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Cosa resta dell’università italiana (II): precarizzazione e distorsioni della ricerca
A quindici anni dalla riforma Gelmini, l’università italiana appare più fragile, diseguale e precaria. I tagli e i criteri di finanziamento hanno ampliato le distanze tra atenei e territori. La precarizzazione è diventata la condizione normale del lavoro accademico. La valutazione ha aumentato la produttività, ma anche le distorsioni nei comportamenti scientifici. Dietro i numeri, prende forma un “falso miracolo” che mette in discussione la qualità stessa della ricerca. (Pubblichiamo la seconda parte l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Per leggere la prima parte si può cliccare qui. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Compressione selettiva e cumulativa. L’espressione, coniata da Gianfranco Viesti (2016), descrive sinteticamente gli effetti delle politiche di finanziamento dell’università a partire dal 2008. Secondo Viesti, queste politiche hanno comportato una riduzione complessiva dei fondi destinati all’istruzione superiore. La Figura 1 ricostruisce l’andamento del FFO a prezzi correnti e a prezzi costanti dal 2000 al 2024. A prezzi costanti, solo nel 2021 il FFO è tornato al livello dell’anno immediatamente precedente la riforma Gelmini, per poi tornare a contrarsi negli anni successivi. Contestualmente, la quota premiale è aumentata dal 7% nel 2009 al 30% nel 2021, facendo sì che una porzione sempre più ampia delle risorse disponibili fosse distribuita su base competitiva. “Compressione selettiva” indica che i tagli si sono concentrati su specifiche sedi e aree geografiche, in particolare nel Mezzogiorno. “Cumulativa” indica che gli effetti di queste riduzioni si sono amplificati nel tempo, creando un divario crescente tra atenei. Questo processo ha portato a una segmentazione del sistema universitario nazionale, con la creazione di università di “serie A” e di “serie B”, influenzando negativamente la mobilità sociale e lo sviluppo delle aree più svantaggiate del paese. In modo paradossale, la retorica sui finanziamenti legati al merito della ricerca come “fotografato” dalla VQR, si scontra però con i dati FFO, che mostrano che la quota premiale ricevuta da ciascun ateneo è semplicemente proporzionale alla sua dimensione, misurata in termine di personale docente (Baccini, 2017a, 2017b). Cosa ha determinato quindi la compressione selettiva e cumulativa?   Figura 1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane a prezzi correnti e a prezzi costanti. Secondo Viesti, la compressione selettiva e cumulativa del finanziamento è il frutto della combinazione dell’applicazione del criterio del costo standard (Viesti, 2016), del proporzionamento di parte del finanziamento alla contribuzione studentesca (Viesti, 2016), e dei finanziamenti legati ai dipartimenti di eccellenza. In effetti la distribuzione di risorse operata dai dipartimenti di eccellenza è fortemente sperequata tra atenei. È plausibile ritenere che il governo Renzi, come suggerivano da tempo i “Bocconi boys” dal sito de LaVoce.info, abbia introdotto la gara per i dipartimenti di eccellenza proprio per correggere l’anomalia di una quota premiale che non operava una redistribuzione significativa dei fondi tra università. La distribuzione dei fondi per i dipartimenti di eccellenza è legata all’uso di un indicatore (ISPD) calcolato a partire dai risultati della VQR. I problemi di quell’indicatore, fortemente voluto dalla CRUI, furono subito segnalati pubblicamente (Bertoli Barsotti, 2017; Bruno, 2014; Giuseppe De Nicolao, 2014; G. De Nicolao, 2014; De Nicolao, 2017), nell’indifferenza generale dei decisori politici e dell’ANVUR. Un recente articolo ha mostrato che l’indicatore ISPD opera una standardizzazione “anomala” che amplifica differenze non significative tra dipartimenti, con la conseguenza che alcuni che vengono premiati hanno performance identiche a quelle di altri che invece non ottengono nessun premio (Galli & Greco, 2025). Precarizzazione. A partire dalla Legge Gelmini le università italiane sono state sottoposte alla sistematica sostituzione di personale a tempo indeterminato, con personale a tempo determinato (Figura 2). Nel 2010 erano occupati a tempo indeterminato 57.449 professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo indeterminato (RTI) che rappresentavano l’81% del personale docente e ricercatore complessivo. Il restante 19% era rappresentato da 13.109 titolari di assegni di ricerca. La legge Gelmini mise ad esaurimento i ricercatori a tempo indeterminato, sostituendoli con due figure di ricercatori a tempo determinato, cosiddetti di tipo A (RTDA) e di tipo B (RTDB). Da quel momento la forbice tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato si è progressivamente allargata: nel 2020 si contavano 46.245 ordinari/associati/RTI pari al 65% del personale. Gli assegnisti appresentavano il 22% del totale (15.849), gli RTDA il 7% (5.192) e gli RTDB il restante 6% (4.616). Figura 2. Personale di ricerca delle università italiane, totale e a tempo indeterminato (ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato). Nel 2022 il legislatore è intervenuto sul pre-ruolo universitario con la legge 79/2022. La riforma prevede l’abolizione di RTDA, RTDB e assegni di ricerca, che vengono sostituiti dalla figura del RTT (Ricercatore in Tenure Track) e dal contratto di ricerca. In particolare, il contratto di ricerca introduce tutele per il lavoro di ricerca proprie dei contratti di lavoro dipendente, che erano del tutto assenti per gli assegni di ricerca. Poiché entrambe le nuove figure sono più costose delle precedenti e la norma non prevede nessuno stanziamento aggiuntivo di risorse per gli atenei, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno prorogato le figure previgenti. Questa proroga ha permesso di usare i finanziamenti straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per assumere personale con contratti RTDA e soprattutto con assegni di ricerca (Figura 3). Negli anni 2022 e 2023 gli RTDA sono cresciuti del 36%, passando da 6.803 a 9.222. Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca). Per gli assegni di ricerca la crescita abnorme è avvenuta con un anno di ritardo, verosimilmente in seguito all’entrata in esercizio dei PRIN 2022/PNRR: dai 15.891 assegnisti del 2023 si passa a 23.958 nel 2024 (+51%). Al 31 dicembre 2024 gli RTDA rappresentavano l’8% e gli assegnisti il 27% del totale del personale di ricerca degli atenei. Per completare il quadro, c’è da tenere conto che le risorse PNRR sono state usate anche per fare crescere in modo abnorme gli iscritti al dottorato di ricerca, passati dagli 11mila del 2019 agli oltre 17mila del 2023.Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca).Di fatto, mentre il Parlamento scriveva una norma (L. 79/2022) per allineare il contratto di ricerca pre-ruolo ai contratti post-dottorato prevalenti in Europa, i governi Draghi e Meloni con i fondi PNRR si muovevano in direzione contraria, realizzando la più grande assunzione di personale precario nella storia dell’università italiana. Personale destinato nella grandissima parte a essere espulso dal lavoro di ricerca entro il 2027, quando scadranno i contratti RTDA e gli assegni di ricerca attualmente attivi. Valutazione pervasiva. Come anticipato, con la legge Gelmini viene istituito un capillare sistema di valutazione amministrativa della ricerca governato da ANVUR. La valutazione riguarda sia le istituzioni che sono soggette a valutazione massiva con i periodici esercizi VQR, sia i singoli ricercatori con l’istituzione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Entrambi i livelli di valutazione sono agganciati a sistemi di incentivazione che agiscono sia a livello istituzionale che individuale (abilitazione, assunzione, passaggio di carriera). Non esistono studi sistematici sul punto, ma molta evidenza aneddotica documenta che i sistemi di incentivazione che agiscono a livello nazionale si trasmettono per imitazione a livello locale. Questo significa, per esempio, che la distribuzione dei fondi ai dipartimenti all’interno degli atenei avviene con una varietà di meccanismi specifici che tendono a riprodurre la premialità adottata per la distribuzione del FFO alle università. Non sono poche le università che trasferiscono risorse ai dipartimenti sulla base di algoritmi che premiano le stesse pubblicazioni premiate dall’ANVUR nella VQR.In modo analogo, le regole per i concorsi per l’assunzione o i passaggi di carriera tendono a adottare le regole di valutazione vigenti nella ASN, per cui, per esempio, anche a livello locale, vengono attribuiti punteggi diversi ad articoli usciti su riviste che ANVUR ha classificato in Classe A. La pervasività di questo sistema di incentivi nazionali e locali ha prodotto una modificazione profonda del modo in cui si fa ricerca in Italia. Stefano Fantoni, primo presidente di ANVUR, scriveva nel 2015: > A ormai più di quattro anni dalla nascita dell’ANVUR possiamo dire che la > valutazione e il riconoscimento del merito siano entrati a far parte in modo > definitivo e irreversibile delle pianificazioni delle università e delle > organizzazioni di ricerca. Il reclutamento dei giovani nei ruoli accademici e > degli enti di ricerca, gli avanzamenti di carriera, l’identificazione delle > specificità che tengono conto della qualità della ricerca svolta, la > programmazione didattica, il processo di una continua autovalutazione: tutto è > ormai pervaso dalle informazioni e dalle valutazioni che l’ANVUR ha fatto e > sta facendo. […] La battaglia contro il partito de: ‘la valutazione sì, > tuttavia…’, del continuo rimandare per paura di rinnovarsi e riformarsi può > dirsi vinta. Il comparto dell’alta formazione e della ricerca è tra i pochi, > se non addirittura l’unico, che ha intrapreso questo percorso con decisione e > senza manifestazioni di protesta” (Fantoni, 2015). Qualche mese dopo, Andrea Graziosi, neo presidente del consiglio direttivo di ANVUR, in una intervista a Il Sole24ore (9 maggio 2016) sosteneva: > “la valutazione della ricerca è entrata nella vita ordinaria delle università > italiane. Come spesso accade nel nostro paese, l’innovazione arriva in ritardo > rispetto ad altri sistemi nazionale. […] La valutazione può essere > un’operazione di verità che permette all’università di prendere atto dei suoi > pregi e difetti e di evidenziare sacche di malcostume. […] la valutazione > migliora l’università”. Non si contano i contributi di coloro che sostengono che VQR e ASN hanno contribuito a modernizzare i meccanismi di funzionamento dell’accademia italiana, promuovendo la meritocrazia e incrementando significativamente la qualità scientifica della produzione nazionale. Ci limitiamo pertanto alla storia “ufficiale” contenuta nei rapporti biennali sull’università italiana redatti da ANVUR. Nel 2018 il secondo Rapporto Biennale sullo Stato dell’Università Italiana si riconosce che l’Italia spende poco per ricerca, che le entrate delle università italiane sono diminuite, e che tutte le voci di finanziamento si sono ridotte. Questa riduzione non si è accompagnata a una sperequazione territoriale del finanziamento: anzi la quota di risorse destinate al Sud, considerato che al Sud sono diminuiti gli studenti, è addirittura cresciuta grazie alla parte premiale del FFO. Per quanto riguarda la ricerca, “la crescita della produzione scientifica italiana è stata soprattutto nel decennio in corso superiore alla media mondiale”. Il miglioramento non è stato solo quantitativo, ma anche “qualitativo”: > “La posizione dell’Italia della ricerca è oggi, grazie ai miglioramenti > registrati negli ultimi 15 anni, migliore rispetto a quella di grandi paesi > come Francia e Germania”. Addirittura, la produttività scientifica italiana sopravanza quella di Francia e Germania. Gli indicatori citazionali sono in netto miglioramento.Nel rapporto successivo (ANVUR, 2023), arrivato a cinque anni di distanza dal precedente, il miglioramento della ricerca italiana è confermato: > “In termini di produzione scientifica l’Italia mostra nel decennio in corso > una crescita superiore alla media mondiale. Di conseguenza, l’Italia aumenta > la propria quota di produzione mondiale, giungendo fino al 3,9% nella media > del sessennio 2016-2021: tale dato si rivela particolarmente significativo, > dato che nello stesso periodo i Paesi europei più importanti (Francia, > Germania e Regno Unito) mostrano una lieve riduzione della propria quota. […] > L’impatto citazionale medio della produzione scientifica (calcolato come > rapporto tra numero di citazioni e numero di pubblicazioni, normalizzato per > la diversa rilevanza dei settori scientifici) pone la ricerca italiana tra le > migliori d’Europa, sopravanzando Paesi quali la Francia e la Germania e, > guardando al di fuori dell’Europa, anche Stati Uniti e Canada. […] La ricerca > scientifica italiana, in termini di produttività, sopravanza sia quella della > Francia, che quella della Germania, attestandosi sui livelli di Spagna e Regno > Unito, che confermano il loro ruolo al vertice tra i Paesi europei”. Anziché limitarsi a descrivere la crescita della ricerca in Italia come nel precedente Rapporto, ANVUR ha una spiegazione per questi risultati: > “è probabile che una spinta significativa l’abbiano data le regole e le > procedure per l’abilitazione scientifica nazionale al ruolo di professore > universitario”. Quindi, parafrasando Graziosi, la valutazione ha migliorato l’università italiana. Anche fonti internazionali hanno riconosciuto il miglioramento della performance scientifica dell’Italia. Un rapporto commissionato dal governo britannico già nel 2016 esprimeva preoccupazione per la possibilità che il sistema universitario italiano potesse superare quello del Regno Unito in termini di produttività e impatto normalizzato della ricerca (Elsevier, 2017). Questa tendenza è stata confermata dai dati più recenti: nel 2020 l’Italia ha infatti superato paesi storicamente leader nella ricerca come Francia, Canada, Germania e Stati Uniti per impatto citazionale standardizzato, raggiungendo i livelli del Regno Unito (Department for Business, 2022). Alla luce di questi risultati, non sarebbe errato usare l’espressione “il miracolo italiano” della ricerca: in un contesto di contrazione delle risorse pubbliche, l’introduzione di rigorosi meccanismi di valutazione avrebbe innescato un recupero di efficienza che avrebbe a sua volta consentito al sistema universitario italiano di riacquisire un ruolo di primo piano nella geografia scientifica globale. Ma questa storia “ufficiale” è credibile? IL FALSO MIRACOLO ITALIANO. L’adozione capillare e pervasiva di procedure di valutazione amministrativa della ricerca massive (VQR) e individuali (ASN, FFABR etc.) governate da ANVUR ha determinato una modificazione profonda dei comportamenti individuali e collettivi che non è ancora stata studiata in modo sistematico. La crescita della produzione, della produttività e dell’impatto citazionale della ricerca italiana è stata accompagnata dalla adozione di cattive pratiche di pubblicazione e citazione da parte dei ricercatori italiani, al fine di rispondere agli incentivi quantitativi definiti nei processi di valutazione. Le evidenze aneddotiche sono conoscenza comune degli universitari italiani. Alcune di queste evidenze sono anche scritte in articoli pubblicati. Andrea Bonaccorsi, già membro del consiglio direttivo di ANVUR, in un articolo in cui sostiene che i “comportamenti opportunistici [..] rappresentano un fenomeno marginale e limitabile con opportune misure” (Bonaccorsi, 2017), scrive: > “Su questi aspetti [gift-authorship] l’esperienza personale degli ultimi anni > è straordinaria, All’indomani della VQR nel mio Ateneo [Pisa ndr] un direttore > di dipartimento, il cui posizionamento nel settore scientifico era molto > debole, ha scritto ai colleghi di provvedere, in vista della successiva > valutazione, a inserire come co-autori coloro che risultavano inattivi, cioè > con un numero di pubblicazioni inferiori al richiesto. […] all’indomani della > uscita dei criteri per l’Abilitazione Scientifica Nazionale ho visto con i > miei occhi la tabellina di un settore concorsuale nella quale veniva fatta la > lista dei lavori sottomessi [sic] a rivista o già accettati, con una > ripartizione scientifica dei casi nei quali agli autori (tutti giovani) > sarebbe stato chiesto di aggiungere il nome di un altro prima della > pubblicazione finale, il tutto controllato da un ben organizzato gruppo di > professori ordinari” (Bonaccorsi, 2017, pp. 36-37). Il fenomeno più studiato è il cambiamento delle abitudini citazionali, ed in particolare l’uso opportunistico delle autocitazioni. Studi empirici sono stati condotti a livello di singoli settori di ricerca in riferimento sia alle procedure VQR che ASN (Akbaritabar et al., 2021; Scarpa et al., 2018; Seeber et al., 2017; Vercelli et al., 2022). Baccini, De Nicolao e Petrovich (2019) hanno mostrato che la crescita dell’impatto scientifico dell’Italia è dovuta ad un massiccio cambiamento nelle abitudini citazionali nazionali dopo la riforma del 2010. L’ipotesi di partenza del lavoro è la seguente: in Italia avere un elevato numero di citazioni è necessario per superare le soglie ed aspirare ad ottenere l’abilitazione scientifica nazionale. I ricercatori sono portati ad adottare strategie di citazione in grado di accrescere i propri indicatori: il modo più semplice è quello di autocitarsi e magari farsi citare dai propri collaboratori. Baccini e coautori hanno costruito un indice di autoreferenzialità nazionale nella ricerca (inwardness) che misura quanto i vari paesi citano sé stessi nella propria letteratura scientifica. L’indicatore è definito come il rapporto tra il numero totale di autocitazioni di un paese e il numero totale di citazioni ricevute da quello stesso paese. L’indicatore è in grado di tracciare non solo le autocitazioni dei singoli autori, ma anche i club di citazione intra-nazionali, cioè gruppi di autori che si citano mutuamente. Il confronto dell’andamento dell’indicatore nel tempo per l’Italia rispetto agli altri paesi del G10 indica che in Italia, dopo il 2009, l’autoreferenzialità citazionale è cresciuta nella maggior parte dei campi scientifici; una tendenza unica tra i paesi del G10. Nel 2016 l’Italia è diventata – sia a livello complessivo che per la grande maggioranza dei campi di ricerca – il secondo paese con più alta autoreferenzialità citazionale. Solo gli Stati Uniti hanno un’autoreferenzialità strutturalmente più alta, spiegabile però con la leadership scientifica di quel paese.   Figura 4. Andamento dell’indicatore di inwardness nei paesi del G10 (da Baccini et al.  2019). Baccini e coautori considerano due obiezioni fondamentali al loro lavoro. La prima è che il valore dell’indicatore di autoreferenzialità dipende dalle collaborazioni internazionali, cioè dal numero di pubblicazioni scritte da italiani con coautori stranieri. L’aumento dell’autoreferenzialità potrebbe essere dovuto ad un aumento del grado di internazionalizzazione della scienza italiana. I dati mostrano però che l’Italia non cresce molto in collaborazioni internazionali: a fine periodo continua ad essere il paese del G10 con la seconda minore quota di pubblicazioni internazionali. Figura 5. Inwardness e collaborazioni internazionali. La seconda obiezione è che la crescita delle autocitazioni italiane sia dovuta ad un effetto “leadership”: la scienza italiana si autocita di più perché ha guadagnato in questi anni una posizione di preminenza nel panorama scientifico internazionale. Se questo fosse vero la crescita delle autocitazioni sarebbe accompagnata da una crescita delle citazioni provenienti da altri paesi. In realtà, per quanto riguarda le citazioni provenienti da altri paesi, l’Italia passa dalla penultima alla terzultima posizione tra i paesi del G10. Figura 6. L’impatto della produzione scientifica italiana sui paesi del G10. Baccini e Petrovich (2023) hanno rafforzato l’analisi considerando l’evoluzione delle autocitazioni scientifiche a livello nazionale in 50 paesi, utilizzando dati Scopus dal 1996 al 2019. I risultati mostrano che, per la maggior parte dei Paesi, i tassi di autocitazione sono diminuiti nel tempo seguendo andamenti simili. In questo