problema della centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, una proposta che il marxismo ha imposto in tutti i processi, basata sulla falsa idea che la proprietà statale sia molto diversa dalla proprietà privata. Ciò significa ignorare che la gestione della proprietà statale richiese la creazione di una fascia di amministratori e burocrati che, con il tempo, sono diventati una nuova classe dominante, oppressiva quanto la vecchia borghesia. Con mia sorpresa, molti militanti e attivisti si sono sintonizzati con la spiritualità come forza potenzialmente emancipatrice. Conoscere dall’interno alcune comunità Guaraní Mbya nel sud dello Stato di São Paulo, comprendere il ruolo che le «case di preghiera» svolgono nella coesione collettiva e nella determinazione a rimanere popoli indigeni, mi ha portato ad approfondire questo argomento. Mi è parso evidente che un rigido materialismo non è sufficiente a spiegare le scelte degli esseri umani, e in particolare a sostenere la vita collettiva. Credo che quel tipo di materialismo abbia anche contribuito alla crisi del socialismo e del pensiero critico, una crisi che viviamo, e che patiamo, da decenni. È tuttavia essenziale separare la spiritualità dalla religione. La spiritualità indigena non ha istituzioni né autorità. Le «case di preghiera» sono costruzioni semplici, fatte di fango e foglie di palma, dove tutte e tutti sono uguali, senza la minima gerarchia se non quella che nasce dai saperi e dall’età. Ci sono due idee che il marxismo e il pensiero critico hanno ereditato e portato a estremi pericolosi per la vita: la «stupidità della vita contadina» e la religione come «oppio dei popoli». Al contrario, le spiritualità popolari alimentano gli immaginari di un mondo migliore, come hanno ripetutamente dimostrato le pratiche concrete del movimento operaio. I quindici governi territoriali autonomi dell’Amazzonia peruviana, così come le decine di esperienze di autonomia nell’Amazzonia brasiliana (che non è stato possibile includere in questo volume), sono una scintilla di speranza per tutti i popoli e le classi oppresse. Sebbene queste realtà siano nate e si collochino in aree geografiche marginali, mi sono soffermato su di esse per due motivi: da un lato, ci insegnano che l’autonomia è necessaria per affrontare tanto la crisi climatica quanto l’avanzata predatoria del capitale; dall’altro, perché ben 51 popoli amazzonici peruviani hanno deciso di intraprendere questo cammino, che ciascuno realizzerà secondo i suoi tempi. Il popolo Garifuna, in Honduras, è stato per me una rivelazione, mostrandomi quanto ci sia ancora da scoprire per quelli come noi che viaggiano per incontrare comunità e gruppi di resistenza dal basso. Le comunità che risiedono sulla costa caraibica stanno creando nuove relazioni sociali e di produzione, nonostante la violenza del narcotraffico e dei grandi proprietari terrieri, e la complicità di uno Stato oligarchico e mafioso. Nei territori recuperati hanno sostituito le monocolture di palma da olio con le loro colture tradizionali, come il cocco (che non è solo un alimento, ma ha anche un ampio uso cerimoniale). Inoltre, stanno diversificando le loro colture dando una particolare attenzione ai prodotti alimentari, ovvero impiantando coltivazioni di cereali, allevamenti di pollame e fabbriche di olio di cocco. Non solo, ma presto inaugureranno la «Casa dei saperi» garifuna, una sorta di «università» di cui il popolo potrà usufruire per la propria formazione. Tutto ciò non ha fatto che rafforzare la resistenza garifuna, nonostante i crimini quasi costanti commessi dai loro oppositori. Si tratta di uno degli esempi più chiari della possibilità di costruire qualcosa di nuovo nonostante tutte le prevedibili avversità. L’ultimo capitolo è dedicato agli impatti dello zapatismo in America Latina. Si può parlare di un certo numero di impatti diretti e di alcuni impatti indiretti, difficili da tracciare perché a livello discorsivo molti non menzionano ciò a cui si ispirano per costruire la propria autonomia. Quello che è certo è che tre decenni or sono non esisteva una corrente autonomista nel nostro continente, e neppure nel mondo. Oggi possiamo affermare che negli ultimi anni questa corrente si è formata, non tanto a livello di organizzazione stabile e gerarchica ma a livello di una sensibilità che riesce a incidere su molti spazi e momenti della vita dei popoli. Non intendo dire che le diverse esperienze seguano lo zapatismo o si allineino alle sue iniziative, ma che molte traggono ispirazione dall’Ejército zapatista de liberación nacional (EZLN), mentre altre stanno convergendo in quella direzione perché hanno bisogno di preservare la vita. Infine, voglio ringraziare la casa editrice elèuthera, con cui ho pubblicato Il paradosso zapatista quasi trent’anni fa. Continuare per tutto questo tempo a pubblicare libri critici è come nuotare controcorrente, soprattutto ora che le tempeste stanno diventando sempre più frequenti e devastanti. Un ringraziamento speciale va alla traduttrice, Maria Adele Cozzi, che si è dedicata con molto impegno a un lavoro per il quale ha rifiutato qualsiasi compenso economico, con il desiderio di condividere e sostenere le scelte di quella generazione di persone impegnate che hanno dato un senso alle lotte del XX secolo, lavorando per convinzione e non per interesse. È una specie in via di estinzione che dobbiamo riconoscere, rispettare e, spero, emulare se desideriamo rimanere da questa parte delle barricate. Montevideo, gennaio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Note all’Introduzione 1. Semillero «De pirámides, de historia, de amores y, claro, desamores». A questi incontri, gli zapatisti danno il nome di semilleros (semenzai di idee, di riflessioni). Si veda in proposito la relazione elaborata da Ya basta Napoli e pubblicata da Comune: Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore (consultato il 31 gennaio 2026) [N.d.T.]