Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzioneDOPO TRE DECENNI DI VESSAZIONI, SANZIONI, CONFISCHE E GOLPE FALLITI, TRUMP HA
RIPRESO LA PIÙ ANTICA TRADIZIONE DELLA POLITICA ESTERA USA: L’INTERVENTO
MILITARE DIRETTO
Roberto Montoya su El Salto
Dopo tre decenni di vessazioni politiche, sanzioni economiche, confische di beni
e falliti colpi di Stato, Trump ha fatto ricorso alla più antica tradizione
della politica estera statunitense: l’intervento militare diretto.
“Quando me ne sono andato, il Venezuela era sul punto di crollare. Avremmo
potuto impadronirci del Paese e di tutto il suo petrolio. Ora lo compriamo al
dittatore e lo rendiamo più ricco”. Il 12 giugno 2023, Donald Trump ha
rilasciato queste controverse dichiarazioni durante un comizio elettorale in
North Carolina, all’inizio della sua campagna per le elezioni del novembre 2024
che lo avrebbero riportato alla Casa Bianca nel gennaio 2025.
Trump aveva chiaro il suo obiettivo in Venezuela sin dal suo primo mandato, non
lo ha mai nascosto: frenare la crescente influenza cinese in America Latina e
riprendere il controllo sul suo “cortile di casa”, senza perdere l’accesso alle
terre rare e al petrolio.
“Trivellare, trivellare, trivellare” è stato uno dei suoi slogan durante
l’ultima campagna elettorale e ha rapidamente abbattuto tutte le limitazioni
imposte dall’ex presidente Joe Biden alle energie fossili per poter inondare
l’Europa – ancora di più – con petrolio e gas liquefatto estratti attraverso la
tecnica inquinante del fracking, sostituendo così quello fornito per anni dalla
Russia, più economico e sicuro.
Ma Trump non si accontenta e vuole che corporation Usa controllino, direttamente
e in esclusiva, la produzione e l’esportazione del petrolio del Venezuela,
paese che conserva le maggiori riserve al mondo, non meno di 303.000 milioni di
barili.
IL RICATTO PER EVITARE UN VIETNAM 2.0
Il governo Trump ha preparato meticolosamente il colpo di Stato in Venezuela,
scartando l’opzione più rischiosa, quella di un’invasione terrestre in un Paese
di un milione di chilometri quadrati con centinaia di migliaia di militari e
civili armati e con un confine molto permeabile con la Colombia, un altro Paese
con decine di migliaia di soldati e una proliferazione di gruppi armati.
Nonostante la sua schiacciante superiorità militare, un’occupazione militare
convenzionale con truppe di terra comporterebbe per gli Stati Uniti un grande
dispiegamento di forze a tempo indeterminato che potrebbe significare un Vietnam
2.0.
Per aggirare un voto al Congresso, Trump aveva bisogno di presentare l’attacco
come una semplice “operazione chirurgica”, come una “rimozione” del presidente e
non come un atto di guerra, personificando in Nicolás Maduro la responsabilità
della situazione critica del Venezuela. In questo modo, il governo Trump cerca
di costringere con il ricatto il regime venezuelano, che rimane intatto, e le
sue onnipresenti forze armate ad accettare l’imposizione imperiale.
La sua scommessa è quella di cercare complicità interne all’apparato statale e
alle forze armate venezuelane, allontanare gli irriducibili e cercare,
attraverso le minacce, una transizione negoziata. Trump minaccia di lanciare una
seconda e più ampia ondata di attacchi militari se la presidente incaricata,
Delcy Rodríguez, e il resto del nucleo duro del regime rifiuteranno l’ultimatum,
ma il Pentagono sa che l’opzione di una guerra in campo aperto è un’operazione
ad altissimo rischio da cui gli USA potrebbero uscire scottati come in tante
altre esperienze precedenti.
Dopo l’iniziale gioia di María Corina Machado ed Edmundo González, che
sembravano destinati ad atterrare nel giro di pochi giorni nei giardini del
Palazzo di Miraflores, è arrivata la delusione. González si è proclamato in un
comunicato “presidente legittimo” del Venezuela e comandante in capo delle forze
armate, pronto ad assumere immediatamente il potere. Tuttavia, almeno nella fase
iniziale, non sembrano essere inclusi nel piano di Donald Trump e del segretario
di Stato Marco Rubio.
L’Amministrazione Trump sa che imporre con la forza l’opposizione potrebbe
scatenare una guerra civile in Venezuela e vanificherebbe tutti i suoi piani per
iniziare rapidamente a pompare petrolio. Trump non parla delle elezioni in
Venezuela, non parla dell’opposizione, parla come priorità e richiesta che il
governo di Delcy Rodríguez ceda immediatamente il controllo del petrolio alle
società statunitensi. L’atteggiamento di Trump sconcerta totalmente
l’opposizione, diventata solo un altro tassello dei suoi piani per il Venezuela,
che utilizzerà a suo piacimento.
