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Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, […] L'articolo Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Difesa civile. Sì, ma quale? “Civilizzare” la difesa armata? (2)
RILANCIAMO IL SECONDO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e pratiche correnti.  Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione. Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano) complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione. Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa (o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi ‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici, calamità naturali ed altre gravi emergenze. BUNDESWEHR ŰBER ALLES Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca, dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali) chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa civile’. «La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società. “L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più avanti altre precisazioni. «Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari servizi di supporto civile.  Un elemento centrale del Piano Operativo per la Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della Bundeswehr con enti civili o governativi in situazioni di emergenza» [iii]. Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la “responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo alle forze armate) sono: “sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”, “difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari. Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza (Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T. d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione dell’ambiente. LIBERTÉ, ÉGALITÉ…VIVE LES ARMÉES! Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di ‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il coordinamento (cioé il comando) delle forze armate. «Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza nazionale»[vi]. Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre interessanti affermazioni. «Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità, la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito […] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria (personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].   In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”. LA SPAGNA GIOCA IN “DEFENSA NACIONAL INTEGRADA” Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista, militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca. «Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello tattico» [ix]. Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo. L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi [in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali» [x]. Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come: “integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”, “stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali”. PER GLI INGLESI “RESILIENCE” FA RIMA CON “DEFENCE” Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato. «Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale. […] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta, bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese, società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza democratico» [xi]. Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di 62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua “Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate” [xii], fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto globale e totalizzante di ‘difesa’. Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO (MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi, rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra l’altro, questa dichiarazione: «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo operativo» [xiii].   “CIVIL-MILITÄRT FÖRSVAR”: RISPOSTA INTEGRATA SVEDESE COME DETERRENZA Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in caso di guerra” [xiv]. Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv], limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo. «Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di deterrenza» [xvi]. Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i cittadini sono chiamati a prepararsi… In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”. “SIVILT-MILITÆRT SAMARBEID”: LA COOPERAZIONE DIFENSIVA IN NORVEGIA Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano. «È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii]. Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione. Una descrizione della difesa totale in Norvegia”. «Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità e gli enti civili sono responsabili di assicurare la sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi – sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società, contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii]. Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie, sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua inglese si articola più compiutamente in due differenti vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al “Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”. L’ALFABETO DELLA “DIFESA TOTALE“ Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’ piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di  proposte legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’ dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”. L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le accompagnano. * Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per la sicurezza collettiva. * Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione (non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di difesa. * Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente termine: * Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari già programmate. * Difesa – la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva, nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica minaccia. * Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate. * Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale, inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col militarizzarne di fatto le attività. * Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati. * Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa, rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico- costituzionale dello stato da ‘difendere’. * Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché complesse strutture gerarchiche di natura militare. * Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla ‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie e perfino aggirare le garanzie costituzionali. * Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono appunto: globale e integrata. * Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei confronti dell’altra. Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero ‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco chiare. Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace italiano rischia di pagar caro. Ermete Ferraro [i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1) 08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ [ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A core military element of overall defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad. mia). [iii] Ibidem. [iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services. [v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France. [vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile (Articles L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad. mia). [vii] Ministére del Armées et des Anciens Combattants. https://www.defense.gouv.fr/. [viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad. mia). [ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco, Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil  (trad. mia). [x] Ibidem. [xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK statement to the OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad. mia). [xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, June 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf. [xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/. [xiv] Government Offices of Sweden, Civil defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia). [xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state of Sweden’s total defence and the security situation, June 2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf. [xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia). [xvii]  Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term Defence Plan 2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad. mia). [xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf. [xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15: SICUREZZA (01.12.2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/. [xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 – RESILIENZA (12.03.2023) https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Libertà per il dottor Hussam Abu Safiya
Ieri, martedì 14 luglio, la Ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha condannato la continua detenzione da parte delle autorità israeliane del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, sottolineando la profonda preoccupazione del Regno Unito per il suo caso. Durante un’audizione davanti alla Commissione Affari Esteri del Parlamento britannico, Cooper ha ribadito di ritenere Israele responsabile delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario a Gaza. Le sue dichiarazioni sono giunte in risposta alle domande dei membri della commissione in merito alla detenzione senza accuse di Abu Safiya nelle carceri israeliane da quasi 18 mesi, nonostante le Nazioni Unite l’abbiano definita una violazione del diritto internazionale. “Israele sembra non voler ascoltare”, ha affermato Cooper. “La situazione del dottor Hussam Abu Safieh è drammatica e potrebbe morire in prigionia.” Ha aggiunto che il governo britannico sta seguendo da vicino il caso e ha espresso preoccupazione per la detenzione di personale medico in condizioni prive di trasparenza. La ministra britannica ha proseguito affermando che il caso del dottor Hussam Abu Safiya è particolarmente preoccupante perché “era un medico che forniva assistenza sanitaria alle persone”, e ha aggiunto che il suo caso ha attirato l’attenzione internazionale e che “il governo israeliano dovrebbe essere ritenuto responsabile delle decisioni prese.”   ANBAMED
July 15, 2026
Pressenza
Il Regno Unito, dove la libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”
La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato […] L'articolo Il Regno Unito, dove la libera informazione si sta trasformando in “terrorismo” su Contropiano.
