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Srebrenica, la memoria profanata
UN RADUNO PER MLADIĆ NELLA CITTÀ DEL GENOCIDIO RIACCENDE GLI ODI DELLA GUERRA C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo. A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di Sarajevo. Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica. Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”, “Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città da parte delle forze serbo-bosniache. L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli. Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti. Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi. Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del «Generale» e della «Patria». È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche. E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić. È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni. La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra. È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi. È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime. A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra. Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui una società sceglie di costruire il proprio futuro. The post Srebrenica, la memoria profanata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Srebrenica, la memoria profanata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 31, 2026
Popoff Quotidiano
“Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa”
L’ANNUNCIO DEL FUNERALE DI STATO PER RATKO MLADIĆ RIAPRE UNA FERITA MAI RIMARGINATA, A OLTRE TRENT’ANNI DALLE GUERRE JUGOSLAVE L’annuncio del funerale di Stato per Ratko Mladić riapre una ferita che, a oltre trent’anni dalle guerre jugoslave, non si è mai rimarginata, anche perché gli odi che hanno portato al genocidio sono ancora lì, e non nascosti sotto la cenere, ma anche ostentati. Ci restituiscono il dolore umano che sta dietro a questa vicenda le parole che mi ha detto oggi la mia amica Nadja Mujčić, che vive in Italia dove è arrivata da Srebrenica come profuga di guerra con i figli piccoli, mentre Mladić con le sue truppe massacrava suo fratello e suo marito, che eppure era interprete per i caschi blu olandesi a Potočari, e ne sembravano e occultavano talmente bene il corpo che a 31 anni di distanza non si è trovato neppure un brandello “Io non riesco neanche a incazzarmi per i funerali di stato, io piango, non riesco a fermare le lacrime”. Immaginiamo una madre di Srebrenica – che ha trascorso decenni alla ricerca dei resti di un figlio, di un padre, di un fratello, di un marito – che guarda le immagini che già circolano dell’annunciato funerale. E poi immaginiamo che sullo schermo compaiano soldati in uniforme, onori militari, simboli dello Stato e una cerimonia solenne per l’uomo che i tribunali penali internazionali hanno indicato come responsabile di alcuni dei crimini più terribili commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Che cosa dovrebbe pensare quella persona? Forse non può neppure pensare ma solo provare dolore e impotenza. E piangere, come Nadja Perché mentre ad est della Drina si preparano solenni onori a Ratko Mladić, ad ovest di essa si continua a cercare ossa nelle fosse comuni, a ricomporre corpi, a identificare vittime, a dare un nome ai morti riconosciuti mentre di un migliaio di altri non si è trovato ancora neppure un frammento. E forse è proprio questa la più dolorosa delle ingiustizie: un uomo condannato per i crimini di Srebrenica può essere accompagnato alla tomba con gli onori di una patria; molte delle sue vittime, invece, sono ancora private persino del diritto di avere una tomba. È qui che il funerale diventa una scena pubblica nella quale si misura una contraddizione terribile: da una parte la memoria delle vittime, dall’altra la celebrazione di chi è stato condannato per aver pianificato e perpetrato un genocidio. LA SERBIA NON È UN PAESE QUALSIASI Non è soltanto una questione di memoria: è una questione di giustizia, di responsabilità, è una domanda sull’idea di Serbia che si vuole costruire. La Serbia non è un Paese qualsiasi. È uno Stato europeo candidato all’Unione europea, è parte di una regione nella quale la memoria delle guerre degli anni Novanta continua a essere una questione politica, diplomatica e sociale. Per questo la domanda che Belgrado dovrebbe porsi non è soltanto come salutare Mladić. Dovrebbe chiedersi chi vuole essere. Uno Stato che riconosce le proprie vittime, accetta le sentenze dei tribunali internazionali e considera la memoria dei crimini commessi in suo nome una parte irrinunciabile della propria responsabilità democratica oppure uno Stato disposto a trasformare un uomo condannato per genocidio in un simbolo nazionale? La domanda, a questo punto, va ben oltre l’annunciato funerale di Stato di Ratko Mladić. Riguarda la direzione stessa che la Serbia ha scelto di imboccare. Perché il problema non nasce oggi. Da anni, il rapporto con le guerre degli anni Novanta costituisce uno dei terreni sui quali si misura l’arretramento democratico del Paese: il ridimensionamento o la negazione delle responsabilità per i crimini di guerra, la persistenza di narrazioni nazionaliste che trasformano gli aggressori in vittime e le vittime in elementi marginali della memoria pubblica, la difficoltà di accettare pienamente le sentenze dei tribunali internazionali. A questo si aggiunge una politica estera che mantiene un rapporto privilegiato con Mosca. La Serbia continua a non aderire alle sanzioni europee contro la Russia e Aleksandar Vučić ha ribadito la volontà di preservare la cooperazione con Vladimir Putin. Non si tratta, evidentemente, di sostenere che la sola vicinanza alla Russia renda uno Stato non democratico; ma, inserita insieme agli altri elementi, questa scelta contribuisce a delineare una politica sempre più distante dai valori e dagli standard democratici che l’Unione Europea richiede ai Paesi candidati. E si somma anche una politica interna sempre più autoritaria e liberticida. Dal movimento studentesco nato dopo il crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad del novembre 2024, le proteste contro la corruzione e il governo Vučić sono diventate una delle più grandi mobilitazioni della storia recente della Serbia. Di fronte ad esse, sono state documentate intimidazioni, pressioni e un crescente uso della forza: nell’agosto 2025 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già denunciato l’escalation della repressione delle proteste pacifiche; nel marzo 2026 nuovi scontri hanno opposto studenti e polizia a Belgrado. È la convergenza di questi fenomeni a rendere l’annuncio del funerale di Mladić politicamente significativo. Il problema non è soltanto chi verrà eventualmente sepolto con gli onori, ma quale idea di Stato quegli onori intendano rappresentare. Se un Paese relativizza i crimini del proprio passato, celebra i responsabili, reprime chi chiede trasparenza e responsabilità e contemporaneamente mantiene una posizione di sostanziale prossimità politica a un regime autoritario come quello russo, allora il funerale di un condannato per genocidio non è più soltanto una questione di memoria: diventa il simbolo di una scelta politica. LA SCELTA FRA DUE IDEE OPPOSTE DI SERBIA Da una parte, una Serbia capace di guardare il proprio passato, riconoscere le vittime, rispettare le sentenze internazionali e difendere il diritto dei cittadini a protestare e a chiedere conto al potere, dall’altra, una Serbia nella quale la memoria viene selezionata secondo la convenienza politica, i crimini vengono relativizzati, i condannati possono essere trasformati in eroi e il dissenso viene trattato come una minaccia. È questa, in fondo, la domanda che l’annuncio del funerale di Mladić lascia aperta: non soltanto quale memoria della guerra voglia conservare la Serbia, ma quale democrazia voglia essere. La risposta non riguarda soltanto una cerimonia, riguarda la memoria, riguarda la giustizia, riguarda l’Europa. E riguarda soprattutto le vittime. Perché alla fine, davanti a un funerale annunciato, non sono soltanto i morti a essere giudicati. Sono i vivi che scelgono che cosa ricordare, che cosa onorare e che cosa non devono mai più glorificare.   The post “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 30, 2026
Popoff Quotidiano
Chi era il boia di Srebrenica
È MORTO ALL’AIA RATKO MLADIĆ, EX COMANDANTE SERBO-BOSNIACO ALL’ERGASTOLO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, CRIMINI DI GUERRA E PER GENOCIDIO   Leggo la notizia e chiamo la mia amica Nadja Mujčić, profuga bosniaca in Italia, che nel genocidio di Srebrenica ha perso un fratello e il marito, i cui resti, a distanza di trenta anni, non sono stati ancora trovati.. “La sua morte non risolve niente” mi dice,, “il male che ha fatto rimane per sempre”. “ Verissimo”, rispondo. “Però un criminale in meno al mondo”. E lei riconosce: “è vero, uno di meno. Ma muoiono sempre troppo tardi i boia. Muoiono e l’orrore che hanno generato sopravvive a loro. Muoiono e lasciano dolore nel cuore. E il dolore non muore né va in prescrizione” La morte di Mladić chiude la parabola personale di uno dei principali responsabili della guerra in Bosnia, ma riapre una domanda che accompagna da trent’anni la memoria di Srebrenica: anche se alla fine i perpetratori sono stati condannati, una pace, seppur fragile e imperfetta come gli accordi di Dalton, è stata fatta, cosa ne è oggi di quel riuscito melting pot che era la Bosnia prima della guerra? E potrà mai  Srebrenica – ancora parte della entità della  Repubblica Srpska, che dal sangue della genocidio sia nutrita e che da quel sangue è nata – tornare a vivere, quando ancora circa 1000 corpi smembrati senza nome né tomba? Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 in un ospedale carcerario delle Nazioni Unite all’Aia, mentre stava scontando la condanna all’ergastolo pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Aveva 84 anni. La sua morte arriva a quasi trentuno anni dall’incriminazione e a cinque anni dalla sentenza definitiva. Ma chi era il boia di Srebrenica, il generale che trasformò la guerra in una campagna di terrore prima e poi in un genocidio? Nato il 12 marzo 1942 nell’area dell’odierna Bosnia-Erzegovina, all’ epoca  in cui il maresciallo Tito combatteva i nazisti e i fascisti invasori in Jugoslavia, Mladić aveva fatto carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della federazione nel 1992, divenne comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Republika Srpska, la formazione militare dei serbo-bosniaci. Assunse formalmente l’incarico il 12 maggio 1992 e rimase al vertice del comando fino al novembre 1995. Il suo nome è legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica. A Sarajevo le forze sotto il suo comando sottoposero la popolazione civile a un assedio durato quasi 4 anni -il più lungo della storia europea, compresi quelli di Leningrado e Stalingrado e terminato oltre la firma dei trattati di Pace – caratterizzato da bombardamenti e attacchi dei cecchini. Ma è a Srebrenica che il nome di Mladić è diventato sinonimo di genocidio. Nel luglio 1995, dopo più di tre anni di guerra e di assedio, l’esercito serbo-bosniaco conquistò Srebrenica, formalmente dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area». Migliaia di civili bosgnacchi si rifugiarono a Potočari, presso il compound delle Nazioni Unite, mentre almeno  quindicimila  uomini tentarono di raggiungere il territorio controllato dal governo bosniaco attraverso le montagne, venendo però inseguiti e uccisi anche dopo che si erano consegnati. La caduta della città fu seguita dalla separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che furono deportati. I maschi adolescenti  e adulti, furono detenuti in stadi, fattorie, scuole e progressivamente trasferiti nei luoghi delle esecuzioni. Nei giorni successivi, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. I loro corpi vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali furono successivamente riaperte e i resti dispersi in altre fosse nel tentativo di nascondere le dimensioni del crimine. Il Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia (ICTY)  ha stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio e che Mladić ebbe un ruolo centrale nell’impresa criminale finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca dell’area. La giustizia internazionale arrivò sulla carta già durante la guerra. L’ ICTT, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò Mladić il 25 luglio 1995, pochi giorni dopo il genocidio di Srebrenica, mentre la guerra è formalmente finita il 21 novembre 1995. Le accuse comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma tra un’incriminazione e un arresto passarono quasi sedici anni. È questo uno degli elementi più significativi della vicenda Mladić. Nel momento in cui il suo nome era già associato ai più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, il generale non era in carcere. Era latitante. E non si trattò di una fuga breve o improvvisata. Dal 1995 al 2011 Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura. Per anni visse in una sorta di zona grigia nella quale l’esistenza del mandato di arresto internazionale si scontrava con la mancanza di volontà politica, di consegnarlo alla giustizia. Nel 2001 il procuratore del Tribunale riferiva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avere ricevuto informazioni considerate molto affidabili secondo cui Mladić sarebbe stato protetto dalle strutture militari della Repubblica Federale di Jugoslavia e si sarebbe trovato in Serbia, probabilmente a Belgrado. Non basta  dire che Mladić «fu bravo a nascondersi». Per una parte consistente della sua latitanza egli beneficiò di una rete di protezioni, sostegni e complicità che rese possibile la sua permanenza fuori dalla portata della giustizia internazionale. Anche dopo la fine della guerra, Mladić continuò a godere di una significativa rete di sostegno. La sua figura era diventata quella di un eroe per una parte del nazionalismo serbo, il cui volto è soggetto tuttora di numerosi murales a Belgrado, Banja Luka e inoltre varie cittadine serve di qua e di là dalla Drina. La sua cattura avrebbe significato, per la Serbia, affrontare direttamente il tema delle responsabilità dello Stato e delle strutture politiche e militari che avevano sostenuto i serbo-bosniaci. Quelle responsabilità che tutt’ora rifiuta protestando offesa per la istituzione due anni fa da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale per la memoria delle vittime di Srebrenica . La pressione internazionale crebbe progressivamente. La collaborazione con il Tribunale dell’Aia divenne una questione centrale nei rapporti della Serbia con l’Unione europea e con la comunità internazionale. Solo il 26 maggio 2011 Mladić venne arrestato in Serbia, nel villaggio di Lazarevo. Aveva trascorso quasi sedici anni da latitante. Il 31 maggio fu trasferito all’Aia. Il processo cominciò il 16 maggio 2012 e si concluse, dopo anni di testimonianze, documenti e prove, con la sentenza del 22 novembre 2017. Il Tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra e gli inflisse l’ergastolo. La sentenza non riguardò soltanto Srebrenica. I giudici riconobbero la responsabilità di Mladić per una serie di crimini commessi in diverse parti della Bosnia-Erzegovina e per il suo ruolo in quattro distinti «joint criminal enterprises», cioè imprese criminali comuni. Una riguardava il progetto più generale di rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Una seconda riguardava Sarajevo e la campagna di cecchinaggio e bombardamento contro la popolazione civile. Una terza riguardava direttamente Srebrenica e l’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca. La quarta riguardava la presa in ostaggio del personale delle Nazioni Unite per impedire i bombardamenti NATO. Mladić non accettò la condanna e presentò appello. L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò sostanzialmente la sentenza. Furono respinte le principali contestazioni della difesa relative alle imprese criminali comuni riguardanti la Bosnia, Sarajevo e Srebrenica e furono confermate le condanne per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e altri crimini. Anche la condanna all’ergastolo venne confermata. Da quel momento la condanna è diventata definitiva. Mladić, non ha mai mostrato pentimento. Durante il procedimento mantenne un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del Tribunale e continuò a respingere le accuse. La sua morte arriva dunque senza una confessione e senza una richiesta pubblica di perdono alle vittime. Anche per questo la morte di Mladić non può essere letta soltanto come la scomparsa di un ex generale. Srebrenica continua infatti a porre la stessa domanda che la sua morte non può chiudere: come fu possibile che, un genocidio si sia consumato nel cuore dell’Europa? Ratko Mladić è morto in carcere, anziano. Le sue vittime, invece, sono morte molto prima, a Srebrenica, a Sarajevo, nei villaggi della Bosnia orientale e nei luoghi dove furono compiute le esecuzioni. Alma Mustafić, ricercatrice, il cui padre proprio come il marito di Nadja lavorava per il Dutchbat – il battaglione olandese delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere Srebrenica e che invece me ha consegnato gli uomini a Mladić come carne da macello – proprio oggi ha ricevuto il HU Genotenprijs – il più alto riconoscimento della Hogeschool Utrecht – per i suoi molti anni di impegno, contributo scientifico e sociale nell’aumentare la conoscenza e la consapevolezza sul genocidio di Srebrenica. Proprio oggi, che è stato annunciato anche che il criminale di guerra Ratko Mladić è morto. Coincidenza bizzarra, quasi irreale. Mentre l’artefice del genocidio lasciava definitivamente la sua cella del carcere di Scheveningen nei Paesi Bassi, lei, in quello stesso Stato, saliva sul palco per essere onorata per aver costruito pace ed istruzione. La prima domanda che le hanno fatto  è: “Come ti senti?”. Le sue parole ricordano molto quelle di Nadja – il dolore ha una sola voce e non varia – : “l’uomo che ha distrutto migliaia di vite non è più tra noi. L’uomo che ha fatto baciare ai miei figli una lapide invece di un nonno non c’è più. Ma l’ideologia malvagia che ha portato a questi orrori è ancora molto viva. In Serbia e in alcune parti della Bosnia, Mladić è ancora considerato un eroe dai suoi sostenitori. Finché quell’odio continuerà, il pericolo non è passato. Dobbiamo continuare a combattere contro quel male. Il genocidio non finisce con l’ultimo proiettile o con l’ultima fossa comune. Finisce solo quando affrontiamo l’ideologia fascista che lo sostiene”. Ratko Mladić è morto. Ma Srebrenica no. Resta nei nomi delle vittime, nelle fosse che ancora aspettano di essere aperte, nelle famiglie che cercano un corpo per poter finalmente dare un luogo al proprio lutto. Resta nella memoria di chi è sopravvissuto e nella responsabilità di chi, oggi, deve scegliere se guardare quella storia negli occhi o trasformarla in una pagina da dimenticare. La morte di un uomo non cancella i crimini che ha commesso, né scioglie le responsabilità di chi lo ha protetto, sostenuto o celebrato. E soprattutto non cancella un’ideologia quando quella ideologia continua a trovare spazio, parole e simboli. Forse è questo il senso più profondo della coincidenza di oggi: mentre Mladić usciva per sempre dalla sua cella, Alma Mustafić veniva premiata per aver dedicato la propria vita alla conoscenza e alla costruzione della pace. Da una parte la morte di chi ha incarnato l’odio; dall’altra una donna che ha scelto di trasformare il proprio dolore in memoria e consapevolezza. Perché il vero superamento del genocidio di Srebrenica non sarà la morte dell’ultimo dei suoi carnefici. Sarà il giorno in cui nessuno avrà più bisogno di ricordare perché tutti avranno imparato. Fino ad allora, il dolore continuerà a parlare. E noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.             The post Chi era il boia di Srebrenica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chi era il boia di Srebrenica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 29, 2026
Popoff Quotidiano
La guerra infinita contro Cuba
L’ULTIMA FRONTIERA CONTRO IL COLONIALISMO USA VICINA AL CROLLO. DONALDONE RIUSCIRÀ DOVE TUTTI HANNO FALLITO? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste al. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa. L’ISOLA È ALLO SVUOTAMENTO DEI POSACENERE Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta. IL TRADIMENTO VENEZUELANO Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l’armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa. IL CANCRO DI GUANTANAMO Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano (vedi mappa), oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante. IL BUON GIOCO DI DONALDONE Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici maduristi passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare un po’, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote e le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti, in prima fila nel codazzo dei servi. QUESTIONE DI TEMPO, O DI UN MIRACOLO È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco & tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Donaldone e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un gran miracolo pure per la Madonna nera di Cuba. The post La guerra infinita contro Cuba first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La guerra infinita contro Cuba sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 15, 2026
Popoff Quotidiano
Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta
PERCHÉ IN DECINE DI MIGLIAIA HANNO TENTATO DI ATTRAVERSARE IL CONFINE CHE È UNA CLASSICA LEVA DI PRESSIONE DIPLOMATICA PER IL MAROCCO? INTERVISTA CON LA GIURISTA MARIE-LAURE BASILIEN GAINCHE Ilyes Ramdani su Mediapart La situazione a Ceuta è «praticamente» tornata alla normalità, hanno assicurato sabato pomeriggio le autorità spagnole, dopo l’arrivo di «50.000 o 60.000 persone» entrate illegalmente nell’exclave nei giorni precedenti provenienti dal Marocco. Le stesse fonti hanno indicato che 48.000 di loro sono state ricondotte in territorio marocchino, con l’aiuto dell’esercito spagnolo mobilitato d’urgenza. La polemica, invece, continua: l’Italia e la sua leader, Giorgia Meloni, stanno cercando di spingere l’Unione europea a sospendere la partecipazione della Spagna agli accordi di Schengen. Pedro Sánchez, il primo ministro spagnolo, ha denunciato la «demagogia» di una proposta «contraria al diritto europeo, al diritto umanitario e ai legami di solidarietà» che uniscono i membri dell’Unione europea. Nella stessa lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee e resa nota dall’AFP, ha chiesto una riunione urgente dei ministri dell’Interno dei Ventisette. Marie-Laure Basilien Gainche è docente di diritto pubblico all’Università di Lione III Jean-Moulin e membro senior dell’Institut universitaire de France. Esperta di frontiere e politiche migratorie, analizza per Mediapart quella che percepisce come una «doppia strumentalizzazione» dai risvolti geopolitici, a spese di una società marocchina afflitta da disuguaglianze e difficoltà socio-economiche. Secondo i dati del Ministero dell’Interno spagnolo, sono morte almeno sessantasette persone, in particolare per annegamento. Mediapart: «Quasi la totalità» delle persone entrate illegalmente a Ceuta è tornata in Marocco, hanno dichiarato sabato le autorità spagnole. Come descriverebbe questi ultimi giorni di crisi e la loro portata? Marie-Laure Basilien Gainche: È l’esempio lampante di un caso di strumentalizzazione della migrazione. Una strumentalizzazione opera da parte delle autorità marocchine, a pochi giorni dal vertice diplomatico tra Spagna e Algeria. Da diversi decenni il Marocco dimostra di utilizzare i migranti per esercitare pressioni diplomatiche sulla Spagna, e persino sull’Unione europea. Lo scopo era ottenere o sovvenzioni tramite fondi europei, o cambiamenti nelle posizioni diplomatiche. Va notato che il Marocco è caratterizzato da evidenti disuguaglianze socio-economiche, da una povertà quasi endemica e da un tasso di disoccupazione giovanile – in particolare tra i giovani uomini – particolarmente elevato. Sebbene le partenze dal Marocco verso la Spagna siano fortemente diminuite, sono molti coloro che intendono emigrare. È ipotizzabile che le autorità marocchine abbiano permesso ai propri cittadini di radunarsi alle porte di Ceuta, impedendo loro inizialmente di dirigersi verso l’exclave e poi, una volta raggiunta una massa critica, lasciandoli partire via mare. Altri attribuiscono questo fenomeno alla decisione della Corte Suprema spagnola, resa pubblica l’8 luglio, che impedisce il rimpatrio immediato di un migrante giunto via mare. Non sono convinta che l’episodio sia interamente attribuibile alla decisione della Corte Suprema spagnola, secondo cui la legge del 2015 che autorizza le autorità a effettuare i «rechazos en frontera» [respingimenti alla frontiera – ndr] non si applica alle frontiere marittime. Forse le voci diffuse dai social network hanno avuto un ruolo nel mobilitare i marocchini e nel spingerli a radunarsi alle porte di Ceuta. Ma non riesco a immaginare che l’episodio abbia avuto un tale effetto di massa senza che le guardie di frontiera marocchine fossero coinvolte, almeno con la loro passività. L’effetto è in ogni caso immediato su una parte dei leader e dei responsabili politici europei, che vi vedono un pericolo imminente per l’Europa. È qui che entra in gioco la seconda strumentalizzazione. La destra e l’estrema destra europee utilizzano queste immagini per illustrare la sovversione migratoria e la «grande sostituzione», fenomeni che non esistono, ma che giustificano la loro stessa esistenza. Sfruttano le immagini di queste migliaia di marocchini arrivati a Ceuta per nutrire gli spettri, per attizzare le paure, alimentare gli odi. L’episodio rafforza le loro posizioni in materia di migrazione e asilo, che propendono per politiche ancora più restrittive e severe. D’altra parte, anche se queste persone fossero rimaste in Europa, il normale funzionamento delle frontiere tra il Marocco e l’Unione europea è già particolarmente restrittivo. Ceuta è un’exclave. Si tratta di un territorio spagnolo situato all’interno dello stesso territorio marocchino, con un litorale. Si tratta quindi di un pezzo di Spagna sul continente africano. Quando un marocchino arriva sul territorio dell’exclave spagnola, si trova su territorio spagnolo. Ma ciò non significa che possa beneficiare della libera circolazione nello spazio Schengen, poiché esistono misure restrittive che limitano la possibilità di recarsi da Ceuta alla penisola iberica. Ricordiamo che oltre l’80% dei marocchini giunti nelle ultime ore a Ceuta è già stato rimpatriato nel proprio paese d’origine. È lecito ritenere che nessuno di coloro che hanno partecipato alla traversata metterà piede sul continente europeo. Diversi capi di Stato o di governo, a cominciare da Donald Trump e Giorgia Meloni, hanno colto l’occasione per puntare il dito, più o meno esplicitamente, contro la politica condotta in Spagna dal governo di Pedro Sánchez. Si è assistito, dal suo arrivo al potere, a un allentamento dei controlli alle frontiere? Bisogna riconoscere al governo Sánchez di avere un discorso che si mostra aperto alla migrazione e che riconosce i diritti fondamentai dei migranti. Ma alcune delle misure adottate dal governo spagnolo presentano analogie con quelle adottate da Meloni in Italia. La politica di regolarizzazione di 500.000 cittadini di paesi terzi in Spagna consente a coloro che ne beneficiano di ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno. Ebbene, l’Italia di Meloni ha cercato di regolarizzare 500.000 cittadini di paesi terzi per soddisfare le esigenze dell’economia nazionale, concedendo anch’essa permessi di soggiorno della durata di un anno. I discorsi sono divergenti. Ma alcune politiche sono simili. Ad esempio? A Ceuta e Melilla, la Spagna applica una politica che illustra perfettamente ciò che l’Unione europea intende fare in materia di migrazione: istituire un filtro il più rigoroso possibile per impedire ai migranti ritenuti indesiderati di accedere al territorio europeo. Questa settimana, la reazione immediata è stata l’invio di forze militari e l’azione diplomatica congiunta con il Marocco per organizzare i rimpatri. Tale sviluppo è in linea con gli orientamenti del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In altre parole, il governo di Sánchez ha reagito con rapidità e fermezza, assicurandosi che i migranti marocchini non raggiungessero il suolo europeo. Si potrebbe parlare ancora di più dei «rechazos en frontera», praticati al confine terrestre tra il Marocco e la Spagna. Si tratta nientemeno che di respingimenti, come quelli effettuati dalla Polonia e dall’Ungheria per respingere gli stranieri rispettivamente verso Bielorussia e Serbia. L’Italia, insieme alla Danimarca e alla Finlandia, sta spingendo affinché l’Unione europea sospenda la Spagna dallo spazio Schengen. Cosa significa questa proposta e cosa ne pensa? Nel regime dello spazio Schengen non esiste un meccanismo che consenta di sospendere la partecipazione di uno Stato a tale spazio. Esiste invece la possibilità per gli altri Stati membri di ripristinare i controlli alle frontiere interne. Va notato che l’Italia, la Finlandia e la Danimarca non hanno frontiere terrestri con la Spagna. Al massimo, potranno rafforzare i controlli sui voli in arrivo dalla Spagna sul proprio territorio. Non dimentichiamo che numerosi Stati membri hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne dal 2015, rinnovando da allora le relative misure ogni sei mesi. Ci si arriva persino a chiedere se lo spazio Schengen offra realmente uno spazio di libera circolazione delle persone, quando i controlli alle frontiere vengono applicati in numerosi valichi di frontiera da oltre dieci anni. Cosa resterà di questi ultimi giorni di luglio? Resteranno delle immagini, che saranno utilizzate dai partiti di destra e di estrema destra per illustrare le loro tesi sul «grande rimpiazzo». Al contrario, le circa sessanta persone che hanno perso la vita durante questo episodio saranno dimenticate. I loro nomi saranno cancellati. Dietro questa strumentalizzazione della migrazione, si dimenticano le vite umane che ne sono colpite, che sono state perdute. Si dimenticano le vite e le voci di chi vive nella miseria, di chi cerca nuove prospettive: non vengono ascoltate. Bisogna sia allargare lo sguardo, per capire che si tratta di un fenomeno episodico che è stato strumentalizzato, sia restringere lo sguardo, per cogliere che ognuno di queste decine di migliaia di marocchini rivela un’angoscia umana e una speranza infranta. L’angoscia non deriva solo dai conflitti e dalle persecuzioni; scaturisce anche da condizioni socio-economiche deleterie. Ma chi si interesserà alle condizioni di vita della gioventù marocchina? Chi parlerà della disoccupazione, dell’analfabetismo, dello sfruttamento? LA CRONACA CEUTA: LA CRISI È SOPRATTUTTO POLITICA ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA «Quasi la totalità» delle decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta è tornata in Marocco, secondo il governo spagnolo. La Francia e l’Italia, tra gli altri, hanno provocato una crisi nell’UE. * Agence France-Presse e la redazione di Mediapart «Quasi tutti» i decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta sono tornati in Marocco, secondo il governo spagnolo, bersagliato dalle critiche degli altri paesi dell’Unione europea. Sul posto, in una fitta nebbia, sabato mattina alcuni giovani continuavano ad attraversare il confine in senso inverso, sotto lo sguardo dei militari e della Guardia Civile spagnola, come ha constatato una giornalista dell’AFP. Chi si attardava troppo sul lungomare veniva immediatamente spinto verso l’uscita dai soldati, mentre l’AFP ha visto, nella direzione opposta, due uomini uscire dall’acqua sulla spiaggia adiacente al confine, crollare sulla sabbia, visibilmente allo stremo delle forze al loro arrivo. «Un amico mi ha chiamato, mi ha detto che il confine era aperto», ha raccontato all’AFP Soufiane, un marocchino di 42 anni, anch’egli giunto a Ceuta nuotando per «tre, cinque minuti» nella speranza di raggiungere Madrid, centinaia di chilometri più a nord, per vedere sua madre, «affetta da leucemia». Secondo lui, l’afflusso massiccio di migranti negli ultimi giorni dimostra «che tutti vogliono “salire” (in Spagna) e sperano in un futuro migliore, che in Marocco non hanno». Venerdì sera, il governo spagnolo ha assicurato che «quasi la totalità» dei migranti arrivati negli ultimi giorni era già tornata in Marocco: dei «50.000, 60.000» migranti arrivati dal Marocco questa settimana, secondo il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlask, più di 48.000 sono già rientrati in Marocco. Almeno 67 morti in mare Queste decine di migliaia di migranti, in stragrande maggioranza marocchini, e principalmente giovani uomini e adolescenti, erano arrivati dall’inizio della settimana attraversando il confine terrestre o via mare. Sessantasette sono morti, molti dei quali annegati, secondo il ministro dell’Interno spagnolo. Questo piccolo territorio di 84.000 abitanti, situato all’estremità settentrionale del Marocco, confina con lo stretto di Gibilterra e costituisce uno dei due confini terrestri tra l’Africa e l’Europa (insieme a Melilla, l’altra enclave spagnola). Per impedire d’ora in poi ai migranti di attraversare a nuoto lo stretto tra il Marocco e Ceuta, è in fase di installazione nel Mar Mediterraneo una barriera gonfiabile lunga 500 metri, come annunciato sabato mattina dal ministero dell’Interno spagnolo. Più nell’entroterra, l’AFP ha visto centinaia di migranti, tra cui molti africani subsahariani, in attesa davanti al centro di accoglienza per migranti, che rimane chiuso, con la polizia che ne blocca l’accesso. Le immagini di questa crisi migratoria, senza precedenti per la sua portata a Ceuta, hanno suscitato vive reazioni in seno all’UE, in particolare da parte della destra e dell’estrema