Il resto dell’atto di guerra compiuto sabato 3 gennaio dagli Stati Uniti è solo
la scenografia necessaria: che Nicolás Maduro è un “narcoterrorista” a capo di
un fantasmagorico Cártel de los Soles – la cui esistenza è stata negata dalla
stessa intelligence statunitense – o del cartello Tren de Aragua con l’obiettivo
di inondare gli Stati Uniti di droga; che è coinvolto nel traffico di armi o
nello svuotamento delle carceri venezuelane dai criminali per inviarli negli
Stati Uniti, e molto altro ancora.
La stessa intelligence statunitense ha riconosciuto che solo tra il 5% e il 10%
della cocaina mondiale transita per il Venezuela e che sul suo territorio non
viene prodotto né transita il fentanil, la droga che uccide più di centomila
statunitensi all’anno. Ma nulla di tutto ciò ha importanza, così come non ha
importanza che le accuse su cui si baserà il processo a Maduro – che sarà
presieduto dal giudice ebreo ortodosso Alvin Hellerstein, ex avvocato
dell’esercito di 92 anni – si fondino essenzialmente sulle testimonianze di
trafficanti condannati o di vecchi funzionari del regime accusati in Venezuela
di corruzione che hanno accettato di collaborare con la giustizia in cambio di
un ribasso delle pene.
36 ANNI DOPO L’INVASIONE DI PANAMA
Il 3 gennaio 1990, 36 anni prima del rapimento di Maduro e di sua moglie, il
presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, si consegnò alle forze
statunitensi dopo giorni di scontri armati con le truppe invasori. I migliori
avvocati di cui Noriega disponeva per la sua difesa non riuscirono a rompere il
muro dei tribunali federali statunitensi: i giudici si rifiutarono di
considerare la legalità dell’invasione, ritenendo che, anche se l’imputato fosse
stato portato con la forza da un altro Paese, ciò non influiva sulla
giurisdizione penale. Noriega fu condannato a 40 anni di carcere.
Mentre gli Stati Uniti preparavano il rapimento di Maduro, parallelamente
prendevano altre decisioni politiche di grande portata che avrebbero permesso di
completare il piano.
Nel gennaio 2025, gli Stati Uniti approvarono l’Ordine 1457 con cui il
cosiddetto Cártel de los Soles e il Tren de Aragua furono dichiarati
organizzazioni terroristiche straniere, legittimando le esecuzioni
extragiudiziali nei loro presunti narco-barconi nei Caraibi. E lo scorso 15
ottobre, Trump ha annunciato pubblicamente di aver ampliato l’autorizzazione
alla CIA di espandere le sue operazioni letali in territorio venezuelano.
Dicembre è iniziato con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati
Uniti, con la quale l’amministrazione Trump ha ripreso i principi della Dottrina
Monroe del 1823, quella in cui si avvertiva allora gli imperi europei che gli
Stati Uniti non avrebbero permesso a nessuna potenza straniera di immischiarsi
negli affari del continente americano. Con il ‘Corolario Trump a la Doctrina
Monroe’ si rinforza la decisione di imporre l’egemonia totale degli Usa su
quello che viene definito Emisfero Occidentale.
La decisione di attaccare il Venezuela è giunta nel momento culminante dello
scandalo degli archivi di Epstein e nel mezzo di un’importante crollo della
popolarità di Trump a meno di un anno dall’ascesa al potere I drastici tagli
alla sanità, all’istruzione, all’assistenza sociale, alle sovvenzioni e alle
borse di studio, nonché il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti
pubblici, insieme ai passi indietro in materia di diritti dei lavoratori e a una
gestione politica sempre più autocratica, stanno minando il sostegno dei settori
popolari che lo hanno portato al potere nel 2016.
Trump ha dedicato gran parte delle sue prime dichiarazioni pubbliche dopo
l’attacco al Venezuela a rivolgersi a questi settori, spiegando loro perché
aveva infranto la promessa di non aprire nuovi fronti di guerra nel mondo invece
di chiudere quelli in cui gli Stati Uniti erano coinvolti.
La pessima esperienza delle interventi militari degli Stati Uniti dalla guerra
del Vietnam fino alle recenti esperienze in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o
Ucraina – di cui sono stati responsabili sia i governi repubblicani che quelli
democratici – ha creato un crescente rifiuto da parte della società statunitense
nei confronti di questo tipo di avventure belliche.
