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Libertà per il dottor Hussam Abu Safiya
Ieri, martedì 14 luglio, la Ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha condannato la continua detenzione da parte delle autorità israeliane del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, sottolineando la profonda preoccupazione del Regno Unito per il suo caso. Durante un’audizione davanti alla Commissione Affari Esteri del Parlamento britannico, Cooper ha ribadito di ritenere Israele responsabile delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario a Gaza. Le sue dichiarazioni sono giunte in risposta alle domande dei membri della commissione in merito alla detenzione senza accuse di Abu Safiya nelle carceri israeliane da quasi 18 mesi, nonostante le Nazioni Unite l’abbiano definita una violazione del diritto internazionale. “Israele sembra non voler ascoltare”, ha affermato Cooper. “La situazione del dottor Hussam Abu Safieh è drammatica e potrebbe morire in prigionia.” Ha aggiunto che il governo britannico sta seguendo da vicino il caso e ha espresso preoccupazione per la detenzione di personale medico in condizioni prive di trasparenza. La ministra britannica ha proseguito affermando che il caso del dottor Hussam Abu Safiya è particolarmente preoccupante perché “era un medico che forniva assistenza sanitaria alle persone”, e ha aggiunto che il suo caso ha attirato l’attenzione internazionale e che “il governo israeliano dovrebbe essere ritenuto responsabile delle decisioni prese.”   ANBAMED
July 15, 2026
Pressenza
Il Regno Unito, dove la libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”
La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato […] L'articolo Il Regno Unito, dove la libera informazione si sta trasformando in “terrorismo” su Contropiano.
July 1, 2026
Contropiano
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Il premier britannico Keir Starmer si è dimesso
«Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista». Così il premier britannico Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da capo del partito e, conseguentemente, da primo ministro del Regno Unito. Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di tensioni interne ai laburisti, dovute agli scandali legati agli Epstein Files, a dimissioni ministeriali e a sconfitte elettorali. A pesare, anche il recente ottenimento di un seggio suppletivo alla Camera dei Comuni da parte di Andy Burnham, da molti visto come più adeguato a guidare il Partito Laburista. Ora il partito dovrà individuare il nuovo leader che prenderà il posto di Starmer, e che, secondo molti, sarà proprio Burnham. Starmer, invece, rimarrà in carica come primo ministro fino alla nomina del suo successore, che dovrebbe arrivare entro la fine di settembre. L’annuncio di Starmer è arrivato oggi, 22 giugno, ma era nell’aria da tempo. Le dimissioni del premier seguono mesi di scandali politici e sconfitte elettorali che hanno fatto perdere consensi al leader britannico, tanto tra i cittadini quanto tra le fila del suo stesso partito. Il colpo di grazia è arrivato giovedì 18 giugno, quando il suo rivale interno Andy Burnham ha vinto le elezioni per ottenere un seggio suppletivo in Parlamento. Burnham è l’attuale sindaco di Manchester e lascerà il proprio incarico da primo cittadino proprio per assumere quello di deputato; nel Regno Unito, una delle condizioni per diventare primo ministro è infatti quella di far parte del Parlamento. Burnham non ha nascosto le proprie intenzioni di sostituire Starmer e, secondo molti, dovrebbe essere proprio lui a subentrare al premier dimissionario. Starmer ha annunciato di avere già contattato il re per informarlo della propria decisione e ha chiesto al partito di organizzare un calendario per l’apertura delle candidature entro il 9 luglio; proprio a partire da quella data e fino alla convention laburista di fine settembre, i laburisti dovranno scegliere il prossimo leader del partito e futuro premier. Starmer traghetterà il Paese fino ad allora. Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di pressioni interne, a cui il premier ha provato a resistere fino alla fine. I problemi sono iniziati con l’uscita dei nuovi faldoni dei cosiddetti Epstein Files, in cui compariva anche un importante diplomatico britannico, nonché ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, Peter Mandelson. Peter Mandelson era una figura centrale del Partito Laburista e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown. La sua nomina ad ambasciatore da parte dell’esecutivo di Starmer e la successiva comparsa del suo nome negli scandali legati a Epstein hanno fatto tremare il governo e costretto diversi ministri e consiglieri di Starmer a rassegnare le dimissioni, facendo perdere consenso interno al premier. Dopo lo scandalo Mandelson sono arrivate le elezioni dello scorso maggio, risultate in una totale disfatta per il premier laburista, tanto da venire definite dalla stampa britannica con il termine Starmageddon  (gioco di parole tra “Starmer” e “Armageddon”); anche in quell’occasione la pressione interna e le richieste di dimissioni da parte degli stessi laburisti hanno travolto il premier, che tuttavia ha retto all’urto. In generale, negli ultimi anni Starmer ha perso parecchi consensi a causa di politiche sociali giudicate insufficienti, unite a strette securitarie, come quelle che si sono abbattute sul movimento solidale con la Palestina.   L'Indipendente
June 22, 2026
Pressenza
Da Southport a Belfast, il Regno Unito scosso dalla violenza anti-migranti continua a resistere
La fiammata di violenza che ha investito Belfast è divampata a seguito di un tragico fatto di sangue avvenuto la sera dell’8 giugno 2026 nel nord della città. Un uomo del posto di 44 anni, Stephen Ogilvie, è stato brutalmente aggredito in strada con un coltello da cucina, riportando ferite gravissime che gli sono costate la perdita di un occhio. Le forze dell’ordine della Police Service of Northern Ireland (PSNI) hanno tempestivamente arrestato l’aggressore, Hadi Alodid, un rifugiato sudanese di 30 anni, incriminandolo per tentato omicidio. Nonostante la polizia abbia subito chiarito l’assenza di matrici terroristiche e la stessa famiglia della vittima abbia lanciato un accorato appello alla calma, l’ala più radicale della destra identitaria ha immediatamente capitalizzato l’accaduto. Nel giro di poche ore, i quartieri a maggioranza protestante lealista di Belfast sono sprofondati nel caos. Gruppi di manifestanti mascherati hanno dato vita a veri e propri pogrom urbani: blocchi stradali sono stati creati dando alle fiamme cassonetti, automobili e un autobus del trasporto pubblico; sono state diffuse online “liste di obiettivi” con gli indirizzi di strutture d’accoglienza e abitazioni private di persone straniere. Almeno 27 persone, tra cui interi nuclei familiari, sono rimaste senzatetto dopo che le loro case sono state bruciate; gli agenti sono stati bersagliati con pietre, mattoni e bottiglie molotov, costringendo le autorità a impiegare gli idranti e i proiettili di gomma per disperdere la folla; squadre di vigilantes hanno presidiato i pressi di alcune strutture sanitarie, fermando le auto per controllare l’etnia dei passeggeri e intimidendo il personale medico straniero. I PRECEDENTI RECENTI: UN BIENNIO DI TENSIONI NEL REGNO UNITO I disordini di Belfast non sono un evento isolato, ma si inseriscono in una precisa scia di intolleranza che sta segnando la storia recente della regione. Il picco più grave si era registrato nell’estate del 2024, a seguito del tragico accoltellamento di Southport, in Inghilterra, dove tre bambine persero la vita. In