Palermo, 23 maggio: i giovani contro la mafia
Nel suo articolo sulle celebrazioni del 23 maggio a Palermo Aurelio Angelini
(Palermo, 23 maggio 1992 – 23 maggio 2026: quando l’ipocrisia si veste a lutto)
ha mirabilmente puntato l’indice sull’ipocrisia istituzionale che si veste a
lutto consegnandoci ogni anno una sorta di rituale assolutorio che tradisce
l’eredità lasciataci dalla vita e dal sacrificio di Giovanni Falcone, di sua
moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio
Montinaro e Vito Schifani.
Questa ipocrisia si esprime nella ripetitività di cerimonie istituzionali che
sono ormai diventate vere e proprie passerelle per i politici di turno spesso
appartenenti a partiti che poco hanno a che spartire con le battaglie per la
legalità e per l’accertamento della verità storica oltre che giudiziaria che il
giudice assassinato, insieme alle altre vittime cadute per mano della mafia e
dei poteri deviati dello Stato, ci ha lasciato.
Ma c’è un’altra Palermo, che Angelini richiama in conclusione, una società
civile che non si sottomette a questa logica ma esige con determinazione che la
pratica della memoria venga ricondotta nell’alveo di una lotta sociale
finalizzata alla ricerca della verità sui tanti misteri irrisolti che hanno
caratterizzato la storia del nostro Paese.
“Finché avremo voce contro silenzi e depistaggi di Stato”: è con questa
affermazione gridata che ieri 23 maggio ha preso l’avvio dalla piazza antistante
il Tribunale di Palermo l’unica vera manifestazione civile che negli ultimi anni
ha cercato di imprimere una direzione di marcia inversa rispetto alla narrazione
consolatoria che ha confinato esclusivamente nell’ambito mafioso l’origine delle
stragi degli anni ’90, senza andare a fondo sugli intrecci politici che le hanno
caratterizzate. L’obiettivo dichiarato dei manifestanti è quindi quello di
“pretendere piena verità e giustizia sulle stragi che hanno insanguinato il
nostro Paese, opponendoci con forza ai depistaggi istituzionali ancora in corso
e ai tentativi di revisionismo storico”.
I giovani organizzatori della manifestazione ci spiegano che “la nostra non è,
come molti vorrebbero che fosse, una contro-manifestazione, ma è la vera
manifestazione”: a loro si uniscono centinaia di altri giovani e cittadini
comuni che lungo il percorso gridano con forza “fuori la mafia dallo Stato,
fuori lo Stato dalla mafia”. La maggior parte di loro all’epoca delle stragi non
erano neanche nati ma oggi la loro presenza attiva dimostra come sia sempre più
cresciuta una coscienza civile e politica in grado di leggere con chiarezza i
fatti della storia italiana recente.
Il lungo e partecipato corteo giunge così finalmente ai piedi dell’albero
Falcone in via Notarbartolo nel momento in cui alle 17:58 vengono letti i nomi
delle vittime e viene suonato il silenzio: è dopo la sacralità di questo rito
che si ripete da 34 anni che i giovani gridano con orgoglio “Ora e sempre la
Palermo dignitosa e ribelle è in piazza!”, marcando la distanza esistente fra le
autentiche istanze che dal basso reclamano legalità, giustizia sociale e diritti
da un lato e dall’altro una politica sorda ad ogni concreta richiesta di
cambiamento dell’attuale sistema.
Ad intervenire, trasmettendo passione ed emozione alla folla di partecipanti,
sono i giovani organizzatori del corteo, a cui ha dato un importante contributo
l’organizzazione ed il servizio d’ordine della Cgil: a prendere la parola sono
Marta Capaccione di Our Voice, Andrea La Torre di Attivamente, Olga Giunta di
Cgil Giovani, Ilaria Pezzano di Contrariamente RUM e Giovanna Billitteri di UDU
Palermo.
Insieme a loro, presenti in piazza altri promotori e decine di associazioni che
hanno aderito all’iniziativa, fra cui le ACLI, l’ANPI, l’ARCI, il Centro Peppino
Impastato, solo per citarne alcune senza fare torto alle altre. Alla
manifestazione hanno preso parte anche Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Il manifesto “politico” che gli organizzatori hanno illustrato esprime “un’altra
idea di società, opposta alle logiche del sistema di potere
politico-affaristico-mafioso e che rimetta al centro i diritti fondamentali di
ogni persona, a partire dal lavoro, la casa, la scuola”. Il corteo antimafia
sociale ed intersezionale (questo è un termine ormai ricorrente negli slogan e
nell’azione politica di queste associazioni giovanili) ha come punti di
riferimento le battaglie portate avanti da Pio La Torre e Peppino Impastato
oltre ad esempi come quelli della ribellione di Lia Pipitone contro il
patriarcato mafioso e quello di Padre Pino Puglisi nelle periferie disagiate
della città.
Negli interventi una particolare attenzione è stata rivolta alla nuova
escalation di violenza mafiosa che recentemente si è palesata a Sferracavallo
come a Isola delle Femmine, ma al tempo stesso è stata evidenziata la necessità
di liberarci dalla precarietà, dallo sfruttamento e dalle mille ingiustizie di
un sistema capitalistico in cui il potere mafioso rappresenta solamente un
anello nella catena di comando.
A margine della manifestazione, c’è stato chi come Mariangela Di Gangi,
consigliera comunale a Palermo, ha parlato di tentativo di delegittimare questa
manifestazione da parte della Fondazione Falcone attraverso l’invito ai singoli
cittadini a raggiungere “in modo autonomo” l’albero Falcone in via Notarbartolo,
quasi a voler ignorare l’esistenza di un corteo organizzato che invece ha
chiamato a raccolta riuscendovi tanti cittadini desiderosi di rappresentare le
istanze di reale cambiamento.
E come dimenticare ciò che accadde tre anni fa quando i manifestanti furono
accolti dalle manganellate oppure il ridicolo tentativo di un anno fa di
depotenziare l’effetto del corteo anticipando l’esecuzione del silenzio, così da
oltraggiare persino la memoria delle vittime della strage?
Sarebbe un gravissimo errore da parte delle istituzioni e di chi si è
impossessato del copyright della memoria continuare a ignorare che esiste
un’ampia parte della società che si muove soprattutto grazie a tantissimi
giovani e che non è più disposta a subire passivamente le narrazioni dominanti,
ma che chiede con sempre maggiore forza un cambio di passo nella ricerca della
verità, per costruire una società più giusta e più umana, contro la mafia e
contro lo sfruttamento di ogni ordine e tipo.
Enzo Abbinanti