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“Sempre più poveri, sempre più a lungo”: i dati del Report 2026 sulla povertà della Caritas
La povertà va assumendo sempre più i contorni di una “strutturale normalità”, radicandosi e diventando una condizione stabile nella vita di molte famiglie. Lo sottolinea il Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia di Caritas Italiana, che offre una lettura e un approfondimento sulle fragilità che attraversano il Paese, a partire dai dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto, dei servizi e delle opere presenti nei territori, In dieci anni il numero degli over 65 incontrati dalla rete Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza pari al 48%. È un dato che richiama l’attenzione su un intreccio sempre più stretto tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari e isolamento sociale. Accanto all’invecchiamento cresce infatti anche la solitudine. Le persone sole sono passate, nello stesso arco temporale, da un’incidenza del 23,8% al 32,9%. Le traiettorie di vita sono spesso attraversate da eventi critici, quali lutti, separazioni o altre forme di rottura biografica, che possono compromettere la disponibilità di risorse economiche, relazionali e sociali. In questa prospettiva, la povertà si mostra sempre di più come progressivo assottigliarsi dei legami, delle relazioni di prossimità e delle possibilità concrete di essere accompagnati nei momenti di maggiore difficoltà. Il Report evidenzia inoltre il rafforzarsi dei bisogni sanitari (+69%), compresi quelli di natura psicologica, e la presenza sempre più rilevante dei lavoratori poveri, condizione che assume particolare rilievo nelle fasce centrali di età, raggiungendo il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni. Si tratta di persone che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale (nel 2015 questo fenomeno si attestava il 13,3%). Sono le famiglie con figli il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% delle persone seguite convive infatti con figli minori. Resta molto forte anche il tema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora (sono state oltre 24mila le persone “senza casa” e “senza tetto” incontrate), ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: affitti, utenze, spese ordinarie, condizioni abitative precarie o inadeguate. L’abitare continua così a rappresentare uno degli snodi più delicati della povertà in Italia, perché incide sulla stabilità delle famiglie, sulla salute, sui percorsi educativi e sulla possibilità stessa di progettare il futuro.  E sono sempre di più le persone di nazionalità straniera a rivolgersi ai servizi della Caritas: delle oltre 282mila persone accompagnate nel corso dell’anno, il 56,7% risulta di nazionalità straniera, il 41,6% di cittadinanza italiana; a loro si aggiunge poi, come di consueto, una piccola percentuale di persone apolidi o con doppia cittadinanza. “La distribuzione territoriale delle presenze, si legge nel Rapporto,  conferma differenze ormai strutturali tra Nord e Sud del Paese, coerenti con i dati Istat sulla popolazione residente. Nelle regioni settentrionali l’incidenza di cittadini stranieri resta più elevata, mentre di contro nel Mezzogiorno la componente italiana risulta quella preponderante (62% nel Sud e 65,4% nelle Isole). Rispetto al passato, tuttavia, proprio in queste aree si registra una crescita significativa della componente straniera: in particolare tra il 2024 e il 2025 sale dal 34,7% al 37% nel Sud e dal 27,7% al 33,5% nelle Isole”. La componente più numerosa è quella africana (47,1%), seguita da quella europea (23,8%), asiatica (14,7%) e americana (14,3%). Rispetto all’anno precedente si registra una crescita significativa dell’incidenza asiatica, che tra il 2024 e il 2025 ha superato, seppur di poco, quella americana. Le prime dieci nazionalità di provenienza degli assistiti sono: Marocco, Perù, Romania, Nigeria, Ucraina, Tunisia, Albania, Senegal, Pakistan ed Egitto. Il quadro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2024 ed è nel complesso coerente con la composizione della popolazione straniera residente in Italia: sei di questi Paesi figurano infatti anche tra le principali collettività straniere presenti sul territorio nazionale. Il Rapporto pone l’accento sul tema della dinamica salariale, che negli ultimi decenni ha rappresentato uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano. “Secondo i dati OCSE, sottolinea la Caritas, tra il 