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La riforma dell’ingiustizia
SÌ & NO. LE RAGIONI PER NON ESSERE COMPLICI DI CERTA POLITICA AL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va da sé che mi tocca scrivere dell’imminente referendum sulla giustizia. Diciamolo prima: non ne avrei scritto per una semplice, duplice ragione. Perché reputo che una questione eminentemente tecnica come quella posta dal referendum del 22 e 23 marzo non si possa risolvere affidandosi alle ragioni del sì e del no ma piuttosto ai tecnici, appunto, esperti di diritto et similia, anziché al volgo. E perché sono restìo a modifiche della Costituzione, che nonostante limiti e acciacchi porta piuttosto bene i suoi ottant’anni e passa, e se i costituenti han deciso in un senso meglio non mettere a soqquadro casa. Ma tant’è, i giuristi sono in questo caso equiparabili a medici e meccanici: ognuno dice la sua, il conto sale e la macchina non cammina. Per capirci qualcosa, fuori dal coro, m’accompagno a esperti del settore. I primi, ancorché trapassati, corifèi del sì d’opposte sponde. DUE CORIFEI DEL SÌ Era l’immediato primo dopoguerra quando l’avvocato Giacomo Matteotti, non sospetto di simpatie fasciste, scrisse sulla necessità di separare le carriere nella magistratura tra giudicante e requirente, per garantirne autonomia e trasparenza. Erano gli anni ‘70 quando un ex repubblichino, fascistissimo e privo di titoli di studio, ma poeta a tempo perso e intrallazzone al punto d’avere l’Italia praticamente in mano per un decennio, Licio Gelli, fece scrivere sul suo Piano di rinascita democratica, meglio noto come P2, Propaganda due, la necessità di separare le carriere dei magistrati e duplicarne gli organi di controllo per ridurne l’indipendenza, sottomettendola all’autorità dell’esecutivo. Il testo della riforma della magistratura a firma Carlo Nordio è un copincolla di quello scritto allora dal notabile democristiano Francesco Cosentino. TRE RAGIONI DEL NO Non sbroglia la matassa l’accompagnarsi a due eminenti giuristi & garantisti, Giuliano Vassalli e Piero Calamandrei, attivi nella Resistenza da socialista l’uno e azionista l’altro, fautori delle ragioni del sì e del no, rispettivamente, con le medesime motivazioni. Passiamo in quest’ultimo campo per sfogliare l’ultimo numero de Lavialibera, bel bimestrale illustrato a cura dell’omonima associazione antimafie e del Gruppo Abele, interamente dedicato al tema della giustizia riformata. Nell’editoriale a cura del direttore, don Luigi Ciotti, può leggersi: “Non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte alla fatica di comprendere e decidere. Perché in gioco non ci sono formule astratte, c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale della nostra democrazia”. Giusto. Poi leggo, nell’editoriale della direttrice Elena Ciccarello, le tre ragioni “non tecniche ma politiche” da tenere a mente per il voto: la riforma non migliora affatto la giustizia; è animata da spirito punitivo nei confronti della magistratura disallineata col governo; dà alla maggioranza un assegno in bianco nel momento in cui si serra il nodo del premierato. Più che giusto. Anche se le motivazioni addotte a riprova della bontà di certe decisioni dei magistrati a salvaguardia dei diritti dei cittadini, poche pagine avanti, dalla santità del fine vita all’adozione per coppie dello stesso sesso, all’accoglienza agli stranieri tout court e via includendo & sfarfallando fanno nutrire dubbi su tanta bontà. La questione, però, è un’altra. Fuori da ogni questione di merito o tecnica: tutta politica. UNA QUESTIONE POLITICA È politica la decisione di riproporre una riforma della giustizia svicolando da modifiche costituzionali per le quali il governo non avrebbe la maggioranza necessaria in parlamento, col ricorso a un referendum confermativo per il quale non occorre quorum ma che lo stesso governo potrebbe tranquillamente ignorare anche in caso di vittoria del no. È anche politica la strumentalizzazione di una vicenda privata e dolorosa come quella della famiglia del bosco per denunciare le presunte malefatte di certa magistratura. Non è solamente politica la volontà di vari esponenti del governo e della maggioranza di votare sì per scampare ai propri guai giudiziari, con improvvide dichiarazioni. Proprio come i due compari, Bibi e Big Don, che hanno incendiato il Medio Oriente e con esso il mondo anche per non finire ai ceppi. È totalmente politica la volontà di questo governo di maldestri – in senso letterale – servi del potere globale di ridurre ogni dissenso al lumicino. Per questo, per non spegnere anche gli ultimi cerini, è bene dire no. Anche se in buona fede e con buone ragioni, agli amici del sì dico meglio un no chiaro che complici di certa politica. L’Italietta ammanta di politica, di destra e sinistra che più non sono, pure quello che si mette nel piatto, ma dalle mie parti si dice che dove non c’è guadagno la remissione è certa. La giustizia giusta è un pleonasmo: meglio così che peggio. www.mauriziozuccari.net The post La riforma dell’ingiustizia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La riforma dell’ingiustizia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 20, 2026
Popoff Quotidiano
Una lunga settimana di passioni
IL PUNTO SULLA GUERRA IN IRAN E QUELLA CHE VERRÀ SE L’EUROPA E IL MONDO NON SI LIBERERANNO DEI LIBERATORI Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale. Tralasciando quest’ultimo aspetto in chiusa, facciamo il punto su cosa è successo sotto e fuori dai riflettori, sul campo e altrove. OCCHIO ALLA CABALA Come già nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno – stando alla cabala, dopo quella dei sei giorni nel ‘67 questa potrebbe durarne 24 – si è sparacchiato nei due sensi buona parte dell’arsenale disponibile. Al punto che i missili scarseggiano pure nel fornitissimo arsenale di Bibi & Big Don e quest’ultimo, bontà sua, ha dovuto mandare i “vecchi” bombardieri B52, con le loro bombe di penetrazione, per stanare i lanciamissili iraniani dai loro bunker sotterra. Al di là della carenza d’armi nei due schieramenti che tanto appassiona gli esperti da salotto, gli Usa continuano a martellare il possibile e gli orfani dell’ayatollah replicano fin dove possono, negli stati contigui e nel mezzo dello stretto dove passa un bel po’ del greggio mondiale. Con effetti devastanti per la traballante economia europea già provata dalla guerra in Ucraina e le tasche di tutti. Gli eredi di Khamenei dopo l’iniziale ammuina che ha sforacchiato le difese delle basi Usa nel Golfo, hanno dichiarato che non ostacoleranno alcun transito e non attaccheranno più i cattivi vicini, togliendosi dall’arco le frecce rimaste e mostrando quanto siano disponibili a porgere l’altra guancia e il resto pur di leccarsi in pace le ferite. Mojtaba, il figlio del defunto ayatollah che ne ha ereditato il posto, ha le stesse possibilità di sopravvivenza di un sorcio in un cat cafè. Alla Casa Bianca si canta già vittoria e si preannuncia che, caschi il regime o meno, nessuno che non sia gradito durerà più d’un gatto in tangenziale, tanto per restare in tema. Magari un erede di quello scià che fu il miglior alleato d’Israele e Usa nel Golfo, e anche perciò cadde. Il modello Venezuela fa scuola, insomma. LE NOVITÀ, TRA CRONACA E STORIA Più che sul campo di battaglia, però, le novità vengono da fuori. È già storia il video di Donaldone I assiso in trono, attorniato dai suoi dignitari che, mani sulle spalle, pregano perché Iddio conceda all’imperatore salute e vittoria. Resta confinata alla cronaca, invece, e all’umana miseria per la quale la malattia mentale si traveste da volontà di Dio, la hit Batti & colpisci della ministra della fede Paula White. Una bella tipa che sembra generata dalla medesima deficienza artificiale che seleziona i bersagli da colpire in Persia, e forse lo è. Neanche il ministro della Guerra Pete Hegseth se la passa male a castronerie – ma almeno lui, si sa, ogni tanto dà fondo alla bottiglia e questo con quel che Dio vuole c’entra poco. Certo è che se i fanatici sono quegli altri col turbante nero, chi li combatte se la passa mica male. TAFAZZI D’EUROPA Di tutt’altra pasta i leader europei, ancorché flaccidi e imbelli, come l’ha etichettati Netanyahu. Prendi il segretario della Nato, il norvegese Mark Rutte, re dei Tafazzi d’Europa. Neanche il tempo di riaversi dai ceffoni ricevuti dall’imperatore sulla Groenlandia, affaire tuttora in corso, che ha tenuto a precisare che la guerra, pur non essendo affare dell’Alleanza, la vuole senz’altro schierata dalla parte di chi vede negli europei un branco d’utili idioti, e il mondo un posto migliore senza Khamenei. Vedi il premier inglese, Starmer, capofila della categoria sunnominata, che per non restare indietro, con sprezzo del buon senso e della semantica fornisce ai bombardieri Usa le basi per la loro guerra “difensiva”. Vedi Macron, bel tipo di liberale europeo. Manco sta nella Nato, la Francia, dai tempi di De Gaulle, che dona le chiavi della base navale di Marsiglia ai due compari e mandato il gioiello della flotta, la portaerei omonima, a Cipro tanto per essere della partita. Nell’isola, estremo lembo d’Europa, fanno rotta tutte le marine dell’Europa libera – gli inglesi ci stanno già di casa – Spagna e Italia comprese. PEDRO SCHIENADRITTA E LA MELONA Se il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez ha mostrato, almeno a parole, d’avere la schiena dritta davanti alle minacce dell’imperatore, la Melona, bell’esemplare di destra nostrana, con fermezza tutta italica ha chiarito che il nostro paese non è in guerra e le nostre basi non sono disponibili. A meno che non ce le chiedano. Niente, va detto, a confronto delle perle di saggezza distribuite ai media e al volgo dai nostri ministri degli Esteri e della Difesa. Tajani ha consigliato agli italiani d’Oriente di non sostare sui balconi quando passano i droni; l’altro colto alla sprovvista a Dubai non si sa ancora a fare cosa e informato dei fatti dalla tivù, a riprova di come nessuno conti più di noi nello scacchiere internazionale, nonostante le zerbinature dei nostri ai diktat d’oltre oceano, ha ribadito che quella Usa non è una guerra secondo le regole del diritto internazionale. Ma noi tireremo dritto e chissenefrega, secondo la migliore tradizione italiota e alla faccia delle anime belle. In chiusa, torniamo all’abbrivio. I PUNTI FERMI DELLA GUERRA IN CORSO Dalle passioni della settimana emergono chiaramente alcuni punti. Primo: la guerra durerà, a Dio e al duo piacendo, fino all’annichilimento delle residuali capacità belliche iraniane. Secondo: questa risolverà in maniera radicale i diritti conculcati delle donne iraniane, come dimostra la scuola femminile rasa al suolo e oltre il centinaio di bambine uccise, figlie di pasdaràn, e libererà gli iraniani, almeno i sopravvissuti. Terzo: quanto al cambio di regime, senza ombra di dubbio ogni iraniano di buon senno, come le dozzine di ragazzotti che hanno ballato sul molo di Trieste mentre i loro connazionali venivano trucidati sulle note della macarena – non vede l’ora di sostituire ai ceffi col turbante nero l’effige del macellajo di Sion. La stella di Davide apportatrice di libertà come l’altre assieme alle strisce, invece della sanguinaria spada dell’Islam. Quarto: Israele è a un passo dal divenire quel che nemmeno nei sogni più grandiosi di Herzl poteva aversi: il dominio pressoché assoluto sull’intero Medio Oriente, se non sul mondo, grazie al suo compiacente padron servente. E Netanyahu, checché ne dicano gli acchiappanuvoli, passerà alla storia come lo statista che ha realizzato il sogno della grande Israele. Costi quel che costi e crepi Sansone con ogni filisteo. Corollario a questo punto è lo spettro, sempre più materico, d’una terza guerra mondiale. LO SPETTRO MATERICO DELLA GUERRA CHE VERRÀ Il dado è quasi tratto. Nessuna guerra, checché ne dicano i manuali, è iniziata in un giorno. La prima non è cominciata a Sarajevo, non la seconda sul confine polacco. Ogni guerra, mondiale o in quanto tale, è preceduta da conflitti più o meno celati, più o meno laceranti, per esplodere con un casus belli buono per i libri di storia. E noi italiani abbiamo sempre avuto un ruolo decisivo nell’innescare la miccia. Fortuna vuole che stavolta al governo vi siano tali pagliacci da disinnescare il pericolo, ma anche dal ridere si può morire. Si ha un bel ridere di Donaldone, dei suoi crimini e delle sue mattane, della pochezza del ceto dirigente d’America come d’altrove, fatto è che nessuno sfugge al proprio destino. Persona, paese o impero che sia. Il destino dell’impero amerikano è in quel batti & colpisci ripetuto come un mantra dalla trista ministra della Fede Usa. Trump come Rimbam Biden, prima di lui Osama, i due Bush eccetera, lo sanno. Non c’è pace se vuoi colpire i tuoi nemici, battere la Cina, non essere costretti a dividere la torta del potere mondiale coi musi gialli e chissà chi altri. LA LOGICA DEL POTERE IMPERIALE Non era diverso ai tempi dell’impero romano: Traiano arrivò a Babilonia e sul Bosforo, Adriano dovette fare marcia indietro ma la sostanza dell’impero non cambiò. Finito d’espandersi cominciò a perdere pezzi e divorare sé stesso, fino a quel capolavoro d’insipienza politica di Diocleziano che si rivelò un rimedio peggiore del male che pretendeva curare. Mutatis mutandis, nulla muta nella logica del potere imperiale, del potere in quanto tale. Il destino dell’Amerika imperiale è segnato dalla storia, come quella di qualunque impero, ma non per questo eviterà a sé stessa e al mondo lacrime e sangue, con la pretesa di dargli benessere e libertà, sotto l’occhio vigile dei media compiacenti e dei servitori di turno. Neppure Cuba, antico sogno di rivincita yankee, potrà salvarsi da tanta grazia. Donaldone ha già promesso di riportarla nell’alveo della libertà. Dai ghiacci della Groenlandia al sole dei Caraibi, tutto un tripudio di stelle & strisce, dal Nilo all’Eufrate una sola stella di Davide, nel deserto d’intorno. Un deserto chiamato pace, per dirla come Tacito. È tempo di liberarsi da tali liberatori, ma non saranno gli asserviti d’Europa a farlo.   The post Una lunga settimana di passioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Una lunga settimana di passioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 11, 2026
Popoff Quotidiano
«La nuova definizione di antisemitismo erode la qualità della nostra democrazia»
