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Niger. Sventato il colpo di stato
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. […] L'articolo Niger. Sventato il colpo di stato su Contropiano.
August 31, 2026
Contropiano
Aung San Suu Kyi, una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondo
Il 1° giugno è partita ufficialmente la campagna lanciata dal figlio minore di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, in occasione del 81º compleanno della madre il 19 giugno. Kim chiede che i militari forniscano prove sulla salute della leader birmana di cui non si sa più nulla ufficialmente dalla primavera del 2023, quando il ministro degli esteri thailandese le fece visita. Chiede alle istituzioni internazionali e ai governi di fare pressioni sulla giunta militare del Myanmar. Kim Aris non ha accolto con sollievo l’annuncio del 30 aprile scorso dello spostamento della madre a una “residenza designata”; in realtà non ha alcun contatto con lei da anni e dubita che sia viva. Per esperienza, ha visto in questi trent’anni l’abilità della giunta nell’ingannare l’opinione pubblica internazionale. Aung San Suu Kyi, in prigione dal 1° febbraio 2021, con il colpo di Stato che pose fine al breve esperimento democratico da lei guidato, rimane sempre viva nei cuori del suo popolo. “Sebbene i militari l’abbiano nascosta agli occhi delle persone” racconta Kyang Zaw Moe, editorialista per il giornale birmano Irrawaddy “la maggior parte dei birmani continua a seguire il suo esempio di resistenza incrollabile contro il regime e continua a ribellarsi. Incluso i giovani della ‘generazione Z’ che ne chiedono il rilascio. Numerose sono le testimonianze, le fotografie e i video che pervengono in occasione del suo compleanno il 19 giugno. Ogni anno in questa occasione, sia i giovani nelle città che i ribelli nella giungla tengono delle preghiere e delle cerimonie per la sua salute.”  A tutt’oggi, il peggior nemico della giunta è lei, la persona che più temono,  quella che riesce ad avere il sostegno incondizionato del suo popolo. “Se la presidenza del Myanmar fosse decisa dal voto delle persone” continua l’editorialista “dal 1990 sarebbe presidente Aung  San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto nel 1990, nuovamente nelle elezioni del 2015 e del 2020. Ma i generali hanno cospirato per assicurarsi che lei non prendesse mai la carica di presidente”. A questo scopo nel 2008 hanno redatto una Costituzione che la bandisce per sempre dall’assumere questa carica, con l’articolo 59; una Costituzione che è stata condannata da molti studiosi internazionali come la meno democratica nel mondo. Sottolinea Kyang Zaw Moe: “A tutt’oggi nel mondo vi è una sola persona che ha vinto così tante elezioni e non è mai stata eletta presidente del suo Paese: lei”.  La leader birmana è stata il cavallo di Troia della giunta militare, per legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e poter avviare accordi economici. Durante i lunghi decenni di chiusura del Myanmar, poche aziende estere erano disposte a lavorare con una dittatura. Nel 2010, la giunta dei militari decide di aprire il Paese al mondo esterno, dopo essersi dati una ripulita, sostituendo le divise militari con abiti civili; cede di buon grado alle pressioni internazionali che da lungo tempo chiedevano la liberazione di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari e decide che è molto più conveniente da quel momento in poi usarla come pedina per far giungere i capitali nel Paese e nelle loro tasche. Con la sua entrata in Parlamento nelle elezioni del 2012, ma soprattutto con la sua nomina a Consigliere di Stato nel 2016, la leader birmana perseguiva un difficile gioco di equilibrio per poter mantenere il suo partito al governo e portare avanti il suo programma per la democrazia. Alcuni analisti politici vedono l’accordo con i militari nel 2016 come una trappola che le è stata tesa e in cui è caduta. Infatti, Aung San Suu Kyi  e il suo partito, in Parlamento, erano costretti a governava in una posizione di continua complicità e compiacenza con i militari. Quando è esplosa nel 2017 la crisi sempre latente