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Un sequestro di libri e di democrazia: il caso Sally Rooney
C’è qualcosa di profondamente sinistro nel vedere i romanzi di una delle scrittrici più celebrate della sua generazione scomparire dagli scaffali di un Paese occidentale. Chiunque entri oggi in una libreria di Londra o Manchester non troverà più le ultime copie di Intermezzo, né i longseller Persone normali o Parlarne tra amici. Non siamo di fronte a un falò dei libri di stampo inquisitorio, né a una censura moralistica sui testi. Eppure l’effetto pratico è lo stesso: Sally Rooney e la sua casa editrice Faber & Faber hanno dovuto ritirare ogni sua opera dal mercato del Regno Unito per evitare un cortocircuito penale spaventoso. Ne hanno dato l’annuncio la stessa autrice e il suo editore mercoledì scorso. PERCHÉ QUESTO? Il motivo non risiede in ciò che Rooney scrive, ma in ciò che Rooney pensa, dice e finanzia liberamente dalla Repubblica d’Irlanda, dove risiede. La scrittrice ha pubblicamente dichiarato di voler devolvere le proprie royalty a Palestine Action, un movimento di protesta britannico che da anni contrasta la complicità bellica del Regno Unito nel massacro di Gaza. Ma oltremanica, dal luglio 2025, quella sigla non è più considerata un collettivo di attivisti: il Ministero dell’Interno l’ha inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche vietate ai sensi del Terrorism Act 2000. Di conseguenza, versare sterline a quel gruppo equivale a finanziare Al-Qaeda o l’Isis. Un reato da quattordici anni di galera che ha costretto l’editore al blocco preventivo della distribuzione e l’autrice a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto. Questo scenario rappresenta il punto di non ritorno di una spaventosa metamorfosi autoritaria delle democrazie liberali occidentali. Quando le leggi speciali nate formalmente per contrastare le stragi di civili e l’estremismo religioso vengono piegate fino a criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale, significa che lo Stato di diritto ha abdicato alle sue funzioni, trasformandosi in uno strumento di intimidazione di massa. LA DISTRUZIONE DELLE COSE NON È TERRORISMO Il cuore del problema risiede nella decisione, giuridicamente abnorme e politicamente speculativa, di etichettare come “terrorista” un gruppo che pratica esclusivamente l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale. Fin dalla sua nascita nel 2020, il modus operandi di Palestine Action è stato pubblico e trasparente: sit-in, occupazioni pacifiche di tetti, scritte con vernice rossa sulle facciate e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems, azienda israeliana che produce droni ed equipaggiamenti militari esportati anche a Tel Aviv. Si può essere d’accordo o meno con il sabotaggio industriale, ci si può aspettare che venga sanzionato civilmente o penalmente come danneggiamento materiale (reato comune presente in ogni codice penale), ma chiamarlo “terrorismo” è una deliberata e pericolosa distorsione del linguaggio e del diritto. Come ha solennemente ricordato persino l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, gli standard internazionali più basilari confinano la nozione di terrorismo ad atti che causano intenzionalmente la morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Palestine Action non ha mai ferito nessuno, non ha mai preso ostaggi, né ha mai pianificato azioni contro l’incolumità delle persone. La sua violenza – se così si può definire il danneggiamento di un bullone o l’imbrattamento di un muro – è rivolta esclusivamente contro le infrastrutture che producono strumenti di morte. > Dichiarare terroristico un movimento del genere significa tracciare una linea > d’ombra intollerabile: uno Stato decide che la protezione del profitto e della > filiera delle industrie belliche private è un valore prioritario rispetto alla > tutela dei diritti civili fondamentali. È l’equivalente giuridico di equiparare le suffragette o i movimenti ecologisti radicali ai commando stragisti. Se il sabotaggio di una fabbrica di droni è terrorismo, domani lo sarà anche il blocco di una miniera di carbone da parte degli attivisti del clima. A ogni modo, la cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, contesterà la messa al bando davanti alla Corte Suprema a partire dall’udienza del 4 novembre prossimo. LA REPRESSIONE NON FERMA IL DISSENSO: MIGLIAIA DI CITTADINI NEL MIRINO Nonostante il tentativo del governo britannico e delle successive sentenze d’appello di normalizzare questo abuso liberticida, la risposta della società civile è stata gigantesca, sebbene largamente silenziata dai media mainstream. Tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha eseguito oltre 3.000 arresti di normali cittadini colpevoli soltanto di aver manifestato solidarietà a Palestine Action. > Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’Interno, gli arresti legati > a reati di