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I media che inventano la realtà alternativa di Trump
Negli Usa, lo spazio informativo del 2026 non ha più nulla a che vedere con quello del 2016 e nemmeno con quello del 2020 The post I media che inventano la realtà alternativa di Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I media che inventano la realtà alternativa di Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova
Il malcontento sociale mette in luce il disagio del popolo iraniano, ma anche la capacità di resistenza del sistema instaurato dopo il 1979 The post Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Iran, attenzione agli utili idioti dell’Occidente
È giusto dire che né gli Stati Uniti né Israele hanno a cuore la volontà del popolo iraniano, né la vita dei giovani uccisi dalla polizia  The post Iran, attenzione agli utili idioti dell’Occidente first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Iran, attenzione agli utili idioti dell’Occidente sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
«Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia»
Intervista a Marzio G. Mian: l'Artico è l'ultimo Eldorado per le potenze capitaliste  The post «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione
DOPO TRE DECENNI DI VESSAZIONI, SANZIONI, CONFISCHE E GOLPE FALLITI, TRUMP HA RIPRESO LA PIÙ ANTICA TRADIZIONE DELLA POLITICA ESTERA USA: L’INTERVENTO MILITARE DIRETTO Roberto Montoya su El Salto Dopo tre decenni di vessazioni politiche, sanzioni economiche, confische di beni e falliti colpi di Stato, Trump ha fatto ricorso alla più antica tradizione della politica estera statunitense: l’intervento militare diretto. “Quando me ne sono andato, il Venezuela era sul punto di crollare. Avremmo potuto impadronirci del Paese e di tutto il suo petrolio. Ora lo compriamo al dittatore e lo rendiamo più ricco”. Il 12 giugno 2023, Donald Trump ha rilasciato queste controverse dichiarazioni durante un comizio elettorale in North Carolina, all’inizio della sua campagna per le elezioni del novembre 2024 che lo avrebbero riportato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Trump aveva chiaro il suo obiettivo in Venezuela sin dal suo primo mandato, non lo ha mai nascosto: frenare la crescente influenza cinese in America Latina e riprendere il controllo sul suo “cortile di casa”, senza perdere l’accesso alle terre rare e al petrolio. “Trivellare, trivellare, trivellare” è stato uno dei suoi slogan durante l’ultima campagna elettorale e ha rapidamente abbattuto tutte le limitazioni imposte dall’ex presidente Joe Biden alle energie fossili per poter inondare l’Europa – ancora di più – con petrolio e gas liquefatto estratti attraverso la tecnica inquinante del fracking, sostituendo così quello fornito per anni dalla Russia, più economico e sicuro. Ma Trump non si accontenta e vuole che corporation Usa controllino, direttamente e in esclusiva, la produzione e l’esportazione del petrolio del Venezuela,  paese che conserva le maggiori riserve al mondo, non meno di 303.000 milioni di barili. IL RICATTO PER EVITARE UN VIETNAM 2.0 Il governo Trump ha preparato meticolosamente il colpo di Stato in Venezuela, scartando l’opzione più rischiosa, quella di un’invasione terrestre in un Paese di un milione di chilometri quadrati con centinaia di migliaia di militari e civili armati e con un confine molto permeabile con la Colombia, un altro Paese con decine di migliaia di soldati e una proliferazione di gruppi armati. Nonostante la sua schiacciante superiorità militare, un’occupazione militare convenzionale con truppe di terra comporterebbe per gli Stati Uniti un grande dispiegamento di forze a tempo indeterminato che potrebbe significare un Vietnam 2.0. Per aggirare un voto al Congresso, Trump aveva bisogno di presentare l’attacco come una semplice “operazione chirurgica”, come una “rimozione” del presidente e non come un atto di guerra, personificando in Nicolás Maduro la responsabilità della situazione critica del Venezuela. In questo modo, il governo Trump cerca di costringere con il ricatto il regime venezuelano, che rimane intatto, e le sue onnipresenti forze armate ad accettare l’imposizione imperiale. La sua scommessa è quella di cercare complicità interne all’apparato statale e alle forze armate venezuelane, allontanare gli irriducibili e cercare, attraverso le minacce, una transizione negoziata. Trump minaccia di lanciare una seconda e più ampia ondata di attacchi militari se la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e il resto del nucleo duro del regime rifiuteranno l’ultimatum, ma il Pentagono sa che l’opzione di una guerra in campo aperto è un’operazione ad altissimo rischio da cui gli USA potrebbero uscire scottati come in tante altre esperienze precedenti. Dopo l’iniziale gioia di María Corina Machado ed Edmundo González, che sembravano destinati ad atterrare nel giro di pochi giorni nei giardini del Palazzo di Miraflores, è arrivata la delusione. González si è proclamato in un comunicato “presidente legittimo” del Venezuela e comandante in capo delle forze armate, pronto ad assumere immediatamente il potere. Tuttavia, almeno nella fase iniziale, non sembrano essere inclusi nel piano di Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio. L’Amministrazione Trump sa che imporre con la forza l’opposizione potrebbe scatenare una guerra civile in Venezuela e vanificherebbe tutti i suoi piani per iniziare rapidamente a pompare petrolio. Trump non parla delle elezioni in Venezuela, non parla dell’opposizione, parla come priorità e richiesta che il governo di Delcy Rodríguez ceda immediatamente il controllo del petrolio alle società statunitensi. L’atteggiamento di Trump sconcerta totalmente l’opposizione, diventata solo un altro tassello dei suoi piani per il Venezuela, che utilizzerà a suo piacimento. Il resto dell’atto di guerra compiuto sabato 3 gennaio dagli Stati Uniti è solo la scenografia necessaria: che Nicolás Maduro è un “narcoterrorista” a capo di un fantasmagorico Cártel de los Soles – la cui esistenza è stata negata dalla stessa intelligence statunitense – o del cartello Tren de Aragua con l’obiettivo di inondare gli Stati Uniti di droga; che è coinvolto nel traffico di armi o nello svuotamento delle carceri venezuelane dai criminali per inviarli negli Stati Uniti, e molto altro ancora. La stessa intelligence statunitense ha riconosciuto che solo tra il 5% e il 10% della cocaina mondiale transita per il Venezuela e che sul suo territorio non viene prodotto né transita il fentanil, la droga che uccide più di centomila statunitensi all’anno. Ma nulla di tutto ciò ha importanza, così come non ha importanza che le accuse su cui si baserà il processo a Maduro – che sarà presieduto dal giudice ebreo ortodosso Alvin Hellerstein, ex avvocato dell’esercito di 92 anni – si fondino essenzialmente sulle testimonianze di trafficanti condannati o di vecchi funzionari del regime accusati in Venezuela di corruzione che hanno accettato di collaborare con la giustizia in cambio di un ribasso delle pene. 36 ANNI DOPO L’INVASIONE DI PANAMA Il 3 gennaio 1990, 36 anni prima del rapimento di Maduro e di sua moglie, il presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, si consegnò alle forze statunitensi dopo giorni di scontri armati con le truppe invasori. I migliori avvocati di cui Noriega disponeva per la sua difesa non riuscirono a rompere il muro dei tribunali federali statunitensi: i giudici si rifiutarono di considerare la legalità dell’invasione, ritenendo che, anche se l’imputato fosse stato portato con la forza da un altro Paese, ciò non influiva sulla giurisdizione penale. Noriega fu condannato a 40 anni di carcere. Mentre gli Stati Uniti preparavano il rapimento di Maduro, parallelamente prendevano altre decisioni politiche di grande portata che avrebbero permesso di completare il piano. Nel gennaio 2025, gli Stati Uniti approvarono l’Ordine 1457 con cui il cosiddetto Cártel de los Soles e il Tren de Aragua furono dichiarati organizzazioni terroristiche straniere, legittimando le