
“Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa”
Popoff Quotidiano - Sunday, August 30, 2026L’annuncio del funerale di Stato per Ratko Mladić riapre una ferita mai rimarginata, a oltre trent’anni dalle guerre jugoslave
L’annuncio del funerale di Stato per Ratko Mladić riapre una ferita che, a oltre trent’anni dalle guerre jugoslave, non si è mai rimarginata, anche perché gli odi che hanno portato al genocidio sono ancora lì, e non nascosti sotto la cenere, ma anche ostentati.
Ci restituiscono il dolore umano che sta dietro a questa vicenda le parole che mi ha detto oggi la mia amica Nadja Mujčić, che vive in Italia dove è arrivata da Srebrenica come profuga di guerra con i figli piccoli, mentre Mladić con le sue truppe massacrava suo fratello e suo marito, che eppure era interprete per i caschi blu olandesi a Potočari, e ne sembravano e occultavano talmente bene il corpo che a 31 anni di distanza non si è trovato neppure un brandello
“Io non riesco neanche a incazzarmi per i funerali di stato, io piango, non riesco a fermare le lacrime”.
Immaginiamo una madre di Srebrenica – che ha trascorso decenni alla ricerca dei resti di un figlio, di un padre, di un fratello, di un marito – che guarda le immagini che già circolano dell’annunciato funerale.
E poi immaginiamo che sullo schermo compaiano soldati in uniforme, onori militari, simboli dello Stato e una cerimonia solenne per l’uomo che i tribunali penali internazionali hanno indicato come responsabile di alcuni dei crimini più terribili commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Che cosa dovrebbe pensare quella persona? Forse non può neppure pensare ma solo provare dolore e impotenza. E piangere, come Nadja
Perché mentre ad est della Drina si preparano solenni onori a Ratko Mladić, ad ovest di essa si continua a cercare ossa nelle fosse comuni, a ricomporre corpi, a identificare vittime, a dare un nome ai morti riconosciuti mentre di un migliaio di altri non si è trovato ancora neppure un frammento.
E forse è proprio questa la più dolorosa delle ingiustizie: un uomo condannato per i crimini di Srebrenica può essere accompagnato alla tomba con gli onori di una patria; molte delle sue vittime, invece, sono ancora private persino del diritto di avere una tomba.
È qui che il funerale diventa una scena pubblica nella quale si misura una contraddizione terribile: da una parte la memoria delle vittime, dall’altra la celebrazione di chi è stato condannato per aver pianificato e perpetrato un genocidio.
La Serbia non è un Paese qualsiasi
Non è soltanto una questione di memoria: è una questione di giustizia, di responsabilità, è una domanda sull’idea di Serbia che si vuole costruire.
La Serbia non è un Paese qualsiasi. È uno Stato europeo candidato all’Unione europea, è parte di una regione nella quale la memoria delle guerre degli anni Novanta continua a essere una questione politica, diplomatica e sociale.
Per questo la domanda che Belgrado dovrebbe porsi non è soltanto come salutare Mladić. Dovrebbe chiedersi chi vuole essere.
Uno Stato che riconosce le proprie vittime, accetta le sentenze dei tribunali internazionali e considera la memoria dei crimini commessi in suo nome una parte irrinunciabile della propria responsabilità democratica oppure uno Stato disposto a trasformare un uomo condannato per genocidio in un simbolo nazionale?
La domanda, a questo punto, va ben oltre l’annunciato funerale di Stato di Ratko Mladić. Riguarda la direzione stessa che la Serbia ha scelto di imboccare.
Perché il problema non nasce oggi. Da anni, il rapporto con le guerre degli anni Novanta costituisce uno dei terreni sui quali si misura l’arretramento democratico del Paese: il ridimensionamento o la negazione delle responsabilità per i crimini di guerra, la persistenza di narrazioni nazionaliste che trasformano gli aggressori in vittime e le vittime in elementi marginali della memoria pubblica, la difficoltà di accettare pienamente le sentenze dei tribunali internazionali.
A questo si aggiunge una politica estera che mantiene un rapporto privilegiato con Mosca. La Serbia continua a non aderire alle sanzioni europee contro la Russia e Aleksandar Vučić ha ribadito la volontà di preservare la cooperazione con Vladimir Putin. Non si tratta, evidentemente, di sostenere che la sola vicinanza alla Russia renda uno Stato non democratico; ma, inserita insieme agli altri elementi, questa scelta contribuisce a delineare una politica sempre più distante dai valori e dagli standard democratici che l’Unione Europea richiede ai Paesi candidati.
E si somma anche una politica interna sempre più autoritaria e liberticida. Dal movimento studentesco nato dopo il crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad del novembre 2024, le proteste contro la corruzione e il governo Vučić sono diventate una delle più grandi mobilitazioni della storia recente della Serbia. Di fronte ad esse, sono state documentate intimidazioni, pressioni e un crescente uso della forza: nell’agosto 2025 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già denunciato l’escalation della repressione delle proteste pacifiche; nel marzo 2026 nuovi scontri hanno opposto studenti e polizia a Belgrado.
È la convergenza di questi fenomeni a rendere l’annuncio del funerale di Mladić politicamente significativo. Il problema non è soltanto chi verrà eventualmente sepolto con gli onori, ma quale idea di Stato quegli onori intendano rappresentare. Se un Paese relativizza i crimini del proprio passato, celebra i responsabili, reprime chi chiede trasparenza e responsabilità e contemporaneamente mantiene una posizione di sostanziale prossimità politica a un regime autoritario come quello russo, allora il funerale di un condannato per genocidio non è più soltanto una questione di memoria: diventa il simbolo di una scelta politica.
La scelta fra due idee opposte di Serbia
Da una parte, una Serbia capace di guardare il proprio passato, riconoscere le vittime, rispettare le sentenze internazionali e difendere il diritto dei cittadini a protestare e a chiedere conto al potere, dall’altra, una Serbia nella quale la memoria viene selezionata secondo la convenienza politica, i crimini vengono relativizzati, i condannati possono essere trasformati in eroi e il dissenso viene trattato come una minaccia.
È questa, in fondo, la domanda che l’annuncio del funerale di Mladić lascia aperta: non soltanto quale memoria della guerra voglia conservare la Serbia, ma quale democrazia voglia essere.
La risposta non riguarda soltanto una cerimonia, riguarda la memoria, riguarda la giustizia, riguarda l’Europa. E riguarda soprattutto le vittime. Perché alla fine, davanti a un funerale annunciato, non sono soltanto i morti a essere giudicati. Sono i vivi che scelgono che cosa ricordare, che cosa onorare e che cosa non devono mai più glorificare.
The post “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” first appeared on Popoff Quotidiano.
L'articolo “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.