Trump attribuiva da anni la colpa del fatto che Maduro rimanesse al potere e
impedisse agli Stati Uniti di assumere il controllo di un Paese di così grande
importanza strategica come il Venezuela all’atteggiamento morbido che avrebbe
mantenuto l’amministrazione Biden quando gli è succeduta al potere (2021-2025).
Il presidente sembrava non ricordare che alla guida della Casa Bianca c’erano
stati presidenti sia repubblicani che democratici durante i 27 anni di
vessazioni e guerra sporca contro i governi del Venezuela, prima contro Hugo
Chávez (1999-2013) e poi contro Nicolás Maduro (2013-2026).
L’ossessione di porre fine a quella rivoluzione bolivariana che si sarebbe
deteriorata e diluita nel corso degli anni, e di impossessarsi del petrolio del
Venezuela, è iniziata durante il governo con il maggior numero di rappresentanti
dell’industria petrolifera nella storia degli Stati Uniti, quello di George W.
Bush (2001-2009).
Il repubblicano iniziò con vessazioni politiche, sospensione di crediti e aiuti
finanziari e continuò a favorire nel 2002 il colpo di Stato civile-militare e il
sequestro di Chávez per 48 ore. Il governo di Bush e quello di José María Aznar
si affrettarono a congratularsi con lo stesso leader del padronato, Pedro
Carmona, come presidente ad interim, ma la grande mobilitazione popolare e la
reazione delle forze militari fedeli liberarono Chávez e frustrarono il colpo di
Stato.
María Corina Machado e Leopoldo López – ospitato dal governo di Sánchez in
Spagna dopo averlo aiutato a violare gli arresti domiciliari e a fuggire dal
Paese – furono due dei firmatari di quel comunicato di sostegno al colpo di
Stato e al governo che Pedro Carmona intendeva presiedere. Da allora, le
attività golpiste di María Corina Machado non hanno avuto tregua.
SETE DI PETROLIO
Il petrolio venezuelano era stato nazionalizzato molto prima, nel 1976, dal
socialdemocratico Carlos Andrés López, ma durante il suo secondo mandato
presidenziale (1989-1993) iniziò a invitare grandi compagnie straniere, in
particolare statunitensi, a investire nel settore petrolifero del Venezuela.
Tuttavia, nel 2007 Chávez cambiò queste regole e pose dei limiti agli
investimenti delle società, dando loro la possibilità di diventare soci di
minoranza della statale PDVSA o di ritirarsi dal Paese. Per questo motivo Trump
avrebbe detto il 17 dicembre scorso, due settimane prima dell’attacco al
Venezuela: “Ricordate che ci hanno tolto tutti i nostri diritti energetici. Ci
hanno tolto tutto il nostro petrolio non molto tempo fa. Lo rivogliamo indietro.
Ce lo hanno tolto illegalmente”.
Nonostante quella affermazione di sovranità di Chávez che ha creato tanta
tensione nei rapporti con gli Stati Uniti, il governo repubblicano di Bush ha
continuato a importare dal Venezuela un terzo del petrolio che consuma e ha
permesso, per convenienza, le attività negli States di CITGO, filiale della
PDVSA, la grande azienda petrolifera statale venezuelana. CITGO continuò a
mantenere negli anni le raffinerie e più di 5.000 stazioni di servizio negli
Usa.
Tra il 2002 e il 2003 l’Amministrazione Bush incentivó un furto petrolifero in
complicità con il grande padronato venezuelano che debilitó enormemente la PDVSA
causandole grandi perdite, il che, sommato a una cattiva gestione e a gravi casi
di corruzione, l’avrebbe fatta sprofondare sempre più nel corso degli anni.
Chávez finì per espellere dal Venezuela la DEA, l’agenzia antidroga degli Stati
Uniti, accusandola di spionaggio e di incentivare il traffico di droga per
interessi personali.
L’arrivo al potere del democratico Barack Obama nel 2009 istituzionalizzò
ulteriormente le pressioni sul Venezuela con la firma, il 5 marzo 2015,
dell’Ordine Esecutivo 13.692, che dichiarava il governo venezuelano “minaccia
inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale”. Come conseguenza di tale
ordine presidenziale, furono bloccati i primi beni negli Stati Uniti di
funzionari venezuelani, che col tempo sarebbero stati estesi a molti altri.
Già durante il primo mandato di Trump (2017-2021), sia Citibank che JPMorgan
hanno chiuso i conti venezuelani, facendo schizzare il rischio paese fino a
raggiungere il record mondiale e nel 2017 è stato vietato l’acquisto di debito
venezuelano e la distribuzione dei dividendi di CITGO, la filiale statunitense
di PDVSA. Da parte sua, ConocoPhillips ha sequestrato i beni di PDVSA, mentre
Euroclear ha congelato 1,65 miliardi destinati all’acquisto di generi
alimentari.