esecuzioni extragiudiziali nei loro presunti narco-barconi nei Caraibi. E lo scorso 15 ottobre, Trump ha annunciato pubblicamente di aver ampliato l’autorizzazione alla CIA di espandere le sue operazioni letali in territorio venezuelano. Dicembre è iniziato con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con la quale l’amministrazione Trump ha ripreso i principi della Dottrina Monroe del 1823, quella in cui si avvertiva allora gli imperi europei che gli Stati Uniti non avrebbero permesso a nessuna potenza straniera di immischiarsi negli affari del continente americano. Con il ‘Corolario Trump a la Doctrina Monroe’ si rinforza la decisione di imporre l’egemonia totale degli Usa su quello che viene definito Emisfero Occidentale. La decisione di attaccare il Venezuela è giunta nel momento culminante dello scandalo degli archivi di Epstein e nel mezzo di un’importante crollo della popolarità di Trump a meno di un anno dall’ascesa al potere I drastici tagli alla sanità, all’istruzione, all’assistenza sociale, alle sovvenzioni e alle borse di studio, nonché il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti pubblici, insieme ai passi indietro in materia di diritti dei lavoratori e a una gestione politica sempre più autocratica, stanno minando il sostegno dei settori popolari che lo hanno portato al potere nel 2016. Trump ha dedicato gran parte delle sue prime dichiarazioni pubbliche dopo l’attacco al Venezuela a rivolgersi a questi settori, spiegando loro perché aveva infranto la promessa di non aprire nuovi fronti di guerra nel mondo invece di chiudere quelli in cui gli Stati Uniti erano coinvolti. La pessima esperienza delle interventi militari degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam fino alle recenti esperienze in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o Ucraina – di cui sono stati responsabili sia i governi repubblicani che quelli democratici – ha creato un crescente rifiuto da parte della società statunitense nei confronti di questo tipo di avventure belliche. Trump attribuiva da anni la colpa del fatto che Maduro rimanesse al potere e impedisse agli Stati Uniti di assumere il controllo di un Paese di così grande importanza strategica come il Venezuela all’atteggiamento morbido che avrebbe mantenuto l’amministrazione Biden quando gli è succeduta al potere (2021-2025). Il presidente sembrava non ricordare che alla guida della Casa Bianca c’erano stati presidenti sia repubblicani che democratici durante i 27 anni di vessazioni e guerra sporca contro i governi del Venezuela, prima contro Hugo Chávez (1999-2013) e poi contro Nicolás Maduro (2013-2026). L’ossessione di porre fine a quella rivoluzione bolivariana che si sarebbe deteriorata e diluita nel corso degli anni, e di impossessarsi del petrolio del Venezuela, è iniziata durante il governo con il maggior numero di rappresentanti dell’industria petrolifera nella storia degli Stati Uniti, quello di George W. Bush (2001-2009). Il repubblicano iniziò con vessazioni politiche, sospensione di crediti e aiuti finanziari e continuò a favorire nel 2002 il colpo di Stato civile-militare e il sequestro di Chávez per 48 ore. Il governo di Bush e quello di José María Aznar si affrettarono a congratularsi con lo stesso leader del padronato, Pedro Carmona, come presidente ad interim, ma la grande mobilitazione popolare e la reazione delle forze militari fedeli liberarono Chávez e frustrarono il colpo di Stato. María Corina Machado e Leopoldo López – ospitato dal governo di Sánchez in Spagna dopo averlo aiutato a violare gli arresti domiciliari e a fuggire dal Paese – furono due dei firmatari di quel comunicato di sostegno al colpo di Stato e al governo che Pedro Carmona intendeva presiedere. Da allora, le attività golpiste di María Corina Machado non hanno avuto tregua. SETE DI PETROLIO Il petrolio venezuelano era stato nazionalizzato molto prima, nel 1976, dal socialdemocratico Carlos Andrés López, ma durante il suo secondo mandato presidenziale (1989-1993) iniziò a invitare grandi compagnie straniere, in particolare statunitensi, a investire nel settore petrolifero del Venezuela. Tuttavia, nel 2007 Chávez cambiò queste regole e pose dei limiti agli investimenti delle società, dando loro la possibilità di diventare soci di minoranza della statale PDVSA o di ritirarsi dal Paese. Per questo motivo Trump avrebbe detto il 17 dicembre scorso, due settimane prima dell’attacco al Venezuela: “Ricordate che ci hanno tolto tutti i nostri diritti energetici. Ci hanno tolto tutto il nostro petrolio non molto tempo fa. Lo rivogliamo indietro. Ce lo hanno tolto illegalmente”. Nonostante quella affermazione di sovranità di Chávez che ha creato tanta tensione nei rapporti con gli Stati Uniti, il governo repubblicano di Bush ha continuato a importare dal Venezuela un terzo del petrolio che consuma e ha permesso, per convenienza, le attività negli States di CITGO, filiale della PDVSA, la grande azienda petrolifera statale venezuelana. CITGO continuò a mantenere negli anni le raffinerie e più di 5.000 stazioni di servizio negli Usa. Tra il 2002 e il 2003 l’Amministrazione Bush incentivó un furto petrolifero in complicità con il grande padronato venezuelano che debilitó enormemente la PDVSA causandole grandi perdite, il che, sommato a una cattiva gestione e a gravi casi di corruzione, l’avrebbe fatta sprofondare sempre più nel corso degli anni. Chávez finì per espellere dal Venezuela la DEA, l’agenzia antidroga degli Stati Uniti, accusandola di spionaggio e di incentivare il traffico di droga per interessi personali. L’arrivo al potere del democratico Barack Obama nel 2009 istituzionalizzò ulteriormente le pressioni sul Venezuela con la firma, il 5 marzo 2015, dell’Ordine Esecutivo 13.692, che dichiarava il governo venezuelano “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale”. Come conseguenza di tale ordine presidenziale, furono bloccati i primi beni negli Stati Uniti di funzionari venezuelani, che col tempo sarebbero stati estesi a molti altri. Già durante il primo mandato di Trump (2017-2021), sia Citibank che JPMorgan hanno chiuso i conti venezuelani, facendo schizzare il rischio paese fino a raggiungere il record mondiale e nel 2017 è stato vietato l’acquisto di debito venezuelano e la distribuzione dei dividendi di CITGO, la filiale statunitense di PDVSA. Da parte sua, ConocoPhillips ha sequestrato i beni di PDVSA, mentre Euroclear ha congelato 1,65 miliardi destinati all’acquisto di generi alimentari. Le sanzioni sono diventate sempre più severe, Trump ha dichiarato illegale la criptovaluta Petro e ha esteso drasticamente le sanzioni a tutti i paesi o le aziende che commerciavano o collaboravano con il governo di Nicolás Maduro. Lo strangolamento dell’industria petrolifera, da cui storicamente ha sempre dipeso l’economia venezuelana, così come il congelamento dei beni all’estero e le sanzioni a coloro che commerciavano con il Venezuela hanno limitato drasticamente le risorse dello Stato, provocando una carenza di beni (favorita anche dai grandi imprenditori), un’impennata dell’inflazione, una riduzione della spesa pubblica, il deterioramento della sanità e dei servizi essenziali e, con tutto ciò, un aumento del malcontento sociale e dell’emigrazione. L’AVVENTURA DI GUAIDÓ In questo clima di agitazione sociale, il governo di Donald Trump ha giocato una nuova carta, elevando nel 2019 il leader dell’opposizione di estrema destra Juan Guaidó a “presidente ad interim” del Venezuela. In un’operazione coordinata tra la variegata e tradizionalmente divisa opposizione venezuelana e l’amministrazione Trump, Guaidó si è autoproclamato “presidente ad interim” in una manifestazione di massa. Come tale è stato immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da decine di paesi sotto la pressione di Trump. Tra questi, il governo di Pedro Sánchez. Gli Stati Uniti arrivarono addirittura a cedere a Guaidó e al suo team il controllo dei beni confiscati a CITGO e Monómeros Colombo Venezolanos, entrambe filiali della compagnia petrolifera statale PDVSA. Anni dopo sarebbe