
La storia non ha ancora finito di parlare
Popoff Quotidiano - Saturday, August 15, 2026Le stragi nazifasciste sulle Apuane, 82 anni dopo esce un testo di Marco De Paolis e Paolo Pezzino su una delle pagine più drammatiche della guerra nell’Italia occupata
Con Le stragi sulle Apuane. Bardine di San Terenzo, Valla, Vinca. Il processo, la storia, i documenti, pubblicato da Viella nel 2026 nella collana I processi per i crimini di guerra tedeschi in Italia, Marco De Paolis e Paolo Pezzino tornano su una delle pagine più drammatiche della guerra nell’Italia occupata. Il volume, 180 pagine, affronta gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca intrecciando tre prospettive che raramente vengono tenute insieme con altrettanta efficacia: la ricostruzione storica, la vicenda giudiziaria e la documentazione processuale. È proprio questo intreccio a costituire la cifra più interessante del libro: la strage non viene considerata come un episodio concluso nell’agosto 1944, ma come un evento destinato a produrre una lunga scia di conseguenze nella memoria, nelle indagini e nella ricerca della responsabilità.
Il saggio di Paolo Pezzino ricostruisce gli eventi collocandoli nel contesto della progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana nell’estate del 1944. Le Apuane e la Lunigiana, con il rafforzarsi della Resistenza e l’avvicinarsi del fronte, assunsero un’importanza strategica crescente. La repressione tedesca finì così per investire non soltanto le formazioni partigiane, ma le stesse comunità civili, considerate parte dell’ambiente che offriva sostegno alla Resistenza. Uno dei meriti principali di Pezzino consiste tuttavia nel non trasformare questo quadro in una spiegazione semplicistica della violenza. La presenza partigiana è un elemento indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi, ma non diventa mai una giustificazione delle stragi. La violenza viene invece ricondotta all’interazione fra strategia militare tedesca, ideologia persecutoria, controllo del territorio, prossimità del fronte, attività partigiana e radicalizzazione delle operazioni di rastrellamento.
La ricostruzione degli episodi di Bardine, San Terenzo e Valla mostra progressivamente il salto qualitativo della repressione. A Bardine, dopo l’attacco partigiano del 17 agosto, 53 uomini catturati a Sant’Anna di Stazzema e detenuti a Nozzano Castello furono trasportati sul luogo e fucilati il 19 agosto. I cadaveri vennero lasciati deliberatamente esposti, alcuni legati alla carcassa di un automezzo tedesco, altri ad alberi e pali dei vigneti: una violenza pensata anche come messaggio rivolto alla popolazione. Nella stessa giornata la repressione colpì San Terenzo e Valla, dove oltre cento civili, soprattutto donne, anziani e bambini, furono uccisi. È proprio nella sequenza di questi episodi che il libro permette di cogliere il passaggio dalla rappresaglia alla violenza indiscriminata contro le comunità civili.
A Vinca questo processo raggiunse una dimensione ancora più ampia. Dopo l’uccisione di un ufficiale tedesco lungo la strada tra Monzone e Vinca, le autorità tedesche predisposero una vasta operazione di Säuberung, una vera e propria “ripulitura” del territorio. Il 24 agosto le truppe circondarono il paese; molti uomini erano già fuggiti nei boschi e a rimanere esposti alla violenza furono soprattutto donne, anziani e bambini. Il rastrellamento proseguì nei giorni successivi, estendendosi alle montagne, alle grotte e agli anfratti in cui i civili avevano cercato rifugio. La ricostruzione di Pezzino, in accordo con i dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, individua in 162 le vittime di Vinca, all’interno di un’operazione che interessò un territorio molto più vasto.
Uno degli aspetti più importanti del volume riguarda però il ruolo degli italiani. A Vinca la violenza non fu infatti esclusivamente tedesca: parteciparono all’operazione uomini della Brigata Nera di Carrara, i “Mai Morti”, e membri della Guardia Nazionale Repubblicana. La questione non è marginale, perché obbliga a fare i conti con la natura propriamente nazifascista dell’eccidio. Le diverse testimonianze raccolte nel libro divergono sul grado di autonomia con cui la Brigata Nera aderì all’operazione, ma non mettono in discussione la sua partecipazione. La documentazione processuale consente così di superare una rappresentazione degli italiani come semplici comparse o ausiliari della repressione tedesca: essi furono, in diversi casi, protagonisti attivi della violenza contro i civili.
È qui che il contributo di Marco De Paolis acquista particolare rilievo. La sua ricostruzione giudiziaria allarga lo sguardo dalle figure dei comandanti ai numerosi uomini che contribuirono concretamente alla realizzazione delle operazioni criminali. La vicenda di Walter Reder rimane naturalmente centrale, ma il libro mostra quanto sia insufficiente concentrare tutta la responsabilità sulla figura del comandante. La violenza fu infatti il risultato di una macchina repressiva nella quale intervennero diversi livelli di comando, organizzazione, collaborazione ed esecuzione. Individuare le responsabilità individuali significa dunque non soltanto stabilire chi debba essere giudicato, ma comprendere come concretamente funzionò quella macchina.
