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Palermo, 23 maggio: i giovani contro la mafia
Nel suo articolo sulle celebrazioni del 23 maggio a Palermo Aurelio Angelini (Palermo, 23 maggio 1992 – 23 maggio 2026: quando l’ipocrisia si veste a lutto) ha mirabilmente puntato l’indice sull’ipocrisia istituzionale che si veste a lutto consegnandoci ogni anno una sorta di rituale assolutorio che tradisce l’eredità lasciataci dalla vita e dal sacrificio di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Questa ipocrisia si esprime nella ripetitività di cerimonie istituzionali che sono ormai diventate vere e proprie passerelle per i politici di turno spesso appartenenti a partiti che poco hanno a che spartire con le battaglie per la legalità e per l’accertamento della verità storica oltre che giudiziaria che il giudice assassinato, insieme alle altre vittime cadute per mano della mafia e dei poteri deviati dello Stato, ci ha lasciato. Ma c’è un’altra Palermo, che Angelini richiama in conclusione, una società civile che non si sottomette a questa logica ma esige con determinazione che la pratica della memoria venga ricondotta nell’alveo di una lotta sociale finalizzata alla ricerca della verità sui tanti misteri irrisolti che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese. “Finché avremo voce contro silenzi e depistaggi di Stato”: è con questa affermazione gridata che ieri 23 maggio ha preso l’avvio dalla piazza antistante il Tribunale di Palermo l’unica vera manifestazione civile che negli ultimi anni ha cercato di imprimere una direzione di marcia inversa rispetto alla narrazione consolatoria che ha confinato esclusivamente nell’ambito mafioso l’origine delle stragi degli anni ’90, senza andare a fondo sugli intrecci politici che le hanno caratterizzate. L’obiettivo dichiarato dei manifestanti è quindi quello di “pretendere piena verità e giustizia sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese, opponendoci con forza ai depistaggi istituzionali ancora in corso e ai tentativi di revisionismo storico”. I giovani organizzatori della manifestazione ci spiegano che “la nostra non è, come molti vorrebbero che fosse, una contro-manifestazione, ma è la vera manifestazione”: a loro si uniscono centinaia di altri giovani e cittadini comuni che lungo il percorso gridano con forza “fuori la mafia dallo Stato, fuori lo Stato dalla mafia”. La maggior parte di loro all’epoca delle stragi non erano neanche nati ma oggi la loro presenza attiva dimostra come sia sempre più cresciuta una coscienza civile e politica in grado di leggere con chiarezza i fatti della storia italiana recente. Il  lungo e partecipato corteo giunge così finalmente ai piedi dell’albero Falcone in via Notarbartolo nel momento in cui alle 17:58 vengono letti i nomi delle vittime e viene suonato il silenzio: è dopo la sacralità di questo rito che si ripete da 34 anni che i giovani gridano con orgoglio “Ora e sempre la Palermo dignitosa e ribelle è in piazza!”, marcando la distanza esistente fra le autentiche istanze che dal basso reclamano legalità, giustizia sociale e diritti da un lato e dall’altro una politica sorda ad ogni concreta richiesta di cambiamento dell’attuale sistema. Ad intervenire, trasmettendo passione ed emozione alla folla di partecipanti, sono i giovani organizzatori del corteo, a cui ha dato un importante contributo l’organizzazione ed il servizio d’ordine della Cgil: a prendere la parola sono Marta Capaccione di Our Voice, Andrea La Torre di Attivamente, Olga Giunta di Cgil Giovani, Ilaria Pezzano di Contrariamente RUM e Giovanna Billitteri di UDU Palermo. Insieme a loro, presenti in piazza altri promotori e decine di associazioni che hanno aderito all’iniziativa, fra cui le ACLI, l’ANPI, l’ARCI, il Centro Peppino Impastato, solo per citarne alcune senza fare torto alle altre. Alla manifestazione hanno preso parte anche Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il manifesto “politico” che gli organizzatori hanno illustrato esprime “un’altra idea di società, opposta