stata confermata la distrazione di parte di quei fondi verso conti personali di Guaidó e dei suoi collaboratori. Prima di cadere definitivamente in disgrazia ed essere destituito dalla stessa opposizione, Guaidó – decorato dal PP e da Vox durante i suoi tour europei – ha fatto un ultimo tentativo per porre fine a Maduro. Ha ingaggiato una società di mercenari, la Silvercorp, che nel 2020 ha portato avanti la cosiddetta Operación Gedeón, nel tentativo fallito di invadere il Venezuela attraversando la frontiera colombiana. LA LEGISLATURA DI BIDEN L’arrivo del democratico Joe Biden alla Casa Bianca nel gennaio 2021 non ha sostanzialmente modificato la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, anche se ha autorizzato Chevron a riprendere le operazioni e le esportazioni di petrolio venezuelano attraverso licenze concesse in via eccezionale per aggirare le sanzioni. Con queste licenze, note come OFAC, i profitti potevano essere utilizzati solo per pagare il debito e non rappresentavano nuove entrate per il Paese. Il cambiamento di tattica era legato alla tensione sul mercato energetico mondiale causata dall’invasione russa dell’Ucraina, e anche al fatto che l’inasprimento delle sanzioni durante il primo governo Trump aveva aggravato la crisi sociale e, come un boomerang, gli Stati Uniti stavano ricevendo ondate sempre più massicce di immigrati venezuelani senza documenti. La tattica è cambiata con Biden, ma la morsa sul Venezuela è continuata. Già durante il suo secondo mandato, a partire dal gennaio 2025, Donald Trump è riuscito a ottenere che la giustizia federale autorizzasse finalmente la vendita della CITGO – la filiale statunitense della compagnia petrolifera PDVSA confiscata – alla Amber Energy, filiale del fondo speculativo Elliott Investment Management, per 5,9 miliardi di dollari, consumando così definitivamente il furto dei beni venezuelani negli Stati Uniti. Trump aveva già smesso di affidare, come nel suo primo mandato, il controllo di tali beni all’opposizione venezuelana, toglieva protagonismo ai suoi leader, era arrabbiato per il fatto che fosse stato concesso il Premio Nobel per la Pace 2025 a Corina Machado e non a lui, e cambiava bruscamente i piani. Decise che era giunto il momento che fossero gli Stati Uniti a governare “temporaneamente” il Venezuela e a sfruttarne il petrolio. Roberto Montoya, è membro del Consiglio di redazione di Viento Sur e autore di Trump 2. (Akal, 2025) The post Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento
IL GIOCO DELLE MARIONETTE SEMBRA IL NUOVO PASSATEMPO DEGLI USA, PIÙ FACILE CON UN FRAGILE RESIDUO DEL VECCHIO REGIME Steven Methven su Novaramedia Nel corso della giornata, il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores dovranno rispondere delle accuse federali di traffico di droga e armi in un tribunale di New York. È una frase che nessuno avrebbe immaginato di scrivere solo due giorni fa. Ma nelle prime ore di sabato, le forze speciali statunitensi hanno bombardato il nord del Paese, sono entrate nella capitale Caracas e hanno assediato il rifugio dove si trovava Maduro prima di rapire la coppia e riportarla nello Stato canaglia più potente del mondo. L’operazione è durata solo due ore e venti minuti, un tempo più che sufficiente, a quanto pare, per distruggere ciò che restava dell’ordine internazionale basato sulle regole. Ma la diagnosi iniziale di un cambio di regime appare sempre più fuori luogo. Al contrario, i membri chiave del governo Maduro, escluso il capo, sembrano allinearsi perfettamente alla linea di Trump, almeno per ora. La stagione del teatro pantomimico è ovviamente finita da tempo. Ma è possibile che il teatro delle marionette stia per tornare in auge? La caratteristica più sorprendente dell’operazione militare statunitense in Venezuela non sono stati i 150 bombardieri, caccia e aerei da ricognizione schierati per catturare Maduro e sua moglie, né il rapido abbattimento dei sistemi di difesa aerea del Paese, né la terrificante abilità con cui la Delta Force, la migliore unità speciale statunitense, ha prelevato la coppia presidenziale dal luogo in cui si trovava. È stato il fatto che l’élite militare e politica venezuelana sembrava essere poco preparata – e forse poco resistente – all’intervento degli Stati Uniti. Ciò è particolarmente degno di nota, data la chiarezza con cui l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso le sue intenzioni di destituire Maduro. A partire dall’agosto dello scorso anno, l’esercito statunitense ha rafforzato la propria presenza nei Caraibi, presumibilmente per combattere il traffico di droga. Ciò si è presto trasformato in un omicidio mirato, con almeno 36 attacchi aerei contro presunte navi trafficanti di droga, che hanno causato la morte di 115 persone. L’esercito statunitense ha anche bloccato le acque venezuelane, utilizzando forze speciali per sequestrare una petroliera all’inizio di dicembre e poi un’altra poche settimane dopo. Pochi giorni prima che l’operazione Absolute Resolve portasse al rapimento di Maduro e alla morte di almeno 80 persone (32 delle quali militari cubani o personale ministeriale), è stato rivelato che la CIA aveva effettuato un attacco con droni all’interno del Venezuela, prendendo di mira un porto sulla costa. Tutti potevano vedere che la fine era vicina, non da ultimo Maduro, che a novembre aveva invitato le forze aeree del Paese a prepararsi a difendere il Venezuela. Forse quell’appello è stato ascoltato, ma forse anche chi circondava l’ex presidente ha intuito un messaggio diverso, reso esplicito da Trump in una conferenza stampa post-operazione sabato: “Tutti i militari e i politici venezuelani devono capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro”. Mentre molti degli otto milioni di venezuelani che vivono in esilio in tutto il mondo da quando Maduro è salito al potere hanno festeggiato sabato la possibilità di un ritorno della, già domenica l’amministrazione Trump aveva chiarito i propri obiettivi più limitati. Gli Stati Uniti, ha affermato Trump sabato sera e ribadito questa mattina, “governeranno” il Venezuela fino a quando non sarà garantita una “transizione sicura, adeguata e giudiziosa”. Nel frattempo, ha detto ai giornalisti, l’America First (“corporate”) è la parola d’ordine. “Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo”, ha detto, “spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”. Non c’è bisogno di chiedersi a quale Paese si riferisse. Il vicepresidente di Trump, JD Vance, è andato ancora oltre, descrivendo il petrolio del Venezuela – la più grande riserva di greggio al mondo – come “rubato” e chiedendo che fosse “restituito agli Stati Uniti”. Questo obiettivo sembra implicare una collaborazione con la classe politica venezuelana di lunga data, piuttosto che un contrasto. Il Paese ha ora un nuovo presidente ad interim, Delcy Rodríguez, sostenuta sia da Trump che dalla costituzione venezuelana e insediata dalla Corte Suprema del Paese nelle ore successive all’attacco statunitense. Ma Rodríguez, vice presidente di Maduro e ministro del Petrolio del Paese, sabato sera è apparsa inizialmente provocatoria, definendo correttamente l’operazione illegale delle forze statunitensi una “atrocità” e affermando: “C’è un solo presidente in Venezuela, e il suo nome è Nicolás Maduro”. Rispondendo a queste dichiarazioni domenica, Trump ha detto a The Atlantic: “Se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”. Il suo segretario di Stato Marco Rubio ha adottato una linea più moderata, affermando: «Ci sono molte ragioni diverse per cui le persone vanno in televisione e dicono certe cose in questi paesi, specialmente 15 o 12 ore dopo che la persona che era a capo del regime è stata arrestata». Secondo il New York Times, Rodríguez era stata scelta già da tempo come sostituta docile di Maduro, una persona la cui gestione dell’industria petrolifera venezuelana aveva impressionato positivamente gli stretti collaboratori di Trump. Nel frattempo, il Sunday Times ha riportato fonti vicine a Rodríguez secondo cui gli Stati Uniti le avrebbero