destra, tra l’altro in merito alla questione dei controlli alle frontiere dello spazio Schengen. Già giovedì l’Italia aveva annunciato l’intenzione di sospendere la Spagna dallo spazio Schengen, una misura per la quale Roma ha ottenuto il sostegno della Finlandia e della Danimarca. Sulla scia di ciò, Madrid si è opposta con forza a questa proposta «demagogica» e di portata incerta; i giuristi consultati dall’AFP hanno infatti assicurato che è impossibile applicarla nell’attuale quadro giuridico. Da sabato, l’Italia di Georgia Meloni ha ripristinato i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, mentre la Francia ha quintuplicato, portandolo a 334, il numero di poliziotti e gendarmi in rinforzo al confine franco-spagnolo, in pieno periodo delle vacanze estive. All’unisono con l’estrema destra, lo stesso presidente Emmanuel Macron ha chiesto di «rafforzare i controlli al confine con la Spagna». «Non dividerci» In questo contesto teso, il primo ministro Pedro Sánchez, il cui governo difende un approccio più aperto in materia di immigrazione rispetto a molti altri paesi europei, venerdì ha esortato i suoi colleghi dell’UE a «non dividerci ». Sabato, in una lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee, Pedro Sánchez ha denunciato l’atteggiamento degli europei che «va contro gli interessi a lungo termine» del Vecchio Continente. Il suo ministro Fernando Grande-Marlaska ha invece denunciato davanti ai giornalisti «la malafede» di alcuni che «hanno la memoria molto corta», ricordando in particolare il sostegno offerto dalla Spagna all’Italia durante la crisi migratoria sull’isola di Lampedusa nel 2023. Venerdì da Ceuta, il leader socialista – il cui governo ha avviato un ampio piano di regolarizzazione dei migranti privi di documenti, per il quale sono state presentate circa 1,2 milioni di domande da parte di stranieri in situazione irregolare – aveva parlato «un attacco, una violazione dell’integrità territoriale della Spagna» e accusato alcune «mafie» di essere all’origine della voce sull’apertura del confine. A Madrid venerdì sera, diverse centinaia di manifestanti anti-migranti si sono radunati davanti all’ambasciata del Marocco per «difendere l’identità spagnola», come ha constatato un giornalista dell’AFP. A Washington, Donald Trump, che da diversi mesi è ai ferri corti con Pedro Sánchez, ha definito le immagini di Ceuta simili a «un’invasione di un Paese», accusando su X Madrid di aver intrapreso «azioni deliberate» che hanno favorito questa immigrazione clandestina.     The post Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 2, 2026
Popoff Quotidiano
Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa
LA COPPIA ORTEGA-MURILLO GESTISCE LO STATO COME UNA TENUTA PRIVATA. LE ISTITUZIONI E I MECCANISMI DI RIPRODUZIONE POLITICA ED ECONOMICA SONO SUBORDINATI AI DISEGNI DELLA FAMIGLIA Ana Marcela Montanaro per El Salto L’America Centrale, la cintura dell’America Latina, compare nel dibattito pubblico europeo in modo intermittente; è quasi una regione invisibile. Una catastrofe naturale, le carovane di migranti verso gli Stati Uniti, la violenza delle bande, la violazione dei diritti umani nei megacarceri o alcune elezioni controverse riportano, in modo momentaneo e secondario, la regione sulla scena dell’informazione. Il Nicaragua, il paese che nel 1979 rovesciò la dittatura della famiglia Somoza dopo una lunga lotta rivoluzionaria, condivide questa invisibilità con il resto dell’istmo. La commemorazione del 47° anniversario della Rivoluzione sandinista, lo scorso 19 luglio, ha posto il paese sotto i riflettori internazionali. Di fronte a una folla e in difesa della Rivoluzione, Daniel Ortega, che governa il Paese insieme alla moglie, Rosario Murillo, ha annunciato tra applausi e cori che in Nicaragua «non ci saranno più elezioni» e ha assicurato che promuoverà leggi per impedire che alcune forze politiche, che ha collegato agli Stati Uniti e all’eredità del somocismo, tornino a contendersi il potere. Ortega e Murillo, questa volta senza alcuna reticenza e al di là dell’abituale denigrazione di un’opposizione sottoposta da anni a una repressione sistematica, hanno precluso ogni possibilità di confronto politico e di alternanza al governo. Tre giorni dopo, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Gustavo Porras, ha affermato che le elezioni si terranno, sebbene in un quadro costituzionale che le “protegga” dall’ingerenza straniera e dai “traditori della patria”. Nessuno ha spiegato chi potrà candidarsi né secondo quali regole, né ha fatto riferimento alle centinaia di oppositori incarcerati, esiliati, banditi o privati della cittadinanza. È opportuno sottolineare, inoltre, la presenza significativa di persone appartenenti a comunità indigene tra i prigionieri politici. La deriva antidemocratica e la violazione dei diritti umani e delle libertà civili non sono un fenomeno recente. Dal 2018 si è inasprita la repressione contro chi si oppone a Ortega; nel 2021 il regime ha incarcerato o ineleggibilizzato i sette precandidati presidenziali con reali possibilità di competere contro di lui, assicurandosi una rielezione senza una vera opposizione. Nel 2025, una riforma costituzionale ha nominato Rosario Murillo copresidente, ha esteso il mandato presidenziale e ha conferito al potere esecutivo l’autorità di «coordinare» i poteri legislativo e giudiziario. Maurice e Daniel Edmundo Ortega Murillo, due dei figli della coppia presidenziale, ricoprono incarichi all’interno di una rete familiare legata al commercio dell’oro e alle confische forzate di proprietà. Nell’aprile del 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti li ha sanzionati, insieme a vari funzionari e imprenditori minerari, per il ruolo che hanno svolto in tale rete. Dal 2021, il governo ha concesso oltre 1,2 milioni di ettari, pari a un decimo del territorio nazionale, sotto forma di concessioni minerarie ad aziende cinesi, molte delle quali situate in territori indigeni e di discendenza africana. La coppia Ortega-Murillo e la rete familiare costruita attorno a loro gestiscono lo Stato come una tenuta privata. In essa si confondono i confini tra pubblico e privato, tra lecito e illecito; le istituzioni e i meccanismi di riproduzione politica ed economica sono subordinati ai disegni della famiglia. In Nicaragua, come in tutta l’America Latina, lo Stato-nazione è legato a un’esperienza coloniale che non si è conclusa con l’indipendenza politica dalla Corona spagnola, ma che sopravvive in un continuum di eredità coloniale con accento creolo, capace di configurare cittadinanze degradate e di valore diseguale. Le élite nicaraguensi hanno amministrato e riprodotto quell’eredità che perdura, imponendosi sui popoli indigeni, sulle comunità di discendenza africana, sulle dissidenze e sulle donne, su corpi-territori assoggettati alla logica del capitalismo, del patriarcato e della colonialità. Daniel Ortega e Rosario Murillo sono un’espressione di quell’eredità. Si presentano come eredi della Rivoluzione sandinista, ma non rompono con quella matrice coloniale-imperiale. Si rivestono del discorso e della simbologia della lotta contro il somozismo e contro l’impero statunitense, una lotta che nel 1979 aprì un orizzonte rivoluzionario e antimperialista di costruzione del socialismo. È vero che l’ingerenza statunitense è reale e storica. Gli Stati Uniti hanno sostenuto il somozismo e in seguito hanno cercato con ogni mezzo di distruggere il processo di trasformazione. Nel 1986, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati Uniti avevano violato il diritto internazionale attraverso il loro sostegno alla Contra e le loro azioni contro il Nicaragua, volte a vanificare i programmi della Rivoluzione, tra cui l’alfabetizzazione, la riforma agraria, la sanità comunitaria e il progresso dei diritti delle donne e delle popolazioni indigene. È inoltre innegabile che gran parte dell’opposizione provenga proprio da quella stessa eredità imperiale e si sfreghi le mani in attesa del crollo degli Ortega-Murillo. Ciò non scagiona coloro che oggi detengono il potere assoluto. Il fatto è che alcune frange della sinistra interpretano qualsiasi critica all’orteguismo come un megafono dell’impero e della destra e, nel rimpiangere così tanto una Rivoluzione che non era certo esente da eccessi, finiscono per proteggere coloro che riproducono la violenza in tutte le sue espressioni contro cui la stessa Rivoluzione si era ribellata. Mónica Baltodano, sandinista dissidente, avverte che la deriva autoritaria del Nicaragua non è scaturita dalla Rivoluzione, bensì da un accumulo di tradimenti e complicità successivi. Tra questi, sottolinea il patto del 1999 tra Ortega e l’ex presidente liberale Arnoldo Alemán, il silenzio dei settori imprenditoriali, le collusioni religiose con l’ortegismo e l’indifferenza della comunità internazionale. Per gli Ortega Murillo, le vite, i corpi e i diritti delle donne sono sempre stati merce di scambio. Nel 1998, Zoilamérica Narváez, figliastra di Daniel Ortega, lo denunciò pubblicamente per gli abusi sessuali che, secondo la sua testimonianza, aveva subito fin da bambina. L’apparato orteguista la screditò, respinse l’accusa e protesse Ortega con l’immunità parlamentare. Nel 2006, ormai riconciliatosi con il cardinale Miguel Obando y Bravo, il Congresso approvò, con i voti dell’ortegismo, il divieto totale dell’aborto terapeutico, nell’ambito della sua alleanza con le gerarchie religiose. Ortega vinse quelle elezioni e il femminismo nicaraguense, protagonista della guerra contro Somoza e del processo rivoluzionario, fu sacrificato in quella transazione. La deriva autoritaria non è esclusiva del Nicaragua. In El Salvador, l’Assemblea ha approvato e ratificato in un solo giorno, senza dibattito, una riforma che consente la rielezione a tempo indeterminato di Nayib Bukele. In Costa Rica, l’amministrazione di Laura Fernández e l’ex presidente Rodrigo Chaves hanno intensificato i loro attacchi contro il potere giudiziario e altri contrappesi istituzionali. Non si tratta di regimi equivalenti, ma in tutti e tre i casi si riconosce lo stesso movimento verso l’autoritarismo, nel tentativo di modificare le regole dall’alto affinché il potere smetta di essere realmente in gioco. In Nicaragua ci sono molte persone che sostengono il governo, che si sentono libere e lo difendono. Fanno parte della stessa contraddizione, perché un governo può garantire un tetto e del cibo e, al contempo, imprigionare chi dissente. Nessun processo, nemmeno quello intrapreso in nome della liberazione, è al riparo dal riprodurre ciò che ha combattuto. I processi di trasformazione politica non sono un orizzonte armonioso. Sono permeati da tensioni che non sempre è possibile risolvere; anzi, rendere visibile il conflitto stesso permette di trovare vie d’uscita. È il «ch’ixi» del pensiero aymara a cui si riferisce Rivera Cusicanqui, quel grigio screziato le cui macchie convivono senza mai fondersi. Non si tratta di conciliare le contraddizioni né di cancellarle in una sintesi consolatoria, ma di mantenere la differenza che le rende visibili. Questa prospettiva è importante per comprendere appieno parte di ciò che sta accadendo in Nicaragua. La democrazia non si esaurisce nel votare ogni certo periodo. È la libertà di espressione, è il diritto di partecipare alla politica, è l’esistenza di fonti di informazione indipendenti dal governo, è la separazione dei poteri, è un sistema di controlli e contrappesi e il fatto che i cittadini abbiano spazi e capacità per frenare o promuovere le leggi che li riguardano. La democrazia è anche giustizia sociale, riconoscimento e ridistribuzione. È la possibilità di trovare un percorso collettivo e proprio verso una vita dignitosa e buona. Nulla di tutto ciò è realizzabile in un contesto di saccheggio, corruzione, impunità, abuso, repressione, limitazione dei diritti e delle libertà e, soprattutto, manipolazione della memoria. Coloro che mettono in discussione il potere degli Ortega-Murillo possono pagare col carcere, l’esilio, la privazione della cittadinanza, la confisca dei propri beni o addirittura la vita. Questo cerchio repressivo aiuta a spiegare perché non si intravede un’alternativa in grado di spezzare quella matrice né la logica della colonialità della democrazia. Per questo motivo, la via d’uscita va oltre il ripristino di una democrazia procedurale. Perché in Nicaragua, come nel resto dell’istmo centroamericano, non è mai stata costruita una democrazia in grado di garantire libertà e diritti a coloro che sono stati storicamente esclusi dalla democrazia stessa. La nostalgia e la malinconia non favoriscono alcun processo di liberazione né la democrazia stessa, perché la memoria della Rivoluzione può conservare la sua forza emancipatoria, legata alla giustizia sociale e al «buon vivere», solo se viene sottoposta a una critica che la proietti come orizzonte di trasformazione. The post Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 31, 2026
