“Tre mesi di vacanza”: lo stereotipo che impoverisce la scuola e indebolisce la cultura democratica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera
particolarmente significativo che il dibattito pubblico italiano continui a
riproporre, con sorprendente regolarità, rappresentazioni semplificate del
lavoro docente proprio mentre alla scuola vengono affidate responsabilità
educative sempre più ampie e complesse. La ricorrente affermazione secondo cui
gli insegnanti beneficerebbero di “tre mesi di vacanza”, recentemente smentita
da numerosi approfondimenti della stampa attraverso il richiamo alla normativa
vigente e al Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca,
costituisce molto più di un equivoco informativo: è il segnale di una
persistente difficoltà culturale nel riconoscere il valore della professione
docente e della funzione educativa nella costruzione della società democratica.
Ogni comunità definisce le proprie priorità anche attraverso il linguaggio con
cui racconta le professioni che ritiene strategiche per il proprio sviluppo.
Quando il lavoro dell’insegnante viene ridotto al conteggio delle ore di lezione
o alla durata della sospensione estiva delle attività didattiche, si propone una
lettura parziale che non restituisce la complessità di una professione fondata
sulla progettazione, sulla ricerca educativa, sulla valutazione, sulla
formazione continua, sulla corresponsabilità con le famiglie e sulla capacità di
accompagnare la crescita culturale e umana degli studenti. La lezione
rappresenta soltanto la parte visibile di un’attività che richiede studio
costante, aggiornamento metodologico e una riflessione professionale continua.
L’attuale contesto storico rende ancora più evidente tale complessità. La scuola
è chiamata quotidianamente a confrontarsi con la diffusione delle disuguaglianze
educative, con il disagio psicologico di molti adolescenti, con l’impatto delle
tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale sui processi di
apprendimento, con l’aumento della pluralità culturale, con la necessità di
contrastare la disinformazione, i linguaggi d’odio e ogni forma di
discriminazione. In questo scenario il docente non trasmette semplicemente
contenuti disciplinari, ma esercita una funzione di mediazione culturale, di
promozione del pensiero critico e di educazione alla cittadinanza democratica,
contribuendo a rendere concreti, attraverso la relazione educativa, i principi
sanciti dalla Costituzione e dalle principali Carte internazionali sui diritti
umani.
Anche il quadro giuridico smentisce con chiarezza la narrazione dei cosiddetti
“tre mesi di vacanza”. L’attività professionale del docente comprende un
articolato insieme di obblighi previsti dalla normativa: progettazione
didattica, valutazione, scrutini, esami di Stato, attività collegiali,
formazione obbligatoria, rapporti con le famiglie e predisposizione delle
attività del successivo anno scolastico. La sospensione delle lezioni non
coincide con la sospensione del servizio, mentre il periodo di ferie è regolato,
come per tutti i lavoratori pubblici, dalle disposizioni contrattuali vigenti.
Confondere tali aspetti significa alimentare un’informazione inesatta che non
rende giustizia alla realtà organizzativa della scuola.
Non meno rilevante è la dimensione economica. Le comparazioni internazionali
evidenziano come le retribuzioni dei docenti italiani rimangano inferiori
rispetto a quelle riconosciute in numerosi Paesi europei, mentre le
responsabilità professionali risultano progressivamente aumentate. A ciò si
aggiunge il costante investimento personale che molti insegnanti sostengono per
l’aggiornamento, l’acquisto di testi, strumenti digitali e materiali didattici.
La qualità dell’istruzione rappresenta uno dei principali fattori di sviluppo
economico e di competitività di un Paese; svalutare la professione docente
significa, indirettamente, indebolire il capitale umano dal quale dipendono
innovazione, produttività e coesione sociale.
Gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione attribuiscono alla scuola una
funzione decisiva nel promuovere l’uguaglianza sostanziale, la libertà
dell’insegnamento e il diritto universale all’istruzione. La Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani, la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e
dell’Adolescenza e l’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030 ribadiscono che un’educazione
di qualità costituisce il presupposto indispensabile per costruire società
pacifiche, inclusive e sostenibili. La professionalità docente rappresenta il
principale strumento attraverso cui tali principi trovano concreta attuazione
nella vita quotidiana delle comunità scolastiche.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene
che il tema non possa essere affrontato come una periodica contrapposizione tra
categorie sociali. La vera questione riguarda la qualità del discorso pubblico
sull’educazione. Una società che misura il valore della scuola esclusivamente
attraverso parametri quantitativi rischia di perdere di vista la sua missione
più autentica: formare persone libere, responsabili, capaci di esercitare il
pensiero critico, di partecipare alla vita democratica e di riconoscere nella
dignità umana il fondamento della convivenza civile.
Per questa ragione il CNDDU auspica che il confronto pubblico sulla scuola
recuperi profondità culturale, rigore scientifico e responsabilità
istituzionale. Il riconoscimento della funzione docente non costituisce una
rivendicazione corporativa, ma una scelta strategica che riguarda il futuro del
Paese. Ogni stereotipo che banalizza il lavoro educativo impoverisce il capitale
culturale della comunità, indebolisce il patto di fiducia tra scuola e società e
rende più difficile affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Al contrario,
riconoscere pienamente il valore della professione docente significa investire
nella qualità della democrazia, nella tutela dei diritti umani e nella
costruzione di una cittadinanza capace di coniugare competenza, responsabilità e
solidarietà. In definitiva, il modo in cui una nazione considera i propri
insegnanti non è un dettaglio del dibattito pubblico: è uno dei più
significativi indicatori della sua maturità civile e della sua visione del
futuro.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU
Redazione Italia