quell’occasione, la falsa notizia diffusa online secondo cui l’attentatore fosse un richiedente asilo musulmano scatenò la peggiore ondata di violenza razzista degli ultimi decenni nel Regno Unito. Moschee, hotel riadattati a centri di accoglienza che ospitavano migranti e negozi gestiti da minoranze vennero assaltati da Londra a Liverpool, fino alla stessa Belfast. Anche il 2025 ha visto l’Irlanda del Nord al centro di tensioni identitarie. Nel giugno di quell’anno, la cittadina di Ballymena fu scossa da violente proteste dopo l’arresto di due giovani di origine straniera accusati di aggressione sessuale. Le manifestazioni degenerarono rapidamente in quella che la polizia definì «teppismo razzista», provocando il ferimento di oltre cento agenti e decine di arresti nel corso di due settimane di disordini. IL CONTAGIO DI GIUGNO 2026 La stessa dinamica si è ripetuta in queste settimane. Nelle giornate del 2-3 giugno a Southampton, a seguito della condanna di un ragazzo Sikh di 23 anni (Vikcrum Digwa) per aver accoltellato a morte uno studente universitario di 18 anni (Henry Nowak) e della proiezione di un video che mostrava le forze dell’ordine che incredibilmente avevano ammanettato la vittima, di fatto provocandone la morte per dissanguamento, sono scoppiati riot a sfondo razzista. Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni segnaletici stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto. La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno. Ora, le proteste scattate a Belfast si sono rapidamente estese, seppur in forma minore, ad altre città della Scozia (come Glasgow ed Edimburgo) e dell’Inghilterra settentrionale (Liverpool). IL FILO ROSSO DELLA DISINFORMAZIONE E IL DOPPIO STANDARD MEDIATICO: L’ASIMMETRIA DEL SILENZIO E IL RUOLO DEI SOCIAL MEDIA Dopo l’arresto di Digwa, il padre del ragazzo assassinato, Mark Nowak, aveva dichiarato di non volere che la morte del figlio diciottenne venisse «strumentalizzata per alimentare ulteriori divisioni, odio o tensioni. Vogliamo che la sua storia contribuisca a rendere le nostre strade più sicure per tutti». > Tuttavia, personaggi come il leader di Reform UK Nigel Farage e il portavoce > dell’opposizione per gli affari interni, il conservatore Chris Philp, hanno > ignorato questo appello e hanno sfruttato la morte di Nowak per sostenere che > esisterebbe una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge da parte > delle forze dell’ordine». La richiesta di Farage che la nazione reagisse con > «fredda rabbia» all’omicidio di Nowak ha trovato subito risposta nella rivolta > di Southampton e mei pogrom di Belfast. Le immagini grafiche dell’accoltellamento di Ogilvie hanno saturato piattaforme come X, TikTok e Facebook. Figure di spicco dell’estrema destra britannica, Tommy Robinson in testa, supportate dai post di Elon Musk, hanno amplificato la retorica dell’«invasione», esortando la popolazione a scendere in piazza in tutto il Regno Unito. Questa dinamica evidenzia come la disinformazione online si traduca in pochissime ore in violenza fisica nel mondo reale e lo strumento dell’Astroturfing politico digitale è l’ultima frontiera raggiunta dalla rete neofascista britannica. > L’esplosione di rabbia collettiva e la massiccia copertura mediatica riservate > ai fatti di Belfast mettono in luce una profonda e sistematica asimmetria nel > modo in cui la stampa e la politica britannica affrontano la violenza. Negli > ultimi due anni, l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito sono stati > teatro di numerose aggressioni, minacce e campagne di sgombero forzato > perpetrate da frange radicali ai danni di residenti di origine africana o di > fede musulmana. Solo poche settimane prima dei disordini di giugno 2026, una > violenta serie di raid mirati contro richiedenti asilo nella zona di Lawrence > Street, a South Belfast, era stata liquidata dai media locali come > micro-criminalità o semplice vandalismo isolato, finendo rapidamente nel > dimenticatoio giornalistico. Giornali spazzatura come “The Sun” o “Daily > Mail”, o testate storiche del conservatorismo come “The Spectator”, nel tirare > la volata elettorale a Nigel Farage, alimentano una narrazione tossica che > lega il presunto aumento dei reati violenti nel Regno Unito all’immigrazione. Peccato – per loro – che sia realtà sia ben altra, come ha ben riassunto il giornalista Owen Jones: se è indubbio il forte aumento della popolazione immigrata (da 4.6 milioni nel 2002 agli 11 milioni attuali), i dati sui reati sono diminuiti di circa un terzo dai 12,4 milioni sempre del 2002 a ora. Per ciò che concerne gli omicidi, nel 2003 il tasso era di 17,9 per milione, ma ora risulta quasi dimezzato (9.5 per milione). A Londra, la città col maggior numero di persone migranti, il numero annuale di omicidi è il più basso di sempre, da 216 nel 2003 a 97 nel 2025. Una ricerca condotta da “Inquest” nel 2023 ha rilevato che le persone nere e razzializzate hanno una probabilità sette volte maggiore rispetto ai bianchi di morire in seguito a un intervento di contenimento da parte della polizia. Infine, il rapporto del 2025 stilato dalla dottoressa Shereen Daniels sul razzismo nella polizia metropolitana di Londra ha rilevato che «l’uso della forza è più facilmente autorizzato» contro le persone razzializzate, mentre i loro bambini sono vittime di un processo di “adultizzazione” e hanno meno probabilità di essere trattati come bambini. L’OMBRA NERA DELL’UNIONISMO E IL PARADOSSO DELLE BANDIERE Il fatto che le proteste razziste vengano innescate da influencer dell’estrema destra e spesso coordinate tramite canali Telegram o gruppi WhatsApp, non vuole dire che non esistano organizzazioni che su di esse provino e spesso riescano a esercire una direzione. I riots di Belfast, come peraltro quelli di Ballymena dell’anno scorso, sono stati nei fatti diretti dalle fazioni unioniste che, a dispetto di qualsiasi Good Friday Agreement, hanno sicuramente mantenuto livelli elevati di organizzazione dal punto di vista paramilitare. Tuttavia, si notano anche piccoli, ma significativi segnali di un inedito superamento (da destra) delle divisioni identitarie. In alcune recenti manifestazioni anti-immigrazione a Belfast, gli estremisti lealisti (con la bandiera britannica dell’Union Jack) ed estremisti dell’ultradestra della Repubblica d’Irlanda (con il tricolore irlandese) hanno sfilato insieme contro il “nemico comune”: i migranti. Un’alleanza impensabile fino a pochi anni fa. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per il Sinn Féin, da qualche anno e per la prima volta al governo delle Sei contee con un programma politico socialista. UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE A ogni modo, quanto è avvenuto in questi tre giorni nel capoluogo delle Sei Contee e la lunga scia di violenze in cui si inserisce riaffermano una certa tradizione storica del razzismo anglosassone: nel 1919 a Glasgow, Cardiff, Liverpool, South Shields e in altre città portuali contro marinai neri, asiatici e arabi; nel 1948 a Liverpool contro la comunità afrodiscendente, cinese e yemenita; nel 1958 a Nottingham e a Londra (Notting Hill) contro la comunità caraibica (la cosiddetta “Generazione Windrush”); negli anni Settanta, nell’East London contro le comunità pakistana e bengalese (“Paki-bashing“); nel 2001 nel Nord dell’Inghilterra contro le comunità asiatica e musulmana e infine dal 2024 ad oggi un po’ in tutto il Paese contro i richiedenti asilo, le comunità musulmane e le minoranze afrodiscendenti. Una tradizione che ha fatto morti e feriti, da Kelso Cochrane, ucciso a Londra nel 1959, a Kemran Aman, accoltellato da due adolescenti il 30 