July 1, 2026
Contropiano
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Il premier britannico Keir Starmer si è dimesso
«Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista». Così il premier britannico Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da capo del partito e, conseguentemente, da primo ministro del Regno Unito. Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di tensioni interne ai laburisti, dovute agli scandali legati agli Epstein Files, a dimissioni ministeriali e a sconfitte elettorali. A pesare, anche il recente ottenimento di un seggio suppletivo alla Camera dei Comuni da parte di Andy Burnham, da molti visto come più adeguato a guidare il Partito Laburista. Ora il partito dovrà individuare il nuovo leader che prenderà il posto di Starmer, e che, secondo molti, sarà proprio Burnham. Starmer, invece, rimarrà in carica come primo ministro fino alla nomina del suo successore, che dovrebbe arrivare entro la fine di settembre. L’annuncio di Starmer è arrivato oggi, 22 giugno, ma era nell’aria da tempo. Le dimissioni del premier seguono mesi di scandali politici e sconfitte elettorali che hanno fatto perdere consensi al leader britannico, tanto tra i cittadini quanto tra le fila del suo stesso partito. Il colpo di grazia è arrivato giovedì 18 giugno, quando il suo rivale interno Andy Burnham ha vinto le elezioni per ottenere un seggio suppletivo in Parlamento. Burnham è l’attuale sindaco di Manchester e lascerà il proprio incarico da primo cittadino proprio per assumere quello di deputato; nel Regno Unito, una delle condizioni per diventare primo ministro è infatti quella di far parte del Parlamento. Burnham non ha nascosto le proprie intenzioni di sostituire Starmer e, secondo molti, dovrebbe essere proprio lui a subentrare al premier dimissionario. Starmer ha annunciato di avere già contattato il re per informarlo della propria decisione e ha chiesto al partito di organizzare un calendario per l’apertura delle candidature entro il 9 luglio; proprio a partire da quella data e fino alla convention laburista di fine settembre, i laburisti dovranno scegliere il prossimo leader del partito e futuro premier. Starmer traghetterà il Paese fino ad allora. Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di pressioni interne, a cui il premier ha provato a resistere fino alla fine. I problemi sono iniziati con l’uscita dei nuovi faldoni dei cosiddetti Epstein Files, in cui compariva anche un importante diplomatico britannico, nonché ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, Peter Mandelson. Peter Mandelson era una figura centrale del Partito Laburista e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown. La sua nomina ad ambasciatore da parte dell’esecutivo di Starmer e la successiva comparsa del suo nome negli scandali legati a Epstein hanno fatto tremare il governo e costretto diversi ministri e consiglieri di Starmer a rassegnare le dimissioni, facendo perdere consenso interno al premier. Dopo lo scandalo Mandelson sono arrivate le elezioni dello scorso maggio, risultate in una totale disfatta per il premier laburista, tanto da venire definite dalla stampa britannica con il termine Starmageddon  (gioco di parole tra “Starmer” e “Armageddon”); anche in quell’occasione la pressione interna e le richieste di dimissioni da parte degli stessi laburisti hanno travolto il premier, che tuttavia ha retto all’urto. In generale, negli ultimi anni Starmer ha perso parecchi consensi a causa di politiche sociali giudicate insufficienti, unite a strette securitarie, come quelle che si sono abbattute sul movimento solidale con la Palestina.   L'Indipendente
June 22, 2026
Pressenza
Da Southport a Belfast, il Regno Unito scosso dalla violenza anti-migranti continua a resistere
