Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirinoNOVE ARRESTI NELL’INCHIESTA SULLA MORTE DEL NEOFASCISTA. L’ARIA CHE TIRA A
LIONE. DESTRA ED ESTREMA DESTRA SCATENATE
Secondo quanto riferito da Marie Turcan su Mediapart, nell’inchiesta sulla morte
del militante neofascista ventitreenne Quentin Deranque sono state arrestate
nove persone, tra cui Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato
insoumis Raphaël Arnault. A questo stadio delle indagini, ha precisato il
procuratore di Lione Thierry Dran, non è possibile stabilire «il grado esatto di
coinvolgimento» di ciascun fermato nei fatti avvenuti la sera del 12 febbraio.
Poche ore dopo gli arresti, Arnault ha annunciato su X di aver già risolto il
contratto del collaboratore: «Spetta ora all’inchiesta determinare le
responsabilità». L’indagine aperta dalla procura riguarda diversi capi d’accusa,
tra cui omicidio volontario, violenze aggravate e associazione a delinquere, con
livelli di gravità differenti. Mediapart aveva rivelato in precedenza la
presenza di Favrot sul luogo degli scontri, senza poter stabilire se avesse
partecipato direttamente alle violenze; il suo avvocato ha «smentito
formalmente» qualsiasi coinvolgimento nella morte di Deranque.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quel pomeriggio a Lione si sono
verificati due episodi paralleli. Il primo riguardava un’azione del collettivo
identitario femminista Némésis davanti alla sede di Sciences Po contro la visita
dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan. Il secondo, a circa quattrocento metri
di distanza, ha visto un gruppo di militanti di estrema destra, giunti per
garantire la sicurezza dell’iniziativa, scontrarsi con una quindicina di
individui ritenuti vicini all’area antifascista.
I video diffusi da alcuni media confermerebbero «scambi reciproci di pugni e
calci»: dalle immagini emergerebbe l’uso, da parte degli attivisti di estrema
destra, di una stampella metallica, un ombrello e un casco da moto come armi
improvvisate, oltre al lancio di un fumogeno e allo spray al gas lacrimogeno.
Dopo gli scontri, la maggior parte dei militanti di estrema destra è riuscita a
fuggire, ma tre di loro sono stati picchiati; tra questi, Deranque sarebbe stato
«gettato a terra e poi picchiato ripetutamente» da almeno «sei individui»,
riportando ferite alla testa risultate fatali.
Secondo informazioni pubblicate da Le Progrès, sei sospetti — cinque uomini e
una donna — sarebbero stati identificati e apparterrebbero alla Jeune Garde,
gruppo antifascista cofondato da Raphaël Arnault e sciolto nel giugno 2025 dal
Ministero dell’Interno per presunte attività violente o di incitamento alla
violenza. Il ricorso presentato contro lo scioglimento è ancora pendente davanti
al Consiglio di Stato, ma senza effetto sospensivo.
Ciò significa che, se fosse accertata la presenza di ex militanti del gruppo
antifascista durante le violenze che hanno portato alla morte di Quentin
Deranque, anche questi potrebbero essere oggetto di un procedimento per
ricostituzione di lega sciolta. Questo reato, previsto dall’articolo L431-15 del
Codice penale, punisce con tre anni di reclusione e 45.000 euro di multa il
fatto di «partecipare al mantenimento o alla ricostituzione, aperta o
dissimulata, di un’associazione o di un gruppo sciolto».
Dopo la morte a Lione del militante neofascista Quentin Deranque, La France
insoumise (LFI) e l’area antifascista sono oggetto di una forte campagna
politica e mediatica. Nonostante la condanna della violenza da parte del
partito, si è diffusa una narrazione di «complicità morale» che ha alimentato
intimidazioni e atti vandalici. Lo scrivono Sarah Benhaïda e Mathieu Dejean, su
Mediapart che sta trattando senza alcuna reticenza il caso. Popoff ha già
tradotto un primo articolo all’indomani del linciaggio del militante di estrema
destra in cui si ricostruiva il contesto, l’ambiguità del ruolo della polizia –
una delle più violente e abnusanti d’Europa – senza tuttavia fare alcuno sconto
nella definizione dei fatti che hanno portato alla morte di Deranque.
A Les Lilas, vicino Parigi, la casa di un candidato LFI è stata imbrattata con
la scritta «LFI tue». Il candidato denuncia che la polemica nazionale sta
colpendo anche le campagne locali: «Ciò che mi rattrista è che questo evento
disastroso distolga l’attenzione dalla campagna locale, progetto contro
progetto».
Secondo LFI, dal 13 febbraio almeno dieci sedi o locali del movimento sono stati
presi di mira. Nel frattempo, esponenti della destra e dell’estrema destra hanno
diffuso messaggi violenti. Il polemista Jean Messiha ha scritto: «Bisogna
sterminare gli antifascisti», mentre due candidati LFI hanno ricevuto minacce di
morte. Uno di loro denuncia: «Ci stanno mettendo un bersaglio sulla schiena».