giugno 2025, passando per il rogo del gennaio 1981 a New Cross, nel sud-est londinese, in cui morirono 13 giovani neri fra i 14 e i 22 anni. LA RISPOSTA DEI MOVIMENTI E DELLA SOCIETÀ CIVILE «Viviamo in tempi pericolosi», ha scritto il “The Morning Star“: alcune zone della Gran Bretagna sono una polveriera, con le comunità operaie, sia bianche che nere, abbandonate anche da quello che doveva essere il loro partito, il Labour. Ciò porta a che le contraddizioni e le problematiche sociali non vengano più comprese in termini di classe. L’ultimo sondaggio del sindacato GMB, per cui il 30% degli iscritti voterebbe Reform UK alle prossime politiche, la dice lunga sull’incubo che sta vivendo il Paese. «Costruire solidarietà tra le comunità e sostenersi a vicenda quando si è sotto attacco è fondamentale», scrive sempre il “Morning Star”. Intrecciare l’antirazzismo con la difesa degli interessi di lavoratori e lavoratrici è condizione necessaria. Per questo, più e oltre le risposte giudiziarie e quelle della politica – con il prevedibile scontro fra Reform UK e Tories da una parte, Greens, Your Party e nazionalisti nordirlandesi e scozzesi dall’altra e lo scontro interno fra destra e sinistra laburista –, vanno registrate le reazioni della comunità popolare e working-class: sabato 13 giugno, circa 20.000 persone si sono radunate davanti al municipio di Belfast per la più grande manifestazione antirazzista e antifascista di sempre (Together Against Hate), per riaffermare i valori di solidarietà e inclusione e di isolare le frange radicali di destra che cercano di riaprire vecchie e nuove ferite sociali nel Paese. Già le reti di quartiere e le associazioni per i diritti umani si sono attivate per supportare i residenti evacuati d’urgenza durante gli incendi dolosi e per proteggere le famiglie straniere, in particolare quelle di origine africana, che si sono trovate barricate in casa. Organizzazioni sindacali come UNISON, reti di base come Trade Unions Fighting the Far Right e formazioni politiche come People Before Profit (PBP) hanno promosso attivamente azioni unitarie di lavoratori e residenti contro i gruppi di estrema destra, sottolineando che le persone migranti fanno parte integrante della comunità. Il collettivo di donne Anaka Women’s Collective ha lanciato una raccolta fondi straordinaria che ha superato rapidamente le 84.000 sterline per assistere e ricollocare in sicurezza le famiglie e i rifugiati le cui abitazioni sono state danneggiate dagli attacchi incendiari. Quartieri e comunità locali a West Belfast hanno organizzato presidi spontanei di solidarietà o incontri di coordinamento dei lavoratori tenute nelle sedi sindacali o in aree comunitarie specifiche per organizzare l’autodifesa. Iniziative di massa si sono svolte in diverse città anche a Derry, Glasgow, Brighton, Sheffield, Newcastle e Liverpool, dove migliaia di antifascisti e antifasciste hanno surclassato e  messo letteralmente all’angolo le adunate razziste che erano state organizzate in queste città. E, anche qui come da transizione, questa volta antifascista, è risuonato il famoso coro: «There are very many more of us than you… There are very many more of us than you… There are very many more… Very many more… Very many more of us than you…» La copertina è di Alisdare Hickson da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 15, 2026
DINAMOpress
Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo
Avevamo raccontato esattamente un mese fa la storia dei quattro attivisti di Palestine Action condannati per danneggiamento a uno dei siti britannici dell’israeliana Elbit Systems, reato a cui però la corte avrebbero tentato di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo” in sede di scrittura della sentenza. Così è […] L'articolo Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo su Contropiano.