Popoff Quotidiano
Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio
IL RAPPORTO ANNUALE DELLA SCUOLA DI CULTURA DELLA PACE DELL’UAB INDIVIDUA 40 GUERRE IN CORSO NEL MONDO E METTE IN GUARDIA DA UN AUMENTO DEI CONFLITTI ARMATI E DELLE LORO CONSEGUENZE UMANITARIE da El Salto, Josep Maria Royo, Scuola di Cultura della Pace dell’UAB Il mondo sta vivendo una nuova ondata di violenza armata a livello globale. Nel 2025 sono stati registrati 40 conflitti armati attivi (37 nel 2024), il dato più elevato dal 2011 e uno dei più alti da quando la Escola de Cultura de Pau (ECP) dell’Universitat Autònoma de Barcelona redige i propri rapporti annuali sui conflitti internazionali. La tendenza all’aumento del numero di conflitti armati negli ultimi anni è andata di pari passo con un significativo incremento delle tensioni sociopolitiche a livello mondiale, per un totale di 113 nel 2025. Queste sono alcune delle principali conclusioni del rapporto «Alerta 2026! Informe sobre conflictos, derechos humanos y construcción de paz», che analizza l’evoluzione dei conflitti armati, delle tensioni sociopolitiche e dell’impatto delle guerre sulla popolazione civile e sui diritti umani. Secondo lo studio, nel corso del 2025 si sono verificati 40 conflitti armati e 113 episodi di tensione sociopolitica in tutto il mondo. L’Africa continua a registrare il maggior numero di guerre (17), seguita da Asia e Pacifico (12) e Medio Oriente (7), mentre Europa e America registrano due conflitti armati ciascuna. I conflitti armati ad alta intensità – caratterizzati da elevati livelli di letalità (oltre mille vittime all’anno) e da gravi ripercussioni in termini di sfollamento della popolazione, distruzione delle infrastrutture e conseguenze sul territorio – hanno rappresentato il 50% dei casi nel 2025. Il continente colpito dal maggior numero di conflitti ad alta intensità è stato l’Africa (11 guerre ad alta intensità e il 55% del totale dei casi più gravi al mondo), seguita dal Medio Oriente (4 casi e il 20% del totale dei casi più gravi al mondo). Tuttavia, tra questi una ventina di casi ad alta intensità ve ne sono alcuni che superano ampiamente la cifra di mille vittime. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), soprattutto nella parte orientale, nel 2025 sono state registrate oltre 6.800 vittime, per lo più civili, secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data (ACLED). La situazione nella parte orientale della RDC nel corso dell’anno è stata caratterizzata dall’aggravarsi dell’offensiva del gruppo armato M23 e del Ruanda in territorio congolese, iniziata alla fine del 2021, dal crescente coinvolgimento del Burundi a sostegno della RDC e dal fallimento delle iniziative diplomatiche degli Stati Uniti e del Qatar. Ad Haiti, secondo i dati delle Nazioni Unite, tra gennaio e novembre del 2025 sono stati registrati oltre 8.100 omicidi, una cifra che la stessa ONU ritiene possa essere sensibilmente superiore a causa delle difficoltà di accesso alle zone controllate dalle bande. La violenza complessiva in Somalia ha causato oltre 9.900 vittime uccise, sfiorando la soglia dei 10.000, secondo i dati dell’ACLED. Per quanto riguarda il conflitto nella regione del Sahel occidentale, la violenza politica ha causato oltre 10.000 morti in Burkina Faso, Mali e Niger. Ancora una volta, il Burkina Faso si è confermato il paese più colpito dalla violenza jihadista nella regione, rappresentando il 55% di tutte le vittime legate al conflitto nel Sahel. D’altra parte, la guerra civile in Sudan ha causato nel 2025 la morte di oltre 17.800 persone, risultando il conflitto armato più letale del continente africano. Il conflitto e la violenza armata in Myanmar hanno causato oltre 15.300 vittime nel 2025. L’offensiva israeliana contro Gaza ha continuato a registrare livelli di mortalità molto elevati. Secondo il bilancio dell’OCHA basato sulle informazioni del Ministero della Salute di Gaza, da ottobre 2023 fino alla fine del 2025 più di 70.000 palestinesi, uomini e donne, sono morti a Gaza, una cifra prudente secondo diverse analisi. Infine, il conflitto armato più letale del 2025 è stato quello relativo all’invasione russa e alla guerra tra Russia e Ucraina, che ha causato oltre 78.000 vittime in Ucraina, secondo l’ACLED. AUMENTO DELLE GUERRE INTERNAZIONALI Il rapporto mette in guardia in particolare dall’aumento dei conflitti internazionali. Nel 2025 sono state registrate nove guerre tra Stati diversi o chiaramente internazionalizzate, il numero più alto da quando l’ECP utilizza l’attuale metodologia di classificazione. Tra i nuovi conflitti armati identificati vi è lo scontro tra India e Pakistan, la grave escalation tra Thailandia e Cambogia e la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, nota nel 2025 come “la guerra dei 12 giorni” e che si è riaperta nel 2026. L’ECP avverte che questa evoluzione riflette un deterioramento della sicurezza globale ed è lo specchio di un sistema internazionale in cui molti attori non danno priorità alla prevenzione, all’affrontare le cause profonde delle controversie e al sostegno al dialogo. Infine, va sottolineato che questo quadro di intensificazione dei conflitti armati e delle loro gravi ripercussioni sui civili si è verificato in un contesto di aumento delle tensioni geopolitiche a livello mondiale, in uno scenario caratterizzato da cambiamenti nell’ordine globale e da un crescente militarismo e militarizzazione. In linea con le tendenze osservate negli anni precedenti, l’analisi annuale dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (SIPRI, dall’acronimo inglese) ha confermato un aumento senza precedenti della spesa militare a livello mondiale. Secondo i dati pubblicati nel 2025, tali spese hanno raggiunto i 2.718 milioni di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% rispetto al 2023, il incremento annuale più marcato almeno dalla fine della Guerra Fredda. IMPATTO DEI CONFLITTI ARMATI SULLA POPOLAZIONE CIVILE Nel 2025 la popolazione civile ha continuato a subire gravissime conseguenze derivanti dai conflitti armati, i cui effetti si sono in molti casi intrecciati con altre crisi quali l’emergenza climatica, le disuguaglianze e le situazioni di insicurezza alimentare, che hanno aggravato le violazioni dei diritti in questi contesti. Nel suo rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, pubblicato nel giugno 2025 e relativo agli eventi del 2024, il segretario generale dell’ONU ha segnalato tendenze allarmanti. António Guterres ha messo in guardia sull’elevato numero di vittime e feriti tra i civili, anche a causa dell’uso di bombe di maggiori dimensioni con esplosivi ad alta potenza in zone densamente popolate, una tendenza che si è accentuata. Ha inoltre messo in guardia riguardo alle munizioni inesplose e agli ordigni esplosivi improvvisati. Secondo i dati di tale rapporto, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 36.000 vittime civili in 14 conflitti armati. Casi come quelli di Afghanistan, Colombia, Etiopia, Libano, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Ucraina e Palestina sono stati teatro di un elevato numero di morti e feriti tra i civili, come segnalato dalle Nazioni Unite. L’organismo internazionale ha inoltre documentato denunce di torture, esecuzioni extragiudiziali, arresti, detenzioni arbitrarie, prese di ostaggi, sparizioni forzate, violenza sessuale e sfollamenti forzati, tra cui in Afghanistan, Colombia, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Palestina. Spiccano inoltre i danni a beni civili e infrastrutture critiche in numerosi conflitti, tra cui, per la sua grave entità, il caso di Gaza. Un’altra tendenza preoccupante segnalata dalle Nazioni Unite è stata l’insicurezza alimentare nei contesti di conflitto. Nel 2024, oltre 280 milioni di persone hanno affrontato una situazione di elevata insicurezza alimentare (fase 3) in 59 paesi e territori, gran parte dei quali colpiti da conflitti armati. Le Nazioni Unite hanno inoltre sottolineato il persistere della violenza sessuale legata ai conflitti, con 4.500 casi verificati nel 2024. Il 93% delle vittime era costituito da donne o ragazze. Il segretario generale ha anche denunciato l’erosione del rispetto del diritto internazionale umanitario. L’analisi dei conflitti armati nel 2025 rileva il persistere delle preoccupanti tendenze evidenziate nel rapporto del Segretario Generale dell’ONU. Nel 2025 si sono distinti casi come Gaza, la Repubblica Democratica del Congo (est), il Sudan, il Sud Sudan, la Somalia, Haiti, la Russia-Ucraina o il Myanmar, tra gli altri, per la gravità delle ripercussioni sui civili. I livelli di violenza da parte di Israele contro la popolazione palestinese hanno continuato a essere esorbitanti e hanno suscitato crescenti accuse di genocidio. Nella RDC (orientale), l’M23 e il Ruanda hanno condotto una campagna sistematica di repressione nelle zone occupate, che ha incluso esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate e attacchi notturni agli ospedali. Inoltre, il conflitto ha continuato a generare gravi problemi relativi alla protezione della popolazione civile, quali violenza di genere, reclutamento di minori, rapimenti e sfollamenti su larga scala. Circa 27,7 milioni di persone, più di un quarto della popolazione, necessitavano di assistenza umanitaria. In Sudan l’impatto della guerra sulla popolazione civile nel 2025 è stato devastante. Si stima che oltre 21 milioni di persone soffrissero di insicurezza alimentare acuta, con focolai di carestia in tutto il Paese, poiché entrambe le parti in conflitto bloccano attivamente gli aiuti umanitari. Nel Sud Sudan, la guerra ha esacerbato la crisi umanitaria e quasi la metà della popolazione soffriva di fame acuta. In Somalia, l’ONU ha stimato che oltre 4,4 milioni di persone avrebbero sofferto di insicurezza alimentare acuta. Ad Haiti, la crisi umanitaria e di sicurezza si