offerto diversi accordi per sostituire Maduro prima dell’attacco. Secondo queste fonti, lei avrebbe rifiutato. A rafforzare l’idea che Washington miri al controllo del regime piuttosto che al suo cambiamento è stato il rifiuto di Trump dei suggerimenti secondo cui María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la Pace e leader dell’opposizione venezuelana, potrebbe guidare il Paese. “Non ha il sostegno né il rispetto all’interno del Paese”, ha detto Trump. “È una donna molto simpatica, ma non gode di rispetto”. Premio Nobel a parte, sabato la vincitrice del premio sembrava piuttosto felice di sollecitare un cambiamento di regime potenzialmente violento, chiedendo immediatamente all’esercito venezuelano di abbandonare Maduro (domenica l’esercito ha dato il suo sostegno a Rodríguez). Tuttavia, sembra che sia stata tenuta all’oscuro. “Pochi minuti dopo l’inizio dell’attacco a Caracas”, ha riferito il Sunday Times, “un rappresentante di Machado ha inviato un messaggio a un giornalista del Sunday Times chiedendo se avessero qualche informazione su ciò che stave accadendo”. Se il gioco delle marionette è, come sembra, il nuovo passatempo degli Stati Uniti, allora mettere Machado da parte ha senso. Se quello che si vuole è il controllo, è più facile ottenerlo da un fragile residuo del vecchio regime, la cui sopravvivenza dipende dal proprio patrocinio, piuttosto che da un nuovo arrivato con grandi idee, sostegno internazionale e un mandato democratico. Naturalmente, il controllo del regime è rischioso – e potenzialmente letale – quanto il cambio di regime. Quello che inizia come una rissa può rapidamente trasformarsi in un massacro. Anche se Rodríguez ha ora invitato gli Stati Uniti a “collaborare” con il Venezuela per uno “sviluppo condiviso nel quadro del diritto internazionale”, è improbabile che questo sentimento sia condiviso da tutte le parti dell’establishment del Paese. E il fatto che molti media abbiano descritto il governo di Maduro come una semplice dittatura ha senza dubbio oscurato le più complesse e potenzialmente pericolose correnti politiche interne al Venezuela che ora potrebbero scatenarsi. Va da sé che l’avventura venezuelana degli Stati Uniti è contraria al diritto internazionale. Non vale nemmeno la pena dirlo, dato che l’Occidente ha trascorso gli ultimi due anni ignorando silenziosamente la farsa degli obblighi legali o umanitari internazionali. La mancanza di condanna da parte dei leader britannici ed europei nei confronti delle foto di un capo di Stato in carica bendato, ammanettato e prigioniero di un presidente degli Stati Uniti che ha aggirato unilateralmente gli ultimi controlli e contrappesi rimasti sul suo potere per perseguire il controllo imperialista, la dice lunga su chi gli dà da mangiare. Molti ora calcoleranno anche i vantaggi del militarismo di Trump per i propri obiettivi strategici ed economici, non da ultimo quando si tratta della Russia. E a proposito: per le altre potenze autoritarie, l’approvazione di Trump del principio “la forza fa la ragione” è un biglietto vincente per chi cerca di estendere il proprio controllo regionale. Ma basta guardare a Washington per rendersi conto di quanto l’operazione di sabato sia stata incoraggiante. Cuba, ha minacciato Rubio domenica, potrebbe essere la prossima. “Mi sembra una buona idea”, è così che Trump ha descritto ieri sera una futura operazione militare in Colombia. “Abbiamo bisogno della Groenlandia”, ha detto il presidente domenica all’Atlantic. “Assolutamente. Ne abbiamo bisogno per la difesa”. Non possiamo ancora sapere molto di ciò che ci riserva il 2026. Ma a soli cinque giorni dall’inizio dell’anno, possiamo dire una cosa con certezza: quest’anno non scherza. Steven Methven è il redattore di Novara Live, il programma serale di attualità e politica di Novara Media su YouTube. The post Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela
QUELLO CHE È SUCCESSO AL VENEZUELA PUÒ ACCADERE OVUNQUE. LE PAROLE DELLA VICE DI MADURO. L’URGENZA DELL’INTERNAZIONALISMO Iniziata con le prime notizie dei raid sul Venezuela e del rapimento di Maduro, la giornata del 3 gennaio 2026 passerà alla storia come una cesura storica, come lo sono stati, ad esempio, il 1° settembre 1939, l’11 settembre 2001, o il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre dell’anno successivo. Nulla, insomma, sarà come prima. Nella sera italiana, arrivano le due conferenze stampa, quella scioccante con cui Trump annuncia che si prenderà il petrolio (“Le grandi e belle compagnie petrolifere statunitensi stanno arrivando per ricostruire, beneficiando delle vaste riserve di petrolio del Venezuela, il che renderà molte persone in Venezuela e negli Stati Uniti molto ricche e molto felici”) e quella della vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez che ha rivendicato Nicolás Maduro come unico presidente del Paese dopo che, nelle prime ore di sabato mattina, gli Stati Uniti hanno attaccato Caracas e rapito il presidente e la first lady, Cilia Flores. Ha inoltre affermato che sono “pronti a difendere il Venezuela” e ha chiesto il sostegno dei paesi della regione. “Quello che oggi hanno fatto al Venezuela possono farlo a qualsiasi paese”, ha avvertito. “C’è un solo presidente di questo Paese e si chiama Nicolás Maduro Moros”, ha detto Rodríguez in una conferenza stampa tenuta dal Palazzo di Miraflores, dopo aver presieduto una riunione d’urgenza del Consiglio di Difesa. Ha definito l’operazione condotta dall’esercito statunitense “un rapimento illegittimo e illegale” e ha chiesto l’immediato rilascio di Maduro e di sua moglie. La vicepresidente ha ribadito la decisione di mantenere il dialogo diplomatico per trovare una soluzione pacifica. Ma ha assicurato: “Siamo pronti a difendere il Venezuela”. Da parte sua, a Mar-A-Lago, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato che il segretario di Stato, Marco Rubio, aveva avuto una conversazione telefonica con Rodríguez, che “aveva già prestato giuramento”. “Ma è stata scelta da Maduro. Quindi Marco sta lavorando direttamente su questo. Ha appena avuto una conversazione con lei ed è sostanzialmente disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere di nuovo grande il Venezuela”, ha detto in una conferenza stampa. Nel frattempo, Rodríguez ha sottolineato che l’azione del governo Trump “è una barbarie che viola i meccanismi internazionali dei diritti umani” e che “costituisce un crimine contro l’umanità”. “Riprendo le parole del presidente Nicolás Maduro quando due giorni fa ha ribadito la disponibilità di questo governo a mantenere relazioni di dialogo per affrontare un’agenda costruttiva e la risposta è stata questa flagrante aggressione che viola gli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite”, ha detto. APPELLO ALL’UNITÀ Rivolgendosi alla popolazione, Rodríguez ha invitato il popolo venezuelano a “mantenere la calma” per affrontare l’attacco “in unione nazionale e in difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza”. “In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, usciamo uniti a difendere la nostra amata Venezuela che abbiamo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri”, ha proclamato. “Un popolo che non si arrende, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi, vecchi o in declino”. IL PETROLIO La vicepresidente ha affermato che il popolo venezuelano “sa cosa significano i suoi idrocarburi e le sue risorse”. Ha inoltre sottolineato che il vero obiettivo degli Usa è “il cambio di regime in Venezuela” per poter appropriarsi delle “nostre risorse energetiche, minerarie e naturali”. Alla conferenza di Mar-A-Lago, il presidente Donald Trump ha ammesso che l’intenzione è quella di far sì che le compagnie petrolifere statunitensi inizino a “fare soldi per il Paese”. “Chiediamo ai popoli della grande patria di rimanere uniti perché ciò che oggi è stato fatto al Venezuela può essere fatto a qualsiasi paese”, ha concluso Rodríguez. “Il popolo venezuelano, che è paziente, saprà trovare la strada per difendere la pace e la patria”. STATO DI EMERGENZA