June 14, 2026
Contropiano
Regno Unito. La condanna degli attivisti di Palestine Action e la rivolta dei giuristi
Riprendiamo dalla pagina Facebook della scrittrice, blogger e saggista Claudileia Lemes Dias questo interessante articolo. Se vogliamo mantenere un po’ della nostra sanità mentale in questa Europa guerrafondaia, che zittisce di fronte alle barbarie perpetrate da Israele in Medio Oriente, dobbiamo partire da due presupposti elementari: a) salvare vite umane non è terrorismo; b) le armi non sono persone da tutelare con identici diritti. Ieri un tribunale britannico ha tracciato una linea di confine che potrebbe fare tendenza nel diritto europeo, trasformando in “terrorismo” la distruzione di “drone killer” fabbricati da un’azienda israeliana. La condanna a pesanti pene detentive per Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio e Fatema Rajwani, attivisti del gruppo Palestine Action, ci porta a pensare: da quando in qua il danneggiamento di un oggetto inanimato, concepito per uccidere, equivale a un atto terroristico? Come evidenziato in un duro appello firmato da oltre 50 avvocati ed esperti legali “confondere la distinzione tra un’azione diretta di principio e il terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”. Un portavoce del gruppo “Defend Our Juries” ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È insolito che gli avvocati si esprimano pubblicamente su procedimenti penali in corso. Il fatto che così tanti eminenti giuristi e docenti di diritto si siano sentiti costretti a farlo dà la misura della portata costituzionale di questo caso.” Il giudice Jeremy Johnson ha giustificato il “legame con il terrorismo” parlando di “gravi danni alla proprietà” e dell’intento di “influenzare il governo”. Ma c’è un’asimmetria morale che la giustizia britannica sembra aver deliberatamente ignorato: la spedizione del 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems a Bristol ha preso di mira e distrutto 40 armamenti, inclusi droni militari destinati ai cieli di Gaza. Quei droni non sono finestre di un ufficio, né automobili private, ma strumenti di distruzione di massa. Assimilare il sabotaggio di “droni killer” al terrorismo è compiere un’acrobazia giuridica, logica e morale, perché: Le armi non sono persone. Il terrorismo, nella sua definizione storica, è l’uso della violenza per colpire o terrorizzare i civili. Neutralizzare un’arma prima che prema il grilletto è una forma di disarmo forzato, non un attacco alla vita. Come ha denunciato Penny Green, professoressa di legge e globalizzazione alla Queen Mary University di Londra: “È più che scioccante che atti di danno penale, volti a prevenire il massacro di massa dei palestinesi da parte di Israele, siano trattati dallo Stato britannico come atti di terrore. Perché la giustizia britannica è stata così svilita e distorta da schierarsi a difesa dei perpetratori di un genocidio?”. Significa ignorare il grido dei medici di Gaza che, accanto ai giuristi e a centinaia di operatori sanitari britannici, inclusi medici e infermieri che hanno prestato soccorso sul campo nella Striscia di Gaza, hanno firmato una lettera aperta di condanna alla sentenza e ricordato al tribunale che gli attivisti hanno agito “nel contesto di un genocidio, di un sistema sanitario distrutto e di una guerra in cui i mezzi di sorveglianza e puntamento sono inseparabili dai mezzi che causano le ferite”. I sanitari hanno rivendicato il dovere etico di fermare la catena di montaggio delle mutilazioni: “Il silenzio di fronte a un’atrocità prevenibile non è neutralità. È complicità. Salvare vite non è terrorismo”. Il “trucco” giuridico e un giudice sotto accusa per parzialità Le condanne inflitte sono pesantissime: cinque anni per Head e Kamio, quattro anni e otto mesi per Rajwani, e sette anni e otto mesi per Corner, ma è la modalità con cui si è giunti a questo verdetto a far balzare dalla sedia i giuristi. Il giudice ha stabilito l’aggravante del “legame terroristico” ai sensi dell’articolo 69 del Sentencing Act 2020 in modo del tutto inedito per un caso di danni penali, bypassando la giuria (che è stata tenuta all’oscuro) e nonostante gli attivisti non fossero stati condannati per reati di terrorismo. Il giurista Michael Mansfield KC, già nominato Consigliere della Regina (Queen’s Counsel) nel 1989, specializzato in libertà civili e nello smascheramento di errori giudiziari, ha definito questa manovra una vera e propria “minaccia costituzionale”: “Si tratta di riclassificare il reato senza un processo. È particolarmente insidioso