è aggravata, con circa 9.000 omicidi e oltre la metà della popolazione in condizioni di insicurezza alimentare. Inoltre, l’UNICEF ha segnalato che circa la metà dei membri delle bande armate era costituita da minori. Per quanto riguarda la guerra tra Russia e Ucraina, nel corso dell’anno si è verificato un grave deterioramento delle condizioni di vita nelle regioni del fronte, con ingenti danni alle abitazioni e ad altre infrastrutture civili; secondo l’OCHA, nel 2026 10,8 milioni di persone in Ucraina avranno bisogno di assistenza umanitaria. In Siria, nel corso dell’anno si è registrato un numero particolarmente elevato di massacri, con quasi 2.700 vittime in 63 episodi, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR). Nel 2025 è stato constatato l’uso della violenza sessuale in numerosi conflitti armati, tra cui Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (est), regione del Lago Ciad (da parte di Boko Haram), Somalia, Sudan, Haiti e Colombia. Tra gli altri casi, in Somalia va sottolineata la persistenza della violenza sessuale nel conflitto, di carattere generalizzato e commessa principalmente da al-Shabaab. Le autorità hanno ricevuto quasi 15.000 denunce di violenza sessuale e di genere tra marzo e agosto del 2025. Ad Haiti, le Nazioni Unite hanno segnalato l’aumento degli stupri di gruppo e hanno denunciato che nel 2025 i casi di violenza sessuale erano aumentati del 40%, quasi tutti ai danni di donne e bambine, nella stragrande maggioranza dei casi da parte delle bande armate come strategia di controllo, terrore e vendetta contro persone accusate di collaborare con lo Stato. Va sottolineato che tra gli impatti più evidenti dei conflitti armati figurano ancora gli sfollamenti forzati della popolazione. Secondo il rapporto semestrale sulle tendenze pubblicato dall’UNHCR nel novembre 2025, che riporta i dati raccolti durante il primo semestre dell’anno, la popolazione globale sfollata con la forza – sia rifugiati che sfollati interni – ammontava a 117,3 milioni di persone. Ciò ha rappresentato una diminuzione del 5% rispetto al 2024, in contrasto con la tendenza all’aumento incessante registrata negli anni precedenti. Secondo l’UNHCR, tale riduzione è stata associata al marcato aumento dei rientri di rifugiati e sfollati in alcune delle crisi più gravi, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo, in Siria, in Sudan e in Afghanistan. Alla fine dell’anno il Sudan rappresentava la crisi di sfollamento più grave al mondo, con 12,8 milioni di persone sfollate a causa della violenza, secondo i dati dell’ONU, di cui 4,3 milioni fuggite dal Paese, principalmente verso l’Egitto, il Ciad e il Sud Sudan. RETROCESSIONI NEI DIRITTI DELLE DONNE In coincidenza con il 25° anniversario della risoluzione 1325 dell’ONU su donne, pace e sicurezza, il rapporto mette in guardia da una regressione globale dei diritti delle donne. Secondo lo studio, il 70% dei conflitti armati di massima intensità si verifica in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere. 23 dei 40 conflitti armati verificatisi nel 2025 hanno avuto luogo in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere, e 16 dei 20 conflitti armati ad alta intensità del 2025 (l’80%) si sono verificati in paesi in cui l’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali aveva documentato leggi o politiche che criminalizzavano la popolazione LGTBIQ+. Inoltre, la partecipazione delle donne ai processi di pace promossi dalle Nazioni Unite continua a diminuire. L’ONU ha verificato oltre 4.600 casi di violenza sessuale legata ai conflitti nel corso del 2024, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Il 93% delle vittime erano donne e ragazze. The post Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 30, 2026
Popoff Quotidiano
In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni
L’ANNUNCIO DURANTE LE CELEBRAZIONI PER IL 47° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE SANDINISTA, GLI ESPERTI E L’OPPOSIZIONE IN ESILIO SI INTERROGANO SUL FUTURO DEL REGIME, MENTRE WASHINGTON INASPRISCE I TONI Louise André-Williams su Mediapart «Qui non ci saranno più elezioni». Mentre aleggiavano dubbi sullo svolgimento di elezioni democratiche nel novembre 2026 in Nicaragua, l’annuncio clamoroso del presidente Daniel Ortega, in occasione delle commemorazioni del 47° anniversario della rivoluzione sandinista domenica 19 luglio, ha il pregio di essere chiaro. Con questa decisione, il Paese di 7 milioni di abitanti, governato con pugno di ferro dal leader sandinista da diciannove anni, compie un ulteriore passo avanti nella distruzione della democrazia. «È in un certo senso il colpo di grazia, ma in realtà non fa altro che istituzionalizzare una realtà che era già presente», afferma a Mediapart Alexandra Salazar, avvocata e attivista per i diritti umani in esilio in Spagna. Lo Stato centroamericano non ha più conosciuto elezioni senza irregolarità dal 2008. Sulla scia delle grandi manifestazioni del 2018 – durante le quali sono morte più di 300 persone, secondo le Nazioni Unite –, il governo ha lanciato una vasta ondata di repressione contro l’opposizione, le organizzazioni civili e la stampa indipendente. In occasione delle ultime elezioni del 2021, Daniel Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, nominata copresidente nel 2014, avevano preventivamente incarcerato gli undici candidati dell’opposizione, assicurandosi così una quarta rielezione con un risultato dichiarato del 75,92% dei voti. Tale risultato non è mai stato confermato da un organismo indipendente. Nel 2025, Ortega e Murillo hanno fatto approvare una riforma costituzionale che conferisce loro pieni poteri e vieta la partecipazione alle elezioni ai partiti politici che non condividono «la stessa linea ideologica» del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il partito presidenziale. VERSO UN REGIME MONOPARTITICO Ormai, in Nicaragua sono di fatto autorizzati solo due partiti: l’FSLN e il Partito Liberale Costituzionalista, alleato dei sandinisti. Le figure dell’opposizione sono in carcere o in esilio. Circa 450 nicaraguensi sono stati privati della cittadinanza. In questo contesto, l’annuncio fatto dall’ex guerrigliero domenica 19 luglio non ha suscitato sorpresa. «Ortega ha sempre affermato che i partiti sono indesiderabili perché, secondo lui, dividono la società», dichiara Juan Sebastián Chamorro, uno dei candidati alla presidenza incarcerati prima delle elezioni del 2021, alla Radio y Televisión Española (RTVE). A suo avviso, Ortega vuole imporre al Nicaragua un regime monopartitico, sul modello di Cina, Cuba e Corea del Nord. Secondo il giornalista del media in esilio Divergentes Wilfredo Miranda Aburto, la decisione di sopprimere semplicemente e puramente le elezioni ha «provocato la rabbia della stessa base sandinista. Si agisce una misura che proprio [Anastasio] Somoza [Debayle, l’ex dittaore del Nicaragua – ndt] non avrebbe osato prendere». È difficile, infatti, secondo il giornalista, non paragonare il regime di Ortega-Murillo a quello che l’ex guerrigliero aveva rovesciato nel 1979. La dinastia dei Somoza aveva dominato il Paese per quarantatré anni, con il sostegno degli Stati Uniti. Per Mónica Baltodano, storica ed ex guerrigliera sandinista, il divieto di tenere le elezioni annunciato da Daniel Ortega nel giorno della commemorazione della rivoluzione del 1979 è «l’espressione stessa dell’antitesi di ciò che rappresentava quella lotta, degli obiettivi e degli impegni di una lotta che è costata la vita a così tante persone. È una vera e propria provocazione fare questo annuncio in occasione dell’anniversario della fine di una dittatura». La forma giuridica che assumerà il divieto delle elezioni è ancora incerta. Sulla stampa, l’opposizione ipotizza diversi scenari: o il regime sospenderà le elezioni tramite una riforma costituzionale, oppure trasformerà l’Assemblea nazionale in Assemblea costituente, senza indire nuove elezioni. Il vantaggio di questa seconda opzione per la coppia presidenziale? La possibilità di assicurarsi la presidenza a vita. Per l’analista politico ed ex deputato dell’opposizione Eliseo Nuñez, in esilio in Costa Rica dal 2021, questa manovra ha in ogni caso lo scopo di «garantire la successione della dinastia». Daniel Ortega ha infatti espresso il desiderio di governare per altri dieci anni, ma la sua età avanzata – 80 anni – lascia spazio a dubbi. Rimane sua moglie, Rosario Murillo, e, alle sue spalle, i nove figli della coppia, che secondo il media Nicaragua Investiga «tirano già le fila del Paese in settori chiave come gli affari, i media, la moda e lo sport». GLI STATI UNITI «NON RESTERANNO A GUARDARE» La decisione di annullare le elezioni ha scatenato un’ondata di condanne da parte della comunità internazionale, in primis da parte degli Stati Uniti, principale partner commerciale del Nicaragua, che stanno già applicando restrizioni sui visti a numerosi funzionari nicaraguensi. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avvertito sul social network X, il 21 luglio, che Donald Trump e la comunità internazionale «non resteranno con le mani in mano mentre la dittatura […] intensifica la repressione e crea un’instabilità che minaccia la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. «Abolire» le elezioni «dimostra la vigliaccheria e la paura [di Daniel Ortega] nei confronti della volontà del popolo nicaraguense», ha aggiunto, invitando i membri della comunità internazionale a «unire le forze per dimostrare alla dittatura Murillo-Ortega che non può aspettarsi di mantenere relazioni con le altre nazioni come se nulla fosse». Secondo il New York Times, il discorso di Ortega riflette una «crescente paranoia» della coppia presidenziale da quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi a gennaio e l’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni su Cuba – due paesi latinoamericani alleati del Nicaragua. In America Centrale, l’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste. Il Costa Rica, primo Paese a reagire, ha richiamato il proprio ambasciatore per consultazioni, seguito pochi giorni dopo da Panama, dal Guatemala e dalla Repubblica Dominicana. El País sottolinea tuttavia il «silenzio eloquente» del Salvador di Nayib Bukele, proprio mentre il suo alleato, gli Stati Uniti, ha condannato le azioni di Ortega. Anche il presidente honduregno, Nasry Asfura, molto vicino a Trump, è rimasto in silenzio. L’avvocata Alexandra Salazar rileva l’assenza di reazioni, finora, da parte di Messico, Colombia e Argentina. Deplora più in generale che «la situazione in Nicaragua non trovi l’eco che merita nell’attuale contesto internazionale». «Da anni, quando ci rivolgiamo alla comunità internazionale, ci troviamo di fronte a una sorta di vuoto». E aggiunge un monito: «Ci sono persone in carcere, vite messe in sospeso, persone torturate, il 10% della popolazione in esilio fuori dal territorio». La storica Mónica Baltodano giudica «incoraggianti» le recenti prese di posizione ufficiali in America centrale, la cui mancanza di solidarietà con l’opposizione è stata, secondo lei, «una delle grandi lacune degli ultimi anni». Anche Eliseo Núñez esprime «la speranza» che queste reazioni diplomatiche gli infondono: «Questa volta, Ortega potrebbe ritrovarsi davvero isolato». Accoglie inoltre con favore la reazione dell’Unione europea (UE), che ha esortato il regime nicaraguense a organizzare le elezioni «come previsto» e a garantire che si svolgano «in modo trasparente, inclusivo e credibile». Il governo del Nicaragua ha definito queste critiche «ingerenze imperialiste»: «Non siamo vassalli di nessuno». Il 27 luglio, la copresidente Rosario Murillo ha annunciato di aver avviato un «processo di consultazione», con l’obiettivo di far approvare la riforma costituzionale all’inizio di settembre.   The post In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