con la minoranza musulmana dello Stato del Rakhine si è ritrovata con le mani legate, impotente ad intervenire, perché l’accordo sottoscritto con i militari glielo impediva. Per la sua leadership basata sulla nonviolenza e il suo impegno al sacrificio, per la lotta per la democrazia, la comunità internazionale le ha conferito molti premi e onori, incluso il Nobel per la Pace nel 1991. Ma una volta acuitasi la crisi dei Rohingya nel 2017, la comunità internazionale l’ha accusata per il suo silenzio, perché non prendeva le difese della minoranza musulmana perseguitata. A questo hanno fatto seguito il ritiro dei premi che le erano stati conferiti e una condanna generale. “È stata questa la sua sconfitta personale sul palco  internazionale” dice Kyang Zaw Moe sull’Irrawaddy. ”Per quanto riguarda invece il suo Paese, anche se ha dovuto confrontarsi con un certo criticismo, la maggior parte delle persone ha capito la sua scelta di mettere davanti la riconciliazione nazionale, la transizione pacifica, il processo per la democrazia. Sebbene abbia subito critiche e umiliazioni sulla scena internazionale, a livello interno il suo supporto non è diminuito, ma anzi alle elezioni del 2020 le persone hanno dato al suo partito più voti che nelle elezioni precedenti”.  Il suo stile di leadership è sempre stato molto chiaro agli occhi dei birmani: non destabilizzare il processo di pace e di riconciliazione mettendosi in rotta di collisione con i generali. Una decisione difficile che ha minato la fiducia verso di lei da parte di alcuni. Era visibile a tutti la difficoltà politica di governare in un contesto dominato dai generali.  Il motto di Aung San Suu Kyi è sempre stato “prima le persone”, una differenza fondamentale con i militari. Da quel 1° febbraio 2021 il percorso di riconciliazione nazionale con i militari si è fermato e ha lasciato il posto alla rivoluzione armata. “Oggi negoziare con assassini e criminali è impossibile” confessa l’editorialista “Non solo non porterebbe alla pace e alla sicurezza, ma significherebbe semplicemente arrendersi a loro”.  La crisi nel Rakhine  In questa regione al confine con il Bangladesh, da 200 anni è presente una comunità di indiani musulmani, i Rohingya, che i birmani chiamano bengali, portata dagli inglesi quando colonizzarono il Paese dalla vicina India, allora non ancora Bangladesh. Gli indiani si stabilirono nella regione, ma non gli fu mai riconosciuto lo status di minoranza etnica e quindi non ebbero mai diritti civili né politici. Negli anni ci sono stati tumulti, ma la situazione precipita nel 2016 e arriva ad essere esplosiva: la comunità musulmana si organizza con una milizia armata per rispondere al clima ostile creato dai monaci buddisti nazionalisti che incitano i birmani contro di loro. Questa “degenerazione” dei monaci buddisti dallo spirito del buddismo stesso è il frutto della calcolata politica della giunta militare, che dopo le grandi manifestazioni del 1988 ha  favorito i monasteri che dimostrano ossequio ai militari e marginalizzato e punito invece quelli che appoggiavano il movimento democratico.  Nel 2016, in questo contesto, la leader birmana, nella sua nuova veste di Consigliera di Stato, cerca di pacificare la regione ricorrendo all’aiuto internazionale. Istituisce la Commissione con a capo l’ex presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan per valutare le radici del problema e trovare una road map che porti, nelle intenzioni di Aung San Suu Kyi, al riconoscimento della cittadinanza per la minoranza musulmana. Quello che invece accade è che, non solo la giunta dei militari che governa con lei non riconosce alcuna legittimità alla Commissione, ma gli stessi birmani le si rivoltano contro affermando che gli stranieri non possono capire i loro problemi. Sull’altro fronte, nemmeno i Rohingya hanno alcuna fiducia nella Commissione. Il fronte armato dei Rohingya, appena costituitosi, decide di attirare l’attenzione della comunità internazionale con le armi e innesca una rivolta: poche ore prima l’annuncio di Kofi Annan sui risultati della Commissione, sferra un attacco. I militari, con Aung Min Hlaing allora a capo dell’esercito, oggi presidente auto proclamato del Paese, ne approfittano non solo per rispondere agli attacchi, ma per dare avvio a una vera e propria pulizia etnica mettendo la leader birmana con le spalle al muro. Infatti, secondo la loro Costituzione la Consigliera di Stato non ha alcun potere di interferire nelle decisioni militari.  