alle logiche del sistema di potere politico-affaristico-mafioso e che rimetta al centro i diritti fondamentali di ogni persona, a partire dal lavoro, la casa, la scuola”. Il corteo antimafia sociale ed intersezionale (questo è un termine ormai ricorrente negli slogan e nell’azione politica di queste associazioni giovanili) ha come punti di riferimento le battaglie portate avanti da Pio La Torre e Peppino Impastato oltre ad esempi come quelli della ribellione di Lia Pipitone contro il patriarcato mafioso e quello di Padre Pino Puglisi nelle periferie disagiate della città. Negli interventi una particolare attenzione è stata rivolta alla nuova escalation di violenza mafiosa che recentemente si è palesata a Sferracavallo come a Isola delle Femmine, ma al tempo stesso è stata evidenziata la necessità di liberarci dalla precarietà, dallo sfruttamento e dalle mille ingiustizie di un sistema capitalistico in cui il potere mafioso rappresenta solamente un anello nella catena di comando. A margine della manifestazione, c’è stato chi come Mariangela Di Gangi, consigliera comunale a Palermo, ha parlato di tentativo di delegittimare questa manifestazione da parte della Fondazione Falcone attraverso l’invito ai singoli cittadini a raggiungere “in modo autonomo” l’albero Falcone in via Notarbartolo, quasi a voler ignorare l’esistenza di un corteo organizzato che invece ha chiamato a raccolta riuscendovi tanti cittadini desiderosi di rappresentare le istanze di reale cambiamento. E come dimenticare ciò che accadde tre anni fa quando i manifestanti furono accolti dalle manganellate oppure il ridicolo tentativo di un anno fa di depotenziare l’effetto del corteo anticipando l’esecuzione del silenzio, così da oltraggiare persino la memoria delle vittime della strage? Sarebbe un gravissimo errore da parte delle istituzioni e di chi si è impossessato del copyright della memoria continuare a ignorare che esiste un’ampia parte della società che si muove soprattutto grazie a tantissimi giovani e che non è più disposta a subire passivamente le narrazioni dominanti, ma che chiede con sempre maggiore forza un cambio di passo nella ricerca della verità, per costruire una società più giusta e più umana, contro la mafia e contro lo sfruttamento di ogni ordine e tipo. Enzo Abbinanti
May 24, 2026
Pressenza
Donne contro la mafia: un nuovo libro su un delitto poco noto
Sarà  presentato sabato 27 dicembre alle ore 11 presso il No Mafia Memorial di Palermo il libro collettaneo “Il delitto di via Sampolo. Ricordando Emanuela Sansone e Giuseppa Di Sano” edito da Navarra. Riportiamo di seguito due ampi stralci in merito L’amore e il coraggio. Donne contro la mafia, Daniela Dioguardi Emanuela Sansone, uccisa il 27 dicembre del 1896 a 18 anni, e prima di lei Anna Nocera, uccisa nel 1878 a 17 anni, testimoniano la falsità della narrazione in base a cui in tempi passati la mafia, avendo un codice d’onore, sarebbe stata rispettosa di donne e bambini. Risulta inoltre evidente che non è vero, neppure per il passato, che i mafiosi si uccidano tra loro. Anna e Emanuela, oltre ad essere due giovanissime donne, ancora minorenni, non fanno parte di famiglie mafiose ma per loro disgrazia incrociano la mafia e questo decreta la loro fine.  Della triste vicenda di Anna Nocera ci racconta Anna Puglisi. La seconda, Emanuela Sansone, descritta sul Giornale di Sicilia, che riporta la notizia del suo omicidio, come una giovane avvenente, si trova in una condizione economica migliore, non deve prestare servizio in casa altrui come Anna, ma aiuta i genitori nella merceria-bettola di via Sampolo. Le poche notizie che abbiamo su di lei le ricaviamo dalle Relazioni al Ministro degli interni del questore Ermanno Sangiorgi, redatte tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 e riportate nel libro di Umberto Santino La mafia dimenticata.  