ESTERNO Durante la conferenza stampa, Rodríguez ha annunciato l’attivazione di un decreto di “stato di emergenza esterno” che era già stato firmato da Maduro e che ha consegnato alla presidente della Corte Suprema di Giustizia per la sua approvazione costituzionale. Mesi fa, Nicolás Maduro aveva valutato la possibilità di dichiarare lo “stato di emergenza esterno” di fronte a un possibile attacco degli Stati Uniti. L’obiettivo, ha spiegato allora il presidente, è che “tutta la nazione, tutta la repubblica, tutte le istituzioni, tutti gli uomini e le donne, i cittadini e le cittadine di questo Paese, abbiano il sostegno, la protezione e l’attivazione di tutta la forza della società venezuelana, per rispondere alle minacce o, se del caso, a qualsiasi attacco contro il Venezuela”. Secondo il governo venezuelano, mentre è dichiarato lo stato di emergenza, il potere esecutivo può adottare misure straordinarie, anche se comportano la limitazione temporanea delle garanzie costituzionali, senza tuttavia includere il diritto alla vita, alla libertà personale, all’integrità fisica o al giusto processo, diritti tutelati dalla Legge organica sugli stati di eccezione venezuelani e dai trattati internazionali. E ORA? La portata di quanto accaduto pone l’America Latina di fronte alla prima aggressione militare diretta degli Stati Uniti dall’invasione di Grenada nel 1983. Un atto privo di qualsiasi fondamento giuridico internazionale e compiuto senza nemmeno il tentativo di costruire una parvenza di legalità. Nonostante ciò Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni non rinunciano a mistificare la realtà: la prima ricordando che l’UE non riconosceva la legittimità del governo di Maduro dopo le controverse ultime elezioni. La seconda arrampicandosi sugli specchi per descrivere i raid americani come operazioni difensive, dunque legittime, contro fantomatiche operazioni di guerra ibrida condotta dal regime venezolano contro gli States. La violazione del diritto internazionale pubblico appare ormai come una pratica accettata e proclamata. L’amministrazione di Donald Trump ha reso norma le sanzioni unilaterali, l’appropriazione di risorse strategiche, la coercizione economica contro Stati sovrani e la delegittimazione dei meccanismi multilaterali soprattutto quando questi indagano sui suoi alleati. Le sanzioni ai membri della Corte penale internazionale per aver indagato su Benjamin Netanyahu, il furto di petroliere accompagnato dalla pubblica ostentazione di appropriarsi del loro carico, o l’imposizione di misure coercitive contro paesi come il Messico, la Colombia o il Brasile per aver esercitato la loro sovranità costituiscono un modello coerente di comportamento. A ciò si aggiungono dichiarazioni esplicite di annessione o controllo territoriale con l’argomento della “sicurezza nazionale”, come l’annuncio di appropriarsi della Groenlandia perché gli Stati Uniti “ne hanno bisogno”. Lungi dall’essere episodi isolati, questi fatti esprimono una dottrina di potere basata sulla forza, l’intimidazione e il consapevole disprezzo di qualsiasi limite normativo. Questo modello risponde a una concezione del potere che disprezza la legalità internazionale, trasforma la violenza in criterio di legittimità e presenta l’espansione imperiale come un diritto naturale del più forte. In questa logica, la leadership politica si basa sull’esaltazione narcisistica del comando e sulla rivendicazione aperta del calpestamento di qualsiasi norma. Il risultato è un pericolo sistemico per l’umanità e per la stessa sopravvivenza del pianeta: mai un profilo così apertamente autoreferenziale e privo di contenimento etico aveva accumulato una simile concentrazione di potere militare, economico e comunicativo. Ma sarebbe miope leggere l’aggressione al Venezuela senza connetterla con l’invasione russa dell’Ucraina o con il genocidio a Gaza da parte di Israele (e senza connetterla con le difficoltà di Trump a dare risposte concrete di politica economica al suo stesso elettorato). La risposta della comunità internazionale richiede una rottura con l’inerzia delle dichiarazioni rituali e dei comunicati di formale preoccupazione. La storia dimostra che il fascismo, quando assume una forma imperiale ed espansionistica, avanza laddove non incontra resistenza organizzata. L’esperienza del XX secolo conferma che i comunicati – anche quelli di vibrante sdegno – non fermano l’aggressione; un contenimento efficace richiede coordinamento politico, fermezza diplomatica e azioni proporzionate che facciano rispettare la sovranità e il diritto internazionale. Affrontare questo neofascismo implica assumersi costi politici, economici e diplomatici e costruire alleanze in grado di imporre limiti reali all’esercizio arbitrario del potere. In questo scenario, la cittadinanza organizzata svolge un ruolo decisivo. La difesa della democrazia e della sovranità dei popoli richiede una mobilitazione sociale sostenuta. presenza nelle strade e un appello diretto ai governi affinché agiscano con coerenza. E dentro i movimenti sociali, l’azione degli internazionalisti, degli anticapitalisti, deve servire a contrastare le derive campiste dentro cui le prospettive di emancipazione delle classi oppresse affogano in nome del multipolarismo e di una subalternità sciocca alla geopolitica. È evidente che gli strumenti del diritto internazionale devono essere rivendicati anche se non funzionano, così come è evidente che né i paesi del sud del mondo né gli altri attori imperialisti (Russia, Cina) hanno in mano strumenti, capacità o desiderio di ribaltare la situazione in Venezuela. Ciò non deve impedire di esigere una posizione ferma da parte dei diversi governi e delle istituzioni. La pace non si difende scegliendo uno degli imperialismi in atto (anche quando sono i principali fornitori di petrolio per il genocidio a Gaza, come la Russia di Putin), nemmeno esaltando governi che privano di ricchezze e libertà gran parte dei rispettivi popoli. La pace si difende guardando il mondo con gli occhi delle classi oppresse, dei paesi invasi, delle vittime e organizzandosi con esse in una mobilitazione di lunga durata che non si accontenti di eventi spettacolari ma sedimenti competenze, pratiche e passioni. La passività, il calcolo e la titubanza hanno prodotto conseguenze devastanti. Il genocidio che Israele, con il patrocinio degli Stati Uniti e il petrolio di Putin, sta perpetrando contro il popolo palestinese a Gaza costituisce una dolorosa prova degli effetti dell’impunità e della subordinazione della legalità alla forza. The post Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Il problema di droga di Musk è più grave di quanto si pensi
CHE SUCCEDE A MISCHIARE KETAMINA, ECSTASY E FUNGHI CON L’IDEOLOGIA DI ESTREMA DESTRA? SPOILER: IL RISULTATO NON È AFFATTO PIACEVOLE Jeet Heer su The Nation Negli ultimi anni, la mente di Elon Musk ha subito un drastico cambiamento in due direzioni, una laterale e l’altra verticale. Dal punto di vista ideologico, è passato dall’essere un moderato centrista sostenitore delle grandi imprese e di Barack Obama a un sostenitore di estrema destra di Donald Trump, consigliere della Casa Bianca il cui controverso mandato è terminato mercoledì scorso. Dal punto di vista cognitivo, Musk è passato dall’essere iperbolico ma ancora con i piedi per terra all’essere, o almeno così sembrerebbe, quasi permanentemente su di giri. Questa metafora potrebbe essere troppo datata per Musk, il futurista high-tech dietro Space-X e Starlink. Forse è più accurato dire che è su di giri come un satellite che orbita nell’esosfera e che occasionalmente è sul punto di lasciare l’orbita terrestre per uscire completamente dal sistema solare. Il fatto che Musk faccia uso di ketamina e altre sostanze che alterano la mente è noto da tempo. Come ho sottolineato a marzo, “l’uso (o abuso) di droghe illegali da parte di Musk, tra cui LSD, cocaina, ecstasy e funghi allucinogeni, oltre alla ketamina, è stato riportato da testate autorevoli come il Wall Street Journal”. Venerdì, il New York Times ha pubblicato un articolo