Ora la regione è completamente in fiamme e in balia degli eserciti. Esattamente quello che Aung San Suu Kyi aveva cercato in tutti i modi di evitare. Una grave sconfitta per tutti, non solo per lei. L’aver fatto appello alla comunità internazionale nel tentativo di trovare una soluzione, non solo era stato vano, ma era diventato un boomerang: ora le veniva chiesto di rendere conto di quanto stava accadendo, condannando i militari, cosa che non poteva fare. Lei che più di ogni altro, se non l’unica, aveva cercato attivamente una soluzione per questo popolo veniva messa sul banco degli imputati. L’accusa di genocidio dei Rohingya e il rapporto con i militari  Il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy pensa, ma non è il solo, che i tentativi di Aung San Suu Kyi di addomesticare i generali  in realtà l’abbiano portata alla sconfitta. Nel dicembre del 2019 all’udienza all’Aja davanti alla Corte di Giustizia Internazionale la Consigliera di Stato prese le difese del suo Paese contro l’accusa di genocidio, ammise che vi fu persecuzione e crimini contro l’umanità e che si sarebbe personalmente impegnata in un percorso per consegnare alla giustizia i responsabili. Si scatenò in Europa e altrove una campagna contro di lei, una propaganda visto che i fatti di cui sopra vennero opportunamente trascurati. Dopo l’udienza alla Corte di Giustizia dell’Aja, i militari capiscono che è arrivato finalmente il momento tanto atteso: liberarsi una volta per tutte della loro spina nel fianco. Aung San Suu Kyi ora non ha più il sostegno della comunità internazionale, non è più la loro paladina dei diritti umani, l’hanno tolta dal piedistallo su cui l’avevano posta trent’anni prima. Dopo appena quattordici mesi viene arrestata assieme al presidente neo eletto e altri membri eletti.  La leader che ha provato a unire gli opposti Aung San Suu Kyi incarna in sé una serie di opposti: essere figlia di un eroe nazionale le ha dato la consapevolezza di un destino predestinato, indissolubilmente legato al suo Paese. L’essere figlia di un militare e per di più fondatore dell’esercito bimano, cresciuta circondata da militari, le ha dato quella sicurezza di poter trattare con i cinici generali della giunta che si opponevano al disegno di una Birmania democratica, nella speranza che alla fine avrebbe avuto la meglio.  La lunga pratica della meditazione buddista nei difficili decenni della clausura agli arresti domiciliari le ha dato quella fibra morale necessaria per mantenere l’equilibrio nel difficile esercizio di rimanere integra nelle burrasche della politica birmana. Questa donna, birmana di nascita e occidentale per educazione, ha una visione e un’esperienza del mondo di certo più sofisticata e profonda di quanto l’abbiano coloro che qui da noi hanno gridato al tradimento. Il suo stile di leadership, votato alla nonviolenza, ostinatamente alla ricerca di un dialogo con interlocutori cinici e crudeli nella convinzione che a lungo termine avrebbe avuto la meglio su di loro, è unico nel panorama politico internazionale. Unico e incompreso. Le grandi agenzie internazionali umanitarie, quelle che le hanno ritirato i premi e l’Europa in generale non si sono dimostrate all’altezza. Alla fin fine, è stato più semplice ricadere nelle semplificazioni: o bianco o nero, o stai dalla parte dei diritti o non ci stai, scegliere il “politicamente corretto”. Nessuna volontà o capacità di una lettura politica, storica e culturale approfondita. L’arroganza consolidata di guardare una “cultura altra” con i nostri occhi e con i nostri metri di misura ha ancora una volta avuto il sopravvento; l’Europa non è stata mai brava in questo, ma neppure interessata a farlo. E dopo tutto quello che è successo a Gaza, l’Europa complice di un genocidio durato quasi tre anni può ancora