VALENTINA PINSATY, DOCENTE DI SEMIOTICA ALL’UNIVERSITÀ DI BERGAMO SPIEGA LA TORSIONE DEL CONCETTO CLASSICO DI ANTISEMITISMO PROMOSSO DALLA DESTRA ISRAELIANA Ricard González su El Salto Sulla scia delle proteste per il genocidio a Gaza, in diversi paesi occidentali sono stati vietati eventi, licenziati professori e persino deportati o arrestati attivisti filopalestinesi. Spesso tutto ciò è stato fatto con l’accusa di «antisemitismo». Valentina Pinsaty, docente di Semiotica all’Università di Bergamo, ha recentemente pubblicato un libro, intitolato Antisemita: Una Parola in Ostaggio (Bompiani 2025), in cui offre un’analisi dettagliata della trasformazione del concetto classico di antisemitismo promosso dai successivi governi di destra israeliani per utilizzarlo politicamente contro i propri critici. Come si è evoluto il significato della parola “antisemita”? Si tratta di un concetto abbastanza recente, apparso intorno al 1870, che si è stratificato con il suo uso. Inizialmente si riferiva alla Lega antisemita tedesca, un’organizzazione che si autodefiniva “antisemita” e che era contraria all’emancipazione degli ebrei. Nei decenni successivi, il termine si è esteso fino a includere altre manifestazioni di ostilità antiebraica, soprattutto in Russia con i pogrom. Alla fine, si consolida raccogliendo una serie di stereotipi che si trovano nei Protocolli dei Savi di Sion; vale a dire, l’ebreo cospiratore, falso, avido dal punto di vista economico, ecc. Dopo la seconda guerra mondiale, assume un significato così negativo che nessuno si è più definito “antisemita”. Fino a questo punto, l’evoluzione del termine è stata normale, cristallizzandosi nei dizionari in una definizione formale attraverso una convenzione sociale. Poi, le cose cambiano. Valentina Pinsaty Quando appare quella che viene chiamata la “nuova definizione di antisemitismo” e a partire da quale meccanismo? Nel primo decennio del 2000, il governo di destra israeliano del Likud, con il sostegno di varie entità, soprattutto statunitensi, impegnate nella lotta contro l’antisemitismo e allineate con la sua agenda politica, come l’Anti-defamation League, intuiscono il potenziale strategico di questa parola. Data la sua carica negativa, capiscono che chiunque venga accusato di antisemitismo viene escluso dal consenso civile, perde la capacità di essere ascoltato in una società democratica. Con gli antisemiti, come con i razzisti, non si discute. Quindi, vogliono passare a utilizzare questa parola non più per delegittimare gli antisemiti, ma tutti coloro che si oppongono in modo molto aperto e viscerale alle politiche israeliane. E quello che fanno è promuovere un cambiamento dall’alto, e non in modo spontaneo, della definizione ufficiale del concetto di antisemitismo. E qual è questa nuova definizione? Fondamentalmente, assimilano il concetto di antisemitismo a quello di antisionismo, e vincolano inoltre il sionismo all’azione del governo di Netanyahu, che già è al potere da anni. Così chiunque esprima apertamente il proprio dissenso nei confronti delle sue decisioni politiche viene accusato di antisemitismo. Questo cambiamento semantico ha attraversato diverse fasi. Cambiare il significato di un concetto non deve essere facile. Qual è stato il processo? Inizialmente, non era stato concepito come uno strumento giuridico o politico, ma scientifico, destinato alle istituzioni che dovevano monitorare e raccogliere dati sulla trasformazione della retorica antisemita nel XXI secolo. Ed era comprensibile, perché poteva succedere che qualcuno, partendo da una critica a Israele, riproponesse i vecchi stereotipi antisemiti, ricorrendo alla cospirazione ebraica, ecc. Infatti, in un primo momento, la definizione raccoglieva diversi esempi di azioni che “avrebbero potuto costituire espressioni di antisemitismo”. Tra queste, esigere da Israele uno standard diverso da quello degli altri paesi. Dopo un’intensa campagna da parte delle entità sopra menzionate, nel 2016 la nuova definizione è stata ufficialmente approvata in un congresso dell’IHRA (Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto), eliminando la formulazione che utilizzava il condizionale per passare al modo indicativo: sono espressioni di antisemitismo. Quindi, la nuova definizione specifica comportamenti concreti? La nuova definizione contiene una definizione generale e poi un elenco di undici azioni che sono espressioni di antisemitismo. Di queste, sette si riferiscono ai discorsi sullo Stato di Israele e almeno quattro sono molto problematiche. Si tratta di quattro discorsi che sono abituali nella critica dura a Israele, ma che non hanno una matrice antisemita. E poi questa definizione assume un valore giuridico… Esatto, la maggior parte dei governi occidentali ha aderito a questa definizione, che è stata incorporata nelle leggi, nei regolamenti interni dei partiti politici, delle università, ecc. In definitiva, viene utilizzata per delegittimare e persino licenziare dal lavoro persone ingiustamente accusate di antisemitismo. Ad esempio, sulla base di questa definizione, Jeremy Corbyn è stato destituito dalla carica di leader del Partito Laburista britannico, o sono state vietate iniziative culturali in Germania. E questo non è avvenuto attraverso una sorta di cospirazione, ma è stato fatto alla luce del sole. È possibile tracciare passo dopo passo la strategia che ha portato a questa situazione. Ritiene che questa nuova definizione metta in pericolo la democrazia e le libertà fondamentali? Contribuisce a ridurre il perimetro del dibattito pubblico e quindi ostacola la libera espressione delle idee politiche su una questione controversa come le azioni di Israele a Gaza. Il dibattito è stato manipolato perché la parte filopalestinese non ha la possibilità di esprimere le proprie posizioni senza essere criminalizzata. Tra gli attori che hanno contribuito a promuovere questa nuova definizione c’è l’estrema destra occidentale. Perché agisce in questo modo? Perché c’è stato uno scambio di favori tra l’estrema destra occidentale e il governo Netanyahu. Da un lato, Israele chiede a questi partiti un sostegno incondizionato alle sue politiche in Palestina; in cambio, i partiti ultras ricevono la patente di immunità da qualunque accusa di antisemitismo o razzismo. Questo patto è solito includere una visita in Israele, in qualche luogo o museo dedicato all’Olocausto accompagnato dai leader israeliani. A parte questo, è vero che la piattaforma ideologica del governo Netanyahu coincide con quella di questi partiti di estrema destra. Israele rappresenta il sogno di questi partiti. Ciò che non si capisce è perché i partiti di altre ideologie abbiano aderito a questa nuova definizione e a tutto ciò che essa comporta, poiché erode la qualità della nostra democrazia. Alcuni amici di Israele in Occidente dicono che ora l’antisemitismo è un fenomeno soprattutto di sinistra. È vero? No, mi sembra ridicolo. Il problema è che collegando le entità citate e mescolando l’antisemitismo con l’antisionismo nei loro rapporti, ci impediscono di avere un quadro chiaro dell’antisemitismo reale. Ed è un peccato, perché credo che attualmente ci sia un aumento dell’antisemitismo. In ogni caso, tutto indica che le manifestazioni di antisemitismo classico provengono soprattutto da persone di destra. Un chiaro esempio è il “mito Soros”, ovvero le accuse di cospirazione intorno alla figura di George Soros. È possibile che, soprattutto sui social network, persone di sinistra facciano commenti critici nei confronti di Israele in cui assimilano il termine “ebreo” a quello di “israeliano”. E questo è problematico, ma è il risultato dell’assimilazione delle definizioni di antisemitismo – che è una forma di razzismo – e antisionismo – che è una posizione politica. Ritiene che la battaglia per la definizione dell’antisemitismo sia perduta? No, è una battaglia aperta. Al di là delle posizioni dei governi europei, per non parlare degli Stati Uniti, a livello di base molte persone non sono affatto d’accordo. Anche nelle stesse comunità ebraiche molte persone sono contrarie alla posizione adottata dalle istituzioni ebraiche ufficiali, che sostengono il cambiamento della definizione.   The post «La nuova definizione di antisemitismo erode la qualità della nostra democrazia» first appeared on Popoff Quotidiano. 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March 10, 2026
Popoff Quotidiano
Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza
LO SCOOP DI UN SITO AMERICANO RIVELA L’ESISTENZA DI UN RAPPORTO INTERNO DEI DEMOCRATICI CHE QUEL PARTITO NON VUOLE RENDERE PUBBLICO Lo scoop pubblicato dal sito di informazione statunitense Axios ha riaperto una frattura che attraversa da mesi la politica americana: il sostegno dell’amministrazione di Joe Biden e della candidata democratica Kamala Harris al genocidio a Gaza da parte di Israele potrebbe essere costato ai democratici una parte decisiva dell’elettorato nelle presidenziali del 2024, vinte da Donald Trump. Secondo Axios, un’“autopsia” interna del Democratic National Committee (DNC) – il vertice esecutivo del partito – avrebbe rilevato che la linea seguita dalla campagna Harris, cioè il rifiuto di rompere con la politica di Biden di armare e sostenere militarmente Israele durante la devastazione di Gaza, ha avuto un impatto elettorale negativo. Il rapporto non è stato reso pubblico, ma Axios afferma di aver verificato in modo indipendente che gli analisti incaricati dal partito hanno riconosciuto come la questione di Gaza abbia danneggiato la posizione dei democratici tra diversi segmenti dell’elettorato. La notizia è emersa anche grazie a un incontro tra funzionari del DNC e rappresentanti dell’Institute for Middle East Understanding Policy Project, un gruppo di advocacy impegnato sul tema dei diritti dei palestinesi. Durante il confronto, secondo quanto riportato, i dirigenti democratici avrebbero ammesso che i dati interni indicavano come la politica su Gaza fosse stata – nelle loro parole – una “net negative”, un fattore nettamente sfavorevole per il partito alle urne. Per molti attivisti pro-Palestina si tratta di una conferma tardiva di ciò che denunciano da oltre un anno: il sostegno quasi incondizionato di Washington alla guerra israeliana ha alienato una parte significativa della base progressista, in particolare giovani, elettori arabo-americani e indipendenti. Un segreto imbarazzante per il Partito Democratico La rivelazione ha alimentato accuse di insabbiamento nei confronti della leadership democratica. Diverse organizzazioni chiedono che il rapporto venga pubblicato integralmente, sostenendo che la sua segretezza serva proprio a evitare un dibattito sulla responsabilità politica del partito nella guerra di Gaza. Il sito britannico Novara Media, attraverso un articolo del giornalista Joshua Carroll, ha interpretato la vicenda come un possibile momento di resa dei conti interno al campo progressista statunitense. Se le conclusioni dell’autopsia fossero confermate, scrive Carroll, rappresenterebbero una rivincita per quei settori della sinistra che hanno sostenuto per mesi che la posizione della candidata democratica su Gaza fosse una delle cause centrali della sconfitta. Ma l’aspetto più significativo non è tanto il contenuto del rapporto quanto il fatto che il partito sembri riluttante a discuterne apertamente. Il nodo politico è evidente: riconoscere che la linea filo-israeliana abbia contribuito alla sconfitta significherebbe mettere in discussione decenni di consenso bipartisan sulla politica mediorientale degli Stati Uniti. Ed è qui che il dibattito si allarga oltre lo scoop di Axios. James Zogby: “Non serve un’autopsia” Secondo James Zogby, fondatore e presidente dell’Arab American Institute e per anni membro del DNC, l’intera discussione sull’autopsia rischia di essere fuorviante. In un lungo intervento pubblicato da The Nation, James Zogby sostiene che il rapporto non potrà dire nulla che già non sia evidente da tempo. Zogby parla con una lunga esperienza interna al partito: ha fatto parte del comitato esecutivo democratico per sedici anni e per oltre un decennio ha presieduto il comitato per le risoluzioni. La sua conclusione è netta: la leadership democratica ha sistematicamente evitato di affrontare la questione dei diritti dei palestinesi, temendo il costo politico di una rottura con il consenso pro-israeliano. L’episodio più emblematico, ricorda, risale alla convention democratica del 1988 ad Atlanta, quando intervenne per sostenere la piattaforma di Jesse Jackson, che chiedeva riconoscimento reciproco e autodeterminazione sia per israeliani sia per palestinesi. Per quella presa di posizione, racconta Zogby, gli fu chiesto di lasciare il DNC: i dirigenti temevano che i repubblicani avrebbero sfruttato la sua difesa dei diritti palestinesi come arma elettorale. La paura dell’establishment democratico di affrontare la questione palestinese, sostiene Zogby, non è dunque una novità ma una costante della politica americana. Un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense Il punto centrale dell’analisi di Zogby è che la politica statunitense verso Israele sta cambiando molto più rapidamente di quanto l’establishment voglia ammettere. Sondaggi recenti mostrano un’erosione significativa del sostegno pubblico a Israele. Un’indagine citata da Zogby, condotta da The Economist nell’agosto 2025, indica che il 43% degli elettori statunitensi è favorevole a ridurre gli aiuti militari a Israele, mentre solo il 13% vorrebbe aumentarli. Tra gli elettori democratici il divario è ancora più netto: il 58% sostiene una riduzione e appena il 4% un aumento. Ancora più significativo è il dato sulla percezione della guerra di Gaza: il 44% degli elettori ritiene che Israele stia commettendo un genocidio, contro il 28% che non lo pensa. Tra i democratici la percentuale sale al 68%. Anche altri istituti demoscopici registrano la stessa tendenza. Un sondaggio di Gallup ha mostrato per la prima volta che negli Stati Uniti più persone dichiarano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani. Secondo Zogby, questi dati spiegano molto più della presunta autopsia del DNC: indicano una trasformazione strutturale dell’opinione pubblica americana, accelerata dalla distruzione di Gaza e dal numero enorme di vittime civili palestinesi. Il “terzo binario” della politica americana Per decenni criticare Israele è stato considerato il “terzo binario” della politica statunitense: un tema talmente pericoloso che qualsiasi candidato rischiava di bruciarsi politicamente solo toccandolo. Zogby sostiene che questo paradigma si stia rovesciando. Sempre più candidati democratici stanno prendendo le distanze dalle lobby pro-israeliane e rifiutando i finanziamenti dei loro comitati d’azione politica. Più di tre dozzine di aspiranti membri del Congresso hanno già dichiarato che non accetteranno contributi dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) o di altri gruppi analoghi. Tra questi figurano anche parlamentari in carica che in passato avevano ricevuto milioni di dollari da organizzazioni filo-israeliane. Se questa tendenza continuerà, sostiene Zogby, il vero tema controverso nelle elezioni di metà mandato del 2026 potrebbe non essere più la critica a Israele, ma il suo contrario: il sostegno incondizionato alle politiche israeliane. Il futuro della sinistra americana La battaglia per la pubblicazione dell’autopsia del DNC può avere un valore simbolico, ma secondo Zogby non è la priorità. La questione centrale è un’altra: costruire un nuovo equilibrio politico che rifletta il cambiamento dell’elettorato democratico. Ciò significa sostenere candidati che rifiutano i finanziamenti delle lobby pro-israeliane e che mettono apertamente in discussione la politica mediorientale degli Stati Uniti. Se il Partito Democratico non saprà adattarsi a questo cambiamento, la frattura tra leadership e base rischia di allargarsi ulteriormente. E la lezione delle elezioni del 2024 – qualunque cosa dica o non dica il rapporto segreto del DNC – potrebbe essere solo la prima avvisaglia di una trasformazione più profonda della politica americana.   The post Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 8, 2026
Popoff Quotidiano
Ma chi sono le nazi-femministe francesi?