La storia giudiziaria raccontata da De Paolis è, a sua volta, una storia di tempi lunghissimi. Dal processo contro il generale Max Simon nel 1947 si passa al processo contro gli uomini della Brigata Nera a Perugia nel 1950 e a quello contro Walter Reder a Bologna nel 1951, fino alla riapertura delle indagini molti decenni dopo, culminata nei procedimenti del Tribunale Militare di La Spezia e del Tribunale Militare di Roma. Più di mezzo secolo separa dunque il crimine dall’ultima stagione investigativa.

È proprio questa distanza temporale a porre una delle domande più difficili affrontate dal libro: che cosa significa fare giustizia quando sono trascorsi decenni dal crimine? La risposta non può essere soltanto giudiziaria. La riapertura delle indagini dimostra infatti che il processo può diventare anche uno strumento di produzione di conoscenza: il recupero dei documenti, la rilettura delle testimonianze e l’individuazione di nuove responsabilità permettono di illuminare aspetti che i procedimenti dell’immediato dopoguerra non avevano potuto o voluto approfondire.
La lunga vicenda processuale assume allora un significato che va oltre l’accertamento delle responsabilità penali. I processi celebrati a distanza di decenni dagli eccidi rappresentano, per le vittime e soprattutto per i loro familiari, una forma di giustizia tardiva, arrivata quando molti dei protagonisti erano ormai scomparsi, ma non per questo priva di significato. Il tempo trascorso non cancella infatti la violenza subita, né elimina il diritto delle famiglie a conoscere ciò che accadde ai propri cari e a vedere riconosciute le responsabilità di chi partecipò agli eccidi. In questo senso, la storia giudiziaria delle stragi sulle Apuane mostra una particolare forma di “giustizia tardiva”: tardiva perché giunge oltre mezzo secolo dopo i fatti, ma ancora necessaria perché il tempo può attenuare le tracce del crimine, non necessariamente il dolore di chi lo ha ereditato. Il dolore, in questo senso, non va in prescrizione, afferma De Paolis. I processi diventano così anche luoghi della memoria: attraverso documenti, testimonianze e responsabilità individuali, restituiscono un nome e una dimensione pubblica a vicende che per decenni hanno rischiato di rimanere confinate nella memoria privata delle famiglie.
In questo percorso si inserisce inevitabilmente la questione dell’“armadio della vergogna”. L’occultamento dei fascicoli sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione tedesca ebbe conseguenze profonde sulla possibilità di perseguire tempestivamente i responsabili. Nel caso di Vinca e San Terenzo Monti, il ritardo dell’accertamento giudiziario si tradusse in decenni di attesa per le famiglie delle vittime. La storia della giustizia diventa così parte integrante della storia della strage: anche il silenzio istituzionale, l’occultamento dei documenti e la tardiva riapertura delle indagini devono essere considerati elementi da spiegare.
Altrettanto importante è il rapporto fra memoria e storia. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni restituiscono una memoria locale tutt’altro che uniforme, attraversata da ricordi differenti e talvolta contraddittori. Pezzino non utilizza queste testimonianze come semplici conferme della ricostruzione documentaria, ma le sottopone alla critica storica, considerandole anche come tracce della sedimentazione del trauma e della memoria collettiva. È una scelta metodologica importante: rispettare la memoria dei sopravvissuti non significa rinunciare alla verifica delle fonti. Al contrario, sono proprio le contraddizioni e le divergenze a diventare materia della ricerca.
Ne deriva una concezione della storia della strage molto più complessa di quella suggerita da una cronologia essenziale di date, luoghi e vittime. Per comprendere Bardine, Valla e Vinca bisogna ricostruire il contesto militare, le modalità dei rastrellamenti, la composizione dei reparti, le responsabilità dei comandanti e degli esecutori, le esperienze dei civili, la memoria dei sopravvissuti e il lungo percorso della giustizia. La sezione documentaria conclusiva, con una selezione degli atti processuali, rafforza questa impostazione e offre al lettore la possibilità di confrontarsi direttamente con alcune delle fonti sulle quali si fonda la ricostruzione.
È probabilmente questo il principale merito di Le stragi sulle Apuane: non separare la storia dalla giustizia e la giustizia dalla memoria, ma mostrare come queste tre dimensioni si illuminino reciprocamente. Lo storico ricostruisce contesti e dinamiche; il giudice accerta responsabilità individuali sulla base delle prove e delle norme; le testimonianze conservano l’esperienza di chi ha vissuto il trauma. Nessuna di queste prospettive, da sola, è sufficiente a restituire la complessità di una strage.
Il libro di De Paolis e Pezzino ricorda così che una strage non finisce quando cessano gli spari. Dopo l’estate del 1944 vengono il tempo della memoria, quello dell’oblio, quello della ricerca e, infine, quello della giustizia. Le stragi sulle Apuane non è quindi soltanto la ricostruzione di tre eccidi: è anche un’indagine sulla lunga durata del crimine, della memoria e della responsabilità, e sulla possibilità, anche a distanza di oltre ottant’anni, di tornare sui documenti per restituire alle vittime una storia che non sia stata cancellata dal tempo.
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