puntare il dito e giudicare Aung San Suu Kyi ? Aveva tutti i numeri per portare avanti il suo ambizioso progetto di riconciliazione nazionale nonviolenta, solo lei poteva farlo per le ragioni fin qui descritte. La sua leadership è stata fin dall’inizio una ricerca costante di alleanze dentro e fuori il Paese. E’ riuscita grazie al suo carisma e il suo impegno a riunire attivisti, politici, artisti e cittadini comuni, a creare conversazioni che hanno ispirato azioni collettive. Dopo il suo arresto il 1° febbraio 2021, nelle giornate in cui i birmani hanno protestato per le strade pacificamente,  sono apparsi cartelli chiedendo scusa ai Rohingya e questa nuova consapevolezza è sicuramente merito suo. Nel  governo della rivoluzione (NUG), nato a pochi mesi dal colpo di Stato, è stato eletto anche un rappresentante Rohingya. Il viaggio umano e politico di questa donna singolare- per la tempra, per il destino, nel disegno politico – è, tra le altre cose, una testimonianza inequivocabile del potere della solidarietà, quando si estende dal tuo Paese al mondo e ti solleva dalle avversità. Fiorella Carollo
June 19, 2026
Pressenza
Trump cerca di mettere le mani sulle liste degli elettori in vista delle mid term
Con un perentorio annuncio pubblicato domenica sul social Truth, con i soliti toni da minaccia che gli sono congegnali (e che però spesso si sono tramutati pure in realtà) Donald Trump ha dichiarato che non firmerà nessuna nuova legge finché il Congresso non approverà il SAVE America Act, la controversa […] L'articolo Trump cerca di mettere le mani sulle liste degli elettori in vista delle mid term su Contropiano.
March 11, 2026
Contropiano
Trump punta al colpo di stato a Cuba
Procedura come quella adottata in Venezuela. Si cerca la cooperazione con gli insider del governo cubano Quest’anno l’amministrazione Trump mira a un rovesciamento e a un cambio di sistema a Cuba. Lo riferisce il Wall Street Journal (WSJ). Si dice che il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro abbiano incoraggiato in questo senso il presidente Donald Trump. Secondo quanto riferito da persone di fiducia, il governo degli Stati Uniti e i suoi servizi segreti sono alla ricerca di “insider del governo cubano che possano aiutare a negoziare un accordo per rovesciare il regime comunista entro la fine dell’anno”. Secondo il WSJ, l’amministrazione Trump ha stimato che l’economia cubana è sull’orlo del collasso e ritiene che il blocco totale da parte degli Stati Uniti delle forniture di petrolio vitali e dei pagamenti importanti per i servizi degli operatori sanitari cubani in Venezuela provocherà il crollo dell’economia. Secondo il WSJ, i rapporti dei servizi segreti statunitensi dipingono un quadro allarmante dell’economia della vicina nazione insulare: la carenza cronica di beni di prima necessità, medicinali ed elettricità non è mai stata così grande. Esperti come Alena Douhan vedono che molti dei problemi di Cuba sono causati dalle numerose sanzioni. I media cubani lamentano che Cuba è inoltre vittima di campagne mediatiche ostili e persino di manipolazioni della valuta. Secondo il WSJ, l’amministrazione Trump non ha un piano concreto per il rovesciamento del governo comunista. Tuttavia, vede l’azione contro il Venezuela e i successivi colloqui con il presidente ad interim come un modello di riferimento e un avvertimento per Cuba. Le riserve petrolifere dell’isola caraibica potrebbero esaurirsi nel giro di poche settimane, il che, secondo gli economisti, porterebbe a una completa paralisi dell’economia. I collaboratori di Trump affermano che il capo del governo rifiuterebbe le strategie di rovesciamento del passato e cercherebbe invece di raggiungere accordi e di sfruttare le opportunità che si presentano, ove possibile. -------------------------------------------------------------------------------- Il testo intregrale dell´articolo (in lingua tedesca) si puó trovare qui: https://amerika21.de/2026/01/282041/trumps-us-regime-will-umsturz-kuba -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette Pressenza Hannover
January 25, 2026
Pressenza
Cospirazione e colpo di stato elettorale in Honduras?