contesto, tuttavia, vi sono alcuni Paesi che presentano un comportamento anomalo, con tendenze all’autocitazione significativamente diverse da quelle della maggior parte dei paesi “standard”. In particolare dodici paesi mostrano un andamento anomalo, con tassi di autocitazione in crescita, tra cui l’Italia. Gli altri paesi con trend anomali includono India, Iran, Pakistan, Cina, Russia, Corea del Sud, Malesia, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Indonesia. Figura 7. I paesi fuori dalla nuvola hanno andamento anomalo delle autocitazioni (Baccini-Petrovich 2023) Questi paesi condividono l’adozione di politiche della ricerca caratterizzate da un tratto comune: l’introduzione di premi diretti o indiretti per le prestazioni bibliometriche degli scienziati. I dati documentano una associazione temporale per tutti i paesi anomali tra i cambiamenti nelle politiche, da un lato, e i cambiamenti nel comportamento autocitazionale della comunità scientifica nazionale. Ciò suggerisce che gli scienziati rispondono effettivamente al nuovo clima di incentivi, modificando, tra le altre cose, le loro abitudini citazionali. La pressione generata da aggressive politiche di incentivazione sembra quindi in grado di influenzare rapidamente e visibilmente il comportamento citazionale di interi Paesi, distorcendo le classifiche globali dei Paesi basate sulle citazioni. Baccini e Petrovich sostengono che il fattore cruciale che influenza questo comportamento anomalo in termini di autocitazioni sia la vicinanza degli incentivi basati sulle citazioni alla carriera e al salario del singolo ricercatore: quanto più gli incentivi influenzano la progressione di carriera e il salario, tanto più è probabile che influenzino il comportamento citazionale. Nei paesi in cui gli indicatori citazionali contribuiscono a complesse formule di finanziamento a livello istituzionale, l’influenza sul comportamento citazionale è più distante dai singoli ricercatori e, di conseguenza, meno significativa. Un’ultima, ma cruciale, area di riflessione riguarda la diffusione di comportamenti che configurano vere e proprie frodi scientifiche. Tra questi rientrano la manipolazione o la fabbricazione di dati e immagini, il plagio, la pubblicazione multipla dello stesso lavoro in sedi diverse e la compravendita dell’autorialità degli articoli. Questi fenomeni siano difficili da osservare direttamente.   Uno degli indicatori indiretti più significativi della loro diffusione è rappresentato dal numero di ritrattazioni di articoli scientifici. Una ritrattazione è un atto formale con cui un editore o gli stessi autori dichiarano pubblicamente che un articolo già pubblicato non avrebbe dovuto essere accettato, e che le informazioni contenute al suo interno non devono essere considerate valide né utilizzate come base per future ricerche. In altre parole, la ritrattazione rappresenta un segnale forte di anomalia nel processo scientifico. Secondo un’analisi comparativa condotta da Marco-Cuenca et al. (2021), l’Italia è, insieme alla Germania, il paese dell’Unione Europea con la più alta incidenza di ritrattazioni scientifiche. Anche i dati raccolti dal database Retraction Watch confermano questa tendenza, evidenziando un netto aumento del numero di articoli ritrattati in Italia a partire dal 2010, proprio in concomitanza con l’adozione su larga scala di meccanismi valutativi basati su indicatori quantitativi. Cabanac et al. (2023) analizzano la distribuzione geografica delle ritrattazioni, combinando dati da Crossref e Dimensions, al fine di identificare contesti a rischio e pattern sistemici. L’analisi mostra che le ritrattazioni non sono distribuite uniformemente tra paesi, ma si concentrano in alcune aree geografiche con intensità diverse. L’Italia emerge come uno dei paesi europei con una densità significativa di articoli ritrattati, sia in termini assoluti che in rapporto alla produzione complessiva. UNA DIAGNOSI SBAGLIATA, UNA CURA DANNOSA La diagnosi sullo stato di salute dell’università italiana, formulata negli anni immediatamente precedenti alla riforma Gelmini, si è rivelata in larga parte fuorviante. I mali dell’università erano reali — carenza cronica di risorse, opacità delle procedure di reclutamento —, ma l’analisi dominante, condivisa trasversalmente da forze politiche e accademiche, ha finito per attribuire la responsabilità principale al supposto basso rendimento del sistema e all’assenza di meccanismi di valutazione meritocratica. La “cura” proposta e adottata con il consenso trasversale di tutte le principali forze politiche, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è stata quella già sperimentata in diversi paesi emergenti con l’obiettivo di migliorare il posizionamento nelle classifiche internazionali: una spinta decisa verso la monetizzazione, diretta o indiretta, delle prestazioni scientifiche, valutate attraverso indicatori quantitativi standardizzati di produttività e impatto. La valutazione è così diventata uno strumento centrale per regolare l’allocazione delle risorse e la distribuzione del potere all’interno del sistema accademico. Tuttavia, questa cura non ha affrontato — né tanto meno risolto — i problemi strutturali dell’università italiana: le risorse continuano a essere scarse e le pratiche di reclutamento, seppur rinnovate nella forma, restano spesso opache nella sostanza. Anzi, la nuova architettura valutativa ha introdotto sintomi inediti: autoreferenzialità crescente, omologazione tematica, e una preoccupante diffusione di comportamenti opportunistici e veri e propri fenomeni patologici, come frodi scientifiche, citazioni incrociate strategiche, e, nelle scienze umane e sociali, controllo sistematico da parte di gruppi di ordinari delle riviste più importanti nelle classifiche ANVUR. Di fatto, la riforma Gelmini, mettendo al centro del sistema la valutazione condotta da ANVUR, ha introdotto un controllo amministrativo e tecnocratico di emanazione governativa sull’università e sulla ricerca italiana. Più precisamente, come scrive Carla Barbati: > “La valutazione viene progressivamente configurata come una sorta di funzione > indivisibile, capace sia di fissare le proprie regole sia di verificane il > rispetto sia di farsi titolo per la definizione della misura, premiale o > sanzionatoria, connessa ai suoi risultati, che perciò sposta […] l’asse di > governo del settore” verso un “nuovo centro”, l’ANVUR che “acquisisce la > capacità conformativa di un’attività che diventa regolazione e insieme > controllo, assistita dalla forza speciale di esprimersi in determinazioni che > l’Autorità di Governo è chiamata a recepire nei propri provvedimenti” > (Barbati, 2019, p. 18). La valutazione ha finito così per ridefinire profondamente la distribuzione del potere all’interno del mondo accademico. Il sistema di valutazione governato da ANVUR ha spostato il potere dai “baroni”, ad una élite accademica scelta dalla politica direttamente, come i membri del consiglio direttivo di ANVUR, o indirettamente, come i membri dei gruppi di valutazione della VQR e delle commissioni per la classificazione delle riviste ai fini della ASN.  Ai cosiddetti “baroni” del periodo pre-Gelmini si sono sostituiti nuovi gruppi dominanti — i “baroni post-Gelmini” — spesso coincidenti, peraltro, con i precedenti. Ma questi nuovi vincitori, oltre a detenere più risorse e più leve di potere, beneficiano ora di una legittimazione formale: l’etichetta di eccellenza certificata dagli esercizi di valutazione dell’ANVUR. Il messaggio implicito è chiaro: chi ha vinto lo ha fatto perché lo meritava. Ai perdenti non resta che attendere il prossimo turno, sperando in un riscatto futuro, o più realisticamente adattarsi, possibilmente in silenzio, a un ruolo subalterno. La riforma Gelmini, attraverso il processo di precarizzazione del personale, ha accentuato la gerarchizzazione interna all’università. Un esercito di dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato si trova in posizione di dipendenza crescente nei confronti del proprio principal investigator. Le carriere si decidono entro compartimenti disciplinari rigidi, dominati dai gruppi già vincenti, che controllano i percorsi di abilitazione nazionale e i concorsi locali. Nei settori cosiddetti bibliometrici, le prospettive di carriera sono legate a una corsa alla pubblicazione e alle citazioni; in quelli non-bibliometrici, alla pubblicazione di articoli in riviste classificate in “fascia A” dall’ANVUR. È in questo contesto che, come abbiamo visto, si sono moltiplicati comportamenti di “gioco strategico” del sistema: doping citazionale, pubblicazioni su riviste cosiddette “predatorie”, auto-citazioni di comodo, e controllo selettivo degli spazi editoriali rilevanti.Tutto ciò sta progressivamente restringendo il campo della ricerca accademica. Temi originali, approcci rischiosi o non immediatamente produttivi, lavori di replica o di verifica di risultati altrui, tendono a essere scoraggiati perché poco compatibili con i parametri valutativi dominanti. Si osserva così una progressiva omologazione delle linee di ricerca, fenomeno già documentato anche nei contesti anglosassoni (Regno Unito e Australia) dove da anni sono in vigore sistemi di valutazione centralizzati. Nel 2010, un incremento delle risorse avrebbe probabilmente avuto effetti positivi sulla quantità e qualità della ricerca e della didattica. Ma oggi, a distanza di anni, non basta più immettere fondi nel sistema. Se non si interviene sui meccanismi profondi che regolano la valutazione e la distribuzione del potere accademico, ogni risorsa aggiuntiva rischia di alimentare proprio quelle distorsioni che minano la salute dell’università italiana. Occorre un’azione radicale: smantellare gli attuali dispositivi di valutazione centralizzata, spezzare il vincolo della precarietà, ridurre la concentrazione di potere nelle mani di pochi, e restituire autonomia e pluralismo al sistema universitario. Senza una riforma profonda, non sarà possibile invertire davvero la rotta. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. 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March 19, 2026
ROARS
Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?
