Nell’ospedale di Beirut che cura i bambini feriti dalle bombe di Israele

Assopace Palestina - Saturday, September 5, 2026

di Filippo Zingone

Il Manifesto, 4 settembre 2026.  

Ghassan Abu Sittah: «L’OMS non sa chi, tra i 6mila pazienti di Gaza in lista, uscirà e quando. Il problema sono i documenti: le esplosioni hanno distrutto anche passaporti e certificati».

L’ospedale Geitaoui di Beirut. Foto Ansa

Beirut – Nel quartiere di Hamra, non distante dal lungomare, si trova il centro medico dell’American University of Beirut. Corridoi scintillanti, giovani medici e decine di persone che entrano ed escono dalla porta a vetri. Al quarto piano c’è il programma di Medicina dei Conflitti. In un piccolo ufficio con una stanza per le visite incontriamo il direttore, Ghassan Abu Sittah, chirurgo esperto in ricostruzione craniofacciale e post-trauma.

Dopo aver assistito in prima persona alla devastazione del sistema sanitario di Gaza, nel gennaio 2024 il dottore palestinese fonda il Ghassan Abu Sittah Children’s Fund, con l’obiettivo di portare in Libano i bambini che nella Striscia non possono più essere curati e seguirli per tutto il percorso di ricostruzione, chirurgica e umana. Nel piccolo ufficio viene accolta la delegazione «Occhi in Libano», promossa da AVS e Assopace Palestina, con la presenza dell’ex vicepresidente del parlamento europeo Luisa Morgantini e dell’europarlamentare Benedetta Scuderi.

IL PROBLEMA PRINCIPALE che i piccoli pazienti incontrano è riuscire a lasciare Gaza. «L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il ministero della salute non sanno chi, tra i seimila pazienti in lista, uscirà e quando», ci racconta Abu Sittah. Il vero collo di bottiglia non sono i visti libanesi, «quelli li otteniamo in cinque giorni grazie alla collaborazione del governo», ma i documenti palestinesi. «Molti bambini sono stati feriti dentro casa, le esplosioni hanno distrutto anche passaporti e certificati» e per rifarli bisogna passare da Ramallah: quattro-sei settimane di attesa. Un tempo che, per una ferita di guerra, può fare la differenza tra ricostruzione possibile e disabilità permanente.
Le visite non si fermano, «ne facciamo almeno venti al giorno». Entra un bambino di cinque anni accompagnato dalla prozia: tutta la sua famiglia è morta sotto i bombardamenti nel sud del Libano. Ha profonde cicatrici sulla testa e il braccio destro non è più carne ma plastica. Perché, oltre ai 70 bambini palestinesi, ricoverati nel reparto di Abu Sittah ci sono anche molti piccoli pazienti libanesi. ACWA (Assistance & Care for War-Wounded and Affected Children), nato nel marzo 2025, è il programma con cui il Ministero della salute libanese, UNICEF, INARA – International Network for Aid, Relief & Assistance e il Ghassan Abu Sittah Children’s Fund hanno ampliato l’iniziativa pensata per i bambini di Gaza in una rete nazionale di presa in carico dei minori feriti dalla guerra: chirurgia ricostruttiva, riabilitazione, sostegno psicologico e accompagnamento sociale.

«DEI 1.400 FERITI libanesi della guerra del 2024 ce ne sono ancora 220 in trattamento; degli 800 feriti della guerra iniziata con l’attacco americano in Iran ne stiamo curando circa 90». Il bambino continua a giocare con quella mano artificiale come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre il medico spiega che prova dolore: l’osso cresce e la protesi diventa sempre più stretta.

Abu Sittah scherza con i giovanissimi pazienti che continuano a entrare nello studio. Una bambina di sei anni arriva in sedia a rotelle accompagnata dalla zia: è gazawi, ha perso la madre e il padre non è riuscito a uscire dalla Striscia. Le sono state amputate entrambe le gambe. Poco dopo fanno capolino due ragazzi di 15 e 16 anni con il volto sfigurato.

Abu Sittah spiega che sono rimasti feriti nell’attacco israeliano del settembre 2024 condotto con l’esplosione dei cercapersone utilizzati da uomini legati a Hezbollah. Le detonazioni hanno colpito anche i civili, «più di cinquanta giovani sono in cura qui per quell’attacco e ne abbiamo ricevuti oltre settanta durante il cosiddetto cessate il fuoco».

La guerra, però, non finisce con la dimissione. Molti bambini devono affrontare anni di interventi ricostruttivi. Quando possono lasciare il Libano vengono trasferiti temporaneamente in Egitto, dove il Palestine Children’s Relief Fund garantisce alloggi, fisioterapia e assistenza. Se serve un nuovo intervento tornano a Beirut. «Non li lasciamo all’aeroporto. Ogni paziente ha un assistente sociale che conosce la sua storia medica e familiare e un coordinatore clinico. Continuano a essere seguiti».

MA USCIRE DA GAZA è sempre più difficile e la lista d’attesa continua ad allungarsi. Ai pazienti ancora nella Striscia viene inviato un pdf con tutti i recapiti necessari. Quando riescono ad arrivare in Egitto, chiamano Beirut. Da lì comincia un’altra corsa.

Uscendo dall’ospedale si legge la grande scritta azzurra sulla vetrata, American University of Beirut Medical Center. E il pensiero torna a quelle bombe che hanno distrutto il futuro di questi bambini, molte delle quali prodotte nelle fabbriche statunitensi.