terrorismo sono aumentati del 1.553% nell’ultimo anno, e il 94% di > essi è collegato al sostegno a Palestine Action. Migliaia di persone – insegnanti, pensionati, studenti, impiegati, addirittura religiosi o ex ufficiali delle forze armate britanniche – hanno sfidato le leggi draconiane partecipando a sit-in pacifici in Parliament Square, a Trafalgar Square o organizzando veglie silenziose. Cittadini che si sono autodenunciati, firmando petizioni e manifesti pubblici in cui dichiaravano apertamente: «Se sostenere chi blocca i mercanti di morte è terrorismo, allora arrestate anche me». Questa incredibile ondata di disobbedienza civile dimostra che la coscienza collettiva ha rifiutato la narrazione della criminalizzazione. Quando migliaia di persone scelgono il rischio della fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato, non siamo di fronte a una cellula eversiva, ma a un movimento di massa che difende i principi elementari della morale umana e della libertà d’espressione. SE LA CULTURA FA PAURA ALLO STATO In questo contesto, il gesto di Sally Rooney brilla per coerenza e dignità etica. In un’epoca in cui l’industria culturale preferisce il silenzio prudente e il posizionamento di comodo per non disturbare gli algoritmi e i mercati, Rooney ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee. Ha accettato la scomparsa dei propri libri dal suo mercato editoriale di riferimento e ha rinunciato a ritirare premi prestigiosi oltremanica per non legittimare una legge ingiusta. Il paradosso politico è totale: la Repubblica d’Irlanda considera Palestine Action un’organizzazione perfettamente legale, mentre il Regno Unito la considera terroristica. Attraversare il mare d’Irlanda trasforma istantaneamente un’intellettuale pacifista in una latitante. Quello di Sally Rooney non è un caso isolato, ma il tassello di una strategia repressiva sistemica. Lo sa bene Mo Chara, membro del gruppo rap irlandese Kneecap, finito nel mirino dell’antiterrorismo britannico con l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Una persecuzione di Stato crollata definitivamente solo nel marzo 2026, quando l’Alta Corte di Londra ha respinto l’ennesimo ricorso del governo, confermando l’archiviazione di un processo farsa nato solo per intimidire la band. Se contro i Kneecap lo Stato ha perso la sua battaglia legale per vizi di forma, con Sally Rooney l’apparato ha trovato il modo di colpire per via finanziaria, costringendola all’esilio editoriale. Non a caso quindi, dal gruppo nordirlandese è arrivata subito la solidarietà alla scrittrice. Anche divers* parlamentari di Westminster hanno preso posizione a sostegno della scrittrice: da John McDonnell e Richard Burgon della sinistra laburista, a Zarah Sultana di Your Party, fino al giornalista Owen Jones. L’ex-leader laburista (ora Your Party) Jeremy Corbyn, insieme ad altri parlamentari indipendenti pro-palestinesi eletti ai Comuni, ha espresso solidarietà all’autrice e ha denunciato l’uso del Terrorism Act come un’arma di censura culturale ideata dal precedente governo Tory e pigramente ereditata e applicata dai laburisti, definendo il ritiro dei libri un «giorno nero per la libertà d’espressione nel Paese». Alcuni rappresentanti dei Verdi, fra cui il segretario Zack Polanski, hanno apertamente criticato l’automazione burocratica della legge che colpisce la filiera culturale, sottolineando l’assurdità di equiparare il boicottaggio pacifista e il supporto a gruppi non violenti a minacce di carattere terroristico internazionale. Infine, in Irlanda mentre lo Sinn Féin (TDs) non ha ancora emesso comunicati ufficiali, Cian O’Callaghan, deputato e portavoce dei Social Democrats nel parlamento irlandese, ha portato il caso in aula sollevando una formale obiezione contro la censura e chiedendo al Ministro degli Esteri irlandese di intervenire direttamente presso il suo omologo britannico: «In un momento in cui il diritto internazionale viene violato in modo così palese da Israele e altri, coloro che si schierano contro il genocidio e i crimini di guerra dovrebbero essere sostenuti, non puniti». Gli esponenti della sinistra socialista irlandese hanno chiesto al governo di Dublino una presa di posizione diplomatica ufficiale a tutela degli artisti irlandesi all’estero. Hanno definito la legge del Regno Unito come «draconiana», evidenziando come l’esecutivo britannico stia attivamente «privando i propri stessi cittadini della libertà di leggere opinioni dissenzienti pur di proteggere l’industria delle armi e l’asse strategico con Israele». Nel mondo della cultura, numerose librerie indipendenti nel Regno Unito stanno protestando contro la normativa esponendo cartelli vuoti o allestendo vetrine provocatorie. Molti librai hanno dichiarato alla stampa che l’assenza forzata dei libri di Rooney è «l’emblema di una censura burocratica asfissiante» e che l’autrice ha fatto l’unica scelta moralmente degna. La testata britannica