DAL RN AI NEOFASCISTI VIOLENTI, NEMESIS AL CROCEVIA DELL’ESTREMA DESTRA Gli scambi rivelati da “L’Humanité” mostrano gli stretti legami che il collettivo identitario intrattiene con i militanti neofascisti di Lione. Fin dalla sua creazione, il movimento guidato da Alice Cordier naviga all’incrocio di tutte le estrema destra, dalla più settaria alla più istituzionalizzata. Youmni Kezzouf per Mediapart «Possiamo essere due o tre ragazze a distribuire volantini dove volete che li consegniamo. Un po’ per fare da esca, e non lo rivendicheremo come Nemesis…» Questa proposta è stata formulata nell’ottobre 2025 in un gruppo Telegram di cinque persone, secondo le informazioni fornite da L’Humanité. Proviene da una responsabile locale del movimento identitario femonazionalista e si rivolge a un dirigente di Audace Lyon, un gruppuscolo neofascista lionese. Obiettivo: tendere una trappola alla «sinistra» affinché i teppisti di Audace possano aggredirla. Questo scambio getta nuova luce sulle strategie di mobilitazione di un gruppo che rivendica l’agit-prop e la provocazione pacifica, ma che allo stesso tempo frequenta sia i militanti più radicali che i dirigenti dei partiti politici. In questa conversazione su Telegram, le militanti locali di Némésis si organizzano per un’azione a cui sono abituate: una provocazione in pochi, con slogan e cartelli, per disturbare una manifestazione di sinistra o scatenare le proteste degli studenti progressisti in una delle facoltà della città. Il tutto in stretta collaborazione con Calixte Guy, leader del gruppuscolo Audace Lyon, che è succeduto al Bastion social e al Lyon populaire in seguito ai rispettivi scioglimenti. «Voi andate a Lyon 2-Lyon 3 a fare la vostra azione, noi mettiamo insieme una squadra sul posto per catturare la sinistra», suggerisce l’attivista nella registrazione riportata alla luce da L’Humanité. Sabato 21 febbraio ha partecipato alla marcia in omaggio a Quentin Deranque a Lione (Rodano). Il 23 febbraio, durante la trasmissione di CNews, la presidente di Némésis, Alice Cordier, ha accusato il giornale all’origine di queste rivelazioni di «aver perso la testa» basandosi su «un oscuro scambio su Telegram con pseudonimi che nessuno capisce ». Contattata da Mediapart, non ha risposto alle nostre richieste. In un comunicato pubblicato su X, il collettivo denuncia «un’operazione di disinformazione» e annuncia di aver presentato una denuncia per diffamazione contro L’Humanité. Gli happening sono il marchio di fabbrica del gruppo femminista nazionalista sin dalla sua creazione nel 2019. Ha ripreso il repertorio di azioni degli identitari: srotolare striscioni durante le manifestazioni, disturbare i cortei e comunicare il più possibile su questi momenti. Con i rischi che ciò comporta: uno dei primi happening si è concluso con una rapida evacuazione della marcia contro la violenza sulle donne del 23 novembre 2019, che le militanti di Némésis erano venute a disturbare con slogan contro «gli stranieri stupratori». UNA MODALITÀ DI AZIONE EREDITATA DAGLI IDENTITARI Con la crescita del gruppo, che attualmente conta 550 aderenti su tutto il territorio, le sue leader hanno creato un servizio d’ordine informale per garantire la sicurezza delle loro militanti e poter intervenire con la forza, se necessario. Hanno quindi attinto dal vivaio di giovani militanti maschi di vari gruppi estremisti. «Chiedono protezione a militanti che sono felici di fare i cavalieri, ma si integrano poco nel movimento», commenta con sarcasmo un ex militante identitario che ha lavorato nel loro servizio d’ordine. «Vogliono prendersi dei colpi, perché è il loro modello di militanza, ma senza prenderne troppi. E per questo si servono di altri militanti che corrono i rischi al posto loro. Una storia come quella di Quentin doveva inevitabilmente accadere un giorno». Nel novembre 2021, un nuovo disturbo della marcia contro la violenza sulle donne si è trasformato in una battaglia campale. Con i volti coperti, a volte armati di cinture o di un paletto metallico, alcuni squadristi hanno attaccato il corteo femminista. Tra loro: due dirigenti del sindacato di estrema destra La Cocarde, tra cui Vianney Vonderscher, che presiederà il sindacato prima di diventare collaboratore di un eurodeputato del Rassemblement national (RN). Da buoni identitari, i dirigenti di Némésis lavorano su due fronti: l’attivismo, nelle strade e sui social network, e l’istituzionalizzazione per diffondere le loro idee nelle sfere dirigenziali «Hanno ripreso ciò che c’era di più nuovo in Génération identitaire, il suo repertorio di azioni», analizza la politologa Marion Jacquet-Vaillant. «Si tratta di azioni il cui scopo principale è quello di ottenere visibilità mediatica e di disturbare eventi politici». Nel 2020, Alice Cordier, ex membro dell’Action française e a lungo vicina a un militante del gruppo neofascista Zouaves Paris, ha preso la parola durante il «forum della dissidenza», organizzato dalla fondazione identitaria Polémia di Jean-Yves Le Gallou. L’attivista ha illustrato in dettaglio il suo progetto politico: «Il nostro ruolo è quello di difendere i nostri uomini, i nostri maschi bianchi, e di ridare lustro al comunitarismo, tra persone che considerano la Francia come la loro unica nazione e la cultura europea come la loro». Qualche anno dopo, il pubblico di Alice Cordier ha ampiamente superato le sfere dell’estrema destra di nicchia. La presidente di Némésis è ora regolarmente invitata dai media Bolloré e coltiva la sua vicinanza con i politici istituzionali. Nel febbraio 2024, il senatore di Marsiglia (Bouches-du-Rhône) Stéphane Ravier ha ricevuto una delegazione del suo gruppo al Palazzo del Lussemburgo per consegnare una medaglia simbolica a una delle sue attiviste. Nel novembre dello stesso anno, il gruppo RN al consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté aveva brandito nell’emiciclo un cartello xenofobo – «Stupatori stranieri fuori» – esposto pochi giorni prima da un’attivista di Némésis durante il carnevale di Besançon. Nel settembre 2024, è stata l’eurodeputata RN Virginie Joron ad accogliere Alice Cordier al Parlamento europeo per un evento sulla libertà di espressione. Una delle dirigenti del movimento, Nina Azamberti, è stata per un breve periodo assistente parlamentare del deputato RN Romain Baubry, mentre Marie-Émilie Euphrasie, membro del gruppo sin dalla sua creazione, ha rappresentato il partito RN a Parigi durante le elezioni legislative del 2022. «Nemesis […], complimenti per la vostra lotta, sapete che vi sono molto vicino», aveva risposto Bruno Retailleau, allora ministro dell’Interno, quando Alice Cordier lo aveva pubblicamente interpellato sullo scioglimento della Jeune Garde nel gennaio 2025. Le affinità non sono solo politiche. Astrid Mahé O’Chinal, cofondatrice del movimento, è la figlia di Jildaz Mahé O’Chinal, una delle figure di spicco della «GUD connection». Alla fine del 2024, Le Monde aveva rivelato che il maniero di Montretout, proprietà storica della famiglia Le Pen, era servito da base alle militanti riunite per preparare un’azione durante la manifestazione annuale del collettivo femminista #NousToutes. Le immagini che hanno permesso questa rivelazione sono state girate da Jordan Florentin, direttore della rivista Frontières e ospite abituale dell’emittente CNews, che appare regolarmente in occasione di eventi festivi al fianco dei dirigenti di Némésis. Alice Cordier è ormai presente a tutti gli eventi che riuniscono l’estrema destra, dal “vertice delle libertà” co-organizzato da Vincent Bolloré e Pierre-Édouard Stérin alla messa in suffragio di Jean-Marie Le Pen. «Fin dall’inizio, questo movimento era al crocevia dell’estrema destra. Alice Cordier era fin dall’inizio molto inserita sia nell’ambiente partitico che in quello radicale più marginale. Questo spiega in parte il successo di Nemesis», sottolinea Marion Jacquet-Vaillant, specialista dei movimenti identitari. LOTTE IDEOLOGICHE INTERNE Ora, per le sue azioni più importanti, Nemesis si avvale di un servizio d’ordine professionale, come quando il collettivo cerca di infiltrarsi nelle sfilate ufficiali delle manifestazioni femministe parigine. Questi professionisti collaborano con militanti estremisti, con volti e tatuaggi nascosti, che continuano a garantire la sicurezza del movimento. Nel mese di novembre 2025, mentre i manifestanti aspettavano al freddo la partenza del piccolo corteo identitario, un giovane confidava al suo vicino le sue motivazioni: «Ho esitato a venire, ma poi mi sono detto: “Sei un uomo in età di combattere e non verresti a sostenere le ragazze che manifestano, ma chi sei tu?