Srebrenica, la memoria profanata
UN RADUNO PER MLADIĆ NELLA CITTÀ DEL GENOCIDIO RIACCENDE GLI ODI DELLA GUERRA
C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto
che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è
divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per
commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska
condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini
di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo.
A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente
prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e
noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di
Sarajevo.
Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online
bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della
Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è
annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica.
Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con
dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”,
“Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama
direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista
della città da parte delle forze serbo-bosniache.
L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata
reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al
Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire
chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e
quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro
memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati
valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale
o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre
richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza
nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli.
Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La
scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato
trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e
identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel
luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo
che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È
il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare,
identificare e seppellire i propri morti.
Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che,
proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili
delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini
successivi.
Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello
spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle
testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di
contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece
riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce
esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico
«secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della
Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del
«Generale» e della «Patria».
È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare
preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare
Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per
riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a
essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno
sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche.
E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko
Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social
avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente
grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione
dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha
chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio
analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad,
accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić.
È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di
Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere
gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di
migliaia di uccisioni.
La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non
si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie
contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio
della celebrazione dell’altra.
È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle
istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere
autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello
spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città
nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la
pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi.
È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in
gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo
confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati
condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione
pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime.
A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha
dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore
proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui
social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e
quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra.
Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere
liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di
memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene
trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per
celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui
una società sceglie di costruire il proprio futuro.
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