Le sanzioni sono diventate sempre più severe, Trump ha dichiarato illegale la
criptovaluta Petro e ha esteso drasticamente le sanzioni a tutti i paesi o le
aziende che commerciavano o collaboravano con il governo di Nicolás Maduro.
Lo strangolamento dell’industria petrolifera, da cui storicamente ha sempre
dipeso l’economia venezuelana, così come il congelamento dei beni all’estero e
le sanzioni a coloro che commerciavano con il Venezuela hanno limitato
drasticamente le risorse dello Stato, provocando una carenza di beni (favorita
anche dai grandi imprenditori), un’impennata dell’inflazione, una riduzione
della spesa pubblica, il deterioramento della sanità e dei servizi essenziali e,
con tutto ciò, un aumento del malcontento sociale e dell’emigrazione.
L’AVVENTURA DI GUAIDÓ
In questo clima di agitazione sociale, il governo di Donald Trump ha giocato una
nuova carta, elevando nel 2019 il leader dell’opposizione di estrema destra Juan
Guaidó a “presidente ad interim” del Venezuela. In un’operazione coordinata tra
la variegata e tradizionalmente divisa opposizione venezuelana e
l’amministrazione Trump, Guaidó si è autoproclamato “presidente ad interim” in
una manifestazione di massa. Come tale è stato immediatamente riconosciuto dagli
Stati Uniti e da decine di paesi sotto la pressione di Trump. Tra questi, il
governo di Pedro Sánchez.
Gli Stati Uniti arrivarono addirittura a cedere a Guaidó e al suo team il
controllo dei beni confiscati a CITGO e Monómeros Colombo Venezolanos, entrambe
filiali della compagnia petrolifera statale PDVSA. Anni dopo sarebbe stata
confermata la distrazione di parte di quei fondi verso conti personali di Guaidó
e dei suoi collaboratori. Prima di cadere definitivamente in disgrazia ed essere
destituito dalla stessa opposizione, Guaidó – decorato dal PP e da Vox durante i
suoi tour europei – ha fatto un ultimo tentativo per porre fine a Maduro. Ha
ingaggiato una società di mercenari, la Silvercorp, che nel 2020 ha portato
avanti la cosiddetta Operación Gedeón, nel tentativo fallito di invadere il
Venezuela attraversando la frontiera colombiana.
LA LEGISLATURA DI BIDEN
L’arrivo del democratico Joe Biden alla Casa Bianca nel gennaio 2021 non ha
sostanzialmente modificato la posizione degli Stati Uniti nei confronti del
Venezuela, anche se ha autorizzato Chevron a riprendere le operazioni e le
esportazioni di petrolio venezuelano attraverso licenze concesse in via
eccezionale per aggirare le sanzioni. Con queste licenze, note come OFAC, i
profitti potevano essere utilizzati solo per pagare il debito e non
rappresentavano nuove entrate per il Paese.
Il cambiamento di tattica era legato alla tensione sul mercato energetico
mondiale causata dall’invasione russa dell’Ucraina, e anche al fatto che
l’inasprimento delle sanzioni durante il primo governo Trump aveva aggravato la
crisi sociale e, come un boomerang, gli Stati Uniti stavano ricevendo ondate
sempre più massicce di immigrati venezuelani senza documenti.
La tattica è cambiata con Biden, ma la morsa sul Venezuela è continuata.
Già durante il suo secondo mandato, a partire dal gennaio 2025, Donald Trump è
riuscito a ottenere che la giustizia federale autorizzasse finalmente la vendita
della CITGO – la filiale statunitense della compagnia petrolifera PDVSA
confiscata – alla Amber Energy, filiale del fondo speculativo Elliott Investment
Management, per 5,9 miliardi di dollari, consumando così definitivamente il
furto dei beni venezuelani negli Stati Uniti.
Trump aveva già smesso di affidare, come nel suo primo mandato, il controllo di
tali beni all’opposizione venezuelana, toglieva protagonismo ai suoi leader, era
arrabbiato per il fatto che fosse stato concesso il Premio Nobel per la Pace
2025 a Corina Machado e non a lui, e cambiava bruscamente i piani. Decise che
era giunto il momento che fossero gli Stati Uniti a governare “temporaneamente”
il Venezuela e a sfruttarne il petrolio.
Roberto Montoya, è membro del Consiglio di redazione di Viento Sur
e autore di Trump 2. (Akal, 2025)
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