perché è stato negato loro di spiegare le proprie motivazioni a una giuria. E ora lo Stato eleva la gravità dei reati, quando una giuria avrebbe benissimo potuto non condannarli se avesse saputo che sarebbero stati trattati come terroristi”. Sullo sfondo emergono dettagli non trascurabili sulla condotta del giudice Jeremy Johnson. Gli attivisti avevano presentato un’istanza formale per chiederne la rimozione dal processo, accusandolo di palese parzialità e discriminazione. Johnson si è rifiutato di fare un passo indietro, nonostante si sia dovuto scusare pubblicamente per aver precedentemente tentato di far perseguire per “oltraggio alla corte” l’avvocato capo della difesa, Rajiv Menon KC. Un rappresentante del comitato di difesa ha dichiarato senza mezzi termini: “È ora che il Crown Prosecution Service e il giudice Johnson smettano di usare gli imputati come pedine nella guerra del governo britannico contro Palestine Action”. Un regime post-carcerario da incubo e la caccia ai manifestanti La classificazione di “terrorismo” imposta dal giudice stravolge completamente i diritti dei condannati, perché significa che mentre i detenuti comuni scontano in genere il 40% della pena, i quattro attivisti dovranno scontarne almeno i due terzi, e potranno uscire solo se la commissione per la libertà condizionale riterrà che abbiano “rinnegato le proprie convinzioni.” Basicamente è quanto accade nei regimi totalitari o quanto accaduto negli USA ai tempi del maccarthismo. Una volta fuori, affronteranno fino a 15 anni di obblighi di notifica antiterrorismo. Ogni volta che apriranno un conto in banca, cambieranno indirizzo email o inizieranno una relazione sentimentale, dovranno registrarlo alla polizia. Una minima svista li riporterà dritti in cella. E mentre dentro l’aula si consumava questo strappo costituzionale, fuori la polizia presidiava il tribunale con metodi da stato di polizia: più di 70 persone sono state arrestate solo per aver manifestato solidarietà ed esposto cartelli. Durante le veglie silenziose organizzate per protestare contro la militarizzazione del diritto, gli attivisti sapevano a cosa andavano incontro: “Siamo abituati alla risposta della polizia. Arresteranno per terrorismo anche noi che protestiamo pacificamente. Questo non ci fermerà. Comunque vada, sappiamo già che sono i Quattro di Filton, e non il giudice Johnson, a stare dalla parte giusta della storia”, ha detto uno degli arrestati. I manifestanti hanno causato danni materiali a un’azienda israeliana che produce le armi responsabili dell’uccisione di migliaia di civili. Vale ricordare che il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte del Regno Unito si era pronunciata contro il provvedimento, adottato dal governo di Londra il 5 luglio 2025, di dichiarare “gruppo terrorista” e mettere al bando il movimento Palestine Action. Il governo britannico ha fatto ricorso, aprendo la finestra giuridica che ha permesso la condanna dei quattro attivisti, a dimostrazione che il governo Starmer vuole ad ogni costo compiacere il governo Netanyahu e il suo operato genocida. Ma quanto valevano le vite che quei droni assassini avrebbero potuto colpire? E quanto valgono tuttora? Perché se nulla valgono, allora i tribunali occidentali potranno continuare a sentenziare che il metallo di un drone israeliano vale più della carne umana e che esporre un cartello è un azione violenta, terroristica, motivo di arresto. Potranno così mettere nel secchio la parola “giustizia”, senza timore di smuovere le coscienze intimorite. Tutti però saremo al corrente che vale tutto, anche giocare sporco e strappare sentenze con l’inganno per proteggere i mercanti d’armi. Chi ha una coscienza sa che il vero pericolo pubblico è chi fabbrica strumenti di morte e li rivende ai peggiori assassini, non chi difende la vita. Manteniamo questa lucidità come misura delle nostre scelte politiche ed esistenziali. Fonti BBC: “Palestine Action activists jailed over factory raid” (13/06/2026) The Guardian: “Pro-Palestine activists sentenced as terrorists over damage at Israeli arms factory in UK” (12/06/2026) The New Arab: “Top UK lawyers, health workers denounce plan to sentence Palestine Action activists as ‘terrorists’” (12/06/2026) Al Jazeera: “Palestine Action activists could face UK ‘terror’ sentences: What we know” (11/06/2026) Amnesty International Italia: “Regno Unito: illegittimo mettere al bando Palestine action” (13/02/2026)   Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai […] L'articolo Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano