
La guerra infinita contro Cuba
Popoff Quotidiano - Saturday, August 15, 2026L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti hanno fallito?
C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste al. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa.
L’isola è allo svuotamento dei posacenere
Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta.
Il tradimento venezuelano
Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili.
Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l’armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa.
Il cancro di Guantanamo
Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano (vedi mappa), oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante.
Il buon gioco di Donaldone
Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici maduristi passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare un po’, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote e le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti, in prima fila nel codazzo dei servi.
Questione di tempo, o di un miracolo
È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco & tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Donaldone e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un gran miracolo pure per la Madonna nera di Cuba.
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