A quindici anni dalla riforma Gelmini, il divario tra retorica e realtà appare evidente. Presentata come una “svolta meritocratica” per un sistema inefficiente, ha in realtà ridisegnato l’università italiana attorno a logiche burocratiche e indicatori quantitativi gestiti da ANVUR, senza affrontare il nodo cruciale del sottofinanziamento. I dati disponibili raccontano gli effetti della riforma: compressione selettiva e cumulativa del finanziamento, precarizzazione del personale universitario, conformismo accademico e comportamenti opportunistici indotti dalla valutazione. (Pubblichiamo in due parti l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Sono ormai passati quindici anni dall’approvazione della legge 240/2010, nota come “riforma Gelmini”, che ha segnato una profonda trasformazione del sistema universitario italiano. Presentata come una risposta necessaria all’inefficienza e alla presunta bassa produttività del sistema accademico, la riforma ha introdotto una nuova architettura istituzionale, ridefinendo le regole del reclutamento accademico, i criteri per la valutazione della ricerca e le modalità di allocazione delle risorse. Ispirata a un modello di governance di tipo manageriale, in linea con le tendenze internazionali dei cosiddetti sistemi di “audit society” e di “governance by indicators”, è centrata su un sistema di valutazione amministrativa della performance scientifica che fa leva su indicatori bibliometrici e classificazioni di riviste. A distanza di oltre un decennio, è possibile iniziare a tracciare un bilancio basato su un corpo crescente di dati empirici e analisi comparative. Nella narrazione ufficiale, nel 2010, il sistema universitario italiano sarebbe stato caratterizzato da stagnazione scientifica, inefficienza gestionale e assenza di meritocrazia. La riforma avrebbe garantito maggiore trasparenza e “meritocrazia” e, in generale, il miglioramento della qualità scientifica. In realtà, prima della riforma la produttività scientifica italiana era pienamente comparabile, se non superiore, a quella di altri paesi del G10. La criticità principale risiedeva nella carenza cronica di finanziamenti, che nella storia ufficiale sono ricordati solo di sfuggita. Molti lavori recenti richiamano l’attenzione sugli effetti collaterali apertamente controproducenti della riforma: la precarizzazione strutturale del personale di ricerca in ingresso nel mondo universitario, fenomeni di crescente autoreferenzialità nella produzione scientifica, l’emergere di comportamenti opportunistici finalizzati al miglioramento artificiale degli indicatori individuali. Questo articolo si propone di contribuire al dibattito sul post-riforma, offrendo una ricostruzione critica degli effetti della legge 240/2010 sul sistema universitario italiano. LA PREPARAZIONE.  La riforma Gelmini fu preceduta da una campagna mediatica che preparò il terreno per la sua accettazione. La discussione pubblica che si avviò a partire dal 2005 vide la convergenza di tutte le forze politiche nel dipingere l’università italiana come ostaggio di una corporazione di baroni a difesa di professori privilegiati. Nel 2006, Fabio Mussi (Partito Democratico della Sinistra), ministro dell’Università e della Ricerca del governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, dichiarò in un’intervista che “l’università è un bordello” (QN, 20/09/2006), annunciando prossimi provvedimenti per modificare la governance delle università e introdurre la “valutazione del merito.” Due anni dopo, su Il Tempo, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi criticò i privilegi e gli sprechi, affermando: “basta baroni all’università” (06/11/2008). La discussione pubblica era influenzata da libri dedicati agli scandali nei concorsi (Carlucci & Castaldo, 2009). Invariabilmente l’università italiana era dipinta in termini negativi: “università dei tre tradimenti” (Simone, 2000), “malata e denigrata” (Regini, 2009), “truccata” (Perotti, 2008), “in declino” (Monti, 2007), “irriformabile” (Gagliarducci et al., 2005). L’argomento centrale era riassunto efficacemente da Perotti  (2008): “l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”. Non erano solo gli economisti mainstream a sostenere queste posizioni. Anche Dosi e Sembenelli  (2007) puntavano il dito contro “l’inefficiente […] sistema di incentivazione attualmente in vigore che non premia la ricerca e chi fa la ricerca in modo adeguato”. Il libro di Andrea Graziosi L’università per tutti sintetizzava perfettamente lo stato della discussione dell’epoca, adottando in maniera acritica il linguaggio retorico e ideologico dei “riformatori” (Graziosi, 2010). L’evidenza più ricorrente per mostrare l’inadeguatezza del sistema della ricerca italiano era l’insoddisfacente posizionamento delle università italiane nelle classifiche mondiali; già dal 2002 la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), guidata da Luciano Modica, rettore dell’Università di Pisa, sosteneva, sulla base di dati bibliometrici costruiti ad hoc, che, in termini di impatto citazionale, l’Italia “si trova in evidente difficoltà e rischia di perdere ulteriori posizioni” (Breno et al., 2002, p. 20; 2005). Nel 2008 anche Assolombarda creò un indicatore bibliometrico ad hoc, il numero di pubblicazioni per abitante, che permetteva di abbassare significativamente il posizionamento dell’Italia nelle classifiche di produzione. Non solo, citando le indagini CRUI, concludeva, che “l’apporto alla ricerca […] dell’Italia è ritenuto meno autorevole rispetto ai paesi del Nord Europa” (ASSOLOMBARDA 2008). Alcune voci sostenevano che il problema principale fosse la mancanza di finanziamenti adeguati (Bertini et al., 2008), poiché l’Italia era agli ultimi posti tra i paesi OCSE per finanziamenti complessivi alle università. A chi chiedeva più fondi, si rispondeva con la metafora del “secchio bucato”: era inutile aumentare i finanziamenti a un sistema universitario inefficiente e corrotto. Per esempio, Ignazio Marino, all’epoca senatore del Partito Democratico, scrisse in una lettera a Nature che la soluzione non era aumentare i fondi, ma “riformare i criteri per la distribuzione dei finanziamenti” introducendo elementi di “meritocrazia” (Marino, 2008). Perotti riuscì addirittura a sostenere che l’università italiana non era sottofinanziata, e che anzi era uno dei paesi con la spesa per studente più elevata. Per ottenere questo risultato prese i dati OECD della spesa universitaria già normalizzati per studente equivalente a tempo pieno e li normalizzò per studente equivalente a tempo pieno una seconda volta, ottenendo così il risultato desiderato (Perotti, 2008, Tab. 1). La discussione sui media non si placò con l’approvazione della Gelmini, ma accompagnò il lungo percorso dei decreti attuativi negli anni 2011-2012.  L’indicatore di Assolombarda fu adottato dalla Fondazione Treelle, una delle voci al tempo più ascoltate dai decisori politici, in un rapporto dal titolo I numeri da cambiare che contibuì a diffondere l’idea che l’università italiana fosse in declino. Nel giugno 2011 Research Policy pubblicò, dopo una procedura di peer-review durata due giorni,  un articolo firmato da Henk F. Moed e Cinzia Daraio sul declino della scienza italiana (Daraio & Moed, 2011). L’articolo venne rilanciato da Corrado Zunino su La Repubblica del 22 agosto 2011 con il titolo “La ricerca italiana perde pezzi. Italia maglia nera in Europa”. Peccato che i dati del declino fossero un artefatto statistico dovuto al ben noto fenomeno del ritardo nell’aggiornamento dei database bibliografici (per una ricostruzione giornalistica si veda: https://ilmanifesto.it/archivio/2003186455). LA RIFORMA GELMINI (L.240/2010) E I PROVVEDIMENTI SUCCESSIVI È in questo contesto che furono approvate la riforma Gelmini (L. 240/2010) ed i decreti attuativi. L’una e gli altri poterono avvalersi di alcuni strumenti di attuazione che erano stati predisposti dai governi precedenti, con interventi che indicano un orientamento politico sostanzialmente condiviso in materia di governance e organizzazione del sistema universitario, al di là delle alternanze tra le diverse maggioranze di governo. Il primo strumento già disponibile per l’uso era la Legge 4 novembre 2005, n. 230, promossa dal Ministro Letizia Moratti nell’ambito del secondo governo Berlusconi. Essa sancì l’avvio del processo di esaurimento del ruolo dei ricercatori universitari a tempo indeterminato e istituì una nuova figura di ricercatore a tempo determinato – i cosiddetti ricercatori Moratti –, segnando una discontinuità significativa nell’impianto tradizionale della carriera accademica e avviando una nuova configurazione dei percorsi professionali nell’università. Il secondo intervento fu rappresentato dall’istituzione dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), voluta dal Ministro Fabio Mussi, sottosegretario Luciano Modica, nel corso del secondo governo Prodi, nel 2006. Sebbene istituita in tale frangente, l’Agenzia divenne pienamente operativa soltanto nel giugno 2010, sotto la guida della Ministra Gelmini, configurandosi come il principale organismo deputato alla valutazione delle attività didattiche e di ricerca del sistema universitario italiano. La complicata genesi dell’agenzia è ricostruita da Renzo Rubele (Rubele, 2012a, 2012b, 2012c, 2015). Il terzo provvedimento di rilievo fu il Decreto Legge del 10 novembre 2008, che introdusse, per la prima volta nell’ordinamento nazionale, la cosiddetta “quota premiale” all’interno del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Tale dispositivo legislativo inaugurò un modello di finanziamento in cui l’allocazione delle risorse pubbliche veniva subordinata ai risultati conseguiti in ambito scientifico e organizzativo. Si trattava del primo intervento normativo che in Italia introduceva il principio del finanziamento legato ai risultati (performance-based funding). È significativo rilevare, infine, che questa misura, pur approvata da un governo a guida centrodestra, corrispondeva a uno dei punti qualificanti del programma elettorale del Partito Democratico, allora guidato da Walter Veltroni, in occasione delle elezioni politiche del 2008, successivamente vinte dalla coalizione di Silvio Berlusconi. Ed è altrettanto significativo che quel provvedimento introducesse anche la misura per cui gli scatti stipendiali dei docenti universitari, fino a quel momento legati all’anzianità di servizio,  fossero subordinati alla valutazione della loro produzione scientifica e performance didattica (con criteri stabiliti dalle università). La Riforma Gelmini (Legge 240/2010) si fonda su alcuni assi portanti che hanno profondamente trasformato il sistema universitario italiano, tanto nella sua struttura interna quanto nei meccanismi di finanziamento e valutazione. Il primo elemento è una significativa modifica della governance degli atenei, che ha comportato un rafforzamento del ruolo del Rettore, dei Consigli di amministrazione e del Direttore Generale, a discapito degli organi collegiali tradizionali, come i Senati accademici (Battini, 2011; Facchini et al., 2018). Il secondo elemento caratterizzante è il rafforzamento della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Con l’introduzione della quota premiale, una parte del FFO — il principale canale di finanziamento pubblico ordinario per le università italiane — viene progressivamente sottratta alla logica distributiva storica (basata su criteri come la dimensione o l’offerta formativa) per essere invece allocata in base a criteri di performance, in particolare nella ricerca scientifica e, in misura minore, nella didattica. Si afferma così un principio di concorrenza tra atenei, chiamati a competere per ottenere una fetta crescente del finanziamento disponibile. Banfi e Viesti (2015) hanno ricostruito in dettaglio l’evoluzione dei meccanismi di finanziamento. Nel corso degli anni, la parte premiale è salita dal 7% al 30%.  Buona parte di essa viene distribuita agli atenei sulla base dei risultati degli esercizi periodici di valutazione massiva della ricerca condotti da ANVUR. Gli esercizi VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), condotti a cadenza periodica, permettono, nelle intenzioni del legislatore, di avere una “fotografia” dello stato di salute dell’università italiana, prodotta con l’uso di indicatori bibliometrici “oggettivi” calcolati da ANVUR. La competizione per aggiudicarsi quote crescenti di finanziamento spingerebbe gli atenei a migliorare quantità e qualità della ricerca prodotta. Accogliendo in pieno questa logica, il governo guidato da Matteo Renzi, ministra del MIUR Valeria Fedeli, intervenne con la Legge n. 232 dell’11 dicembre 2016, rafforzando il maccanismo di finanziamento basato sui risultati con la creazione della “gara” per i dipartimenti di eccellenza. A partire dai dati della VQR, un algoritmo selezionò i 350 migliori dipartimenti d’Italia che furono chiamati a scrivere un progetto di sviluppo. Sulla base dei risultati dell’algoritmo e di un giudizio sul progetto di sviluppo da parte di una commissione di nomina ministeriale, vennero selezionati i migliori 180 dipartimenti che si divisero una fetta consistente di finanziamento pari a € 1,3 miliardi per 5 anni. Nel 2022 si svolse la seconda edizione della “gara”. E sempre in questa logica, con la stessa legge che istituiva i dipartimenti di eccellenza, sì definì un “Fondo di finanziamento della attività di ricerca di base” rivolto ai ricercatori e ai professori associati, che prevedeva l’assegnazione individuale di 3.000€ ai migliori 15.000, classificati sulla base di un indicatore di produzione scientifica calcolato da ANVUR. Il terzo pilastro della Riforma Gelmini riguarda una profonda trasformazione delle modalità di reclutamento e progressione di carriera dei professori universitari. L’intervento legislativo introdusse l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), concepita come un “filtro oggettivo” per verificare la qualificazione scientifica dei candidati. In questo nuovo sistema, non è più sufficiente godere dell’appoggio del proprio “maestro” o della fedeltà a una rete accademica consolidata: la valutazione si basa su criteri quantificabili e standardizzati, che mirano a garantire maggiore trasparenza e meritocrazia.  