Libero Grassi 35 anni dopo: Palermo, il pizzo e il ritorno di un vecchio blocco di potere
La forza della testimonianza di Grassi ucciso il 29 agosto 1991 sta nella sua
radicalità morale. Interpellato sul perché rifiutasse di pagare come “fanno
tutti”, rispose con parole che restano il manifesto più limpido dell’antiracket:
pagare sarebbe stato «una rinuncia alla mia dignità di imprenditore». Il pizzo
non è soltanto un costo economico, è un atto di sudditanza che trasforma il
rapporto tra Stato, mercato e cittadino in un rapporto di sudditanza criminale.
Palermo non è più la città delle stragi e del controllo militare aperto di Cosa
Nostra. La violenza è meno visibile, ma cresce la capacità dell’organizzazione
di penetrare nell’economia legale, condizionare i mercati e trasformare capitali
illeciti in nuove forme di potere. Il pizzo non è più solo un prelievo, ma può
diventare una porta d’ingresso nel circuito economico, attraverso capitali
forniti ad attività in difficoltà, partecipazioni occulte e acquisizioni
commerciali.
“Addiopizzo” ha segnalato, nel 2024, flussi finanziari capaci di modificare
rapidamente la struttura commerciale del centro storico, con una forte
concentrazione sulla ristorazione, un settore particolarmente esposto
all’infiltrazione mafiosa. E la battaglia di Grassi resta, drammaticamente,
ancora da vincere
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Celebrazione del trentacinquesimo anniversario dell’uccisione di Libero Grassi
sul marciapiede dove fu ucciso dalla mafia per non aver pagato il pizzo
Il 29 agosto ricorre il trentacinquesimo anniversario dell’assassinio di Libero
Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra per essersi rifiutato
di pagare il pizzo. Come ogni anno, i familiari rinnovano la protesta affiggendo
nel luogo del delitto lo stesso manifesto scritto a caldo da Pina Maisano e dai
suoi compagni di lotta: «Libero Grassi, imprenditore e uomo coraggioso, ucciso
dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza
dei partiti e dall’assenza dello Stato». Trentacinque anni non hanno reso quella
frase un reperto d’archivio: restano parole di un’attualità che inquieta, perché
descrivono un meccanismo di potere che si è trasformato ma non è scomparso.
Un delitto che è anche un fatto sociale
Palermo, 29 agosto 1991. I primi rilievi della polizia giudiziaria sul luogo del
delitto
Leggere l’omicidio Grassi solo come cronaca nera significa perdere la sua
dimensione più importante, quella sociale. Grassi non fu ucciso soltanto per
aver negato cinquanta milioni di lire, ma perché aveva rotto un equilibrio
consolidato: quello per cui il racket, più che una fonte di reddito, è uno
strumento di governo del territorio.
Lo capiva bene Giovanni Falcone, che nei suoi scritti e nelle sue deposizioni
insisteva sulla natura organica, non patologica, del fenomeno mafioso: la mafia,
ammoniva il magistrato, «non è un cancro proliferato per caso su un tessuto
sano», ma un sistema che si radica in un fitto tessuto di connivenze, dal
piccolo favore alla grande complicità istituzionale. È esattamente questa la
lezione che il caso Grassi mette a nudo: l’estorsione non è un reato isolato, ma
un dispositivo di controllo sociale ed economico che ha bisogno, per funzionare,
di una rete diffusa di silenzi.
Su questo punto il movimento dell’antimafia ha costruito una delle sue categorie
più solide, quella di “borghesia mafiosa” elaborata da Umberto Santino,
fondatore del Centro di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo. Santino
sostiene da decenni che la mafia non regge senza un ceto di professionisti,
imprenditori, amministratori e politici che ne garantiscono la sponda legale:
come scrive lo studioso, senza un sistema di rapporti radicato nella società e
nei suoi gangli produttivi la mafia sarebbe soltanto una forma di criminalità
marginale. È precisamente il muro contro cui si scontrò Libero Grassi: non
un’organizzazione criminale isolata, ma un blocco sociale composito in cui
l’associazione degli industriali, invece di fare quadrato attorno a lui, scelse
l’indifferenza e, in alcuni casi, l’ostilità aperta.