…”». Nel marzo 2025, la partecipazione delle militanti di Nemesis al corteo femminista era stata resa possibile dalla benevolenza delle forze dell’ordine, unita al sostegno di militanti maschi con il volto nascosto, muniti di ombrelli per impedire alla stampa di filmare da troppo vicino. Nel movimento radicalizzato caratterizzato da un maschilismo dichiarato, la posizione politica del gruppo femonazionalista, così come il suo repertorio d’azione, continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. Altre critiche sono di natura più politica: identitario, il gruppo di Alice Cordier sostiene incondizionatamente il regime israeliano, che percepisce come un baluardo per la civiltà europea di fronte al mondo musulmano, considerato inevitabilmente ostile. In controtendenza rispetto alla posizione storica dei gruppi nazionalisti rivoluzionari, che l’antimperialismo e l’antisemitismo hanno portato a sostenere la causa palestinese. Il 13 febbraio, Alice Cordier ha risposto a queste critiche sui social network. «Non ho nulla da imparare dai militanti di Instagram», ha affermato in un video. «Noi siamo sul campo da sei anni. Non ho nulla da imparare da persone il cui unico lavoro di militanza è stato quello di picchiare più persone di destra che antifascisti». » Ma le dispute ideologiche tra i diversi movimenti di estrema destra tendono a svanire con le dissoluzioni e le ricomposizioni, come dimostra il percorso politico di Quentin Deranque, passato dai monarchici dell’Action française ai nazionalisti rivoluzionari di Allobroges Bourgoin. «Deranque è l’ideale tipo del militante radicale contemporaneo», riassume la ricercatrice Marion Jacquet-Vaillant. The post Ma chi sono le nazi-femministe francesi? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ma chi sono le nazi-femministe francesi? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 25, 2026
Popoff Quotidiano
Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino
NOVE ARRESTI NELL’INCHIESTA SULLA MORTE DEL NEOFASCISTA. L’ARIA CHE TIRA A LIONE. DESTRA ED ESTREMA DESTRA SCATENATE Secondo quanto riferito da Marie Turcan su Mediapart, nell’inchiesta sulla morte del militante neofascista ventitreenne Quentin Deranque sono state arrestate nove persone, tra cui Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault. A questo stadio delle indagini, ha precisato il procuratore di Lione Thierry Dran, non è possibile stabilire «il grado esatto di coinvolgimento» di ciascun fermato nei fatti avvenuti la sera del 12 febbraio. Poche ore dopo gli arresti, Arnault ha annunciato su X di aver già risolto il contratto del collaboratore: «Spetta ora all’inchiesta determinare le responsabilità». L’indagine aperta dalla procura riguarda diversi capi d’accusa, tra cui omicidio volontario, violenze aggravate e associazione a delinquere, con livelli di gravità differenti. Mediapart aveva rivelato in precedenza la presenza di Favrot sul luogo degli scontri, senza poter stabilire se avesse partecipato direttamente alle violenze; il suo avvocato ha «smentito formalmente» qualsiasi coinvolgimento nella morte di Deranque. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quel pomeriggio a Lione si sono verificati due episodi paralleli. Il primo riguardava un’azione del collettivo identitario femminista Némésis davanti alla sede di Sciences Po contro la visita dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan. Il secondo, a circa quattrocento metri di distanza, ha visto un gruppo di militanti di estrema destra, giunti per garantire la sicurezza dell’iniziativa, scontrarsi con una quindicina di individui ritenuti vicini all’area antifascista. I video diffusi da alcuni media confermerebbero «scambi reciproci di pugni e calci»: dalle immagini emergerebbe l’uso, da parte degli attivisti di estrema destra, di una stampella metallica, un ombrello e un casco da moto come armi improvvisate, oltre al lancio di un fumogeno e allo spray al gas lacrimogeno. Dopo gli scontri, la maggior parte dei militanti di estrema destra è riuscita a fuggire, ma tre di loro sono stati picchiati; tra questi, Deranque sarebbe stato «gettato a terra e poi picchiato ripetutamente» da almeno «sei individui», riportando ferite alla testa risultate fatali. Secondo informazioni pubblicate da Le Progrès, sei sospetti — cinque uomini e una donna — sarebbero stati identificati e apparterrebbero alla Jeune Garde, gruppo antifascista cofondato da Raphaël Arnault e sciolto nel giugno 2025 dal Ministero dell’Interno per presunte attività violente o di incitamento alla violenza. Il ricorso presentato contro lo scioglimento è ancora pendente davanti al Consiglio di Stato, ma senza effetto sospensivo. Ciò significa che, se fosse accertata la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante le violenze che hanno portato alla morte di Quentin Deranque, anche questi potrebbero essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di lega sciolta. Questo reato, previsto dall’articolo L431-15 del Codice penale, punisce con tre anni di reclusione e 45.000 euro di multa il fatto di «partecipare al mantenimento o alla ricostituzione, aperta o dissimulata, di un’associazione o di un gruppo sciolto». Dopo la morte a Lione del militante neofascista Quentin Deranque, La France insoumise (LFI) e l’area antifascista sono oggetto di una forte campagna politica e mediatica. Nonostante la condanna della violenza da parte del partito, si è diffusa una narrazione di «complicità morale» che ha alimentato intimidazioni e atti vandalici. Lo scrivono Sarah Benhaïda e Mathieu Dejean, su Mediapart che sta trattando senza alcuna reticenza il caso. Popoff ha già tradotto un primo articolo all’indomani del linciaggio del militante di estrema destra in cui si ricostruiva il contesto, l’ambiguità del ruolo della polizia – una delle più violente e abnusanti d’Europa – senza tuttavia fare alcuno sconto nella definizione dei fatti che hanno portato alla morte di Deranque. A Les Lilas, vicino Parigi, la casa di un candidato LFI è stata imbrattata con la scritta «LFI tue». Il candidato denuncia che la polemica nazionale sta colpendo anche le campagne locali: «Ciò che mi rattrista è che questo evento disastroso distolga l’attenzione dalla campagna locale, progetto contro progetto». Secondo LFI, dal 13 febbraio almeno dieci sedi o locali del movimento sono stati presi di mira. Nel frattempo, esponenti della destra e dell’estrema destra hanno diffuso messaggi violenti. Il polemista Jean Messiha ha scritto: «Bisogna sterminare gli antifascisti», mentre due candidati LFI hanno ricevuto minacce di morte. Uno di loro denuncia: «Ci stanno mettendo un bersaglio sulla schiena». La polemica nasce dal presunto legame tra LFI e il gruppo antifascista Jeune Garde: un ex membro dell’organizzazione era presente sul luogo della morte, ma ha negato ogni coinvolgimento e la procura non ha incriminato il gruppo. Nonostante ciò, politici e commentatori parlano di responsabilità morale del partito. Il capo della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, ha dichiarato che «la radicalità nel discorso può talvolta tradursi in violenza nelle strade», evocando un legame «molto forte» tra LFI e la Jeune Garde. Sui social e nei comizi, lo slogan «LFI uccide» si è diffuso nell’area della destra e dell’estrema destra. Jean-Luc Mélenchon ha espresso «sconcerto», «empatia» e «compassione per la