A un mese dalle elezioni generali, in cui oltre 6,3 milioni di persone saranno chiamate alle urne per eleggere  presidente, deputati del Congresso e del Parlamento centroamericano, sindaci e  consiglieri comunali, la situazione elettorale in Honduras è sempre più tesa. Mercoledì scorso (29/10), il procuratore generale Johel Zelaya ha convocato una conferenza stampa in cui ha reso noto il contenuto di alcune registrazioni audio (QUI la trascrizione completa), consegnate  alcuni giorni prima da uno dei tre titolari del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Marlon Ochoa, in carico al partito di governo Libertà e Rifondazione – Libre, in cui viene rivelato un presunto piano per boicottare e destabilizzare le elezioni del prossimo 30 novembre. Tale piano coinvolgerebbe il deputato Tomás Zambrano, capogruppo del Partito nazionale dell’Honduras, la consigliera del Cne, Cossette López Osorio, e un membro non identificato delle forze armate. Caos programmato La strategia prevede sia l’infiltrazione nella  logistica del trasporto di urne e schede votate, per ritardare e pilotare la comunicazione dei primissimi risultati, che la manipolazione della trasmissione elettronica dei risultati preliminari, generando così un clima di crescente sospetto, crisi e caos a livello nazionale e internazionale. Tensione e confusione che, in caso di vantaggio della candidata di Libre, Rixi Moncada, contribuirebbero a spalancare le porte a un mancato riconoscimento dei risultati finali. L’insieme delle azioni cospirative avrebbe come fattore scatenante l’induzione nell’opinione pubblica della percezione che il vincitore sia invece il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e che Libre stia tramando una frode per non cedere il potere. A rafforzare il piano destabilizzatore contribuirebbe poi la massiccia azione di divulgazione attraverso media, piattaforme e social controllati e finanziati dai principali gruppi economici legati all’opposizione politica, da sempre ostili al governo progressista di Castro e al partito sorto come braccio politico del movimento di resistenza contro il colpo di stato cívico-militare, che nel 2009 depose con la forza delle armi l’allora presidente Manuel Zelaya. L’infiltrazione dei gruppi di osservazione elettorale con militanti del Partito nazionale potenzierebbe ulteriormente la narrativa e la percezione nella popolazione e nella comunità internazionale della frode elettorale, dando il via alla mobilitazione delle basi nazionaliste che contribuirebbero ad aggravare il caos e l’instabilità. Il mancato riconoscimento del risultato elettorale a livello internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti, è infatti fondamentale affinché la strategia funzioni e siano indette nuove elezioni. Le solite manovre L’orchestrazione da Washington di strategie per impedire alle forze progressiste di arrivare al governo o di continuare a governare in Honduras non è certo una novità. Nel 2017, l’allora ambasciatrice statunitense avallò e benedisse i brogli che permisero un secondo mandato presidenziale a Juan Orlando Hernández, attualmente detenuto negli Stati Uniti per reati legati al narcotraffico. Qualcosa di molto simile accadde anche durante le elezioni del 2013 (primo mandato di Hernández, che aveva come principale avversario l’attuale presidente Castro) e il colpo di Stato del 2009. Nel 2017, le proteste furono represse con violenza, con un bilancio di oltre trenta persone uccise e centinaia di feriti. Molti cittadini dovettero abbandonare il Paese per sfuggire alla repressione e alla cattura. Particolarmente ironica è la situazione dell’istrionico conduttore di programmi sportivi Salvador Nasralla, che otto anni fa fu candidato presidenziale di un’alleanza guidata da Libre, nonché il primo a denunciare a livello nazionale e internazionale le innumerevoli irregolarità che lo privarono della vittoria. Ora sarà proprio lui a trarne il maggior vantaggio, alleandosi con chi gli impedì di essere presente e  accettando la benedizione