Dal controllo del territorio all’impresa mafiosa
Il salto compiuto da Cosa Nostra tra gli anni Settanta e Novanta è stato
descritto da Pino Arlacchi nella sua analisi della “mafia imprenditrice”:
un’organizzazione che abbandona progressivamente i tratti del mediatore agrario
legato a un codice arcaico per trasformarsi in un soggetto economico aggressivo,
capace di scoraggiare la concorrenza, drenare liquidità dal sistema creditizio e
riversare capitali illegali nell’economia legale. In questa cornice il pizzo
smette di essere un semplice tributo estorto al singolo commerciante e diventa,
come intuiva lo stesso Grassi, lo strumento con cui la mafia esercita una vera e
propria “barriera doganale” sul territorio, filtrando chi può fare impresa e a
quali condizioni.
Non stupisce che Grassi, opponendosi, si sia sentito solo: la sua rivolta
minacciava non un singolo clan, ma un intero equilibrio di potere
economico-territoriale che coinvolgeva anche settori dell’imprenditoria legale.
La forza della testimonianza di Grassi sta nella sua radicalità morale, prima
ancora che politica.
Interpellato sul perché rifiutasse di pagare come “fanno tutti”, rispose con
parole che restano il manifesto più limpido dell’antiracket: pagare sarebbe
stato «una rinuncia alla mia dignità di imprenditore». In quella frase c’è la
cifra di un’intera visione: il pizzo non è soltanto un costo economico, è un
atto di sudditanza che trasforma il rapporto tra Stato, mercato e cittadino in
un rapporto di sudditanza criminale. Rifiutarlo significava, per Grassi,
riconquistare un pezzo di sovranità individuale e collettiva su un territorio
che la mafia pretendeva di amministrare come proprio.
Il territorio come posta in gioco
Il controllo mafioso non si esercita in astratto: ha bisogno di uno spazio
fisico e amministrativo su cui insediarsi, di una rete di relazioni municipali,
di appalti, di fondi pubblici da intercettare. La Sicilia degli anni Novanta,
quella in cui Grassi trovò ad aspettarlo un Consiglio comunale vuoto quando
organizzò insieme ai Verdi, poco prima dell’assassinio, una conferenza contro il
pizzo, era già il laboratorio di questo intreccio tra criminalità organizzata,
ceto politico e mondo produttivo.
Trentacinque anni dopo, quello stesso schema torna a manifestarsi con
inquietante nitidezza: il riaffacciarsi sulla scena di esponenti politici del
passato, capaci di ricostruire reti di mediazione clientelare in territori
storicamente esposti alla pressione mafiosa, segnala che il vuoto lasciato dallo
Stato non si è mai davvero colmato. I fondi europei sperperati in modo
parassitario e spesi male o solo in parte, denunciati periodicamente dai report
sulla Sicilia, non sono un dettaglio contabile: sono la prova che l'(in)capacità
di programmazione pubblica lascia aperti gli stessi varchi che il pizzo ha
sempre sfruttato per governare l’economia dal basso.
La mafia che cambia pelle
Palermo non è più la città delle stragi e del controllo militare aperto di Cosa
Nostra. La violenza è meno visibile, ma cresce la capacità dell’organizzazione
di penetrare nell’economia legale, condizionare i mercati e trasformare capitali
illeciti in nuove forme di potere. Il pizzo resta uno strumento centrale di
affermazione del controllo economico e simbolico: un’indagine del 2025 ha
documentato richieste estorsive accompagnate da minacce e violenza fisica, e
nell’agosto dello stesso anno i Carabinieri hanno arrestato due persone per
tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, con richieste fino a 15.000
euro in un’unica soluzione.