Rileggendo Sangiorgi Dal Rapporto viene fuori l’immagine di una ragazza sveglia e attenta, si accorge, infatti, di fatti insoliti e preoccupanti che avvengono all’interno del negozio, di buon carattere, gioca allegramente con i due fratelli più piccoli, e con una storia d’amore, almeno così si chiacchiera, con il comandante della stazione dei carabinieri del Giardino Inglese che frequentemente si recano per vari acquisti nella bettola. Questa frequentazione e il fatto che anche finanzieri e guardie di città siano clienti di lunga data, è motivo di grande diffidenza per i malavitosi della zona. La madre, Giuseppa Di Sano, è una donna energica che porta avanti con intelligenza gli affari.  Purtroppo vicino alla bettola c’è un’officina in cui i Gambino, padre e figli, fabbricano banconote false e di fronte un fondo dove si riuniscono i mafiosi della zona. Spesso Giuseppa è costretta a rifiutare pagamenti di avventori, mandati dai Gambino, che vorrebbero o utilizzare per gli acquisti denaro falso o perfino averlo scambiato e ne nascono controversie. Sembrerebbe quasi che la mafia pretenda dalla famiglia Sansone, che cerca in tutti i modi di opporsi, una sorta di pizzo. Un giorno le forze dell’ordine in seguito ad una soffiata chiudono la fabbrica dove si falsifica il denaro e arrestano i Gambino.  Per la malavita della zona è la conferma dei loro sospetti, anche perché il torchio usato per la coniazione delle monete false, era stato impiantato, forse inconsapevolmente rispetto ai fini illeciti, dal cognato della donna e quindi la mafia si convince erroneamente che la Di Sano, saputa per tal mezzo la cosa, ne avesse fatto confidenziale rivelazione ai Reali Carabinieri della Stazione Giardino Inglese, e decide una punizione esemplare.  Una sera, da un foro praticato nel muro di confine del fondo proprio di fronte al negozio, parte una raffica di colpi che feriscono seriamente Giuseppa e uccidono la figlia Emanuela, accorsa per aiutare la madre. Giuseppa, ripresasi dopo mesi dalla gravissima ferita riportata, non si rassegna e racconta per filo e per segno al questore Ermanno Sangiorgi tutto quello che è avvenuto nei mesi precedenti e nello stesso giorno della sparatoria: le pesanti discussioni per le monete false, l’ansia, l’inquietudine provocate in lei dalle mezze parole di donne del quartiere, le minacce più o meno velate ricevute da parte di malavitosi, gli sguardi biechi di alcuni passanti, i movimenti strani, anomali, nei pressi della bettola e il comportamento sospetto nello stesso giorno dell’omicidio di alcuni clienti, tra cui Vincenzo D’Alba che sarà condannato per l’omicidio e Giuseppe Buscemi. Racconta anche della figlia che, accortasi di tutto, temeva soprattutto per l’incolumità del padre. Non si limita a raccontare fatti, fa anche nomi e cognomi.  Lo stereotipo dell’omertà La sua attiva collaborazione sgombra il campo dallo stereotipo sulla omertà dei siciliani, alimentato da sempre dal potere politico a giustificazione dell’invincibilità della mafia. Sempre nella Relazione del questore Sangiorgi, leggiamo: «…è ben raro il caso in cui i testimoni fiscali si lascino indurre a palesare la verità, tutta quanta la verità, nell’interesse della punitiva giustizia. E ne hanno ben donde, perché di contro a quella compagine di scellerati basta un atto, un detto, un sospetto per passare dalla vita alla morte. Delitti… che quasi sempre rimangono impuniti nel mistero…».  E a proposito della reticenza femminile, riscontrata in alcune testimonianze: «…si spiega benissimo col timore che ad esse incute la mafia, alla vendetta della quale, dicendo la verità, non sfuggirebbero certamente…». «Le lettere minatorie… sono all’ordine del giorno e raggiungono pienamente il loro scopo, giacché le minacce sono prontamente attuate… Ne informano i continui vandalismi di tagli d’alberi, uccisioni di bestie, abigeati e altri delitti…». Chi decideva di collaborare con le forze dell’ordine per reagire al torto subito e per desiderio di giustizia, lo faceva sapendo di essere esposto ad atti persecutori di qualsiasi tipo, nel migliore dei casi problemi e difficoltà in più nella gestione della vita quotidiana, nel peggiore a rischio della vita, propria o dei propri familiari. Ne risentono, infatti, immediatamente gli affari della bettola che perde parte consistente della clientela, come è avvenuto in tempi recenti a Michela Buscemi, anche lei collaboratrice di giustizia, costretta a lasciare un bar che gestiva insieme al marito.  