di nazionalisti e trumpiani. Indagini a tappeto Nonostante le dichiarazioni di López e Zambrano, quest’ultimo sostenuto dai principali leader del Partito nazionale, che denunciano pesanti pressioni, la falsità delle registrazioni, per le quali sarebbe stata usata l’intelligenza artificiale, e i rischi che corre la democrazia, il procuratore Zelaya ne ha assicurato l’autenticità e ha confermato l’inizio delle indagini. “Daremo istruzioni affinché si inizi a indagare l’accaduto, si assicuri la protezione delle registrazioni e vengano citati i testimoni”. Zelaya ha ricordato che qualsiasi tentativo deliberato di manipolare i risultati elettorali costituisce un reato di tradimento della patria, che in Honduras è punibile con una pena detentiva da 15 a 20 anni e l’interdizione assoluta per un periodo doppio rispetto alla durata della pena. Da parte sua, la presidente Xiomara Castro, attraverso il suo account su X, ha condannato con assoluta fermezza “questa cospirazione criminale volta a provocare un colpo di Stato elettorale”. Ha poi dichiarato di aver chiesto alle forze armate di indagare sul coinvolgimento di militari nel tentativo di destabilizzazione, nonché al ministro degli Esteri di denunciare i fatti alla comunità internazionale. “Gli stessi gruppi che hanno violato la Costituzione nel 2009 e che hanno consumato le frodi elettorali del 2013 e del 2017, oggi tentano nuovamente di soppiantare la volontà del popolo, generare caos e sequestrare la sovranità popolare”, ha affermato Castro. “Difenderemo la democrazia e la volontà dei cittadini con tutta la forza della legge, garantendo elezioni libere e trasparenti, la pace sociale e il rispetto incondizionato dello Stato di diritto e dell’ordine costituzionale”, ha aggiunto. Anche la candidata presidenziale di Libre ha reagito agli ultimi eventi. “Alla luce delle registrazioni che rivelano l’operazione fraudolenta di una mafia elettorale all’interno del CNE, affermo con chiarezza: non esiste il crimine perfetto! La difesa delle elezioni e della democrazia assume oggi un carattere storico”. Moncada ha inoltre chiesto al procuratore generale di agire con tutta la forza della legge, e alla consigliera Cossette López di rimettere immediatamente il mandato. “Nessuno che partecipi a una cospirazione di tale portata ha la legittimità per ricoprire una carica come autorità elettorale”. Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
October 31, 2025
Pressenza
Myanmar: negate sistematicamente cure mediche in carcere
Quattordici organizzazioni umanitarie*, fra le quali Amnesty International, hanno espresso profonda preoccupazione per le notizie sul crescente numero di persone morte in custodia in Myanmar, in particolare negli ultimi quattro anni e mezzo, periodo segnato da un’erosione senza precedenti del rispetto e della tutela dei diritti umani. Dall’inizio del colpo di stato militare del 2021 si stima che circa 1.800 persone siano morte sotto la custodia della giunta militare, spesso in seguito alla negazione sistematica dell’accesso all’assistenza sanitaria o a ferite non trattate, subite durante interrogatori violenti dopo l’arresto. Le organizzazioni hanno firmato un appello per chiedere con urgenza che i militari di Myanmar garantiscano alle persone private della libertà l’accesso a cure mediche adeguate, equivalenti per qualità e disponibilità a quelle messe a disposizione nel paese, e che tali cure siano accessibili a tutte le persone detenute, senza alcuna forma di discriminazione. È stata inoltre richiesta la cessazione immediata delle torture e di ogni altra forma di maltrattamento nei confronti delle persone detenute. Secondo quanto riportato da organi di stampa indipendenti e gruppi impegnati nel monitoraggio delle carceri, nel luglio 2025 diverse persone sono morte in luoghi di detenzione differenti. Ma Wutt Yee Aung, 26 anni, attivista studentesca arrestata dalle forze militari nel settembre 2021 per accuse di terrorismo e incitamento, è morta intorno al 19 luglio nel carcere di Insein, a