ampiamente documentato che ha chiarito che l’uso di droghe da parte di Musk è ancora più intenso e indisciplinato di quanto descritto nelle precedenti segnalazioni: Il consumo di droghe da parte di Musk andava ben oltre l’uso occasionale. Raccontava di assumere così tanta ketamina, un potente anestetico, da avere effetti sulla vescica, un effetto noto dell’uso cronico. Assumeva ecstasy e funghi allucinogeni. E viaggiava con una scatola di medicinali che conteneva circa 20 pillole, tra cui alcune con il marchio dello stimolante Adderall, secondo una foto della scatola e le testimonianze di persone che l’hanno vista. Questo resoconto si concentra principalmente sui mesi precedenti alle ultime elezioni, anche se non c’è motivo di pensare che Musk abbia moderato il suo consumo di droga più recentemente. L’articolo del Times è incentrato sulla personalità. Inoltre, inquadra il consumo di droga in termini di comportamento sempre più “incostante” di Musk, compresa la sua complicata vita personale. Questo comportamento “incostante” include il saluto fascista durante l’evento di insediamento di Trump. Come conseguenza della sua ideologia “pro-natalista”, secondo cui le persone di intelligenza superiore devono popolare la terra, Musk ha 14 figli “noti” da diverse donne, il che ha portato a continue battaglie per la custodia (secondo alcune fonti, la prole effettiva di Musk sarebbe molto più numerosa, poiché ci sono numerosi figli non ancora riconosciuti). Ashley St. Clair, che ha dato alla luce l’ultimo piccolo Muskling a febbraio, dice che lui le ha detto che “sarebbe disposto a dare il suo sperma a chiunque volesse avere un figlio”. Ovviamente, la bizzarra personalità di Musk è un fattore determinante nel suo comportamento stravagante, compreso il suo consumo epico di droghe. Ma è un errore considerare Musk come un eccentrico isolato o dissociare le sue azioni dal loro contesto politico. L’interesse di Musk per le sostanze che alterano la mente e il suo sostegno sempre più acceso all’ideologia di estrema destra vanno infatti di pari passo. Il 28 aprile Jules Evans, del Psychedelic Challenge Project, ha pubblicato un interessante saggio sul New York Times sostenendo che “un movimento psichedelico un tempo di sinistra” è diventato “strettamente intrecciato” con l’amministrazione Trump. Le prove fornite da Evans sono rivelatrici: i sostenitori di Trump della Silicon Valley, come Peter Thiel, stanno investendo nelle sostanze psichedeliche e il segretario alla Salute e ai Servizi umani Robert F. Kennedy Jr. (che secondo quanto riferito avrebbe venduto cocaina quando era studente universitario ad Harvard) è un entusiasta sostenitore dell’uso delle sostanze psichedeliche come trattamento per i traumi. Ma la narrazione storica presentata da Evans, secondo cui le sostanze psichedeliche un tempo erano appannaggio della sinistra interessata agli ideali hippy di pace ed espansione della coscienza, mentre ora sono abbracciate dalla destra interessata a fare soldi, è falsa. In realtà, le droghe che alterano la mente sono uno strumento e da molti decenni (se non secoli) sono utilizzate sia dalla destra che dalla sinistra. All’inizio del XIX secolo, i consumatori di droga più importanti nella cultura britannica erano esponenti di spicco del partito conservatore come Samuel Taylor Coleridge e Thomas De Quincey (autore del vivido libro di memorie del 1821, Confessioni di un mangiatore di oppio inglese), che odiavano ferocemente i giacobini e i movimenti pro-democrazia. Con la loro immaginazione immersa in fantasticherie da oppio, questi giganti della letteratura scrissero saggi ricchi di immagini gotiche per esprimere il loro disprezzo reazionario per la modernità. Nel suo libro Blitzed: Drugs in Nazi Germany (2015), lo storico Norman Ohler sottolinea il fatto che il regime di Hitler aveva una forte affinità con la metanfetamina, comunemente nota come meth. La droga (che all’epoca era legale) era un importante carburante per la macchina da guerra nazista, che utilizzava la meth come agente energizzante per i soldati (poiché riduceva sia la paura che il bisogno di dormire). Più vicino a noi, alcuni libertari americani sono da tempo favorevoli alla cultura della droga. Come documenta Brian Doherty nel suo divertente libro Radicals for Capitalism (2007), negli anni ’50 un gruppo di imprenditori militanti libertari associati alla Foundation for Economic Education divenne un insolito gruppo di sperimentatori della droga LSD (allora legale) appena scoperta. Questo gruppo includeva William C. Mullendore, ex assistente di Herbert Hoover e un tempo vicepresidente della South California Edison, nonché il potente avvocato James Ingebretsen. All’inizio degli anni ’50, questo gruppo, normalmente dedito alla repressione sindacale e alla promozione di un rovesciamento del New Deal, cadde sotto l’influenza del guru New Age Gerald Heard (che occasionalmente fungeva anche da mentore spirituale per figure culturali come il poeta W.H. Auden e il romanziere Aldous Huxley). Forse perché si sentivano così alienati da un’America in cui la previdenza sociale era diventata inattaccabile e la densità sindacale era alta, si rivolsero a droghe che alteravano la mente per offrire una via verso una realtà alternativa. Sotto la celebrazione dell’espansione spirituale di Heard, Doherty osserva che “questa squadra di industriali e professionisti dell’alta borghesia alla ricerca spirituale ha vissuto una prima ondata di avventurismo psichedelico, prima di quella più populista della metà-fine degli anni ’60.” Naturalmente, i ricchi sono abituati a vedere il mondo come il loro parco giochi, dove possono correre rischi che non necessariamente vorrebbero condividere con la plebe. In questo spirito, come descrive Sam Tanenhaus nella sua nuova biografia di William F. Buckley Jr., alla fine degli anni ’60 Buckley e il collega redattore del National Review James Burnham (entrambi feroci elitari) sperimentarono l’LSD. La San Francisco degli anni ’60 era la patria sia della controcultura che del fiorente settore tecnologico. Nel 1961, l’ingegnere Myron J. Stolaroff fondò la International Foundation for Advanced Study a Menlo Park, in California, per promuovere l’uso delle sostanze psichedeliche come strumento per la creatività. Come osserva lo scrittore Malcolm Harris nel suo libro Palo Alto del 2023, “l’acido è stato commercializzato fin dall’inizio ai lavoratori della conoscenza della Bay Area come aiuto alla produttività”. Harris osserva che questa tradizione continua nella recente “ondata di interesse per il ‘microdosaggio’, ora un metodo popolare per migliorare le prestazioni nei circoli tecnologici della Silicon Valley che prevede l’assunzione di piccole quantità di LSD prima del lavoro”. È questa cultura della Silicon Valley di usare droghe per migliorare le prestazioni mentali che ha influenzato più chiaramente Musk. Ma parallelamente alla cultura della droga della Silicon Valley, esiste una cultura più edonistica intorno a Donald Trump (che personalmente è contrario all’alcol e alle droghe). Come riportato da Rolling Stone nel 2024, la prima amministrazione Trump era “inondata” di speed e Xanax. Tra la destra, droghe come la ketamina non sono utilizzate solo in uno spirito utilitaristico per ottenere un vantaggio competitive sui rivali, ma sono legati a una più ampia ideologia di superiorità di casta. Musk ha un complesso del salvatore, legato alla sua convinzione di essere una figura predestinata con la missione di “rendere la vita multiplanetaria ed estendere la luce della coscienza alle stelle”. In altre parole, Musk si considera un Übermensch nietzscheano, al di là delle norme mondane del bene e del male. Ma a volte anche un Übermensch ha bisogno di un piccolo aiuto per accedere ai suoi superpoteri. Nei fumetti, questo avviene solitamente attraverso l’esposizione alle radiazioni; nella vita reale, attraverso farmaci che migliorano le prestazioni. (Non a caso, Musk è un grande fan dell’epopea fantascientifica di Frank Herbert Dune [1965], dove una combinazione di farmaci e ingegneria genetica