La polemica nasce dal presunto legame tra LFI e il gruppo antifascista Jeune
Garde: un ex membro dell’organizzazione era presente sul luogo della morte, ma
ha negato ogni coinvolgimento e la procura non ha incriminato il gruppo.
Nonostante ciò, politici e commentatori parlano di responsabilità morale del
partito.
Il capo della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, ha dichiarato che «la radicalità
nel discorso può talvolta tradursi in violenza nelle strade», evocando un legame
«molto forte» tra LFI e la Jeune Garde. Sui social e nei comizi, lo slogan «LFI
uccide» si è diffuso nell’area della destra e dell’estrema destra.
Jean-Luc Mélenchon ha espresso «sconcerto», «empatia» e «compassione per la
famiglia», ribadendo: «La morte non ha nulla a che vedere con le nostre
pratiche… siamo ostili e contrari alla violenza». Anche il coordinatore Manuel
Bompard ha preso le distanze dalle immagini degli scontri: «non ha nulla a che
vedere con l’autodifesa popolare e l’ho condannato fin dal primo momento».
Secondo diversi militanti e osservatori, però, l’offensiva politica colpisce
l’intero campo antifascista. Simon Duteil parla di «Overton ++», denunciando la
capacità dell’estrema destra di imporre la propria lettura dei fatti. Un
sindacalista di Solidaires descrive «un clima molto pesante» dopo attacchi alla
sede e minacce online.
Attivisti e organizzazioni di sinistra denunciano una strategia di
stigmatizzazione simile a quella adottata negli Stati Uniti. Youlie Yamamoto di
Attac parla di «sfruttare le fake news… per stigmatizzare un movimento».
Per l’attivista Sarah Durieux, «la sfida più grande è disinnescare
l’inquadramento imposto», ricordando che «nessuno dovrebbe morire in questo
modo» e che negli ultimi anni diversi attacchi mortali dell’estrema destra non
hanno suscitato la stessa reazione politica.
Il sociologo Kevin Vacher descrive «una terribile offensiva e un’ingiunzione a
giustificarsi», avvertendo che la sinistra deve «resistere a questo bulldozer…
continuando a diffondere un messaggio di pace».
Mediapart ha anche cercato di ricostruire il percorso politico del ragazzo
ucciso: secondo l’inchiesta di Alexandre Berteau e Donatien Huet, il
ventitreenne Quentin Deranque, presentato dai familiari come «uno studente di
matematica… che ha sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», si
era in realtà avvicinato negli ultimi mesi a diversi ambienti dell’estrema
destra radicale (fonte: Mediapart).
Il giovane, residente a Saint-Cyr-sur-le-Rhône, partecipava come servizio
d’ordine all’azione del collettivo identitario Némésis davanti a Sciences Po
Lione quando è stato aggredito. In precedenza aveva militato nell’Action
française, che ha ricordato come uno che aveva «militato nelle [sue] file»,
prima di cancellare il riferimento.
Secondo le informazioni raccolte dal giornale, Deranque faceva parte del
gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin e nel maggio 2025 aveva partecipato
alla parata neonazista del Comité du 9-Mai a Parigi, «inondata di riferimenti al
Terzo Reich». Le immagini analizzate da Mediapart mostrerebbero il giovane
presente alla manifestazione con il foulard ufficiale, anche se l’avvocato della
famiglia ha parlato di «montature che non corrispondono all’identità della
vittima».
Il suo percorso politico includeva inoltre la partecipazione ad attività
dell’Academia Christiana, ambiente cattolico tradizionalista di estrema destra,
e la frequentazione del gruppo nazional-rivoluzionario lionese Audace, erede del
Bastion social, organizzazione violenta sciolta nel 2019. Proprio Audace lo ha
salutato come «[loro] camerata Quentin, ben noto ai [suoi] militanti».
Alla messa in sua memoria erano presenti diversi esponenti dell’estrema destra
locale, mentre uno dei coinquilini che lo ha descritto come «serio e
equilibrato» era stato in passato rinviato a giudizio per il coinvolgimento in
una spedizione punitiva di militanti del Bastion social.
Nel comunicato diffuso dopo la morte del militante neofascista Quentin Deranque,
il NPA (Nouveau Parti anticapitaliste) propone una lettura politica
dell’episodio, inserendolo nel contesto della crescita dell’estrema destra e
degli scontri con il movimento antifascista a Lione.
Il partito ricorda innanzitutto il percorso del giovane ucciso, passato
dall’Action française al gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin,
sottolineando che da anni nella città si assiste all’insediamento di gruppi
neonazisti violenti. La sua morte, avvenuta dopo un’aggressione, riporta dunque
«alla ribalta la situazione del movimento sociale che si oppone all’estrema
destra a Lione».