indipendente Novara Media ha pubblicato un editoriale video di enorme successo intitolato “Sally Rooney ha umiliato la Gran Bretagna su Palestine Action“. Nel pezzo viene spiegato come la mossa dell’autrice abbia tolto la maschera al governo, costringendolo ad “arrossire” di vergogna davanti all’opinione pubblica globale, mostrando al mondo che pur di proteggere le fabbriche di armi è disposto a far sparire la letteratura. Nelle ultime ore, piattaforme di artisti europei hanno rilanciato i discorsi di Rooney ai summit pacifisti internazionali (come il People’s Summit), usandoli come manifesto attraverso i canali social per lanciare una call-to-action immediata: «Gli artisti devono parlare ora per la Palestina, seguendo l’esempio di coraggio di Sally». Un forte parallelismo testuale su quanto espresso («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio…») arriva anche dalla massiccia lettera aperta firmata da oltre 300 scrittori ed editori nelle ultime 48 ore. Nel loro manifesto congiunto a sostegno di Rooney e Faber, la comunità letteraria accusa direttamente il governo del Regno Unito, scrivendo: «È inaccettabile che un governo possa oggi bandire di fatto una singola autrice per aver protestato contro la sovrapposizione deliberata compiuta dallo Stato tra la protesta e il terrorismo». La stessa Palestine Action ha rilasciato una nota ufficiale in cui ringrazia l’autrice, sottolineando come la decisione di Faber e Rooney smascheri la natura «politica ed economica» della legge anti-terrorismo britannica, nata per blindare i profitti dell’industria bellica («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio, ma Rooney ha dimostrato che non ci si può comprare tutti»). Ciò che sta accadendo nel Regno Unito non è comunque solo una faccenda interna britannica, ma un severo ammonimento per tutte le democrazie occidentali. La libertà d’espressione non si misura dalla nostra tolleranza verso le opinioni innocue o di facciata, ma dalla protezione del diritto al dissenso radicale, all’azione diretta e all’opposizione intransigente verso le politiche di guerra dei nostri stessi governi. > Quando i libri spariscono perché i loro autori rifiutano di allinearsi ai > decreti di sicurezza nazionale, la democrazia smette di essere tale e diventa > un guscio vuoto. L’ostracismo forzato di Sally Rooney non spegnerà la sua voce; al contrario, rimarrà come un monumento all’ipocrisia di un governo (prima Starmer e ora Burnham) che, nel tentativo di proteggere l’export di armi, ha finito per mettere all’indice anche la grande letteratura. Immagine di copertina da Magdalena Vassilleva Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. 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October 19, 2026
DINAMOpress
Teva: il boicottaggio contro Israele funziona
di Lavinia Marchetti (*) Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva Il caso Teva, la rivolta dei sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute. Quindicimila sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è l’organismo
October 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Regno Unito, farmacisti e infermieri rompono i rapporti con la Teva
Il Royal College of Pharmacy britannico ha interrotto i suoi accordi di sponsorizzazione e partecipazione a mostre con l’azienda farmaceutica israeliana Teva, il più grande produttore mondiale di farmaci generici, a seguito delle pressioni esercitate da Nurses for Palestine e Uk Healthcare Petitions to Royal Colleges, come riportato venerdì 2 ottobre dal Guardian. Gli attivisti esortavano il collegio ad applicare alle collaborazioni con aziende israeliane lo stesso rigoroso controllo etico che il suo predecessore, la Royal Pharmaceutical Society, aveva riservato alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. L’associazione, che rappresenta 34.000 farmacisti e scienziati farmaceutici, ha dichiarato che una verifica ha sollevato dubbi sulla coerenza delle attività di Teva con i suoi valori, senza però fornire ulteriori dettagli. Il Royal College of Nursing, il più grande sindacato di infermieri del mondo, con 500.000 iscritti nel Regno Unito, ha annunciato la scorsa settimana di aver interrotto ogni legame di sponsorizzazione e fornitura con la Teva a causa dei suoi stretti rapporti con l’esercito israeliano.     Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
L’intesa tra università britanniche e industria delle armi per reprimere i pro-Pal
Tredici università del Regno Unito hanno concordato con BAE Systems, il principale colosso britannico della difesa, misure di sicurezza e strategie comunicative per gestire e contenere le manifestazioni studentesche filopalestinesi nei campus. A svelarlo è un’inchiesta congiunta condotta da Liberty Investigates e Al Jazeera, basata su decine di comunicazioni interne, […] L'articolo L’intesa tra università britanniche e industria delle armi per reprimere i pro-Pal su Contropiano.
September 27, 2026
Contropiano
Manifestazione per la Palestina a Liverpool in occasione del congresso laburista
Migliaia di persone hanno marciato a Liverpool in una manifestazione nazionale in occasione dell’inizio del congresso annuale del Partito Laburista. Organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign, insieme alla Stop the War Coalition, a Friends of Al-Aqsa, alla Muslim Association of Britain, al Palestinian Forum in Britain e alla Campaign for Nuclear Disarmament, la manifestazione ha attraversato pacificamente le strade della città. All’inizio di settembre il governo britannico ha annunciato nuove misure contro i coloni israeliani in Cisgiordania in risposta all’espansione degli insediamenti e all’aumento della violenza contro i palestinesi. I manifestanti chiedevano però un’espansione delle sanzioni e del boicottaggio, lo stop all’invio degli armamenti a Israele e una posizione più chiara riguardo al genocidio a Gaza.   Davide Schmid
September 26, 2026
Pressenza
Il congresso dei sindacati britannici vota a favore del boicottaggio di Israele
I delegati al Trade Union Congress (TUC) a Brighton hanno votato all’unanimità la mozione che per la prima volta esprime il sostegno al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) a Israele. La mozione è stata proposta da Artists’ Union England (AUE) e appoggiata dall’Unison, il più grande sindacato britannico. In rappresentanza di oltre 5 milioni di lavoratori – dagli insegnanti ai vigili del fuoco, dagli artisti agli addetti del settore tecnologico, dai medici agli addetti alle pulizie – i delegati hanno votato per accogliere l’appello dei sindacati e delle organizzazioni della società civile palestinesi e per sostenere le misure BDS contro Israele, che continua a perpetrare crimini di genocidio, apartheid e occupazione. I delegati di alcuni dei sindacati più influenti del Paese sono intervenuti a favore della mozione, tra cui Unison, Unite, il National Education Union, il Communication Workers Union e il Public and Commercial Services Union (PCS). Il voto esercita una nuova pressione sul governo britannico, arrivando appena una settimana dopo che il ministro degli Esteri Ed Miliband aveva annunciato un regime di sanzioni completo che vieta gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata. Il TUC ha inoltre votato a favore della prossima giornata di mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle università, indetta per giovedì 26 novembre, raccogliendo l’appello globale ai lavoratori promosso dai sindacati palestinesi, che invita la comunità internazionale a intensificare il sostegno alla liberazione della Palestina organizzando, aderendo e promuovendo iniziative anche sui luoghi di lavoro. Il testo della mozione approvata  Il congresso osserva quanto segue: La distruzione catastrofica di Gaza, comprese infrastrutture, ospedali, scuole e università, a seguito dell’attacco genocida di Israele dal 2023, che ha causato la morte di oltre 70.000 palestinesi, lo sfollamento di milioni di persone e l’aumento degli insediamenti illegali, dell’occupazione militare e dell’apartheid. I risultati di indagini condotte da organi delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani che documentano gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La violenza e gli attacchi dei coloni israeliani, sostenuti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), contro le comunità palestinesi, hanno causato la morte di diversi bambini e la chiusura di molte scuole, terrorizzando studenti e personale docente. Il movimento globale guidato dai palestinesi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, avviato dalla società civile palestinese, compresi i sindacati. I continui sforzi del governo per scoraggiare e censurare la solidarietà con la Palestina, anche nell’ambito dell’arte e della cultura. Il congresso ritiene che: Sia necessario rispondere all’appello di solidarietà dei lavoratori palestinesi Il BDS sia una strategia efficace per fare pressione su Israele affinché ponga fine al genocidio in corso, al sistema di apartheid, all’occupazione e alla negazione del diritto al ritorno dei rifugiati. Il movimento sindacale vanti una lunga e gloriosa storia di campagne BDS contro l’oppressione, compresa quella contro il Sudafrica dell’apartheid. Il Congresso delibera di: Promuovere un cessate il fuoco permanente e un piano di pace giusto, che rispetti il diritto internazionale e le successive risoluzioni delle Nazioni Unite, prevedendo una soluzione a due Stati. Promuovere una campagna per una legislazione che vieti il commercio con gli insediamenti illegali e la sospensione dell’Accordo di partenariato commerciale tra Regno Unito e Israele, fino a quando non verrà rispettato il diritto internazionale. Sostenere il movimento BDS guidato dai palestinesi, le campagne sindacali a sostegno della Palestina, le giornate di azione sul posto di lavoro, il disinvestimento da aziende complici dei crimini di Israele contro i palestinesi, in collaborazione con i membri dei sindacati di tali aziende. Porre fine a ogni cooperazione militare e commercio di armi con Israele per conformarsi al diritto internazionale. Chiedere al governo di imporre sanzioni di vasta portata a Israele finché non si conformerà al diritto internazionale e impegnarsi a garantire la libertà di parola e a porre fine ai tentativi di censurare artisti e organizzazioni artistiche che esprimono solidarietà con la Palestina. Sostenere i sindacalisti, compresi artisti, operatori culturali e operatori dell’istruzione, che si rifiutano di gestire beni e servizi legati a violazioni del diritto internazionale.   Redazione Italia
September 17, 2026
Pressenza
Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele
Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per […] L'articolo Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele su Contropiano.
September 9, 2026
Contropiano
Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, […] L'articolo Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Difesa civile. Sì, ma quale? “Civilizzare” la difesa armata? (2)
RILANCIAMO IL SECONDO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e pratiche correnti.  Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione. Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano) complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione. Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa (o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi ‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici, calamità naturali ed altre gravi emergenze. BUNDESWEHR ŰBER ALLES Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca, dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali) chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa civile’. «La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società. “L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più avanti altre precisazioni. «Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari servizi di supporto civile.  Un elemento centrale del Piano Operativo per la Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della Bundeswehr con enti civili o governativi in situazioni di emergenza» [iii]. Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la “responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo alle forze armate) sono: “sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”, “difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari. Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza (Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T. d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione dell’ambiente. LIBERTÉ, ÉGALITÉ…VIVE LES ARMÉES! Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di ‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il coordinamento (cioé il comando) delle forze armate. «Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza nazionale»[vi]. Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre interessanti affermazioni. «Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità, la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito […] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria (personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].   In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”. LA SPAGNA GIOCA IN “DEFENSA NACIONAL INTEGRADA” Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista, militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca. «Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello tattico» [ix]. Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo. L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi [in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali» [x]. Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come: “integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”, “stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali”. PER GLI INGLESI “RESILIENCE” FA RIMA CON “DEFENCE” Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato. «Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale. […] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta, bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese, società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza democratico» [xi]. Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di 62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua “Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate” [xii], fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto globale e totalizzante di ‘difesa’. Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO (MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi, rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra l’altro, questa dichiarazione: «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo operativo» [xiii].   “CIVIL-MILITÄRT FÖRSVAR”: RISPOSTA INTEGRATA SVEDESE COME DETERRENZA Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in caso di guerra” [xiv]. Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv], limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo. «Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di deterrenza» [xvi]. Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i cittadini sono chiamati a prepararsi… In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”. “SIVILT-MILITÆRT SAMARBEID”: LA COOPERAZIONE DIFENSIVA IN NORVEGIA Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano. «È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii]. Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione. Una descrizione della difesa totale in Norvegia”. «Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità e gli enti civili sono responsabili di assicurare la sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi – sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società, contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii]. Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie, sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua inglese si articola più compiutamente in due differenti vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al “Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”. L’ALFABETO DELLA “DIFESA TOTALE“ Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’ piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di  proposte legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’ dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”. L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le accompagnano. * Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per la sicurezza collettiva. * Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione (non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di difesa. * Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente termine: * Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari già programmate. * Difesa – la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva, nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica minaccia. * Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate. * Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale, inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col militarizzarne di fatto le attività. * Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati. * Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa, rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico- costituzionale dello stato da ‘difendere’. * Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché complesse strutture gerarchiche di natura militare. * Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla ‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie e perfino aggirare le garanzie costituzionali. * Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono appunto: globale e integrata. * Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei confronti dell’altra. Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero ‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco chiare. Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace italiano rischia di pagar caro. Ermete Ferraro [i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1) 08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ [ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A core military element of overall defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad. mia). [iii] Ibidem. [iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services. [v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France. [vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile (Articles L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad. mia). [vii] Ministére del Armées et des Anciens Combattants. https://www.defense.gouv.fr/. [viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad. mia). [ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco, Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil  (trad. mia). [x] Ibidem. [xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK statement to the OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad. mia). [xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, June 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf. [xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/. [xiv] Government Offices of Sweden, Civil defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia). [xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state of Sweden’s total defence and the security situation, June 2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf. [xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia). [xvii]  Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term Defence Plan 2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad. mia). [xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf. [xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15: SICUREZZA (01.12.2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/. [xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 – RESILIENZA (12.03.2023) https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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