Già invisa alla mafia e immiserita, Giuseppa continuerà a ricevere pesanti minacce, ma non tornerà indietro. Sarà nuovamente praticato un foro nel fondo di fronte alla sua casa-negozio, come già era avvenuto in occasione del primo attentato in cui aveva perso la figlia. Si legge sempre nel Rapporto di Sangiorgi: «Come appare evidente trattasi di un novello atto della criminosa associazione che nella Di Sano Sansone continua a vedere una minaccia, che non riuscendo a debellare col così detto boicottaggio, contro di essa suscitato e pel quale, com’ebbi già a riferire con precedente rapporto, si è quasi immiserita, tenta di sbarazzarsene, costringendola ad abbandonare quelle contrade ed anche uccidendola se ancora vorrà resistere.»  Il sangue freddo dimostrato dalla Di Sano sorprende ancora di più perché si tratta di una donna tra l’altro non affiancata, il Rapporto del questore almeno non lo menziona, dal marito, padre della stessa povera ragazza. Sarebbe stata quindi sola a collaborare.  La scomparsa di Anna Nocera e le donne che parlano, Anna Puglisi Abitualmente Emanuela Sansone viene indicata come la prima giovane donna uccisa dalla mafia, e la madre, Giuseppa Di Sano, come la prima donna a denunciare, ma prima di Emanuela c’era stata un’altra vittima, Anna Nocera, e un’altra madre che aveva chiesto giustizia, Vincenza Cuticchia. Anna e la madre Quasi bambina, a servizio dagli Amoroso, una famiglia palermitana della zona di Porta Montalto, Anna viene sedotta da Leonardo Amoroso che le promette di sposarla. Dal 10 marzo 1878 però non si hanno più notizie di lei. Il padre, che dopo aver scoperto che la figlia era incinta l’aveva bastonata, sospetta che sia stata uccisa, va a chiedere notizie agli Amoroso e viene ingiuriato e cacciato via.  Il padre muore e la madre non si tira indietro, va a deporre in tribunale nel processo, svoltosi nel 1883, ai fratelli Amoroso e loro affiliati, accusati di far parte di un’associazione di malfattori e di omicidi. Vincenza Cuticchia, non si limita a testimoniare, ma si scaglia contro gli imputati, specialmente contro Leonardo: «Scellerati, infami, vi succhiaste il sangue di mia figlia».  Quando le chiedono perché non li ha denunciati subito quando aveva scoperto che la figlia era incinta, e dopo che Leonardo Amoroso aveva minacciato suo marito, risponde: «Ci scantavamo, perché erano tutti maccabei». Forse voleva dire violenti, ma pare di sentire Felicia Impastato con le sue espressioni intraducibili, come «vi faccio passare il mare a cavallo», detto a un mafioso che aveva sentito minacciare di morte il figlio.  Nel processo agli Amoroso, prima di lei aveva testimoniato Paola La Bua, madre di un altro assassinato, che dice, anche lei: «Ci scantavamo a parlare».  Per Anna Nocera un avvocato della difesa mette in dubbio che la ragazza sia morta o, in alternativa, non esclude che si sia suicidata. Un altro avvocato dice: «povera ragazza, vittima dell’amore», mentre il presidente della Corte la definisce una «Francesca da Rimini». Leonardo Amoroso viene condannato alla pena di morte, con altri otto imputati. Le altre donne Nelle Relazioni del questore Sangiorgi si trovano altri casi di donne che denunciano. Agata Mazzola e Margherita Lo Verde, vedove di due cocchieri, affiliati a un’associazione di mafiosi, uccisi il 24 ottobre 1897 per punirli di uno sgarro fatto a un capomafia guardaporta dei Florio. Margherita Lo Verde chiede aiuto alla signora Florio, Giovanna D’Ondes Trigona, fermandola mentre stava andando dalle suore di San Vincenzo. La signora la scaccia dicendo: «Non mi seccate, perché vostro marito era un ladro che veniva a rubare nel nostro palazzo» (e quindi meritevole di essere ucciso, secondo la nobildonna?). Margherita Lo Verde non si dà per vinta, racconta tutto ad Agata Mazzola, assieme vanno in questura e fanno i nomi dei mafiosi di cui sospettano.  