Il contesto lionese
Secondo il comunicato, i fatti si inseriscono negli scontri avvenuti a margine
di un incontro pubblico con l’eurodeputata LFI Rima Hassan, provocato dalla
presenza del collettivo identitario Némésis. Il gruppo, afferma il NPA, agisce
da anni con azioni provocatorie in diversi contesti.
A Lione, si sostiene, collettivi di sinistra, realtà antirazziste, librerie,
iniziative di solidarietà con la Palestina e singole persone vittime di
discriminazioni subiscono da tempo aggressioni da parte di gruppi «violenti,
razzisti e virilisti». In questo scenario, il movimento sociale avrebbe
sviluppato forme di autodifesa, anche perché questi gruppi di estrema destra
colpiscono «senza alcuna reazione da parte dello Stato».
«L’estrema destra e il razzismo uccidono»
Il comunicato insiste su una lettura generale del fenomeno: «l’estrema destra e
le sue idee uccidono». Viene citato un dato secondo cui, tra il 1986 e il 2021,
il 90% dei 53 omicidi di matrice ideologica sarebbe stato commesso da ambienti
di estrema destra.
Il testo richiama diversi casi:
* l’uccisione nel 2022 dell’ex rugbista argentino Federico Martín Aramburú da
parte di membri del GUD;
* quella del militante antifascista Clément Méric nel 2013;
* e una serie di omicidi a sfondo razzista, tra cui quelli di Ismaël Aali,
Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui e
Aboubakar Cissé.
La «demonizzazione» della sinistra
Secondo il NPA, la copertura mediatica della morte di Deranque sarebbe
«sproporzionata» e funzionale alla demonizzazione di una sinistra che si oppone
all’avanzata dell’estrema destra.
Il comunicato ricorda che, pochi giorni prima, il Ministero dell’Interno aveva
classificato LFI come forza di «estrema sinistra», mentre il ministro Gérald
Darmanin ha parlato della «milizia di Mélenchon». Per il partito
anticapitalista, negli ultimi due anni si è assistito a una «normalizzazione e
banalizzazione» delle idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobiche dell’estrema
destra, favorita da politiche securitarie e antisociali e dalla repressione dei
movimenti sociali sotto i governi Macron.
Appello a un fronte unitario
Il comunicato denuncia inoltre le reazioni successive alla morte del militante:
piccoli gruppi fascisti avrebbero invocato vendetta e attaccato sedi politiche,
locali sindacali e spazi culturali come la libreria La Plume Noire. Militanti
antifascisti, in particolare dell’ex Jeune Garde, sarebbero stati accusati
pubblicamente di omicidio, minacciati e colpiti da campagne di doxxing.
Secondo il NPA, i gruppi fascisti «idealizzano e romanticizzano la violenza e la
morte», mentre l’antifascismo rappresenterebbe il campo «degli sfruttati e degli
oppressi» e lotterebbe per «uguaglianza e giustizia».
Il partito conclude sostenendo che non esistono scorciatoie nella lotta al
fascismo e che serve l’unità delle forze politiche e sindacali impegnate nella
trasformazione sociale. L’obiettivo indicato è costruire «un fronte unitario di
massa» capace di respingere l’estrema destra non solo alle urne, ma anche «nelle
strade, nei quartieri, nelle aziende», mantenendo «una linea antifascista
unitaria, popolare e di massa» di fronte alla crescita della destra radicale.
Ma la situazione è davvero complicata: se la presenza di ex militanti del gruppo
antifascista durante gli scontri che hanno portato alla morte di Quentin
Deranque fosse provata, potrebbe influire sul loro ricorso contro il decreto che
ne ha decretato lo scioglimento. Questi ultimi potrebbero anche essere oggetto
di un procedimento per ricostituzione di un’associazione sciolta. Senza nemmeno
attendere gli esiti dell’inchiesta, l’Assemblea Nazionale è teatro di un vero e
proprio linciaggio del gruppo di LFI (anche da parte del PS e per scopi molto
meno nobili di concorrenza elettorale) e l’antifascismo rischia seriamente di
essere criminalizzato.
La vicenda ha delle ricadute italiane sotto forma di sciacallaggio mediatico. In
un commento pubblicato su Il Giornale di Francesco Giubilei insinua un
collegamento tra la morte del militante neofascista di Lione a una presunta
“internazionale dell’odio” dell’antifascismo, arrivando a tirare in ballo Ilaria
Salis e Mimmo Lucano, eletti a Bruxelles con AVS, e un’esponente della CGIL
colpevoli di aver sottoscritto, assieme ad alcuni nomi di LFI, l’adesione a un
meeting antifascista che si terrà in estate in Brasile. A Giubilei non sfugge
nulla, eccetto la realtà.
The post Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino
first appeared on Popoff Quotidiano.
L'articolo Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino
sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.