Il dato più inquietante è però l’evoluzione del rapporto tra mafia ed economia:
il pizzo non è più solo un prelievo, ma può diventare una porta d’ingresso nel
circuito economico, attraverso capitali forniti ad attività in difficoltà,
partecipazioni occulte e acquisizioni commerciali. Addiopizzo ha segnalato, nel
2024, flussi finanziari capaci di modificare rapidamente la struttura
commerciale del centro storico, con una forte concentrazione sulla ristorazione,
un settore, insieme a turismo e mercato immobiliare, particolarmente esposto
all’infiltrazione, tanto da spingere la Prefettura di Palermo a firmare, nel
dicembre 2025, un (ennesimo) protocollo specifico contro riciclaggio, usura ed
estorsione nel comparto turistico-alberghiero. Questa dinamica criminale si
intreccia con una trasformazione urbana più ampia.
Il centro storico, dopo decenni di abbandono, ha vissuto una crescita turistica
straordinaria: gli arrivi sono passati da circa 650mila (2014) a oltre 861mila
(2024) a circa 1 milione di oggi, sostenuti anche dal riconoscimento Unesco del
2015. Ma un turismo non governato può trasformarsi da forza rigenerativa a forza
estrattiva: street food, locali e attività di consumo rapido occupano spazi
crescenti a scapito di residenza, artigianato e commercio di prossimità. La
stessa amministrazione comunale ha ammesso, nel 2024, che il tessuto produttivo
era diventato “troppo sbilanciato sul settore food”, (rischiando) di ridurre il
centro storico a un “fast food a cielo aperto”.
Un vuoto di governo del territorio
Il problema non è la ristorazione in sé, ma un patrimonio urbano trasformato in
macchina commerciale senza un adeguato governo degli usi, condizione che, unita
a rapida rotazione delle attività, capitali opachi e controlli deboli, crea
terreno favorevole all’infiltrazione mafiosa. La mafia prospera dove il mercato
è opaco e le istituzioni arrivano tardi: il pizzo diventa così un dispositivo di
regolazione privata dell’economia, capace di stabilire chi lavora, chi apre
un’attività e da chi si acquista.
Palermo non ha bisogno solo di più controlli di polizia, ma di un vero governo
del territorio, che integri urbanistica, commercio, turismo, politiche abitative
e contrasto alle infiltrazioni. Alcuni interventi, come l’applicazione della
legislazione vigente per limitare nuove aperture, restano però provvedimenti
episodici, privi di indicatori per misurarne l’efficacia. Ciò che è in gioco non
è una questione estetica ma la tenuta degli equilibri abitativi, economici e
sociali costruiti nel tempo: il rischio è che la città consumi proprio il
patrimonio, la residenza e la memoria dei luoghi che dovrebbe proteggere.
Un’eredità da non imbalsamare
C’è infine un rischio che la riflessione sull’antimafia ha imparato a
riconoscere: quello di trasformare figure come Libero Grassi in icone
rassicuranti, buone per le commemorazioni ma neutralizzate nella loro carica
critica.
Santino stesso ha più volte messo in guardia da un’antimafia “di facciata”,
funzionale a legittimare chi in realtà convive con logiche di potere non troppo
diverse da quelle mafiose.
Ricordare Grassi in modo autentico significa allora rifiutare tanto la retorica
celebrativa quanto la rimozione: significa continuare a chiedersi chi, oggi,
occupa il posto lasciato vuoto dall’associazione degli industriali di allora,
quali attori economici e politici traggono ancora vantaggio dal silenzio diffuso
sul territorio.
Trentacinque anni dopo il suo assassinio, la lezione di Libero Grassi non
riguarda soltanto il coraggio individuale di dire no. Riguarda la natura
strutturale del fenomeno mafioso: un sistema che, come insegnano Falcone,
Santino e Arlacchi da prospettive diverse, si nutre di un tessuto di complicità
legali e illegali, si adatta ai contesti economici mutando pelle senza mutare
sostanza, e trova nel controllo del territorio la propria ragion d’essere. Il
ritorno, negli ultimi anni, di reti di mediazione politico-clientelare che
riecheggiano il clima dei primi anni Novanta non è un incidente della storia
siciliana, ma la riprova che la battaglia di Grassi resta, drammaticamente,
ancora da vincere. Onorarne la memoria significa continuare a interrogare non
solo la mafia in sé, ma il sistema di relazioni economiche e politiche che,
silenziosamente, continua a renderla possibile.
Aurelio Angelini