Yangon. L’Unione degli studenti dell’università di Dagon ha espresso timori sul fatto che il decesso possa essere stato causato da lesioni alla testa riportate durante gli interrogatori e dall’assenza di cure adeguate da parte dell’amministrazione penitenziaria, nonostante le ripetute richieste della famiglia affinché fosse trasferita in un ospedale esterno al carcere. Lo stesso giorno Ko Pyae Sone Aung, 44 anni, rappresentante della sezione del partito Lega nazionale per la democrazia nel Comune di Belin, nello stato di Mon, sarebbe morto nel carcere di Thaton dopo essere stato violentemente picchiato. Secondo la Human Rights Foundation of Monland, Ko Pyae e altre quattro persone sarebbero state colpite con manganelli e prese a calci all’addome. Fonti locali hanno inoltre espresso preoccupazione per il fatto che la morte possa essere stata favorita dalla mancata somministrazione di cure mediche appropriate per ipertensione, diabete e occlusioni arteriose. Ko Pyae, arrestato nel gennaio 2022, era stato condannato a sei anni di carcere per accuse di sedizione e terrorismo. All’inizio di luglio altri due prigionieri politici sono morti in carceri diverse, sempre a causa di complicazioni mediche. In un rapporto pubblicato nel settembre 2024 l’ufficio dell’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che almeno 1.853 persone erano morte in custodia dal colpo di stato del 2021. Secondo i dati raccolti da osservatori sul campo, tra gennaio e luglio 2025 sono morte in custodia oltre 70 persone. Di queste almeno 59 sarebbero decedute nel carcere di Obo, nella città di Mandalay, crollato dopo il terremoto di magnitudo 7.7 che ha colpito il Paese a marzo. Tra le vittime figurano anche persone detenute arbitrariamente, incarcerate unicamente per il loro sostegno, reale o presunto, a gruppi di opposizione, tra cui la Lega nazionale per la democrazia, destituita dalla giunta militare con il colpo di stato del 2021. Il numero effettivo potrebbe essere più elevato, a causa degli ostacoli nel reperire e verificare le informazioni, dovuti soprattutto alle gravi restrizioni all’accesso alle carceri e alla chiusura forzata di numerose testate giornalistiche. Il rapporto dell’Alta Commissaria del 2024 definisce inoltre le torture e i maltrattamenti in custodia militare una pratica “diffusa”, in particolare nei centri per gli interrogatori e nelle basi militari ma anche nelle carceri, come la tristemente nota prigione di Tharyarwaddy, a Bago. In questi contesti vengono segnalate violenze fisiche e psicologiche, compresa la violenza sessuale, con l’obiettivo di estorcere confessioni o ottenere informazioni su persone sospettate di avere legami con gruppi contrari alle forze militari. I prigionieri politici, soprattutto coloro che partecipano a proteste pacifiche all’interno delle carceri contro le violazioni subite, vengono puniti con pestaggi brutali, isolamento prolungato, nuove accuse penali e, in alcuni casi, trasferimenti punitivi in luoghi di detenzione più remoti o, peggio ancora, uccisi durante questi trasferimenti. Secondo il Political prisoners network-Myanmar, un’organizzazione di monitoraggio, almeno 190 prigionieri politici sono morti tra il 2021 e luglio 2025 a causa di interrogatori condotti con modalità violente, maltrattamenti o per la mancata prestazione di cure mediche adeguate. Nonostante la vasta documentazione su queste pratiche da parte di organizzazioni nazionali e internazionali, non risulta che alcun funzionario della giunta militare sia stato chiamato a rispondere dei decessi e delle violenze all’interno delle carceri. È importante sottolineare che le torture e i maltrattamenti nei confronti delle persone detenute, ampiamente documentati, rappresentano solo una delle molteplici dimensioni della drammatica situazione dei diritti umani nel paese, che continua a richiedere un’attenzione e un intervento costanti da parte della comunità internazionale. Dall’inizio del colpo di stato del 2021 la giunta militare del Myanmar ha ucciso oltre 7.000 persone, in gran parte civili, e ha incarcerato arbitrariamente quasi 30.000 persone. Oltre 3,5 milioni di persone risultano sfollate internamente a causa dei conflitti armati in corso. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato bombardamenti aerei indiscriminati da parte dell’esercito, che hanno causato la morte di persone civili all’interno di scuole, durante cerimonie nuziali, nei rifugi e persino nei giorni successivi al terremoto del marzo 2025. A questi si aggiungono il blocco degli aiuti umanitari e altre gravi violazioni che potrebbero costituire crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Le organizzazioni hanno ribadito la loro richiesta alla giunta militare del Myanmar affinché ponga fine immediatamente alle torture e ai maltrattamenti nei confronti delle persone detenute e intervenga con urgenza per migliorare le condizioni di detenzione, allineandole alle Regole minime delle Nazioni Unite per il trattamento delle persone detenute (“Regole Mandela”) e ad altri standard internazionali in materia. Alle persone detenute deve essere garantito l’accesso tempestivo e adeguato all’assistenza sanitaria, compresa la possibilità di essere trasferite in strutture ospedaliere esterne quando le cure necessarie non sono disponibili all’interno delle carceri. Occorre inoltre rafforzare la fornitura di medicinali e altri beni essenziali nei luoghi di detenzione, anche permettendo l’ingresso degli aiuti internazionali e l’accesso delle organizzazioni umanitarie e sanitarie e dei familiari, che possano consegnare cibo, medicinali e altri beni di prima necessità. L’appello delle Ong alla giunta militare del Myanmar è anche quello di scarcerare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente. *ALTSEAN-Burma Amnesty International Articolo 19 Asian Forum for Human Rights and Development (FORUM-ASIA) Assistance Association for Political Prisoners Athan – Freedom of Expression Activist Organization Burma Campaign UK Chin Human Rights Organization Exile Hub Fortify Rights Human Rights Foundation of Monland Manushya Foundation Myanmar Peace Museum Political Prisoners Network – Myanmar Politics for Women Myanmar Amnesty International
August 5, 2025
Pressenza
Bolsonaro agli arresti domiciliari
La Polizia Federale (PF) sta eseguendo, questo venerdì mattina , mandati di perquisizione e sequestro nei confronti dell’ex presidente Jair Bolsonaro (PL) , a Brasilia (DF). L’operazione è stata autorizzata dalla Corte Suprema Federale (STF) e include l’ordine di ottemperare anche ad indirizzi legati al Partito Liberale (PL), il partito di Bolsonaro. Secondo gli alleati intervistati dalla stampa, l’ex presidente si trovava a casa sua, nel quartiere Jardim Botânico, quando sono arrivati gli agenti. Bolsonaro è stato portato alla Polizia Federale, dove il dispositivo di controllo verrà installato sul suo corpo. Gli sarà inoltre vietato utilizzare i social media e dovrà rimanere a casa tra le 19:00 e le 7:00 del mattino. All’ex presidente è stato vietato di comunicare con ambasciatori e diplomatici stranieri (e non potrà avvicinarsi alle ambasciate), così come con altri imputati e con le persone sotto inchiesta da parte della Corte Suprema. Secondo quanto riferito, la decisione dell’STF è stata motivata, tra gli altri fattori, dal sospetto dei ministri della Corte che Bolsonaro possa provare a chiedere asilo al governo di Donald Trump negli Stati Uniti, un paese in cui suo figlio, il deputato federale Eduardo Bolsonaro (PL-SP) , sta attualmente cercando sostegno per l’ex presidente. Le nuove misure restrittive contro Bolsonaro giungono nelle fasi finali del processo che lo accusa di tentato colpo di Stato. Il caso è oggetto di indagine da parte della Corte Suprema e raccoglie prove secondo cui, dopo la sconfitta alle elezioni del 2022, l’allora presidente avrebbe collaborato con alleati civili e militari per impedire l’insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva (Partito dei Lavoratori). Manfredo Pavoni Gay
July 18, 2025
Pressenza