1991 e il 2023 l’Italia è l’unico tra i principali Paesi europei a registrare una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni (-3,4%), a fronte di una crescita media del 25% nei Paesi OCSE. Anche nel periodo più recente, segnato dalla forte ripresa dell’inflazione, le retribuzioni reali hanno subito una contrazione dell’8%, mentre in Francia, Germania e Spagna il potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente stabile o ha registrato lievi incrementi. Il ritardo nei rinnovi contrattuali, la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni. Queste dinamiche aiutano a comprendere perché l’occupazione non rappresenti più automaticamente una protezione dal rischio di povertà. La crescita del lavoro povero costituisce infatti una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni: bassi salari, precarietà contrattuale, part-time involontario e discontinuità occupazionale rendono sempre più frequenti situazioni in cui il reddito percepito risulta insufficiente a garantire condizioni di vita adeguate”. Qui il Rapporto 2026 “La Povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas”: https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/CI_Report_2026_completo_15Giugno2026.pdf.    Giovanni Caprio
June 17, 2026
Pressenza
Giovedi 29 gennaio giornata di mobilitazione dei lavoratori stranieri in Italia
Il 29 gennaio in più di 10 piazze in Italia i lavoratori stranieri manifesteranno per richiedere il rispetto dei diritti di tutti. Insieme a USB saranno in piazza nelle varie città decine di associazioni, organizzazioni e forze sociali e politiche: presidi sono previsti a Roma, Catania, Acate, Salerno, Foggia, Napoli, […] L'articolo Giovedi 29 gennaio giornata di mobilitazione dei lavoratori stranieri in Italia su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano
Indesiderati e discriminati. I giovani di origine straniera abbandonano l’Italia
Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Luca Di Sciullo, Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos C’è un nesso tra il recente fallimento del referendum sulla cittadinanza e il boom di espatri di giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? Sì, ed è un nesso molto diretto: quello tra la storica assenza di una reale politica di integrazione – ridotta ormai all’occasionale soddisfacimento di bisogni essenziali (lingua, casa salute…) – e la persistente visione della cittadinanza, da parte degli italiani “veri”, come di un premio, un privilegio da concedere a chi si “assimila”: una visione che fa sentire ai nuovi italiani di essere trattati sempre come ospiti indesiderati. E che smaschera tutto l’autolesionismo di una nazione che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante la sua disastrosa situazione demografica. INDESIDERATI E DISCRIMINATI: PERCHÉ I GIOVANI ITALIANI DI ORIGINE STRANIERA ABBANDONANO L’ITALIA V’è un nesso – e se sì qual è? – tra il fallimento “per diserzione” del referendum di riforma della legge sulla cittadinanza, che ha avuto luogo l’8 e il 9 giugno scorso, e l’informazione, tratta da un recente Report dell’Istat[1], secondo la quale gli espatri degli italiani all’estero hanno raggiunto livelli record (270mila nel biennio 2022-2023: +39,3% rispetto al biennio precedente), coinvolgendo, per ben un terzo del totale (87mila partenze: +53,8% di media rispetto al 2022), giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? La risposta è affermativa e sta nel disimpegno generalizzato in tema di integrazione, argomento del tutto rimosso dal dibattito pubblico e politico, sul quale non v’è più alcun apprezzabile investimento strategico. Oggi in Italia l’integrazione appare normativamente assente, concettualmente fraintesa e operativamente disattesa. Osserviamo ciascuno di questi tre nodi. L’integrazione rimpicciolita Colpisce che un Paese che vanta una storia dell’immigrazione ultracinquantennale non disponga ancora di una legge quadro nazionale sull’integrazione, che fornisca sia il modello – l’idea-guida – di integrazione che intende perseguire, attraverso corrispondenti politiche nazionali e regionali, sia una cornice di riferimento unitaria per gli interventi e le iniziative di integrazione promossi a livello territoriale, in grado di renderli coerenti tra loro e con il modello adottato, a partire da una base minima comune di servizi, risorse e obiettivi. Ne risulta una mappa “a macchia di leopardo” in cui le Regioni (cui sono demandate le cosiddette “politiche di integrazione”) si