Può aspirare all’abilitazione, infatti, solo chi supera determinate soglie bibliometriche – ovvero indicatori numerici relativi alla produttività e all’impatto scientifico – che sono fissate dall’ANVUR. Queste soglie variano a seconda del settore concorsuale di appartenenza e sono calcolate sulla base di algoritmi e dati bibliometrici ritenuti “oggettivi”. L’abilitazione viene decisa da una commissione sorteggiata tra studiosi del settore che abbiano fatto domanda per diventarne membri e che rispettino, anche loro, soglie bibliometriche calcolate da ANVUR. L’ottenimento dell’abilitazione non garantisce automaticamente l’accesso al ruolo di professore: gli abilitati dovranno vincere un concorso pubblico bandito dai singoli atenei. La stessa regola vale per la progressione di carriera: per passare da professore associato a professore ordinario, non è sufficiente possedere l’abilitazione; anche in questo caso, è necessario superare una selezione a livello locale. Nel frattempo, i giovani ricercatori che aspirano a una carriera accademica sono chiamati a intraprendere un lungo percorso segnato da condizioni di precarietà. Le tipologie di contratti utilizzate comprendono l’assegno di ricerca, generalmente di durata annuale e rinnovabile; il ruolo di ricercatore a tempo determinato di tipo A (RTD-A), con contratti triennali prorogabili per due anni; e infine il ricercatore di tipo B (RTD-B), per il quale è previsto, dopo tre anni e previo conseguimento dell’abilitazione, il possibile accesso al ruolo a tempo indeterminato come professore associato. La legge 79/2022 ha rivisto le figure pre-ruolo, RTDa e RTDb, sostituendole con il contratto di ricerca e la figura del ricercatore in Tenure Track (RTT). Provvedimenti successivi hanno prorogato fino al 31/12/2024 le previgenti figure, e come vedremo, le risorse del Piano di Ripresa e Resilienza, sono state utilizzate per l’assunzione di assegnisti e RTDa. L’ANVUR occupa una posizione centrale nel nuovo assetto disegnato dalla Legge Gelmini, costituendo lo strumento fondamentale per l’attuazione del “paradigma meritocratico” promosso dalla riforma. La configurazione dell’agenzia non si discosta in modo sostanziale da quella delineata pochi anni prima sotto il Ministero Mussi. Si tratta di un ente autonomo definito come “indipendente”, ma fortemente legato al potere esecutivo nelle modalità di nomina e funzionamento. L’ANVUR è infatti governata da un Consiglio Direttivo composto da sette membri, nominati con decreto ministeriale, al termine di una procedura di selezione che prevede una marcata supervisione da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca. Questa architettura istituzionale solleva interrogativi sulla reale autonomia dell’Agenzia, soprattutto in relazione alla sensibilità politica di alcune delle sue funzioni. Le competenze affidate all’ANVUR sono decisive sia per la distribuzione delle risorse che per il reclutamento e si sono progressivamente ampliate nel corso del tempo: ANVUR si occupa non solo della valutazione della ricerca scientifica, ma anche della valutazione della didattica, della qualità dei percorsi formativi universitari, della definizione dei criteri per l’accreditamento dei corsi di studio, e, come abbiamo visto, della determinazione delle soglie quantitative dell’ASN. In altre parole, l’ANVUR non solo valuta la qualità del sistema universitario, ma contribuisce anche a definirne gli standard di funzionamento per ricerca, didattica, reclutamento e progressione di carriera. I risultati degli esercizi di valutazione realizzati da ANVUR sono la base, come abbiamo detto,  per il finanziamento delle università. In altre parole, una parte significativa dei fondi pubblici destinati alle università viene assegnata sulla base delle performance misurate secondo i criteri stabiliti da ANVUR. Nel 2011, l’Agenzia ha condotto il primo esercizio nazionale di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), relativo al periodo 2004–2010. A questo primo esercizio sono seguiti altri tre cicli: nel 2015 (per il periodo 2011–2014), nel 2019 (per il periodo 2015–2019) e nel 2025 (per il periodo 2020-2024). Questi esercizi si ispirano formalmente al modello inglese del Research Excellence Framework (REF), ma se ne distaccano significativamente nell’impostazione metodologica. In particolare, gli indicatori quantitativi (come il numero di pubblicazioni, le citazioni, l’impact factor delle riviste, i ranking di riviste) assumono un ruolo centrale, spesso prevalente rispetto alla valutazione qualitativa da parte dei pari. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Continua. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. (2017a, 17 gennaio 2017). Tutto quello che avreste voluto sapere sul FFO premiale – Atto I. ROARS. https://www.roars.it/tutto-quello-che-avreste-voluto-sapere-sullffo-premiale-ma-non-avete-mai-osato-chiedere/ Baccini, A. (2017b, 17 gennaio 2017). Tutto quello che avreste voluto sapere sul FFO premiale – Atto II. ROARS. https://www.roars.it/tutto-quello-che-avreste-voluto-sapere-sullffo-premiale-atto-secondo/ Baccini, A., De Nicolao, G., & Petrovich, E. (2019). Citation gaming induced by bibliometric evaluation: A country-level comparative analysis. PLOS ONE, 14(9), e0221212. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212 Baccini, A., & Petrovich, E. (2023). A global exploratory comparison of country self-citations 1996-2019. PLoS ONE, 18(12), e0294669. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0294669 Banfi, A., & Viesti, G. (2015). Meriti e bisogni nel finanziamento del sistema universitario italiano (3). Fondazione RES. http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2013/04/wp_RES_n_3_15_.pdf Barbati, C. (2019). Il sistema delle autonomie universitarie. Giappichelli. Battini, S. 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Voti VQR ai dipartimenti: le normalizzazioni fai-da-te di CRUI e ANVUR. www.roars.it. http://www.roars.it/online/voti-vqr-ai-dipartimenti-le-normalizzazioni-fai-da-te-di-crui-e-anvur/ De Nicolao, G. (2017, 15 maggio 2017). Volete scalare la classifica dei Dipartimenti eccellenti? Il trucco sta in un parallelogramma. https://www.roars.it/volete-scalare-la-classifica-dei-dipartimenti-eccellenti-il-trucco-sta-in-un-parallelogramma/ Department for Business, E. a. I. S. (2022). International comparison of the UK research base, 2022. London Dosi, G., & Sembenelli, A. (2007). La produzione scientifica degli economisti italiani: alcune evidenze e proposte normative Rivista Italiana degli Economisti(2), 259-266. Elsevier. (2017). International Comparative Performance of the UK Research Base 2016. Facchini, C., Fia, M., & Sacconi, L. (2018). La governance universitaria in Italia, tra mutamento legislativo e adattamento istituzionale. Teoria ed evidenze. Social Policies(3), 363-386. Fantoni, S. 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ROARS. https://www.roars.it/appunti-per-una-storia-dellanvur-i/ Scarpa, F., Bianco, V., & Tagliafico, L. A. J. S. (2018). The impact of the national assessment exercises on self-citation rate and publication venue: an empirical investigation on the engineering academic sector in Italy [journal article]. https://doi.org/10.1007/s11192-018-2913-5 Seeber, M., Cattaneo, M., Meoli, M., & Malighetti, P. (2017). Self-citations as strategic response to the use of metrics for career decisions. Research Policy. https://doi.org/https://doi.org/10.1016/j.respol.2017.12.004 Simone, R. (2000). L’università dei tre tradimenti (Seconda Edizione ed.). Laterza. Vercelli, S., Pellicciari, L., Croci, A., Cornaggia, C. M., Cecchi, F., & Piscitelli, D. (2022). Self-citation behavior within the health allied professions’ scientific sector in Italy: a bibliometric analysis. Scientometrics. https://doi.org/10.1007/s11192-022-04599-w Viesti, G. (Ed.). (2016). Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud. Donzelli.
March 17, 2026
ROARS
Addio alla finzione: il governo ha il controllo totale di ANVUR
Entrerà in vigore il prossimo 19 febbraio il nuovo regolamento di ANVUR, firmato dal presidente Mattarella il 7 gennaio 2026. Malgrado il durissimo parere del Consiglio di Stato, il testo finale introduce solo modifiche cosmetiche al testo predisposto dal governo. Il risultato finale è la consegna definitiva di ANVUR nelle mani del ministro di turno. Il nuovo regolamento di ANVUR è in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il 19 febbraio prossimo. ANVUR avrà un consiglio direttivo ridotto a 5 membri dai 7 attuali. La durata del mandato continuerà ad essere per tutti di 4 anni; il presidente non potrà essere “rinnovato”, mentre potranno esserlo i membri del direttivo. (Notiamo, tra parentesi, che la possibilità di vedersi “rinnovati”, con il relativo stipendio dirigenziale, sarà un ottimo strumento nelle mani del ministro per orientare, in corso d’opera, le decisioni del direttivo). Il Presidente sarà nominato direttamente dal ministro, anziché, come avviene attualmente, essere eletto all’interno del direttivo. Sia il presidente che i quattro membri saranno scelti dal ministro ciascuno all’interno di una terna di nomi. Queste terne saranno predisposte da un “comitato di selezione appositamente costituito con decreto del Ministro”. Il ministro sceglierà direttamente tre dei cinque membri del comitato di selezione, cioè la maggioranza del comitato. Gli altri due membri saranno invece indicati da Accademia dei Lincei e ERC. Fino ad oggi il comitato di selezione era composta di 5 membri di cui solo uno nominato dal ministro. Come abbiamo scritto a suo tempo, questo mancato controllo capillare della procedura di selezione è quello che, per così dire, ha fatto saltare il banco. La procedura di selezione che avrebbe dovuto individuare i nuovi membri del direttivo, conclusasi oltre un anno fa, ha dato luogo a risultati così sgraditi al Ministero – lo ricordiamo, il prof. Marco Mancini è stato bocciato – che il lavoro di quella commissione è stato buttato nel cestino e si è preferito ridisegnare ANVUR daccapo. Mettendo saldamente nelle mani del ministro il controllo del comitato di selezione. Dal ministero chiedevano di più, come ricorderete. Nella proposta originale del governo, il presidente di ANVUR avrebbe dovuto durare in carica 5 anni e tutti i membri del comitato di selezione avrebbero dovuto essere scelti dal ministro. Qui, diranno i lettori, è entrato in campo il Presidente della Repubblica. In realtà non era difficile prevedere che la questione della durata di 5 anni del presidente di ANVUR sarebbe caduta: come ricordato pedagogicamente dal Consiglio di Stato all’estensore della norma, un regolamento non può modificare la legge istitutiva di ANVUR che prevede (art. 2, comma 140, del d.l. 262/2006) una durata quadriennale per tutti i componenti del Consiglio direttivo. Se interlocuzione con il colle c’è stata, questa non è andata oltre una soluzione cosmetica: il ministro non nominerà la totalità del comitato di selezione, ma solo la maggioranza dei membri. Come ricorderanno i nostri lettori, nel suo parere il Consiglio di Stato metteva in evidenza una contraddizione: la proposta di riforma attribuiva al Ministro il potere esclusivo di avviare alcune delle attività più importanti dell’ANVUR. Tuttavia, la legge (art. 2, comma 138, del decreto-legge 262/2006) assegna queste competenze direttamente all’ANVUR. In altre parole, la riforma aveva l’obiettivo di togliere all’Agenzia, attribuendoli al ministro, poteri che la norma primaria le riconosce espressamente. Su questo l’intervento cosmetico è ancora più evidente: ogni volta che nel testo originario del governo c’era scritto “su richiesta del ministro”, nel testo definitivo si legge “anche su richiesta del Ministro”. In sintesi, il provvedimento allarga le prerogative di ANVUR e la consegna definitivamente nelle mani del ministro di turno. Cade così la finzione cui tutti hanno voluto credere nei15 anni che ci separano dalla legge 240/2010: che ANVUR sia una agenzia indipendente. ANVUR era stata pensata da Prodi-Mussi-Modica come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Attraverso VQR e soglie della ASN, ANVUR ha governato il sistema della ricerca italiana, schermando in qualche modo il controllo ministeriale. Con i pochi ritocchi di questo regolamento, il controllo ministeriale autoritario diventa palese. E tra poco, grazie alle nuove norme sul reclutamento, l’ANVUR “riformata” avrà il compito di controllare direttamente e individualmente i risultati scientifici dei nuovi assunti nei concorsi locali banditi dagli atenei.                