produce un superuomo. Ciò che Musk non capisce è che il romanzo di Herbert è una critica a questo piano fascista). Chiunque faccia uso di droghe sa che il vero pericolo non è solo il sovradosaggio, ma anche il mescolarle per ottenere una miscela troppo potente. Nel caso di Musk, egli non solo ha mescolato molte droghe potenti, ma ha aggiunto anche i poteri ancora più tossici e alteranti della mente dell’ideologia di destra. Sulla rivista psicoanalitica Parapraxis, la studiosa Taija Mars McDougall, attualmente ricercatrice post-dottorato presso l’Università della California, ha riflettuto su ciò che accade quando si mescola la ketamina con un’ideologia elitaria. Lei osserva che la ketamina è “la droga del nostro tempo”, proprio come le epoche precedenti erano state definite da droghe diverse (gli anni Sessanta dalla marijuana e dall’LSD, gli anni Settanta dalla cocaina). McDougall richiama l’attenzione sugli scritti dell’alleato di Musk nella Silicon Valley, Marc Andreessen, il cui saggio del 2023 “The Techno-Optimist Manifesto” has a chapter called “Becoming Technological Superman.” In quel capitolo, Andreesen (che è anche personalmente astinente) scrive: “Non siamo primitivi che tremano di paura davanti ai fulmini. Siamo i predatori al vertice della catena alimentare; i fulmini lavorano per noi”. La ketamina, suggerisce McDougall, è il fulmine che Musk vede come un mezzo per diventare un predatore al vertice della catena alimentare e dominare tutti i primitivi che non sono pronti a diventare superuomini. Considerando l’adesione di Musk al razzismo, in particolare la sua promozione della menzogna del «genocidio bianco», non è difficile concludere che i «primitivi» in questo scenario siano le persone che tradizionalmente sono emarginate dal punto di vista razziale. Come sostiene McDougall: Quando coloro che sono al comando del potente nesso tra tecnologia e finanza utilizzano la ketamina a fini terapeutici, ricreativi e non solo, ciò sembra indicativo del significato economico della volontà di Musk di ricorrere a un eccessivo indebitamento – assumendosi debiti sempre più pericolosi per acquistare, ad esempio, Twitter – e della volontà dei tecno-ottimisti di ricorrere a un eccessivo indebitamento per diventare i predatori al vertice della catena alimentare. Attraverso la ketamina, potremmo comprendere… la pericolosità di una psiche bianca senza limiti, le sue fantasie di dominio tecnologico e ciò che i discepoli di un tale movimento sono disposti a promettere per raggiungerlo, riuniti in una figura come Musk. Nel suo ricco saggio, McDougall attinge alle sue esperienze personali con la ketamina per sostenere in modo convincente che la discesa di Musk nella fantasia ideologica (completa di paranoia e disprezzo per le prove contrarie) è stata esacerbata dal suo consume di droghe. È deplorevole che Musk sia diventato il volto pubblico sgradevole della nuova rivoluzione psichedelica. Come giustamente osserva Jules Evans, c’è una dimensione di classe nel modo in cui i plutocrati hanno dirottato promettenti scoperte terapeutiche: Molti membri della classe dei milionari e dei miliardari hanno trovato significato, guarigione e gioia nelle sostanze psichedeliche e vogliono portarle alle masse. (Prendete una qualsiasi delle grandi dinastie americane – i Getty, i Rockefeller, i Mellon, i Koch, gli Hearst – e probabilmente troverete un membro che ha donato denaro a cause psichedeliche). Possono liquidare le preoccupazioni sulla sicurezza come sensazionalismo o propaganda della guerra alla droga, ma le loro risorse consentono loro di accedere a mesi di terapia e di assentarsi dal lavoro per riprendersi dopo un brutto trip. La maggior parte degli americani non può permettersi questo lusso. Evans chiede giustamente “una migliore rete di sicurezza pubblica per le sostanze psichedeliche”. Droghe come la ketamina, i funghi e l’LSD potrebbero davvero arricchire l’umanità. Sono troppo preziose per essere lasciate solo ai nazisti. Per quanto riguarda Musk, ha bisogno di smettere di colpo, non solo con le droghe, ma anche con la fantasia di essere un superuomo di razza. The post Il problema di droga di Musk è più grave di quanto si pensi first appeared on Popoff Quotidiano. 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Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame
SEI ATTIVISTI DI PALESTINE ACTION CHIEDONO UN PROCESSO EQUO E LA CHIUSURA DELLA FILIALE DI UNA FABBRICA D’ARMI ISRAELIANA. MA RISCHIANO DI MORIRE Harriet Williamson su Novara Media Anche secondo gli standard del Babbo Natale più indulgente e clemente, non si può dire che il governo di Keir Starmer sia stato buono quest’anno. Abbiamo assistito a un bilancio in violazione del manifesto elettorale trapelato in anticipo, imbarazzanti marce indietro sull’abolizione del limite massimo di due figli per l’assegno familiare, sulla riforma del welfare e sul taglio dei sussidi per il riscaldamento invernale dei pensionati, e a raffiche di briefing feroci e speculazioni sulla leadership, mentre i sondaggi del Labour registravano risultati sempre più disastrosi. Poi ci sono stati i piani approvati da Tommy Robinson per i richiedenti asilo, il sostegno al diritto degli hooligan israeliani di scatenarsi a Birmingham e l’ennesima codardia del governo nei confronti della continua campagna di pulizia etnica di Israele a Gaza. E se tutto questo non bastasse a giustificare un pezzo di carbone nella calza del governo la mattina di Natale, il 2025 ha visto anche Starmer usare la legge antiterrorismo come arma per mettere al bando Palestine Action, proteggendo così i siti britannici del più grande produttore di armi israeliano mentre anziane ottantenni venivano portate via dalla polizia. Con l’avvicinarsi della pausa natalizia del parlamento, c’è un capitolo vergognoso ancora aperto: i sei prigionieri in sciopero della fame, che con ogni ora di inazione del governo rischiano sempre più di subire danni fisici irreversibili o di morire. Almeno due dei detenuti, arrestati in relazione all’attivismo di Palestine Action, hanno ormai superato i 48 giorni di rifiuto del cibo. Il giorno 46 è stato il momento in cui uno dei 23 partecipanti allo sciopero della fame repubblicano irlandese del 1981 è morto nell’ambito della lotta contro l’occupazione coloniale britannica dell’Irlanda. Ma Starmer e il suo gabinetto sembrano non avere nulla da dire. Quando Jeremy Corbyn lo ha sfidato a impegnarsi a incontrare i rappresentanti degli scioperanti della fame alla Camera dei Comuni mercoledì, il primo ministro ha risposto che sta seguendo le “regole e le procedure” in vigore. Queste “regole e procedure” sembrano poco adatte a salvaguardare la vita di coloro che continuano lo sciopero della fame: Amu Gibb (Amy Gardiner-Gibson), Qesser Zuhrah, Heba Muraisi, Teuta “T” Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello. Zuhrah, Muraisi, Hoxha e Ahmed fanno parte dei “Filton 24”, detenuti in relazione a un’irruzione in una fabbrica di armi della Elbit Systems, mentre Gibb e Chiaramello sono detenuti in relazione a danni causati ad aerei della RAF Brize Norton, dove sono stati spruzzati con vernice rossa. Zuhrah, che dal 2 novembre rifiuta di nutrirsi, ha visto la sua salute deteriorarsi gravemente questa settimana, soffrendo di forti dolori al petto, incapacità di stare in piedi e ripetute perdite di coscienza. Mercoledì è stata portata in ospedale dall’HMP Bronzefield dopo ore di protesta fuori dalla prigione privata. Il gruppo di attivisti Prisoners For Palestine (PFP) ha dichiarato di aver tentato ripetutamente di chiamare un’ambulanza per Zuhrah per un periodo di 19 ore, ma è stato informato dagli operatori del 999 che il veicolo di emergenza sarebbe stato respinto dalla prigione. Gli avvocati che rappresentano gli scioperanti della fame hanno avvertito questa settimana che senza l’intervento del ministro della Giustizia David Lammy i loro clienti moriranno, mentre Shahmina Alam, sorella di Ahmed, ha affermato che il governo sta mettendo in pericolo la vita dei detenuti e ha descritto le forze dell’ordine e i sistemi carcerario e giudiziario come “corrotti”. Lammy ha finora rifiutato di incontrare i familiari. Le richieste degli scioperanti della fame sono un processo equo, la chiusura di tutti i siti Elbit nel Regno Unito e l’immediata concessione della libertà provvisoria, poiché tutti hanno già superato il limite di custodia cautelare di 182 giorni. Le risatine dei parlamentari alla Camera dei Comuni, i commenti sarcastici dei commentatori di destra e degli utenti dei social media che postano “mangia un panino” tradiscono la loro cecità rispetto all’uso storico degli scioperi della fame nella lotta politica – dall’India e dall’Irlanda alla Palestina occupata – e alle macchie sulla reputazione di coloro che fanno orecchie da mercante. Con oltre 70.000 palestinesi uccisi nel genocidio israeliano e con la vita di sei persone che si sono opposte a questo in bilico, l’impegno del governo a salvaguardare le operazioni della più grande azienda produttrice di armi israeliana sul suolo britannico appare sempre più grottesco. Harriet Williamson è redattrice e giornalista per Novara Media. The post Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere
TERMINI SCADUTI, ORA SARÀ UN COMMISSARIO GOVERNATIVO A DARE IL NULLA OSTA ALLA FABBRICA DI DRONI. L’INDIGNAZIONE DEI ROSSOMORI Sono scaduti alle alle 24 del 16 dicembre i  termini imposti dal Tar alla Regione Sardegna per deliberare in merito all’autorizzazione ex post di valutazione di impatto  ambientale sull’ampliamento della fabbrica di armi Rwm di  Domusnovas, nel Sulcis Iglesiente. Ma la Regione non ha deciso, la presidente Alessandra  Todde non ha portato in Giunta la delibera. All’istruttoria avviata dagli uffici degli assessorati  competenti, stando all’Ansa, mancherebbero ancora le valutazioni che riguardano in  particolare il dissesto idrogeologico e quelle in ambito  sanitario; dunque, si fa sapere, non si può procedere a una  pronuncia definitiva. Questo nonostante i giudici amministrativi, accogliendo un ricorso dell’azienda che fa capo al colosso delle  armi tedesco Rheinmetall, avessero imposto i termini per una  decisione dell’amministrazione regionale, scelta che per la legge sarda, deve essere acquisita con un voto in Giunta. Proprio il voto dell’esecutivo era preannunciato complicato, con i due assessori di riferimento di Avs e Sinistra italiana fortemente contrari. “Non accettiamo lezioni di pacifismo da nessuno”, sussurrano all’Ansa i vertici del M5S in Sardegna. Nell’apposito tavolo al Mimit sulla situazione dello stabilimento Rwm Italia di Domusnovas, disertato ieri dai vertici sardi, il ministro Urso è stato chiaro: “Mi auguro che la Regione Sardegna si esprima entro oggi. Ma ove ciò non accadesse, ho già preso contatti  con il ministro Pichetto affinché si possa intervenire  tempestivamente in supplenza della Regione, così da superare uno  stallo amministrativo ormai insostenibile e garantire finalmente  una soluzione positiva a una vicenda che si trascina da troppo tempo”.  A detta dell’azienda ci sarebbero 60 posti di lavoro congelati sino a marzo. Le  conseguenze della mancata decisione saranno quelle della nomina di un commissario ad acta per chiudere la procedura e dare la  risposta all’azienda. I comitati, movimenti e associazioni che lottano per la riconversione della fabbrica Rwm  di Domusnovas, che produce bombe e droni kamikaze utilizzati anche da Israele nel genocidio a Gaza, si aspettavano un segnale politico che non è venuto. Anzi è venuto ma è quello sbagliato: «La maggioranza Todde sceglie di non decidere», spiega Lucia Chessa, segretaria nazionale dei Rossomori, i sardisti di sinistra, con una nota in cui si chiede se «c’è qualcosa di meno dignitoso di un governo regionale che non dice né si, né no, ma sceglie di far scadere i termini oltre i quali sarà un commissario del governo Meloni ad autorizzare l’ampliamento della RWM?». Rivolta alla giunta, Chessa insiste – «Ma davvero siete quelli che chiedevate il voto per battere le destre e su questioni cruciali passate la mano verso un’autorizzazione della destra romana?» – mettendo a nudo il limite insanabile delle logiche del “voto utile” e di un bipolarismo che sta deteriorando da tempo la democrazia. Gli stessi Rossomori sono tra gli animatori di una importante battaglia per il cambiamento della attuale legge elettorale «senza il quale – prosegue Chessa – la Sardegna subirà ancora la condanna di una classe di governo mediocre, priva di visione che vada oltre la propria autoconservazione e pure vagamente parassitaria». Si tratta della Rete Sar-Degna Iniziativa Popolare che ha raccolto le firme per una nuova legge elettorale e ha intrapreso una iniziativa giudiziaria contro la Regione che, senza discuterla, ha dichiarato inammissibile la nostra proposta. «Aspettiamo fiduciosi che, a giugno, il giudice si pronunci». La vicenda RWM (“centro di eccellenza di Rheinmetall per i sistemi di difesa sottomarina e controminamento, nonché per le testate belliche e le munizioni aeronautiche. L’azienda è un fornitore di lunga data dei dipartimenti e ministeri della difesa e delle forze armate di tutto il mondo”) è emblematica delle dinamiche innescate dalla brusca virata verso il riarmo delle politiche governative e dell’UE. «Lo scandalo di una fabbrica di morte in Sardegna. Una fabbrica che si è ampliata e continua a macinare soldi e morti», continua Chessa che in passato è stata sindaca di Austis, nel Nuorese. In un primo momento, Todde s’era detta propensa ad autorizzare l’ampliamento ma il forte dissenso popolare, proveniente da settori suo stesso elettorato, l’avrebbe persuasa a mettere in scena il “vorrei ma non posso” pur sapendo che la palla sarebbe passata al governo di Roma. I Rossomori incalzano una maggioranza che si era posta a modello di un campo largo che anche a livello nazionale vive le stesse angustie: «Vi sembra dignitoso spostarvi e lasciare campo libero al governo nazionale? Non siete in grado né di negare l’ampliamento della fabbrica di morte, né di autorizzarlo e, dopo aver tentato di nascondervi dietro i pareri tecnici, ancora una volta finite per dimostrare di non difendere né gli interessi, né l’onore, né la dignità della Sardegna». Resta l’amarezza di prevedere che «domani, nel mare di smemoratezza che vi tiene in piedi, potrete andare in giro a dire che non ne avete responsabilità, che da voi non è dipeso, che l’autorizzazione non reca la vostra firma, che voi non c’eravate e se c’eravate non vi siete accorti – conclude la segretaria dei Rossomori – potrete portare ancora le vostre bandiere alle manifestazioni per la pace dove si piangono i bambini uccisi e mutilati dalle armi della fabbrica che avete lasciato raddoppiare e vi sentirete a posto. Vi sentirete politicamente corretti come sempre, umani, molto umani, progressisti e di sinistra. Niente è peggio di così. In rete, sui siti e i media promossi dalle aziende del complesso militare-industriale, è pieno di articoli che stigmatizzano lo stallo sardo ma da un altro punto di vista: «Si fa presto a parlare di rafforzamento dell’industria della difesa. Poi c’è il caso Rwm Italia». “La situazione di stallo evidenzia le difficoltà nell’aumentare la produzione di armi europee in Italia, una delle principali potenze industriali europee, dato il forte movimento ambientalista e pacifista del Paese. Si inserisce inoltre in una più ampia valutazione in Europa, con i governi che dirottano fondi pubblici verso la difesa per contrastare la minaccia russa e compensare il venir meno delle garanzie di sicurezza statunitensi”, osservava a fine ottobre il Financial Times che dedica un approfondimento alla fabbrica di esplosivi del gruppo tedesco. Anche Confindustria si scaglia contro la «paralisi decisionale» ma «Rwm non è sviluppo – si legge in un comunicato del Comitato sardo per la Palestina – gli enormi guadagni volano fuori, in Germania, in Israele. I pochi posti di lavoro sono nulla rispetto alle risorse sottratte, al vero sviluppo che non viene promosso per costringerci ad un lavoro indegno.   The post Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.