I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI
AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI
SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO
IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE
CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È
DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL
ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ
SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE
LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO
MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…»
Colombia, foresta del Chocò. Numerose comunità afrodiscendenti da decenni
custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli
dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza
aver preso alcun potere. La foto, bellissima, di Massimo Tennenini è stata
rimossa dall”Intelligenza artificiale” di Facebook
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Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra
Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di
coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla
borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali
(Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia,
Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky
rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero
stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista,
riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di
guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato
a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si
indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi,
e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per
raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero
morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e
crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia
per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse
in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi
furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento
operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di
Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per
porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati
al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”.
Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi
schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale
promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o
contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di
difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di
migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo
uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature
per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la
difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un
principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste
categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni
distinzione.
Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee,
con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati
dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e
il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni,
affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina,
sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto
ostili quanto gli yankee.
Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli
più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo
zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati
e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile,
Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata
da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione.
Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così
profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare
un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le
rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il
loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno
ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi.
Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che
si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma
quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non
possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il
controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di
polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della
popolazione.
Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere
un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario
intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al
contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica
della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine
di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il
loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato?
Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e
lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in
speranza.
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Inviato anche a La Jornada
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