February 5, 2026
ROARS
Contro l’accademia neoliberale: appunti dalla Normale nell’era del merito
Riprendiamo l’articolo del Collettivo della Scuola Normale Superiore apparso qui. Buona lettura. -------------------------------------------------------------------------------- È arrivato novembre. Un altro anno accademico si è aperto e ancora una volta la cerimonia d’inaugurazione della Scuola Normale si è svolta senza alcuno spazio di parola studentesco – una singolarità, se si considera che in pressoché ogni università questo momento coinvolge anche chi l’università la vive quotidianamente. Le lezioni ricominciano e sentiamo la necessità di dotarci di strumenti per leggere la realtà che stiamo vivendo. Negli ultimi mesi, nelle assemblee del Collettivo, nelle mobilitazioni contro la riforma Bernini e nelle discussioni quotidiane nelle classi della Scuola, è emersa una consapevolezza sempre più nitida: le trasformazioni che attraversano l’università non arrivano mai come fratture improvvise, ma si sedimentano nel quotidiano, si insinuano attraverso piccole modifiche ai regolamenti, irrigidimenti formali che cambiano gradualmente il nostro modo di studiare, di organizzarci, di esistere come comunità accademica. Con questo articolo proviamo a condividere alcune riflessioni con l’intento di restituire un’immagine più chiara del contesto in cui viviamo e prendiamo parola: perché è proprio nelle pieghe della normalità amministrativa che si rende visibile il progetto di un’università neoliberale e piegata alle logiche del profitto — e dunque è in questi dettagli che dobbiamo imparare a guardare per riconoscere il presente e immaginare come trasformarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi decenni l’università italiana è stata progressivamente riscritta secondo il lessico e le logiche del neoliberismo, un progetto politico ed economico che ha riorganizzato le società occidentali attorno al presunto modello “naturale” e “inevitabile” dell’economia di mercato, assorbendo nelle sue dinamiche istituzioni e diritti un tempo sottratti alla competizione: dalla sanità alla famiglia, dalla scuola alla casa. Per accademia neoliberale intendiamo, dunque, l’insieme di riforme e di discorsi che hanno via via piegato l’università a questa ambizione. In questo quadro abbiamo assistito all’espansione di criteri di efficienza, di valutazione continua, di competizione e misurabilità, che hanno trasformato la formazione e la ricerca in prestazioni quantificabili e la comunità studentesca e docente in una somma di individui chiamati a ottimizzare il proprio percorso in vista della competitività complessiva dell’istituzione. Non si tratta soltanto di un processo di riforma amministrativa o di trasformazione gestionale, ma di una mutazione profonda del modo stesso in cui il sapere viene prodotto, legittimato e distribuito. L’università, anziché pensarsi come spazio di elaborazione culturale e di emancipazione sociale, assume gli strumenti dell’impresa: indicatori di performance, “attrattività” per investitori, culto per il ranking. Il sottofinanziamento strutturale, invece che denunciato come scelta politica che smantella l’autonomia del sapere, viene rovesciato in narrazione meritocratica: chi “sa fare di più con meno” sarebbe moderno, virtuoso, efficiente. E così la dipendenza da finanziamenti privati viene normalizzata come orizzonte inevitabile. Questi processi colpiscono non solo student3 ma anche docenti e ricercator3 attraverso precarietà strutturale, carriere frammentate, valutazioni quantitative, adattamento forzato delle linee di ricerca agli interessi economici dominanti. Questo quadro produce effetti concreti sulla vita accademica. L’accesso allo studio si trasforma in competizione e la retorica del merito funziona come dispositivo di legittimazione dell’esclusione. Si naturalizza la figura dello studente-imprenditore di sé, che deve sacrificarsi, performare, distinguersi per guadagnarsi un posto, mentre il diritto allo studio diventa un privilegio da meritare e non un fondamento della cittadinanza democratica. L’immaginario aziendalista entra nei corridoi universitari e li popola di parole come “eccellenza”, “attrattività”, “competitività”, che spesso oscurano la domanda fondamentale: a chi e per chi serve il sapere che produciamo? 1 -------------------------------------------------------------------------------- Come normalist3 ci chiediamo oggi in che modo le logiche neoliberali si manifestano nella nostra istituzione. Qui il sottofinanziamento non si percepisce con la stessa intensità di altre università italiane; e tuttavia questo apparente scarto non ci sottrae al modello, anzi lo rende talvolta più silenzioso e pervasivo. Il privilegio materiale può funzionare come schermo che oscura le trasformazioni in corso, o peggio come giustificazione implicita: se “qui funziona”, allora il paradigma competitivo, selettivo e aziendalizzato sarebbe legittimo. Ma a quale prezzo? E per chi? Quest’autunno la direzione della Scuola ha avviato un processo di revisione dei regolamenti, intervenendo in modo significativo soprattutto sulla classe di Lettere. Ciò che percepiamo è l’ennesimo passo dentro un percorso già tracciato negli anni passati: la progressiva standardizzazione delle carriere e della didattica per aderire ai parametri ANVUR e ai dispositivi europei di accreditamento. Là dove la formazione si voleva costruita attraverso una relazione diretta tra student3 e docenti, e dove il percorso accademico conservava un margine di autodeterminazione, oggi prende forma un’architettura rigida e modulare. La distinzione tra seminari “afferenti” e “non afferenti” è diventata il primo passo verso un modello in cui la scelta dell3 student3 viene sacrificata in nome della misurabilità. Per ottenere fondi, per essere riconosciut3 come “eccellenza”, dobbiamo diventare incasellabili, leggibili da organismi che non vivono la nostra realtà ma la definiscono. Un segnale evidente di questa trasformazione è la programmazione didattica. I corsi annuali, che costituivano l’ossatura tradizionale della formazione in Normale, lasciano spazio a moduli brevi da 20 ore (3 cfu), presentati come soluzioni temporanee per “tappare i buchi” (espressione pronunciata in consiglio di classe dal corpo docente) dopo il pensionamento di tre professori ordinari. Eppure, più che una contingenza, ci sembra emergere un cambio di paradigma: una didattica frammentata, affidata a figure chiamate per pochi mesi, senza continuità progettuale né responsabilità educativa di lungo periodo e che non dispongono nemmeno delle condizioni contrattuali per poter assumere un ruolo pieno nella nostra formazione — per esempio accompagnandoci come relatori interni nei colloqui. La nostra comunità era costruita – almeno in teoria – sulla presenza di docenti interni, responsabili della nostra crescita intellettuale e disponibili ad accompagnarci nei momenti cruciali del percorso accademico. Oggi assistiamo alla chiusura rapida dei contratti dei docenti esterni, alla lentezza nell’assunzione di nuovi ordinari e, parallelamente, alla facilità con cui si attivano incarichi brevi e discontinui. Il risultato è un’istituzione che si presenta rinnovata, “fresca”, pronta a offrire molti corsi nuovi, ma priva di una struttura solida che renda possibile una formazione effettiva. In questa stessa direzione si è mosso anche l’indurimento delle pratiche valutative: in più sedi è stata rivendicata dai professori l’esigenza di rendere la dinamica del voto più differenziata. È un dettaglio che dice molto: valutare e distinguere è sempre più urgente in un’accademia sottofinanziata che potrà accogliere sempre meno di noi. Troviamo molto ironico che il nostro direttore – che si rifiuta di confrontarsi con la comunità studentesca su ogni tema – abbia appena dichiarato che “alla Normale cerchiamo di dare il meno possibile voti”. Questo dinamismo apparente si ammanta di parole seducenti: interdisciplinarità, apertura, internazionalizzazione. Nascono così corsi come “studi di genere” e “culture di minoranza”, potenzialmente preziosi, ma organizzati come una parata di docenti che terranno poche lezioni, in inglese, senza alcuna continuità né progettualità. Nel caso di “culture di minoranza” si arriva al paradosso di dieci lezioni da due ore, tutte affidate a docenti divers3 e su argomenti differenti. Qui non conta davvero la coerenza della formazione, sembra invece prevalere l’urgenza di esibire la capacità della Scuola di farsi promotrice di temi “progressisti”, una strategia che appare più legata alla visibilità nel network EELISA che alla costruzione di un sapere critico e stabile. La domanda che ci poniamo non riguarda il valore dei contenuti – che riconosciamo e desideriamo – ma l’uso che se ne fa: stiamo assistendo a un reale tentativo di valorizzare saperi non convenzionali, o piuttosto a una risposta opportunistica a bandi e finanziamenti esterni che impongono agende e priorità? Proprio perché questi temi sono cruciali, il modo in cui vengono trattati conta: ridurli a una sfilata di interventi estemporanei, affidati di anno in anno a programmazioni instabili, rischia di svuotarli. È la logica tipica di un neoliberismo accademico che inserisce saperi “emersi dal basso” come elementi decorativi, sradicati da qualsiasi base sociale e comunitaria, pronti a scomparire non appena cambiano gli indicatori o le aspettative ministeriali. Noi desideriamo invece una costruzione condivisa che radichi questi saperi nella vita della Scuola e nella sua comunità, affinché non siano un ornamento progressista, ma una pratica viva, capace di trasformare modalità di apprendimento e forme del pensiero. L’altra faccia di questa trasformazione è un altro elemento, apparentemente marginale ma rivelatore: l’insistenza, emersa negli ultimi mesi, sulla necessità di privilegiare relatori interni in nome della “continuità didattica”. Questa ci sembra da un lato una forma di pressione verso l’iper-specializzazione precoce, che vede nella linearità curricolare una prova di “serietà” e “produttività”; dall’altro, la riproduzione di dinamiche di fidelizzazione, in cui la costruzione di un rapporto privilegiato con chi detiene capitale accademico diventa garanzia di futuro accesso ai pochi spazi disponibili – dal dottorato ai progetti di ricerca. È una forma aggiornata di baronaggio, meno rumorosa ma non meno efficace, che si presenta come razionalizzazione amministrativa mentre riscrive le pratiche della cooptazione tradizionale. Tanto l’insistenza retorica sulla “continuità”, quanto la proliferazione di corsi da 3 cfu, ci appaiono come manifestazioni di un medesimo impoverimento: una didattica frammentata, che restringe di fatto gli spazi di scelta e di sperimentazione. Infine, la stretta burocratica sui percorsi – la rigida separazione tra triennale e magistrale, la regolamentazione minuziosa dei passaggi tra seminari, il cambio di piattaforma da Serse a Esse3 – sembra testimoniare la volontà di delegare agli strumenti digitali e ai regolamenti il compito di definire ciò che possiamo fare, studiare, diventare. È un rovesciamento quasi distopico: non sono le esigenze formative a plasmare gli strumenti, ma gli strumenti a modellare la formazione. Non si tratta, da parte nostra, di rivendicare un passato idealizzato. La Normale “di un tempo” non rappresenta per noi un modello a cui tornare: anche allora la formazione era segnata da gerarchie implicite, corsi talvolta improntati alla mera trasmissione erudita. Nostalgia e mercificazione sono due lati di una stessa incapacità di immaginare l’università come spazio creativo, rigoglioso, libero. Piuttosto, ciò che vogliamo aprire è una domanda condivisa sulla forma che la nostra istituzione potrebbe assumere: come configurare luoghi in cui la libertà di ricerca non sia retorica, ma pratica quotidiana? Come costruire relazioni pedagogiche che non siano né tutoring paternalistico né mera logica di competenze da acquisire? Questa domanda non ha una risposta preconfezionata; chiede tempo, conflitto, progettualità. Ma rinunciare a formularla significherebbe consegnare l’università alla gestione tecnocratica che oggi la svuota di senso.    