famiglia», ribadendo: «La morte non ha nulla a che vedere con le nostre pratiche… siamo ostili e contrari alla violenza». Anche il coordinatore Manuel Bompard ha preso le distanze dalle immagini degli scontri: «non ha nulla a che vedere con l’autodifesa popolare e l’ho condannato fin dal primo momento». Secondo diversi militanti e osservatori, però, l’offensiva politica colpisce l’intero campo antifascista. Simon Duteil parla di «Overton ++», denunciando la capacità dell’estrema destra di imporre la propria lettura dei fatti. Un sindacalista di Solidaires descrive «un clima molto pesante» dopo attacchi alla sede e minacce online. Attivisti e organizzazioni di sinistra denunciano una strategia di stigmatizzazione simile a quella adottata negli Stati Uniti. Youlie Yamamoto di Attac parla di «sfruttare le fake news… per stigmatizzare un movimento». Per l’attivista Sarah Durieux, «la sfida più grande è disinnescare l’inquadramento imposto», ricordando che «nessuno dovrebbe morire in questo modo» e che negli ultimi anni diversi attacchi mortali dell’estrema destra non hanno suscitato la stessa reazione politica. Il sociologo Kevin Vacher descrive «una terribile offensiva e un’ingiunzione a giustificarsi», avvertendo che la sinistra deve «resistere a questo bulldozer… continuando a diffondere un messaggio di pace». Mediapart ha anche cercato di ricostruire il percorso politico del ragazzo ucciso: secondo l’inchiesta di Alexandre Berteau e Donatien Huet, il ventitreenne Quentin Deranque, presentato dai familiari come «uno studente di matematica… che ha sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», si era in realtà avvicinato negli ultimi mesi a diversi ambienti dell’estrema destra radicale (fonte: Mediapart). Il giovane, residente a Saint-Cyr-sur-le-Rhône, partecipava come servizio d’ordine all’azione del collettivo identitario Némésis davanti a Sciences Po Lione quando è stato aggredito. In precedenza aveva militato nell’Action française, che ha ricordato come uno che aveva «militato nelle [sue] file», prima di cancellare il riferimento. Secondo le informazioni raccolte dal giornale, Deranque faceva parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin e nel maggio 2025 aveva partecipato alla parata neonazista del Comité du 9-Mai a Parigi, «inondata di riferimenti al Terzo Reich». Le immagini analizzate da Mediapart mostrerebbero il giovane presente alla manifestazione con il foulard ufficiale, anche se l’avvocato della famiglia ha parlato di «montature che non corrispondono all’identità della vittima». Il suo percorso politico includeva inoltre la partecipazione ad attività dell’Academia Christiana, ambiente cattolico tradizionalista di estrema destra, e la frequentazione del gruppo nazional-rivoluzionario lionese Audace, erede del Bastion social, organizzazione violenta sciolta nel 2019. Proprio Audace lo ha salutato come «[loro] camerata Quentin, ben noto ai [suoi] militanti». Alla messa in sua memoria erano presenti diversi esponenti dell’estrema destra locale, mentre uno dei coinquilini che lo ha descritto come «serio e equilibrato» era stato in passato rinviato a giudizio per il coinvolgimento in una spedizione punitiva di militanti del Bastion social. Nel comunicato diffuso dopo la morte del militante neofascista Quentin Deranque, il NPA (Nouveau Parti anticapitaliste) propone una lettura politica dell’episodio, inserendolo nel contesto della crescita dell’estrema destra e degli scontri con il movimento antifascista a Lione. Il partito ricorda innanzitutto il percorso del giovane ucciso, passato dall’Action française al gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin, sottolineando che da anni nella città si assiste all’insediamento di gruppi neonazisti violenti. La sua morte, avvenuta dopo un’aggressione, riporta dunque «alla ribalta la situazione del movimento sociale che si oppone all’estrema destra a Lione». Il contesto lionese Secondo il comunicato, i fatti si inseriscono negli scontri avvenuti a margine di un incontro pubblico con l’eurodeputata LFI Rima Hassan, provocato dalla presenza del collettivo identitario Némésis. Il gruppo, afferma il NPA, agisce da anni con azioni provocatorie in diversi contesti. A Lione, si sostiene, collettivi di sinistra, realtà antirazziste, librerie, iniziative di solidarietà con la Palestina e singole persone vittime di discriminazioni subiscono da tempo aggressioni da parte di gruppi «violenti, razzisti e virilisti». In questo scenario, il movimento sociale avrebbe sviluppato forme di autodifesa, anche perché questi gruppi di estrema destra colpiscono «senza alcuna reazione da parte dello Stato». «L’estrema destra e il razzismo uccidono» Il comunicato insiste su una lettura generale del fenomeno: «l’estrema destra e le sue idee uccidono». Viene citato un dato secondo cui, tra il 1986 e il 2021, il 90% dei 53 omicidi di matrice ideologica sarebbe stato commesso da ambienti di estrema destra. Il testo richiama diversi casi: * l’uccisione nel 2022 dell’ex rugbista argentino Federico Martín Aramburú da parte di membri del GUD; * quella del militante antifascista Clément Méric nel 2013; * e una serie di omicidi a sfondo razzista, tra cui quelli di Ismaël Aali, Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui e Aboubakar Cissé. La «demonizzazione» della sinistra Secondo il NPA, la copertura mediatica della morte di Deranque sarebbe «sproporzionata» e funzionale alla demonizzazione di una sinistra che si oppone all’avanzata dell’estrema destra. Il comunicato ricorda che, pochi giorni prima, il Ministero dell’Interno aveva classificato LFI come forza di «estrema sinistra», mentre il ministro Gérald Darmanin ha parlato della «milizia di Mélenchon». Per il partito anticapitalista, negli ultimi due anni si è assistito a una «normalizzazione e banalizzazione» delle idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobiche dell’estrema destra, favorita da politiche securitarie e antisociali e dalla repressione dei movimenti sociali sotto i governi Macron. Appello a un fronte unitario Il comunicato denuncia inoltre le reazioni successive alla morte del militante: piccoli gruppi fascisti avrebbero invocato vendetta e attaccato sedi politiche, locali sindacali e spazi culturali come la libreria La Plume Noire. Militanti antifascisti, in particolare dell’ex Jeune Garde, sarebbero stati accusati pubblicamente di omicidio, minacciati e colpiti da campagne di doxxing. Secondo il NPA, i gruppi fascisti «idealizzano e romanticizzano la violenza e la morte», mentre l’antifascismo rappresenterebbe il campo «degli sfruttati e degli oppressi» e lotterebbe per «uguaglianza e giustizia». Il partito conclude sostenendo che non esistono scorciatoie nella lotta al fascismo e che serve l’unità delle forze politiche e sindacali impegnate nella trasformazione sociale. L’obiettivo indicato è costruire «un fronte unitario di massa» capace di respingere l’estrema destra non solo alle urne, ma anche «nelle strade, nei quartieri, nelle aziende», mantenendo «una linea antifascista unitaria, popolare e di massa» di fronte alla crescita della destra radicale. Ma la situazione è davvero complicata: se la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante gli scontri che hanno portato alla morte di Quentin Deranque fosse provata, potrebbe influire sul loro ricorso contro il decreto che ne ha decretato lo scioglimento. Questi ultimi potrebbero anche essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di un’associazione sciolta. Senza nemmeno attendere gli esiti dell’inchiesta, l’Assemblea Nazionale è teatro di un vero e proprio linciaggio del gruppo di LFI (anche da parte del PS e per scopi molto meno nobili di concorrenza elettorale) e l’antifascismo rischia seriamente di essere criminalizzato. La vicenda ha delle ricadute italiane sotto forma di sciacallaggio mediatico. In un commento pubblicato su Il Giornale di Francesco Giubilei insinua un collegamento tra la morte del militante neofascista di Lione a una presunta “internazionale dell’odio” dell’antifascismo, arrivando a tirare in ballo Ilaria Salis e Mimmo Lucano, eletti a Bruxelles con AVS, e un’esponente della CGIL colpevoli di aver sottoscritto, assieme ad alcuni nomi di LFI, l’adesione a un meeting antifascista che si terrà in estate in Brasile. A Giubilei non sfugge nulla, eccetto la realtà.         The post Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 18, 2026