muovono in maniera slegata dalle altre, a seconda delle risorse disponibili e degli orientamenti politici nelle Amministrazioni di turno. Lo stesso concetto di “integrazione”, poi, ha subito un rimpicciolimento semantico. Oggi le politiche “di integrazione” sono per lo più declinate su bisogni essenziali (casa, lavoro, istruzione, salute ecc.) o, nel caso dei titolari di protezione, sui corsi di insegnamento della lingua italiana, orientamento civico, formazione, assistenza legale ecc. impartiti nei pochi mesi di permanenza nei centri Sai, per consentire loro, una volta fuoriusciti, di integrarsi “in autonomia”. L’esito fallimentare di questa gestione della “integrazione” è evidente: emarginazione in ghetti e insediamenti informali che reclamano una “terza accoglienza”. “Integrarsi spetta a loro!” Nulla di ciò definisce (e tanto meno assicura) l’integrazione, che piuttosto – secondo la felice formula dell’Unione europea – consiste in un “processo biunivoco che parte dal basso”, ovvero che impegna in una co-responsabilità le componenti della società civile (stranieri e italiani congiuntamente) nelle loro concrete inter-relazioni quotidiane sui territori, conferendo allo Stato un ruolo di garante delle condizioni previe di parità di trattamento e di mutuo riconoscimento, affinché tali processi si avviino, piuttosto che di attore diretto. Da questo fraintendimento concettuale è risultata una de-responsabilizzazione della popolazione autoctona verso l’integrazione, il cui onere è stato tutto scaricato sulle spalle dei soli immigrati (“spetta a loro integrarsi!”), compromettendo così ogni autentica integrazione. La quale conosce infine anche una elusione operativa: la latitanza delle politiche nazionali, infatti, non solo ha delegato alla fantasia e alla buona volontà del Terzo settore l’implementazione di attività di integrazione, mediante progetti finanziati ad hoc (Fami, ecc.), i quali però, essendo temporanei per natura – ed essendo bloccato il passaggio dalle buone prassi, sperimentate nei progetti stessi, alle policy – non incidono strutturalmente; ma, in tal modo, ha favorito l’affermazione di modelli di inserimento che contraddicono la suddetta funzione di garanzia dei processi di integrazione, impedendoli in partenza. Lungi infatti dal riconoscere pari diritti e dignità alle persone di origine immigrata, assicurando loro un paritario accesso al welfare e al lavoro, si sono sempre più consolidati modelli di subalternità sociale e segregazione occupazionale dei migranti, che li vede strutturalmente subordinati alla popolazione nativa nel riconoscimento dei diritti e nella fruizione effettiva di servizi, beni e opportunità professionali. L’autolesionismo di una nazione Ora, svuotata di una effettiva integrazione, la stessa cittadinanza si riduce a un conferimento puramente formale, insufficiente di per sé a soddisfare le esigenze di effettivo riconoscimento che i giovani immigrati (o figli di immigrati) avvertono con particolare urgenza, soprattutto se dotati di titoli di alta formazione. Titoli che nella vita reale non vengono apprezzati, neppure dopo che essi siano divenuti italiani, visto che nel resto della società “civile” questi giovani continuano a venire discriminati come una sorta di detentori abusivi della cittadinanza, cittadini “di serie B” rispetto ai “veri” italiani “di ceppo”. Così mentre questi ultimi, affossando l’ultimo referendum di riforma della cittadinanza, si sono arroccati su una visione ideologica che, sacralizzandola, la considera come un privilegio da difendere da contaminazioni culturali e da “concedere” soltanto come premio per chi dimostri di essersi integrato (assimilato) con le sole proprie forze, i giovani italiani di origine straniera, a fronte di un così gretto e involuto disimpegno nella partita dell’integrazione, lasciano un Paese che non cessa di trattarli come ospiti indesiderati (tra il 2019 e il 2023 sono espatriati ben 192mila italiani 25-34enni, di cui 58mila con un titolo universitario o equivalente). Smascherando tutto l’autolesionismo di una “nazione” che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante abbia inanellato 5 consecutivi record negativi annui di nascite tra il 2020 e il 2024 e che, invecchiando cronicamente e perdendo ogni anno popolazione, è sempre meno produttivo, innovativo e competitivo. [1] Istat, Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente. Anni 2023-2024, Report, 20 giugno 2025 Redazione Italia
July 21, 2025
Pressenza