November 7, 2025
ROARS
Valutare e obbedire. Il Governo vuole il controllo totale di ANVUR
La proposta di riforma dell’ANVUR rende finalmente evidente ciò che da anni era solo implicito: l’Agenzia è lo strumento con cui il governo attua il controllo centralizzato e indirizza le attività di università e ricerca. Con la riforma, nomine e attività di valutazione passano sotto l’iniziativa esclusiva del Ministro, riducendo drasticamente l’indipendenza tecnica di ANVUR. La proposta è già stata duramente bocciata dal Consiglio di Stato, che segnala contraddizioni con la legge istitutiva e mette in dubbio la legittimità di molte novità. Tutto ciò avviene in chiara contraddizione con i principi di libertà di ricerca e insegnamento ancora sanciti dalla Costituzione. Il governo intende varare la riforma del regolamento dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) tramite un decreto del Presidente della Repubblica, attualmente in discussione presso le commissioni parlamentari (qui la documentazione). PREAMBOLO. Malgrado i proclami sulla sua presunta autonomia, ANVUR è già, di fatto, controllata dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Il consiglio direttivo composto da 7 membri è definito dal Ministro dell’Università e della Ricerca che li sceglie da una rosa di 15 nominativi che gli viene sottoposta da una commissione di selezione. La commissione di selezione è composta da quattro membri nominati da enti esterni più un quinto membro nominato direttamente dal ministro. Tutti i membri del consiglio direttivo ANVUR restano in carica 4 anni e il presidente viene eletto tra di loro. Apparentemente distante, ma in realtà è il Ministro a assumere un peso determinante nella composizione dell’Agenzia. Tanto è vero che, attualmente, il Consiglio è incompleto: solo quattro membri, compreso il Presidente che siede in ANVUR dal lontano 2019. La ministra Bernini non ha infatti mai ricostituito l’organo, malgrado abbia in mano la rosa dei nominativi scelti dalla commissione di selezione da un anno (la commissione, dei cui lavori sui siti ministeriali non c’è traccia, era stata nominata nel 2023 e aveva pubblicato l’avviso di selezione per i candidati nel febbraio 2024). Voci dal MUR raccontano la rosa fosse sgradita alla ministra. In particolare sembra che la commissione abbia bocciato il prof. Marco Mancini (il presidente ANVUR che la ministra avrebbe desiderato). Il prof. Mancini che la ministra ha da poco nominato Segretario Generale del MUR, e che scrive irritualmente ai rettori chiedendo loro di tenere sotto controllo le proteste degli studenti. Lo stesso Mancini che qualche anno fa il Giornale annoverava tra i baroni rossi, il Mancini, sempre lo stesso, che anima da oltre un quindicennio le riunioni del Partito Democratico su università e ricerca, che è entrato e uscito dal MUR in vari ruoli con ministri di qualsiasi colore. In sintesi: anche l’attuale “leggera autonomia” dell’ANVUR appare troppo pericolosa alla ministra ed al gruppo di lavoro voluto dalla ministra e che ha suggerito la proposta di riforma. LA PROPOSTA DI RIFORMA  Il cuore della riforma è la modifica sostanziale della struttura dell’agenzia e delle modalità di nomina dei membri del direttivo. Oltreché la subordinazione dell’attività dell’agenzia alle direttive del Ministro del MUR. Nell’articolo 7 viene modificato il processo di nomina del Presidente dell’ANVUR destinato a restare in carica 5 anni, che passa a essere di diretta nomina ministeriale, indipendente dal Consiglio direttivo.  Con la nuova procedura, il Ministro istituisce un comitato di selezione che propone una terna di candidati, dalla quale il Ministro effettua la scelta finale, previa consultazione (non vincolante) delle Commissioni parlamentari. La nomina formale avviene poi con Decreto del Presidente della Repubblica. Il Presidente nominato può successivamente designare un vicepresidente all’interno del Consiglio. Questa riforma viene (orwellianamente) presentata come rafforzamento dell’indipendenza di ANVUR. Nell’articolo 8, la procedura di costituzione del Consiglio direttivo, la cui durata è confermata in 4 anni, viene anch’essa sottoposta al controllo diretto del Ministro. Il Consiglio passa da 7 a 5 membri, compreso il Presidente, e la nomina dei componenti è ora gestita dal Ministro. Dopo la raccolta delle candidature tramite bandi pubblici, un comitato di selezione propone terne di candidati, che includono tre rappresentanti di altrettante macroaree CUN (una invenzione estemporanea, che non rispecchia neanche la idiosincratica e unica al mondo divisione del mondo tra settori bibliometrici e non bibliometrici inventata da ANVUR anni fa) e un membro AFAM. Cambia anche la composizione del comitato di selezione: anziché definito da enti esterni anch’esso è scelto direttamente dal Ministro del MUR. E anche questa modifica viene orwellianamente giustificata come una misura a tutela dell’indipendenza dell’Agenzia. Per le attività di valutazione che, da norma primaria, sono di iniziativa dell’agenzia, la riforma prevede che siano assoggettate al volere del Ministro. Come si legge nella relazione illustrativa, ANVUR deve assicurare il: > rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della > ricerca, quale Ministero vigilante. Questo si riflette, nella proposta legislativa, nella previsione che gran parte delle attività di valutazione avvenga solo “su richiesta del Ministro”. Queste attività sono ampliate, includendo in modo sistematico tutto il mondo AFAM. E sono ampliate anche in profondità prevedendo adesso che ANVUR valuti: > le competenze trasversali e disciplinari acquisite dagli studenti edalle > studentesse e gli sbocchi occupazionali dei laureati. La proposta di riforma toglie dai compiti di ANVUR la definizione – su richiesta del ministro – dei parametri di riferimento per l’allocazione dei finanziamenti statali, che torna nelle salde mani del MUR. La riforma elimina il riferimento alla cadenza quinquennale della VQR: termine considerato troppo rigido e troppo ampio per tenere conto della evoluzione del sistema della ricerca. E, infine, stabilisce (qualsiasi cosa questo significhi) che la valutazione della qualità dei prodotti della ricerca deve essere condotta > utilizzando criteri omogenei rispetto a quelli previsti per l’ammissione ai > concorsi universitari, valutati, ove possibile, tramite procedimenti di > valutazione tra pari. IL CONSIGLIO DI STATO FA A PEZZI LA PROPOSTA DI RIFORMA Cosa potrebbe mai andare storto se un gruppo di lavoro di iper-competenti professori universitari è chiamato dalla Ministra a scrivere un progetto di riforma? Potrebbe accadere che il Consiglio di Stato faccia a pezzi la proposta di riforma, proprio nei suoi punti chiave. Come è puntualmente avvenuto nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025. Il Consiglio di Stato mette in evidenza una contraddizione: la proposta di riforma attribuisce al Ministro, tramite regolamento, il potere esclusivo di avviare alcune delle attività più importanti dell’ANVUR. Tuttavia, la legge (art. 2, comma 138, del decreto-legge 262/2006) assegna queste competenze direttamente all’ANVUR. In altre parole, la riforma toglierebbe all’Agenzia, attribuendoli al ministro, poteri che la norma primaria le riconosce espressamente. Il Consiglio di Stato, seppur con una fraseologia più educata, fa capire che non è disposto a bersi la storiella che questo serve a “riallineare” “il funzionamento [dell’ANVUR] agli standard europei (ESG)” e “a rafforzare il ruolo tecnico-istituzionale dell’Agenzia nell’ordinamento”. La riforma mira a subordinare l’attività dell’ANVUR alla volontà del Ministro, attribuendogli un potere esclusivo di iniziativa sulle funzioni più rilevanti dell’Agenzia. Una scelta che va in aperto contrasto con la legge istitutiva dell’ANVUR, la quale garantisce all’Agenzia autonomia organizzativa, amministrativa e contabile. La riforma, secondo il Consiglio di Stato, va in contrasto con  i principi costituzionali di libertà di ricerca e autonomia universitaria. Il Consiglio di Stato critica duramente la proposta di riforma anche per un altro aspetto: la concentrazione nelle mani del Ministro della nomina dei componenti del comitato di selezione e del Presidente dell’ANVUR. Dietro l’apparente “semplificazione” del procedimento, la riforma finisce per eliminare le garanzie di indipendenza che derivavano dal coinvolgimento di enti e istituzioni diversi dal Ministero, come previsto dalla normativa vigente. La legge istitutiva dell’ANVUR aveva voluto un sistema di nomine plurale e bilanciato, proprio per evitare, secondo il Consiglio di Stato, che l’Agenzia diventasse uno strumento politico. La proposta di riforma, invece, accentrando il potere di scelta nel Ministro, riduce la trasparenza e aumenta il rischio di nomine troppo discrezionali, basate su criteri vaghi come la generica “esperienza pluriennale”. Anche la nuova modalità di nomina del Presidente, non più eletto dal Consiglio direttivo ma designato dal Ministro, rappresenta un chiaro passo indietro rispetto all’autonomia organizzativa garantita dalla legge. In sintesi, sotto il pretesto della semplificazione, la riforma svuota l’indipendenza dell’ANVUR, trasformando un organismo tecnico e autonomo in uno direttamente dipendente dalle scelte del potere politico. Il Consiglio di Stato, con una pazienza quasi pedagogica, ricorda agli estensori della riforma un principio elementare del diritto amministrativo: un regolamento non può modificare una legge. Pare però che chi ha scritto la proposta non ne sia pienamente consapevole, visto che ha pensato bene di allungare da quattro a cinque anni la durata del mandato del Presidente dell’ANVUR, ignorando che la legge istitutiva (art. 2, comma 140, del d.l. 262/2006) stabilisce chiaramente una durata quadriennale per tutti i componenti del Consiglio direttivo, Presidente compreso. Come se non bastasse, l’interpretazione fantasiosa secondo cui il Presidente non farebbe parte del Consiglio direttivo (e quindi non sarebbe soggetto alla stessa durata di mandato) sfiora l’assurdo: significherebbe che il principale