La fiammata di violenza che ha investito Belfast è divampata a seguito di un tragico fatto di sangue avvenuto la sera dell’8 giugno 2026 nel nord della città. Un uomo del posto di 44 anni, Stephen Ogilvie, è stato brutalmente aggredito in strada con un coltello da cucina, riportando ferite gravissime che gli sono costate la perdita di un occhio. Le forze dell’ordine della Police Service of Northern Ireland (PSNI) hanno tempestivamente arrestato l’aggressore, Hadi Alodid, un rifugiato sudanese di 30 anni, incriminandolo per tentato omicidio. Nonostante la polizia abbia subito chiarito l’assenza di matrici terroristiche e la stessa famiglia della vittima abbia lanciato un accorato appello alla calma, l’ala più radicale della destra identitaria ha immediatamente capitalizzato l’accaduto. Nel giro di poche ore, i quartieri a maggioranza protestante lealista di Belfast sono sprofondati nel caos. Gruppi di manifestanti mascherati hanno dato vita a veri e propri pogrom urbani: blocchi stradali sono stati creati dando alle fiamme cassonetti, automobili e un autobus del trasporto pubblico; sono state diffuse online “liste di obiettivi” con gli indirizzi di strutture d’accoglienza e abitazioni private di persone straniere. Almeno 27 persone, tra cui interi nuclei familiari, sono rimaste senzatetto dopo che le loro case sono state bruciate; gli agenti sono stati bersagliati con pietre, mattoni e bottiglie molotov, costringendo le autorità a impiegare gli idranti e i proiettili di gomma per disperdere la folla; squadre di vigilantes hanno presidiato i pressi di alcune strutture sanitarie, fermando le auto per controllare l’etnia dei passeggeri e intimidendo il personale medico straniero. I PRECEDENTI RECENTI: UN BIENNIO DI TENSIONI NEL REGNO UNITO I disordini di Belfast non sono un evento isolato, ma si inseriscono in una precisa scia di intolleranza che sta segnando la storia recente della regione. Il picco più grave si era registrato nell’estate del 2024, a seguito del tragico accoltellamento di Southport, in Inghilterra, dove tre bambine persero la vita. In quell’occasione, la falsa notizia diffusa online secondo cui l’attentatore fosse un richiedente asilo musulmano scatenò la peggiore ondata di violenza razzista degli ultimi decenni nel Regno Unito. Moschee, hotel riadattati a centri di accoglienza che ospitavano migranti e negozi gestiti da minoranze vennero assaltati da Londra a Liverpool, fino alla stessa Belfast. Anche il 2025 ha visto l’Irlanda del Nord al centro di tensioni identitarie. Nel giugno di quell’anno, la cittadina di Ballymena fu scossa da violente proteste dopo l’arresto di due giovani di origine straniera accusati di aggressione sessuale. Le manifestazioni degenerarono rapidamente in quella che la polizia definì «teppismo razzista», provocando il ferimento di oltre cento agenti e decine di arresti nel corso di due settimane di disordini. IL CONTAGIO DI GIUGNO 2026 La stessa dinamica si è ripetuta in queste settimane. Nelle giornate del 2-3 giugno a Southampton, a seguito della condanna di un ragazzo Sikh di 23 anni (Vikcrum Digwa) per aver accoltellato a morte uno studente universitario di 18 anni (Henry Nowak) e della proiezione di un video che mostrava le forze dell’ordine che incredibilmente avevano ammanettato la vittima, di fatto provocandone la morte per dissanguamento, sono scoppiati riot a sfondo razzista. Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni segnaletici stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto. La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno. Ora, le proteste scattate a Belfast si sono rapidamente estese, seppur in forma minore, ad altre città della Scozia (come Glasgow ed Edimburgo) e dell’Inghilterra settentrionale (Liverpool). IL FILO ROSSO DELLA DISINFORMAZIONE E IL DOPPIO STANDARD MEDIATICO: L’ASIMMETRIA DEL SILENZIO E IL RUOLO DEI SOCIAL MEDIA Dopo l’arresto di Digwa, il padre del ragazzo assassinato, Mark Nowak, aveva dichiarato di non volere che la morte del figlio diciottenne venisse «strumentalizzata per alimentare ulteriori divisioni, odio o tensioni. Vogliamo che la sua storia contribuisca a rendere le nostre strade più sicure per tutti». > Tuttavia, personaggi come il leader di Reform UK Nigel Farage e il portavoce > dell’opposizione per gli affari interni, il conservatore Chris Philp, hanno > ignorato questo appello e hanno sfruttato la morte di Nowak per sostenere che > esisterebbe una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge da parte > delle forze dell’ordine». La richiesta di Farage che la nazione reagisse con > «fredda rabbia» all’omicidio di Nowak ha trovato subito risposta nella rivolta > di Southampton e mei pogrom di Belfast. Le immagini grafiche dell’accoltellamento di Ogilvie hanno saturato piattaforme come X, TikTok e Facebook. Figure di spicco dell’estrema destra britannica, Tommy Robinson in testa, supportate dai post di Elon Musk, hanno amplificato la retorica dell’«invasione», esortando la popolazione a scendere in piazza in tutto il Regno Unito. Questa dinamica evidenzia come la disinformazione online si traduca in pochissime ore in violenza fisica nel mondo reale e lo strumento dell’Astroturfing politico digitale è l’ultima frontiera raggiunta dalla rete neofascista britannica. > L’esplosione di rabbia collettiva e la massiccia copertura mediatica riservate > ai fatti di Belfast mettono in luce una profonda e sistematica asimmetria nel > modo in cui la stampa e la politica britannica affrontano la violenza. Negli > ultimi due anni, l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito sono stati > teatro di numerose aggressioni, minacce e campagne di sgombero forzato > perpetrate da frange radicali ai danni di residenti di origine africana o di > fede musulmana. Solo poche settimane prima dei disordini di giugno 2026, una > violenta serie di raid mirati contro richiedenti asilo nella zona di Lawrence > Street, a South Belfast, era stata liquidata dai media locali come > micro-criminalità o semplice vandalismo isolato, finendo rapidamente nel > dimenticatoio giornalistico. Giornali spazzatura come “The Sun” o “Daily > Mail”, o testate storiche del conservatorismo come “The Spectator”, nel tirare > la volata elettorale a Nigel Farage, alimentano una narrazione tossica che > lega il presunto aumento dei reati violenti nel Regno Unito all’immigrazione. Peccato – per loro – che sia realtà sia ben altra, come ha ben riassunto il giornalista Owen Jones: se è indubbio il forte aumento della popolazione immigrata (da 4.6 milioni nel 2002 agli 11 milioni attuali), i dati sui reati sono diminuiti di circa un terzo dai 12,4 milioni sempre del 2002 a ora. Per ciò che concerne gli omicidi, nel 2003 il tasso era di 17,9 per milione, ma ora risulta quasi dimezzato (9.5 per milione). A Londra, la città col maggior numero di persone migranti, il numero annuale di omicidi è il più basso di sempre, da 216 nel 2003 a 97 nel 2025. Una ricerca condotta da “Inquest” nel 2023 ha rilevato che le persone nere e razzializzate hanno una probabilità sette volte maggiore rispetto ai bianchi di morire in seguito a un intervento di contenimento da parte della polizia. Infine, il rapporto del 2025 stilato dalla dottoressa Shereen Daniels sul razzismo nella polizia metropolitana di Londra ha rilevato che «l’uso della forza è più facilmente autorizzato» contro le persone razzializzate, mentre i loro bambini sono vittime di un processo di “adultizzazione” e hanno meno probabilità di essere trattati come bambini. L’OMBRA NERA DELL’UNIONISMO E IL PARADOSSO DELLE BANDIERE Il fatto che le proteste razziste vengano innescate da influencer dell’estrema destra e spesso coordinate tramite canali Telegram o gruppi WhatsApp, non vuole dire che non esistano organizzazioni che su di esse provino e spesso riescano a esercire una direzione. I riots di Belfast, come peraltro quelli di Ballymena dell’anno scorso, sono stati nei fatti diretti dalle fazioni unioniste che, a dispetto di qualsiasi Good Friday Agreement, hanno sicuramente mantenuto livelli elevati di organizzazione dal punto di vista paramilitare. Tuttavia, si notano anche piccoli, ma significativi segnali di un inedito superamento (da destra) delle divisioni identitarie. In alcune recenti manifestazioni anti-immigrazione a Belfast, gli estremisti lealisti (con la bandiera britannica dell’Union Jack) ed estremisti dell’ultradestra della Repubblica d’Irlanda (con il tricolore irlandese) hanno sfilato insieme contro il “nemico comune”: i migranti. Un’alleanza impensabile fino a pochi anni fa. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per il Sinn Féin, da qualche anno e per la prima volta al governo delle Sei contee con un programma politico socialista. UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE A ogni modo, quanto è avvenuto in questi tre giorni nel capoluogo delle Sei Contee e la lunga scia di violenze in cui si inserisce riaffermano una certa tradizione storica del razzismo anglosassone: nel 1919 a Glasgow, Cardiff, Liverpool, South Shields e in altre città portuali contro marinai neri, asiatici e arabi; nel 1948 a Liverpool contro la comunità afrodiscendente, cinese e yemenita; nel 1958 a Nottingham e a Londra (Notting Hill) contro la comunità caraibica (la cosiddetta “Generazione Windrush”); negli anni Settanta, nell’East London contro le comunità pakistana e bengalese (“Paki-bashing“); nel 2001 nel Nord dell’Inghilterra contro le comunità asiatica e musulmana e infine dal 2024 ad oggi un po’ in tutto il Paese contro i richiedenti asilo, le comunità musulmane e le minoranze afrodiscendenti. Una tradizione che ha fatto morti e feriti, da Kelso Cochrane, ucciso a Londra nel 1959, a Kemran Aman, accoltellato da due adolescenti il 30 giugno 2025, passando per il rogo del gennaio 1981 a New Cross, nel sud-est londinese, in cui morirono 13 giovani neri fra i 14 e i 22 anni. LA RISPOSTA DEI MOVIMENTI E DELLA SOCIETÀ CIVILE «Viviamo in tempi pericolosi», ha scritto il “The Morning Star“: alcune zone della Gran Bretagna sono una polveriera, con le comunità operaie, sia bianche che nere, abbandonate anche da quello che doveva essere il loro partito, il Labour. Ciò porta a che le contraddizioni e le problematiche sociali non vengano più comprese in termini di classe. L’ultimo sondaggio del sindacato GMB, per cui il 30% degli iscritti voterebbe Reform UK alle prossime politiche, la dice lunga sull’incubo che sta vivendo il Paese. «Costruire solidarietà tra le comunità e sostenersi a vicenda quando si è sotto attacco è fondamentale», scrive sempre il “Morning Star”. Intrecciare l’antirazzismo con la difesa degli interessi di lavoratori e lavoratrici è condizione necessaria. Per questo, più e oltre le risposte giudiziarie e quelle della politica – con il prevedibile scontro fra Reform UK e Tories da una parte, Greens, Your Party e nazionalisti nordirlandesi e scozzesi dall’altra e lo scontro interno fra destra e sinistra laburista –, vanno registrate le reazioni della comunità popolare e working-class: sabato 13 giugno, circa 20.000 persone si sono radunate davanti al municipio di Belfast per la più grande manifestazione antirazzista e antifascista di sempre (Together Against Hate), per riaffermare i valori di solidarietà e inclusione e di isolare le frange radicali di destra che cercano di riaprire vecchie e nuove ferite sociali nel Paese. Già le reti di quartiere e le associazioni per i diritti umani si sono attivate per supportare i residenti evacuati d’urgenza durante gli incendi dolosi e per proteggere le famiglie straniere, in particolare quelle di origine africana, che si sono trovate barricate in casa. Organizzazioni sindacali come UNISON, reti di base come Trade Unions Fighting the Far Right e formazioni politiche come People Before Profit (PBP) hanno promosso attivamente azioni unitarie di lavoratori e residenti contro i gruppi di estrema destra, sottolineando che le persone migranti fanno parte integrante della comunità. Il collettivo di donne Anaka Women’s Collective ha lanciato una raccolta fondi straordinaria che ha superato rapidamente le 84.000 sterline per assistere e ricollocare in sicurezza le famiglie e i rifugiati le cui abitazioni sono state danneggiate dagli attacchi incendiari. Quartieri e comunità locali a West Belfast hanno organizzato presidi spontanei di solidarietà o incontri di coordinamento dei lavoratori tenute nelle sedi sindacali o in aree comunitarie specifiche per organizzare l’autodifesa. Iniziative di massa si sono svolte in diverse città anche a Derry, Glasgow, Brighton, Sheffield, Newcastle e Liverpool, dove migliaia di antifascisti e antifasciste hanno surclassato e  messo letteralmente all’angolo le adunate razziste che erano state organizzate in queste città. E, anche qui come da transizione, questa volta antifascista, è risuonato il famoso coro: «There are very many more of us than you… There are very many more of us than you… There are very many more… Very many more… Very many more of us than you…» La copertina è di Alisdare Hickson da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 15, 2026
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