Nel processo nato dalle inchieste del Questore Sangiorgi, iniziato il 3 maggio 1901, tra i testimoni c’è Anna Gottuso, vedova da vent’anni, indica i detenuti in gabbia, in particolare i fratelli Noto, come responsabili dell’uccisione del marito. Ricorda la signora Vita Rugnetta al maxiprocesso del 1986, che fece il giro delle gabbie dove si trovavano i mafiosi, mostrando loro la fotografia del figlio. Giuseppa La Rosa, vedova di uno pregiudicato, scomparso nel gennaio 1892, denuncia ai carabinieri che suo marito non è più tornato dopo essere stato invitato a una «divertita» e fa i nomi dei compari che l’avevano chiamato. Queste sono donne del popolo, come Giuseppa Di Sano, madre di Emanuela Sansone.  La nobildonna Ma c’è anche una signora dell’alta borghesia, Giovanna Cirillo, vedova di Stanislao Rampolla del Tindaro, di una famiglia della nobiltà delle Madonie, delegato di pubblica sicurezza a Marineo, paese di mafia, come aveva scritto il questore Sangiorgi. Nel 1889 il marito si era suicidato, dopo che aveva tentato di contrastare e denunciare il sindaco, che precedentemente era stato già descritto da un altro delegato come «intrigante, imbroglione, avido di lucro, e nel suo partito conta non pochi malfattori e protegge la mafia». Il delegato era stato sconfitto e trasferito.  La signora Cirillo, che aveva condiviso la vita del marito, scrive un ricorso circostanziato, a partire non solo dai suoi ricordi, ma dai documenti conservati dal marito, che presenta a Francesco Crispi, primo ministro di allora, ma il ricorso viene respinto. Il giudice istruttore nega la fondatezza dell’accusa, del delegato dice che era troppo vecchio per assolvere alle delicate mansioni e che al suicidio era stato indotto da «alienazione mentale». La signora Cirillo viene considerata «una povera vedova», spinta a presentare il ricorso «in un momento di afflizione d’animo che avrà dovuto suscitare in lei il suicidio del proprio marito».  E dopo? L’elenco si allungherà con l’uccisione di donne e bambini e con tante donne che chiederanno giustizia. E non soltanto in Sicilia.       Redazione Palermo
December 21, 2025
Pressenza
Un ricordo di Pino Puglisi
Senza l’attivazione delle intelligenze dal basso, a mio avviso, non c’è speranza per dare senso alla “religiosità della vita”. Una “religiosità della vita” nel cui percorso c’è “la coscienza personale e c’è anche la coscienza collettiva”. La coscienza che, nella sua accezione, sta a significare la consapevolezza, la comprensione dei fatti nel territorio dove noi viviamo. Detto questo, per dare credito alle scelte sacrosante di Pino Puglisi e per non affogare il ricordo nei luoghi comuni della pura e semplice commemorazione, vorrei dare la mia testimonianza. Ho conosciuto Pino Puglisi al Liceo Vittorio Emanuele II di Palermo per l’intero anno scolastico 1992/1993. Ebbene, in quell’anno a mia memoria, non ho avuto il piacere di cogliere il suo sorriso così come emerge dalla foto che sta facendo il giro del mondo. Il mio ricordo di Pino Puglisi è legato alla convinzione di trovarmi dinanzi ad una personalità seria e riservata, non disgiunta da una autorità educativa che emergeva dai suoi brevi e profondi interventi che, nei vari consigli di classe, coincidevano solitamente con una lucida apertura aii problemi sociali, umani ed ambientali. Questa sua personalità mi incuriosì fin dai primi incontri, difatti tentai di interessarlo e coinvolgerlo in un mio progetto titolato: “Io non sapevo … La spettacolarizzazione della violenza”. (pubblicato nel 1993 con la Legge Regionale n.51 sull’antimafia). Un progetto che mirava a scoprire il senso delle scritte violente di cui erano pieni i muri dei gabinetti e i banchi, così come lo erano i muri adiacenti alla scuola e in tutta la città. Un progetto che, fra l’altro, si inseriva nelle attività curriculari proponendo anche l’attualizzazione del Novecento, stimolando le connessioni tra passato e presente e, precisamente, dalla Shoah a Via D’Amelio. Ma lui, con