organo dell’ANVUR avrebbe un Presidente “fuori organigramma”, nominato e disciplinato dal nulla. In sostanza, il Consiglio di Stato deve ricordare ai riformatori che le norme di rango primario non si cambiano con un colpo di penna in un regolamento. Ma, a quanto pare, qualcuno al Ministero ha bisogno di un rapido ripasso in merito all gerarchia delle fonti del diritto. La perla finale riguarda il Direttore di ANVUR che la proposta di riforma trasforma in organo dell’agenzia e battezza Direttore generale. Il Consiglio di Stato segnala con discreta diplomazia un curioso paradosso: la riforma che proclama di “inasprire” le incompatibilità del Direttore generale in realtà le smantella quasi del tutto. La norma vigente vietava ogni rapporto professionale o pubblico potenzialmente conflittuale; la nuova versione lascia in piedi solo un divieto residuale – non lavorare per chi l’ANVUR valuta. Eppure, nella relazione illustrativa, questo alleggerimento viene descritto come una “disciplina più rigorosa”. Un capolavoro di burocratese orwelliano, dove restringere diventa ampliare e allentare diventa irrigidire. FINALMENTE CHIAREZZA Il Consiglio di Stato assume che l’assetto attuale dell’ANVUR garantisca già un sufficiente equilibrio tra autonomia e vigilanza ministeriale. Noi siamo più scettici. L’esperienza concreta mostra che l’ANVUR da tempo opera come un braccio amministrativo del Ministero, traducendo in “valutazioni” le linee politiche definite altrove. La riforma, più che introdurre una novità, rende esplicito ciò che da anni avviene nei fatti: l’Agenzia agisce su impulso politico, non come organo indipendente. Dietro il linguaggio neutro della “razionalizzazione” e della “trasparenza” la riforma consolida un modello di governo centralizzato, in cui la valutazione è il principale strumento di controllo del sistema universitario e della libertà accademica. Non sorprende che nel gruppo di lavoro che ha redatto la proposta siedano molti protagonisti delle politiche universitarie degli ultimi vent’anni, mentre mancano del tutto voci indipendenti o critiche. La riforma, insomma, non cambia la direzione di marcia: si limita a dichiararla apertamente. È il compimento di un processo che attraversa governi di ogni colore e che ha progressivamente trasformato la “valutazione” in governo politico mascherato da tecnica.  Oggi, con la proposta di riforma, cade ogni ambiguità: l’ANVUR è lo strumento del Ministero per controllare e dirigere il mondo accademico, in aperta tensione con quei principi di autonomia e libertà di ricerca che la Costituzione continua, almeno sulla carta, a garantire. Qua si può leggere l’analisi della proposta di riforma di FLC-CGIL.         
October 20, 2025
ROARS
La finta imparzialità della valutazione: le reti che governano la ricerca italiana
Dietro la facciata neutrale delle regole formali, i panel VQR in area economica mostrano legami fitti e opachi, dominati da gruppi accademici vicini all’università Bocconi. L’analisi di rete svela che le nomine operate direttamente dai consigli direttivi di ANVUR nelle prime due VQR dettero luogo a strutture chiuse e autoreferenziali, a differenza della terza VQR quando il panel venne sorteggiato. Con la VQR in corso si è tornati indietro: ANVUR ha ripreso il controllo diretto dei panel, nominando un quarto dei membri, e riaprendo la porta a bias e conformismo. La valutazione della ricerca soffoca il pluralismo e rafforza le gerarchie accademiche consolidate. Da anni una questione agita il mondo accademico senza trovare la dovuta attenzione politica: la composizione dei panel di valutazione della ricerca. C’è una grande attenzione formale al rispetto di regole di composizione dei panel in termine di genere, provenienza geografica o appartenenza a settori scientifico disciplinari. Il rispetto di questi attributi ‘formali’ fa apparire bilanciate, composizioni dei panel che nascondono profonde asimmetrie intellettuali e scientifiche. Attraverso un’analisi empirica basata su tecniche di network analysis, abbiamo documentato e rese visibili alcune di queste asimmetrie. Il paper completo, uscito su Scientometrics è accessibile a questo link. Il caso di studio che consideriamo è quello della composizione dei panel di valutazione (GEV) dell’area di economia, statistica e scienze aziendali nei tre esercizi della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR): 2004–2010, 2011–2014 e 2015–2019. I primi due panel furono nominati direttamente dall’ANVUR, mentre per il terzo si ricorse al sorteggio tra i candidati. Questa discontinuità procedurale ci ha permesso di trattare il terzo panel come termine di confronto, evidenziando quanto forti e pervasive fossero le connessioni nei panel nominati da ANVUR rispetto a quello estratto a sorte. Le tecniche di network analysis adottate ci hanno consentito di osservare la struttura invisibile dei legami tra i commissari. In particolare, abbiamo ricostruito le reti di co-autorialità tra i membri del panel, la comunanza di strategie di pubblicazione sulle stesse riviste, la rete che individua provenienza ed affiliazioni comuni in università e centri di ricerca, e infine la rete di blog e riviste di divulgazione che hanno ospitato contributi dei membri dei panel.  Nei due panel nominati da ANVUR si osservano reti fitte, chiuse e dominate da pochi nodi centrali e gruppi. Nel panel sorteggiato, invece, la frammentazione delle reti è decisamente maggiore, segno di un’effettiva pluralità di percorsi accademici e orientamenti teorici. Il risultato è inequivocabile: le nomine dirette hanno prodotto gruppi omogenei e non rappresentativi della pluralità accademica. In aggiunta, abbiamo osservato che una parte rilevante dei legami emersi riguarda un preciso gruppo di potere accademico, riconducibile all’ambiente dell’Università Bocconi: non solo docenti, ma anche ex allievi che orbitano intorno agli stessi centri di ricerca, agli stessi network professionali, agli stessi giornali e think tank. Il nostro lavoro fornisce una mappa sistematica di queste connessioni: quali sono gli istituti e i centri più fortemente legati a questo network, e chi sono gli esponenti che ne rappresentano il fulcro. Che sia l’università Bocconi il centro del sistema, non dovrebbe certo meravigliare, almeno i lettori di Roars. Già in passato le scelte operate dall’ANVUR erano state duramente criticate, in particolare per quanto riguarda proprio la scelta dei membri del GEV di economia. Nella terza VQR, il ministro Fioramonti introdusse il sorteggio dei membri, probabilmente anche in relazione alle polemiche che avevano accompagnato le prime due VQR.  Con l’ultimo esercizio VQR si è tornati indietro, seppure parzialmente: ANVUR ha infatti scelto direttamente il 25% dei membri dei GEV, garantendosi così un controllo commissariale sui lavori dei panel: non è inverosimile pensare che un membro GEV nominato da ANVUR abbia uno status diverso dai membri estratti. E forse non è un caso che, per restare in Area economica, sia stato nominato nel panel di economia il presidente del GEV della prima VQR, che nei nostri network rappresenta lo snodo centrale dei legami nei primi due panel. Quello che succede nell’area dell’economia è particolarmente delicato. La disciplina è da sempre caratterizzata da profonde differenze teoriche, metodologiche e ideologiche. Anche se le cose sono in realtà più complicate, ci si riferisce a questa situazione dicendo che c’è una economia mainstream e una eterodossa. A nostro parere, il pluralismo di visioni è essenziale alla vitalità della ricerca. I processi valutativi, in Italia e non solo, hanno favorito la marginalizzazione sistematica delle scuole di pensiero non mainstream, contribuendo a rafforzare meccanismi autoreferenziali e a consolidare il predominio di approcci omogenei mainstream. In questo gioca un ruolo fondamentale la composizione dei panel: un panel composto da valutatori mainstream strettamente collegati non solo mina la credibilità del processo valutativo, ma espone l’intero sistema a rischi di bias strutturale. Se la valutazione scientifica finisce per premiare solo ciò che è conforme ai paradigmi dominanti, la qualità stessa della ricerca ne risulta gravemente compromessa, riducendo la capacità di innovazione del sistema e lo spazio per il dissenso costruttivo e i percorsi di ricerca non convenzionali. Non è inutile sottolineare che non è certo sufficiente a garantire una composizione fair dei panel la presenza di un paio di figure “eterodosse”, come avvenuto nei panel delle due prime VQR. Quelle presenze appaiono piuttosto come sforzo superficiale e simbolico per apparire inclusivi nei confronti di gruppi minoritari (tokenism), in modo da ridurne le manifestazioni di dissenso. Tutto ciò richiama la necessità di una riflessione più ampia sul ruolo e sugli obiettivi della valutazione della ricerca in Italia. Fin dalla sua istituzione, l’ANVUR ha imitato un mix di modelli sviluppati altrove e ispirati a logiche di efficienza, competizione e misurazione standardizzata, trascurando la complessità e la specificità dei processi di produzione della conoscenza. L’obiettivo implicito non è stato quello di promuovere il pluralismo, l’innovazione o la capacità critica, ma piuttosto di allineare la ricerca alle esigenze di un sistema economico fondato su metriche di performance e riconoscimenti formali. Gli effetti della valutazione della ricerca sono oggi visibili: una ricerca più omologata, meno incline al rischio teorico e alla sperimentazione radicale, più orientata a soddisfare indicatori quantitativi che a rispondere a interrogativi scientifici profondi, con preoccupanti segnali di corruzione endemica. Una ricerca che, in definitiva, rischia di perdere la propria funzione pubblica, trasformandosi in un’attività funzionale alla “ricchezza della nazione” e al rafforzamento delle gerarchie accademiche consolidate. Crediamo sia necessario riportare al centro del confronto pubblico il senso stesso della ricerca come bene comune, emancipandola dalle logiche burocratiche, competitive e oligarchiche che oggi ne soffocano lo sviluppo.
July 21, 2025
ROARS