Popoff Quotidiano
Israele avanza verso l’annessione formale della Cisgiordania
GRAZIE ALL’INERZIA INTERNAZIONALE, ISRAELE ESTENDE IL CONTROLLO SU AREE FINORA SOTTO L’EGIDA DELL’ANP. SI VUOLE «UCCIDERE L’IDEA DI UNO STATO PALESTINESE» Clothilde Mraffko su Mediapart Di fatto, la Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967, è già stata annessa. Sulle mappe ufficiali israeliane, la linea verde che separa questo territorio palestinese da quello israeliano non è tracciata; non esiste nemmeno nella mente di molti israeliani. Ogni mattina, ai checkpoint, lunghe file di auto israeliane passano dalla Cisgiordania a Israele con la stessa facilità con cui gli automobilisti attraversano un casello autostradale in Francia. Un’intera rete di linee di autobus collega il territorio dal Mar Mediterraneo al Giordano, collegando gli insediamenti alle grandi città israeliane. I coloni «godono degli stessi diritti e vantaggi degli israeliani che vivono all’interno di Israele», ricordava un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicato il 7 gennaio, che evidenzia le discriminazioni tra palestinesi e coloni ebrei in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. L’esercito israeliano di occupazione conduce incursioni quotidiane nelle città delle zone A e B, che secondo gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto la giurisdizione amministrativa dell’Autorità palestinese. Israele ha già il pieno controllo della sicurezza e dell’amministrazione della zona C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e dove si trova la stragrande maggioranza degli insediamenti. Il ministro suprematista ebreo Bezalel Smotrich, diventato una sorta di governatore della Cisgiordania dal febbraio 2023, nutre tuttavia sogni più ambiziosi. Incoraggiato dalle sue truppe nazionaliste-religiose, sostiene presso il governo l’annessione de jure della Cisgiordania e, più in generale, la sovranità ebraica su tutto il territorio compreso tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e anche oltre. Domenica 8 febbraio, Bezalel Smotrich ha ottenuto una nuova vittoria. Il suo ministero delle Finanze, insieme a quello della Difesa, ha annunciato una serie di misure che rafforzano il controllo israeliano sulla Cisgiordania occupata e dovrebbero «modificare radicalmente la realtà giuridica e civile» di questo territorio palestinese. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DELLA CISGIORDANIA IN VIRTÙ DEGLI ACCORDI DI OSLO DEL 1993                                     ZONA A (18% DEI TERRITORI): CONTROLLO PALESTINESE Zona B (22% dei territori): controllo condiviso israelo-palestinese Zona C (60% dei territori): controllo israeliano Mappa: MediapartCreata con Datawrapper © Infografica Donatien Huet / Mediapart In generale, il gabinetto di sicurezza ha giustificato l’estensione del controllo israeliano sulle zone A e B amministrate dall’Autorità palestinese in nome delle «infrazioni legate all’acqua», dei «danni ai siti archeologici» e della lotta contro «i danni ambientali che inquinano l’intera regione». Le misure annunciate sono l’ennesimo colpo agli accordi di Oslo, che Israele ha smesso da tempo di rispettare. «Continueremo a seppellire l’idea di uno Stato palestinese», ha dichiarato con orgoglio Bezalel Smotrich. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto un intervento immediato degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, denunciando la confisca delle terre palestinesi e «un evidente tentativo israeliano di legalizzare l’espansione della colonizzazione». Hamas ha invitato i palestinesi a «intensificare il confronto con l’occupazione e i suoi coloni». Finora, “l’apartheid israeliano faceva parte di un sistema burocratico molto sofisticato”, spiega un responsabile dell’Istituto palestinese per la diplomazia pubblica (PIPD): “Ci voleva tempo per espropriare i palestinesi. Questi ultimi potevano quindi sperare di guadagnare qualche anno di tempo prima degli sfratti, moltiplicando i ricorsi alla giustizia israeliana, anche se l’esito non era quasi mai favorevole, essendo la Corte Suprema uno degli strumenti di difesa dell’apartheid israeliana. «Oggi non abbiamo più tempo. Assistiamo all’accelerazione dei processi legislativi e burocratici che consentiranno a chissà quanti coloni di installarsi molto facilmente in Cisgiordania», prosegue la fonte du PIPD. IMPUNITÀ ISRAELIANA In un comunicato congiunto, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto, Turchia e persino gli Emirati Arabi Uniti, solitamente il più compiacente alleato arabo di Israele, hanno condannato le misure annunciate domenica sera dal governo. L’Unione Europea ha denunciato «un altro passo nella direzione sbagliata». Israele, tuttavia, intensifica la sua colonizzazione senza ostacoli. A ottobre, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha votato in prima lettura un testo che apre la strada all’annessione della Cisgiordania. A dicembre l’ONU ha segnalato un «netto aumento» dei progetti di costruzione di alloggi israeliani in Cisgiordania, con piani per «circa 47.390 unità abitative avanzate, approvate o presentate» nel 2025, contro una media di 12.800 all’anno tra il 2017 e il 2022 , prima dell’arrivo al potere dell’attuale coalizione. A Gerusalemme Est, annessa illegalmente da Israele nel 1980, una trentina di famiglie palestinesi, per un totale di circa 175 persone, sono minacciate di espulsione nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia, ricorda l’ONG anticolonialista Ir Amim. L’organizzazione parla di un “punto di svolta” per questo quartiere, in un contesto di “violazioni mortali del cessate il fuoco che continuano a Gaza [e] di aumento della violenza dei coloni, [di] sequestro di terre e [di] espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati”. Otto famiglie sono già state cacciate dalle loro case a Silwan e le loro abitazioni sono state immediatamente occupate da coloni israeliani. Di fronte al genocidio a Gaza e mentre più di mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dall’esercito o dai coloni dal 7 ottobre, i paesi europei, tra cui la Francia, hanno emesso sanzioni che colpiscono solo alcuni coloni, mascherando la realtà della violenza di Stato. L’Unione europea è tuttavia il principale partner commerciale di Israele. «La dissonanza cognitiva e la totale disconnessione tra i discorsi diplomatici o le soluzioni politiche proposte e la realtà sul campo sono sempre più evidenti», osserva il responsabile del PIPD. «Israele accelera l’annessione, ma la comunità internazionale si concentra sulla riforma dell’Autorità palestinese». Anche se le «tattiche» delle autorità israeliane differiscono a seconda dei territori interessati – Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est –, l’obiettivo rimane lo stesso, continua la fonte: «sostituire la popolazione palestinese». Nell’enclave meridionale, il blocco e poi il genocidio hanno spinto i più abbienti e le classi intellettuali a fuggire da una vita diventata impossibile. Il fenomeno si ripete in Cisgiordania: i raid dell’esercito, gli arresti, le strade bloccate e la disoccupazione in forte aumento, gli attacchi dei coloni che svuotano alcune zone dei loro abitanti palestinesi, hanno reso la vita quotidiana insopportabile e i più fortunati emigrano. Un’annessione de jure amplificherebbe questa violenza e questa espansione coloniale e, di conseguenza, accelererebbe la scomparsa di una società la scomparsa di una società palestinese ricca e diversificata nei suoi territori. 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February 10, 2026
Popoff Quotidiano