il garbo che lo distingueva, quando lo contattavo si allontanava dicendomi che aveva fretta di andare e che stava attraversando un periodo pieno di impegni. Fu dopo quel tragico giorno del 15 Settembre 1993 che cominciai a capire il suo atteggiamento. Capii che la sua premura era più che motivata. Capii che scappava verso Brancaccio, verso quel quartiere dove la mafia del luogo gli aveva tolto il sorriso e si preparava a togliere di mezzo un prete alquanto scomodo perché voleva, a tutti i costi, accendere una nuova luce proprio in quel quartiere dove il fare quotidiano dei bambini, e non solo, era carico di violenze materiali e spirituali. Capii che scappava verso gli abitanti di quel quartiere dominato dagli stessi mafiosi che avevano preparato l’esplosivo nel vile attentato contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Affinché questo giorno, così come ho già detto, non venga affogato tra i tanti luoghi comuni delle vuote commemorazioni, mi auguro che possa dar  seguito a molteplici iniziative per segnare finalmente un nuovo percorso di lunga lena anche nel nostro territorio. E chiudo questa mia breve testimonianza ricordando quello che un altro prete, Don Peppe Diana che fu ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 Marzo del 1994, soleva affermare:“A me non interessa sapere se Dio esiste. A me interessa sapere da che parte sta”. Con questa illuminante affermazione ci ha voluto dire che la “la giustizia terrena e la giustizia divina” non sono due giustizie separate: sono interconnesse. Don Peppe Diana ci invitava e ci invita a credere nella “religiosità della nostra vita” perché è questa che ci aiuterà a rompere i “recinti mentali”, quei recinti che tanto male hanno fatto e continuano a fare non solo nei quartieri cittadini ma anche nelle comunità di tutto il mondo, dove le violenze, le guerre e lo sfruttamento sono generate dal neo-capitalismo, dal neo-liberismo globalizzato e dalle privatizzazioni. Solo così saremo capaci di capire l’atto d’accusa di Papa Francesco contro il “colonialismo vecchio o nuovo che riduce i paesi poveri a meri fornitori di materie prime e di lavoro a basso costo. E nessun potere, di fatto o costituito,  ha il diritto di privare i paesi poveri della propria sovranità”. Solo così saremo capaci di capire le contraddizioni tirate fuori da questo papa – terreno – che, per difendere il creato, si unisce ai movimenti dal basso che, in ogni angolo del mondo, credono nella lotta per la pace, per il lavoro e per i Beni Comuni, compresa l’acqua e i relativi servizi idrici. Questo papa ha voluto mettere insieme cristianità e laicità, recuperando così l’alto significato di “religione”, una categoria che, nella sua più vera accezione, ci permette di “legare insieme le leggi terrene e le leggi cristiane”, i cui obiettivi coincidono non solo con i contenuti della nostra Carta Costituzionale, fondata sulla democrazia e sulla difesa dei diritti civili ed umani, ma coincidono anche con i contenuti evangelici, molto lontani dai crimini commessi dal vecchio potere cattolico di cui, ultimamente, la Chiesa ha dovuto giustamente chiedere scusa.   Pino Dicevi
September 19, 2025
Pressenza
“Personalità come Paolo Borsellino un faro per i giovani”
Nell’anniversario della strage del 1991 in via D’Amelio a Palermo, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino insieme con la sua scorta, proponiamo l’intervista al giurista e criminologo Vittorio Musacchio pubblicata sul sito interris.it “Il 19 luglio per me rappresenta un momento di seria riflessione su quanto si stia facendo per il contrasto della criminalità organizzata. Mi concentro in modo particolare sull’importanza della rete e della coesione sociale nel fronteggiare i nuovi fenomeni criminali di stampo mafioso in ascesa”, dice a Interris.it il giurista e criminologo Vincenzo Musacchio nel trentatreesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992, nemmeno due mesi dopo Capaci, un attentato mafioso uccise il giudice Paolo Borsellino e gli uomini – e la donna – della sua