. 2. Si vedano per esempio le problematiche che nel 2024 hanno indotto un gruppo di persone che facevano parte della comunità di Mondeggi ad abbandonare l’esperienza, esprimendo dettagliatamente i motivi della propria scelta: Mondeggibenecomunque.noblogs.org (consultato il 2 febbraio 2026) [N.d.T.]. 3. Per quanto riguarda il Común, si veda la nota 3 del capitolo quarto [N.d.T.], dedicata al superamento dei municipi autonomi e delle giunte del buon governo e l’istituzione del Común, il livello comunitario di base di autogoverno -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La sfida comunitaria proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
TORNA L’EBOLA NELL’EST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, TRA CONFLITTO PERMANENTE E CAOS POLITICO
Sono già novantuno i morti accertati e oltre trecento i casi sospetti addebitati ad un nuovo ceppo del virus Ebola che torna nella Repubblica Democratica del Congo per la diciassettesima volta dal 1976. “Non è pandemia, ma si diffonde in fretta” informano i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno lanciato l’allarme. Il direttore generale dell’organizzazione internazionale basata a Ginevra Tedros Adhanom Ghebreyesus ha puntualizzato che “esistono notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica”. Data la situazione potenzialmente esplosiva, le frontiere tra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Ruanda, sono già state chiuse.  Il virus sarebbe partito dall’Uganda mietendo due vittime, per poi diffondersi nella provincia congolese dell’Ituri, epicentro attuale dei casi segnalati, in particolare nel capoluogo Bunia. Due morti sono stati registrati anche nelle province del Nord e Sud Kivu. Come raccontato ai nostri microfoni da Leopoldo Rebellato, attivo nell’est del paese dagli anni ottanta, si tratta di territori dove le comunicazioni sono complesse, dato che “la rete internet è scadente o inesistente” e in pochi dispongono di una radio. A questo si aggiunge una “guerra sempre in atto” per la gestione del potere e delle immense risorse naturali presenti nel sottosuolo. Ad esempio “a Kavumu, nel Sud Kivu, pochi giorni fa ci sono stati 460 militari uccisi”. Il problema della mancanza di strutture sanitarie adeguate per la gestione del virus e l’assenza di infrastrutture per i laboratori mobili che “sarebbero necessari” anche per registrare i contagi, confermano l’incertezza delle autorità sui dati. Autorità che nell’Ituri rispondono al potere centrale di Kinshasa, ma che in Nord e Sud Kivu sono rappresentate dai ribelli filoruandesi dell’M23, “uno stato nello stato, un bubbone”. Il virus in questione è il Bundibugyo, provoca sintomi quali febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola. Si diffonde attraverso gli scambi di fluidi corporei da persona a persona o con il contatto con il sangue di una persona infetta. Non esistono attualmente vaccini per far fronte a questo ceppo del virus. Negli ultimi cinquant’anni Ebola ha ucciso oltre 15 mila persone in tutto il continente. Il punto con Leopoldo Rebellato, presidente dell’associazione Incontro fra i Popoli. Ascolta o scarica  
May 18, 2026
Radio Onda d`Urto
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Colombia, foresta del Chocò. Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. La foto, bellissima, di Massimo Tennenini è stata rimossa dall”Intelligenza artificiale” di Facebook -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” UE
Nell’affrontare i diversi aspetti della crisi europea – e soprattutto quelli della sua istituzione comune, l’Unione Europea – il rischio è sempre quello di ometterne una quota rilevante. Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi […] L'articolo Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” UE su Contropiano.
February 11, 2026
Contropiano
Come difendere il diritto calpestato da Trump & c.
La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre […] L'articolo Come difendere il diritto calpestato da Trump & c. su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano
Con quel che resta del mondo
Dopo il ritorno definitivo dal Niger e 14 anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca […] L'articolo Con quel che resta del mondo su Contropiano.
September 13, 2025
Contropiano
Atlantisti più che mai!
Imperialismo ed arroganza la fanno sempre più da padrone, gli Usa dispongono l’Europa obbedisce. Si potrebbero riassumere così gli avvenimenti di questi mesi. Non esattamente una novità. Un presidente megalomane, suprematista e razzista che afferma tutto ed il contrario di tutto, impone dazi, bombarda paesi sovrani a propria discrezione, minaccia […] L'articolo Atlantisti più che mai! su Contropiano.
July 24, 2025
Contropiano