Popoff Quotidiano
Mamdani non può arrestare Netanyahu. Ma può comunque far male a Israele
I LEGAMI TRA NEW YORK CITY E ISRAELE VANNO BEN OLTRE LA FIGURA DI UN SINGOLO UOMO, E CI SONO MISURE CONCRETE CHE MAMDANI PUÒ ADOTTARE PER SPEZZARE TALI LEGAMI Tariq Kenney Shawa su The Nation In qualità di palestinese-americano cresciuto a New York, è difficile descrivere quanto sia edificante — e, onestamente, surreale — sentire il sindaco della mia città natale parlare dei palestinesi come se le nostre vite avessero un valore intrinseco. Bisogna ammettere che l’asticella è estremamente bassa. Per decenni, i politici newyorkesi hanno trattato i palestinesi, nella migliore delle ipotesi, come un fastidio, mentre gareggiavano spudoratamente per dimostrare una fedeltà sempre maggiore a Israele. In questo contesto, il rifiuto del sindaco Zohran Mamdani di dimenticare la Palestina rappresenta una vera e propria svolta. Questa settimana ha dichiarato davanti alle telecamere che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra genocida che non è il benvenuto a New York City — anche se a quelle parole è seguita l’ammissione che, nonostante i desideri di Mamdani, egli non ha l’autorità indipendente, in qualità di sindaco, di arrestare Netanyahu per quei crimini qualora questi dovesse mai mettere piede in città. Naturalmente, è sempre stato dubbio che un sindaco di New York possedesse l’autorità di ordinare l’arresto di un leader straniero in carica, in particolare uno la cui impunità è così profondamente garantita da Washington. Ancor prima che Mamdani entrasse in carica, esperti legali avevano avvertito che la sua promessa elettorale di arrestare Netanyahu si sarebbe scontrata frontalmente con i limiti costituzionali del potere municipale. Ciò non significa che l’impegno fosse privo di valore. Ha posto il diritto internazionale come standard da seguire e ha contribuito a portare la criminalità di Netanyahu e le prospettive di una più ampia assunzione di responsabilità al centro del dibattito politico mainstream. Ha creato un netto contrasto con il principale rivale di Mamdani, l’ex governatore Andrew Cuomo, che è entrato a far parte del team legale di Netanyahu dopo che la Corte penale internazionale aveva emesso un mandato di arresto nei confronti del primo ministro. E ha dimostrato che la deferenza rituale nei confronti di Israele non è più un principio non negoziabile della politica statunitense. Ecco il sindaco di New York City, la città più sionista dal punto di vista istituzionale e demografico al di fuori di Tel Aviv, che descriveva apertamente il primo ministro israeliano con gli stessi termini che i palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani, le istituzioni giuridiche internazionali e gran parte del mondo utilizzano da anni. A giudicare dalla reazione al video di Mamdani di questa settimana, c’è un forte desiderio di questo tipo di chiarezza morale: al momento della stesura di questo articolo, il video di Mamdani aveva raccolto oltre 90 milioni di visualizzazioni su Twitter e 9 milioni di “mi piace” su Instagram, con un numero in continua crescita. Eppure, mentre le lodi per il video inondavano i feed dei social media, l’euforia iniziale ha lasciato il posto a un familiare disagio: ancora una volta, la retorica stava eclissando l’azione concreta. Perché per i palestinesi è sempre esistito un crudele abisso tra riconoscimento e conseguenze — un abisso che non ha fatto che crescere durante il genocidio di Gaza. Per quasi tre anni, abbiamo assistito a un numero crescente di governi che riconoscono le nostre sofferenze pur continuando a favorirlo; i giornalisti documentano le nostre morti mentre ripropongono le giustificazioni e le scuse fornite da chi ci uccide; e i politici condannano le persone giuste e dicono le cose giuste, senza però arrivare a mettere fondamentalmente in discussione il sistema che sostiene il massacro. La sincerità e il coraggio di Mamdani quando si tratta di prendere le difese della Palestina non sono in discussione. Né lo è il suo desiderio di chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni. Ma ora che ha confermato che l’arresto di Netanyahu è fuori discussione, deve dimostrare quali misure concrete è disposto a intraprendere per porre fine al coinvolgimento di New York City nell’infrastruttura politica, finanziaria e di polizia che sostiene l’impunità di Israele. E non fraintendete: ci sono misure concrete che Mamdani può adottare. La complicità di New York nei crimini di Israele non è astratta. È radicata nei portafogli obbligazionari, nei registri degli appalti, nei contratti di sorveglianza, nelle collaborazioni con le forze dell’ordine e nei privilegi fiscali concessi alle organizzazioni che contribuiscono all’espropriazione dei palestinesi. Queste relazioni rientrano molto più nell’ambito delle effettive competenze di Mamdani di quanto non abbia mai fatto l’arresto di un leader straniero. Appena insediato, Mamdani ha revocato i decreti esecutivi di Eric Adams che impedivano alle istituzioni cittadine di disinvestire da Israele e imponevano alle agenzie municipali la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che confonde erroneamente la critica a Israele con l’antisemitismo. Questa revoca ha riaperto lo spazio politico che Adams aveva deliberatamente cercato di chiudere. Ma revocare un decreto anti-BDS non è la stessa cosa come un’azione volta attivamente al disinvestimento. I fondi pensione della città di New York detengono centinaia di milioni di dollari in attività israeliane, e il controllore Mark Levine ha promesso di riprendere gli investimenti in titoli israeliani (il suo predecessore, Brad Lander, aveva lasciato scadere tali investimenti). In passato, i funzionari municipali hanno utilizzato la governance dei fondi pensione per perseguire il disinvestimento da settori e governi che ritenevano inaccettabili. Non vi è alcuna ragione di principio per cui Israele debba rimanere l’unico esente dallo stesso scrutinio. Mamdani non può liquidare gli investimenti con un decreto esecutivo: i sistemi pensionistici della città sono governati da consigli di amministrazione separati e il controllore esercita un’autorità sostanziale sui loro investimenti. Ma il sindaco non è impotente. Mamdani può fare del disinvestimento dai titoli di Stato israeliani e dalle aziende implicate nell’occupazione, nell’apartheid, nell’espansione degli insediamenti, nella sorveglianza e nel genocidio un obiettivo politico esplicito della sua amministrazione. Può spingere i membri da lui nominati nei consigli di amministrazione dei fondi pensione a proporre il disinvestimento, nominare amministratori fiduciari che sostengano i diritti dei palestinesi e collaborare con i sindacati e i beneficiari delle pensioni per assicurarsi i voti necessari a far approvare la sua agenda. Mamdani potrebbe inoltre ordinare una revisione contabile pubblica completa dei contratti della città di New York e dei rapporti istituzionali con le società militari e di sicurezza israeliane. Il NYPD, ad esempio, ha stipulato contratti con società di intelligence israeliane e ha mantenuto una presenza di collegamento in Israele. Mamdani dovrebbe stabilire quali di questi rapporti siano ancora attivi, renderli pubblici e porre fine a quelli che legano la città all’architettura dell’occupazione e del genocidio israeliani. Potrebbe inoltre chiedere pubblicamente al procuratore generale dello Stato di New York, Letitia James, di avviare un’indagine indipendente su come Netanyahu e altri funzionari israeliani possano aver arrecato danno ai newyorkesi. Infine, Mamdani può avvalersi del potere politico del Municipio per contrastare l’infrastruttura delle organizzazioni no profit con sede a New York che contribuisce a finanziare il progetto di insediamento israeliano. In qualità di sindaco, non può dare ordini al procuratore generale dello Stato né revocare unilateralmente lo status di esenzione fiscale di un’organizzazione. Ma può esigere che si indaghi per verificare se le organizzazioni registrate a New York che finanziano l’espansione degli insediamenti o la violenza dei coloni abbiano violato i requisiti relativi agli scopi di beneficenza, le norme sulla trasparenza, le sanzioni, le leggi antifrode o altri obblighi legali esistenti. Mamdani può anche fare di più per impedire che in tutta la città si tengano aste di terreni rubati e, come minimo, tutelare il diritto dei newyorkesi di protestare contro di esse. E quando Netanyahu alla fine visiterà New York, come previsto in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, Mamdani potrà garantire che la sua visita sia priva dell’accoglienza con tappeto rosso a cui è abituato. Il sindaco potrebbe guardare al 1995 per trarre ispirazione dall’allora sindaco Rudy Giuliani, che fece espellere Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, da un concerto delle Nazioni Unite al Lincoln Center mentre si trovava in città per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Potrebbe ordinare al Dipartimento di Polizia di New York di non fornire assistenza al corteo di Netanyahu. E quando i manifestanti scenderanno in strada, Mamdani dovrebbe garantire che la polizia di New York non li maltratti. Nessuna di queste misure promette l’aura teatrale di un arresto di Netanyahu sulla pista dell’aeroporto. Sono più burocratiche, più difficili e molto meno suscettibili di generare un video virale (anche se il team di Mamdani addetto ai social media ha dimostrato di saper rendere virali anche i contenuti sulle questioni più procedurali). Ma queste misure possono avere un impatto diretto sulla vita dei palestinesi che ogni giorno subiscono l’assalto genocida di Israele. Inoltre, otterranno qualcosa che l’attenzione di Mamdani su Netanyahu non può ottenere: rafforzare la verità secondo cui la natura genocida di Israele va ben oltre un singolo individuo. I legislatori democratici hanno trascorso anni eludendo le richieste di una vera responsabilità, ridefinendo la distruzione di Gaza come «la guerra di Netanyahu» — un gioco di prestigio che isola un singolo autore particolarmente ripugnante, oscurando al contempo la vasta macchina politica, militare e sociale necessaria per portare a termine un genocidio. Così facendo, dipingono il genocidio, l’occupazione, l’apartheid e la pulizia etnica di Israele come semplici deviazioni da un sistema altrimenti redimibile, piuttosto che come espressioni di quel sistema stesso. Se solo gli israeliani potessero sbarazzarsi di Netanyahu, potrebbe emergere un Israele più ragionevole e liberale. Ma Netanyahu non era ancora nato nel 1948, quando le milizie sioniste costrinsero oltre 750.000 palestinesi ad abbandonare le loro case sotto la minaccia delle armi durante la Nakba. Non è stato lui a inventare l’assedio di Gaza. Né ha dato vita a una società israeliana in cui l’82 per cento degli israeliani ebrei sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza. Se Netanyahu venisse in qualche modo arrestato domani, il genocidio di Israele continuerebbe sotto la guida di un altro leader israeliano. Ridurre i crimini di Israele a un solo uomo offre al sistema più ampio che lo ha coltivato una via di fuga. Permette agli americani di immaginare che la responsabilità possa essere assolta con un solo arresto, piuttosto che con lo smantellamento dei canali di approvvigionamento di armi, degli investimenti finanziari, delle protezioni diplomatiche, delle collaborazioni di polizia e delle alleanze politiche che sostengono il genocidio. Ecco perché l’attenzione deve spostarsi dallo spettacolo dell’arresto di Netanyahu verso il lavoro, meno spettacolare ma più incisivo, di affrontare la complicità alla radice. Voglio essere ancora una volta chiaro: non metto in dubbio la solidarietà di Mamdani nei confronti dei palestinesi. Penso che vorrebbe poter fare molto di più e agire senza i vincoli delle realtà angoscianti del governo, della formazione di coalizioni e della politica elettorale. Come tante persone in tutto il Paese, sono profondamente ispirato dalla visione di Mamdani per la città di New York. Ha già migliorato in modo tangibile la vita di tantissimi newyorkesi, come è sua prerogativa principale. Allo stesso tempo, ha ampliato notevolmente i confini di ciò che la politica democratica può essere e rappresentare in questo momento cruciale della storia americana. Ma sono anche abbastanza grande da ricordare un altro leader che è salito alla carica più alta del Paese con un allettante messaggio di speranza, per poi lasciarci senza quel cambiamento concreto che aveva promesso. Mamdani ha l’opportunità di rompere con quell’eredità — di dimostrare che la speranza non deve necessariamente rimanere una mera posa retorica e che la chiarezza morale può tradursi nel lavoro paziente e difficile di smantellare l’architettura finanziaria, politica e istituzionale che lega la sua città a uno Stato di apartheid genocida. I sostenitori della Palestina hanno lottato contro ostacoli straordinari per cambiare l’opinione pubblica e entrare nelle istituzioni del potere americano. La vittoria di Mamdani e il modello che ha delineato per i futuri leader di tutto il Paese sono tra i risultati più promettenti di quella lotta. Ma una trasformazione dell’egemonia culturale da sola non fermerà una bomba, non ricostruirà un ospedale né riporterà una famiglia palestinese sfollata alla propria casa. Il semplice fatto di raggiungere le sedi del potere contro ogni previsione non servirà a nulla per i palestinesi che ogni giorno vengono uccisi, affamati ed espulsi, a meno che quel potere appena conquistato non venga convertito in una pressione audace e concreta sia sugli individui che sulle istituzioni che rendono possibile il genocidio. A Mamdani potrà anche mancare la giurisdizione per arrestare Netanyahu, ma non gli manca certo il potere di iniziare a districare la città di New York dal sistema che Netanyahu rappresenta. Per il bene di tutti i newyorkesi e di tutti i palestinesi, dovrebbe mettersi all’opera immediatamente. The post Mamdani non può arrestare Netanyahu. 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July 27, 2026
Popoff Quotidiano
New York, l’isteria degli italo-americani reazionari
LA FALSA POLEMICA DIETRO L’“ESCLUSIONE” DI LITTLE ITALY DALLA MAPPA DELLE ENCLAVI DI IMMIGRATI REDATTA DAL SINDACO MAMDANI RIVELA UNA CINICA POLITICA DEL VITTIMISMO Chris Gelardi su The Nation Nel maggio 1971, decine di membri della Jewish Defense League entrarono in un’aula del tribunale federale di Brooklyn. Il loro leader, Meir Kahane, aveva apparentemente fondato il gruppo per combattere l’antisemitismo, in particolare nell’Unione Sovietica, anche se ben presto esso si trasformò in una vera e propria organizzazione sionista estremista, che sosteneva l’espulsione di massa degli arabi dalla Palestina. La Lega si dedicò al terrorismo e alla violenza, portando i procuratori federali a incriminare Kahane e sei dei suoi collaboratori per presunto traffico di armi ed esplosivi. In aula entrò anche Joseph Colombo, presunto capo di una delle famigerate famiglie mafiose di New York City. Si portò dietro una sua banda: i membri della Lega per i diritti civili italo-americani, che Colombo aveva fondato, presumibilmente per opporsi a quella che il gruppo considerava una discriminazione anti-italiana. (La sua causa più nota consisteva nell’eliminare termini “diffamatori” come “Mafia” dalla cultura popolare.) I gruppi di Kahane e Colombo formarono quella che Kahane descrisse come una «fratellanza» per contrastare le «persecuzioni» federali. Come affermò Colombo: «Stiamo difendendo la nostra gente». Questi strani alleati trovarono un legame nella loro comune adesione a una visione del mondo reazionaria, allora diffusa tra i gruppi etnici bianchi americani. L’Olocausto era un ricordo recente all’epoca, così come lo era il razzismo anglo-americano nei confronti degli immigrati italiani; secondo quella logica, l’oppressione storica rendeva questi uomini e le loro cause praticamente infallibili. Le loro comunità avevano subito ingiustizie, e accusarli di brutalità, corruzione, pregiudizio o crimine costituiva un’ulteriore ingiustizia. Cinquantacinque anni dopo, il movimento di Kahane ha trasformato quella visione del mondo in un vero e proprio business. Uno dei suoi aderenti è il ministro della sicurezza nazionale di Israele. I kahanisti hanno ucciso palestinesi e hanno spinto il sionismo americano e israeliano sempre più violentemente verso destra, spesso in nome della riparazione del torto della sofferenza ebraica. Questo copione è più o meno ben noto. Meno ampiamente analizzato è il modo in cui gli italo-americani lo hanno messo in atto. Molti all’interno della nostra comunità continuano a farlo, anche se pochi tra coloro che vivono oggi possono ricordare un’epoca di significativo pregiudizio anti-italiano negli Stati Uniti. La loro mancanza di autocoscienza rasenta l’assurdo, ma offre una preziosa visione della cinica politica della vittimizzazione dei bianchi. L’ultimo episodio imbarazzante è iniziato all’inizio di questo mese. Nell’ambito di una promozione per i Mondiali, l’ufficio del turismo di New York City ha pubblicato una mappa di alcune delle «enclavi di immigrati» dei cinque distretti. La mappa mostra 30 dei quartieri più importanti con popolazioni di origine straniera, come la “Little Egypt” del Queens, la “Little Haiti” di Brooklyn e la “Little Senegal” di Manhattan. Non perdendo occasione per suscitare indignazione nei confronti dell’amministrazione del sindaco Zohran Mamdani, i conservatori hanno scatenato una polemica sostenendo che la mappa non rendesse onore ai gruppi di immigrati bianchi che costituivano alcune delle più numerose comunità di origine straniera delle generazioni passate. I discendenti dei fondatori della “Little” originale erano particolarmente indignati. Anche se le Little Italy di New York non ospitano più da decenni un numero significativo di residenti nati in Italia – un censimento del 2000 non riuscì a individuare un solo residente della Little Italy di Manhattan nato in Italia – i membri dell’establishment italo-americano locale si lamentarono che la mappa non rendesse il giusto omaggio alla loro storia. Le proteste più accese sono state sollevate nientemeno che dai leader della Italian American Civil Rights League (IACRL), recentemente rifondata, tra cui il nipote di Colombo. Sono intervenuti sui canali televisivi di destra e hanno pubblicato una dichiarazione in cui accusavano il popolare sindaco socialista di «cancellazione culturale». Un editoriale del New York Post è andato oltre, accusandolo contemporaneamente di antisemitismo e di «odio anti-italiano». Ritenendo apparentemente inutile alimentare le polemiche, Mamdani ha dichiarato che il Comune avrebbe aggiornato la mappa. Sui media tradizionali, i leader dell’IACRL hanno espresso disappunto per essere stati esclusi da una rappresentazione del patrimonio immigratorio di New York City. «Non c’è nulla di sbagliato nel celebrare le comunità di immigrati di oggi», hanno scritto in un editoriale pubblicato sul *Washington Examiner*. «Ogni generazione ha arricchito New York con nuove culture, nuove tradizioni, nuove imprese e nuovi sogni. Meritano di essere accolti, celebrati e abbracciati». Sui social media, tuttavia, hanno dato libero sfogo ai loro veri sentimenti Su X di Elon Musk, l’account dell’IACRL è un ricettacolo di invettive anti-immigrati scritte alla bell’e meglio. Condanna gli “islamisti del terzo mondo” e demonizza gli immigrati africani. Un post ha accusato infondatamente “gli stranieri” e i “terzomondisti” di aver commesso un incendio doloso irrisolto per il quale la polizia non aveva ancora indicato alcun sospettato. Al centro della narrativa della lega c’è l’idea degli italiani come immigrati “buoni” e “patriottici”. Sono arrivati negli Stati Uniti “nel modo giusto”, hanno superato i pregiudizi e si sono “assimilati”. Mentre gli immigrati pakistani di oggi rubano lavoro e quelli somali protestano, gli immigrati italiani e i loro discendenti, secondo l’IACRL, si mettono la mano sul cuore giurando fedeltà alla bandiera a stelle e strisce. La narrazione è palesemente razzista e favorevole al movimento MAGA. È anche priva di fondamento storico. La storia della migrazione di massa degli italiani negli Stati Uniti è sfaccettata. Molti si sono prefissati l’obiettivo di scalare la gerarchia razziale della nazione, fondando associazioni italo-americane nei dipartimenti di polizia e creando una mitologia attorno al loro legame con il «fondatore» genocida del continente. (Cristoforo Colombo è un altro punto dolente per l’IACRL e i suoi alleati, che condannano la sua demistificazione come un’altra forma di odio anti-italiano.) Altri immigrati italiani, tuttavia, si ribellarono contro il capitalismo razziale statunitense. Si organizzarono contro le grandi imprese e furono fondamentali per la crescita del movimento operaio. Guidarono anche il movimento anarchico statunitense, compresi i suoi elementi violenti. In realtà, quei rivoluzionari subirono la più grave persecuzione mai subita dagli italiani in America, ma non sentirete mai le persone che protestano contro la mappa di New York City dire una sola parola su Nicola Sacco o Bartolomeo Vanzetti. Quelle storie non fanno comodo ai discendenti conservatori degli immigrati italiani, che esigono sia i privilegi derivanti dall’appartenenza alla casta razziale più alta d’America, sia deferenza nei confronti dei pregiudizi che i loro antenati hanno subito prima di raggiungerla. Non prestate attenzione al loro stesso odio. La nostra gente ha sofferto di più, dicono. L’ha superata. Ha costruito questo Paese; gli immigrati neri e di colore di oggi lo stanno distruggendo. Che farsa. Proprio come la brutalità del genocidio a Gaza ha messo a nudo il cinico uso dell’antisemitismo come arma, le vuote grida contro l’«odio anti-italiano» smascherano i conservatori italo-americani per quello che sono: reazionari anti-immigrati che cercano di mascherare il proprio razzismo fingendo di essere vittime. Chris Gelardi è un giornalista di New York Focus che si occupa di inchieste sul sistema penale dello Stato. The post New York, l’isteria degli italo-americani reazionari first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo New York, l’isteria degli italo-americani reazionari sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 26, 2026
Popoff Quotidiano