scorta. “Ricordare Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, significa non solo tenere viva la loro memoria e promuovere i loro ideali di giustizia, ma agire con i fatti e non solo partecipando a cerimonie che restano spesso sterili e teatrali” dichiara il ricercatore indipendente ed esperto di mafie transnazionali associato allo statunitense Rutgers Institute on Anti-corruption Studies. Lei è stato allievo di Antonino Caponnetto, che alla morte di Borsellino pronunciò le parole “è finito tutto”: le ha raccontato qualcosa di lui? “Ho avuto la fortuna di poterlo conoscere e frequentare, era una persona speciale, di quelle che ti cambiano la vita. Mi raccontò che Paolo Borsellino era particolarmente turbato e preoccupato per la sua famiglia e per gli uomini della sua scorta. Tante volte mi disse di quando chiese agli organi competenti di bonificare i luoghi abitualmente frequentati da lui, in particolare la rimozione delle auto parcheggiate in via D’Amelio, sotto casa della madre, dove andava almeno una volta la settimana. Nessuno fece nulla. Questo mi disse confermava, colpe, omissioni, negligenze e complicità di pezzi deviati di Stato che hanno – con dolo o colpa grave – agevolato la mafia. Se lo Stato si fosse impegnato con tutte le sue forze, Paolo Borsellino si sarebbe potuto salvare”. Cosa, dell’etica e del metodo lavorativo di Borsellino, può essere un modello, un esempio, un’ispirazione, per la cultura della legalità? “Personalità come quella di Paolo Borsellino dovrebbero costituire un faro per le nuove generazioni. Solo così il ricordo avrebbe un senso e una dimensione edificante. Credo che il messaggio più logico sia quello di non rassegnarsi mai nel perseguimento della ricerca della verità e della giustizia. Sono i due valori che tutti coloro che hanno combattuto le mafie non hanno mai smesso di perseguire. Nel rispetto del suo ricordo dobbiamo continuare la sua opera ciascuno nel proprio ruolo. Per non cadere nella retorica però devo anche dire che più passerà il tempo è più diventerà difficile accertare le responsabilità in tutte quelle vicende, come la strage di via d’Amelio, di per sé assai difficili e complesse da ricostruire, in special modo dopo depistaggi mai visti prima in uno Stato che si professa di diritto”. Come parlare di figure come le vittime di mafia ai giovani? “Facendo comprendere ai più giovani che il loro contributo diretto nella lotta contro le mafie deve essere consapevole e formativo. I nostri giovani sconfiggeranno le mafie se faranno il loro dovere come hanno fatto le tantissime vittime di mafia, se svolgeranno una attività lavorativa, se si interesseranno della pubblica amministrazione, se parteciperanno attivamente e onestamente alla vita politica del proprio territorio. Occorre far capire loro che dovranno fare la loro parte quando saranno componenti attive della società civile. Se non si faranno corrompere e svolgeranno bene il proprio ruolo la lotta alle mafie sarà molto più agevole.” “La mafia teme la scuola più che la giustizia”, ha detto Caponnetto. Lei oltre che giurista e criminologo è anche direttore scientifico della Scuola di Legalità dedicata a don Peppe Diana e fa incontri nelle scuole, come fa la sua parte nell’educare gli adulti di domani alla legalità? Come gli parla? Cosa gli dice? “Cerco di far comprendere loro il senso della legalità e soprattutto far cessare la morsa del silenzio e dell’indifferenza che è diventata veramente intollerabile quando si parla di mafie. Dobbiamo educare al rispetto delle regole: oggi regna l’idea che le regole non siano importanti, che siano un fatto trascurabile. Non è così: le regole quando sono giuste hanno il potere di cambiare una società, ma con la stessa facilità la loro violazione o, peggio, il messaggio che sono inutili e violabili possono distruggerla inesorabilmente. Diffondiamo questo messaggio e come diceva Paolo Borsellino ‘Parliamo della mafia. Parliamone alla radio, in televisione, sui giornali. Però parliamone’”. Lorenzo Cipolla Redazione Italia
July 19, 2025
Pressenza