In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni

Popoff Quotidiano - Wednesday, July 29, 2026

L’annuncio durante le celebrazioni per il 47° anniversario della rivoluzione sandinista, Gli esperti e l’opposizione in esilio si interrogano sul futuro del regime, mentre Washington inasprisce i toni

Louise André-Williams su Mediapart

«Qui non ci saranno più elezioni». Mentre aleggiavano dubbi sullo svolgimento di elezioni democratiche nel novembre 2026 in Nicaragua, l’annuncio clamoroso del presidente Daniel Ortega, in occasione delle commemorazioni del 47° anniversario della rivoluzione sandinista domenica 19 luglio, ha il pregio di essere chiaro.

Con questa decisione, il Paese di 7 milioni di abitanti, governato con pugno di ferro dal leader sandinista da diciannove anni, compie un ulteriore passo avanti nella distruzione della democrazia. «È in un certo senso il colpo di grazia, ma in realtà non fa altro che istituzionalizzare una realtà che era già presente», afferma a Mediapart Alexandra Salazar, avvocata e attivista per i diritti umani in esilio in Spagna.

Lo Stato centroamericano non ha più conosciuto elezioni senza irregolarità dal 2008. Sulla scia delle grandi manifestazioni del 2018 – durante le quali sono morte più di 300 persone, secondo le Nazioni Unite –, il governo ha lanciato una vasta ondata di repressione contro l’opposizione, le organizzazioni civili e la stampa indipendente.

In occasione delle ultime elezioni del 2021, Daniel Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, nominata copresidente nel 2014, avevano preventivamente incarcerato gli undici candidati dell’opposizione, assicurandosi così una quarta rielezione con un risultato dichiarato del 75,92% dei voti. Tale risultato non è mai stato confermato da un organismo indipendente.

Nel 2025, Ortega e Murillo hanno fatto approvare una riforma costituzionale che conferisce loro pieni poteri e vieta la partecipazione alle elezioni ai partiti politici che non condividono «la stessa linea ideologica» del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il partito presidenziale.

Verso un regime monopartitico

Ormai, in Nicaragua sono di fatto autorizzati solo due partiti: l’FSLN e il Partito Liberale Costituzionalista, alleato dei sandinisti. Le figure dell’opposizione sono in carcere o in esilio. Circa 450 nicaraguensi sono stati privati della cittadinanza.

In questo contesto, l’annuncio fatto dall’ex guerrigliero domenica 19 luglio non ha suscitato sorpresa. «Ortega ha sempre affermato che i partiti sono indesiderabili perché, secondo lui, dividono la società», dichiara Juan Sebastián Chamorro, uno dei candidati alla presidenza incarcerati prima delle elezioni del 2021, alla Radio y Televisión Española (RTVE). A suo avviso, Ortega vuole imporre al Nicaragua un regime monopartitico, sul modello di Cina, Cuba e Corea del Nord.

Secondo il giornalista del media in esilio Divergentes Wilfredo Miranda Aburto, la decisione di sopprimere semplicemente e puramente le elezioni ha «provocato la rabbia della stessa base sandinista. Si agisce una misura che proprio [Anastasio] Somoza [Debayle, l’ex dittaore del Nicaragua – ndt] non avrebbe osato prendere».

È difficile, infatti, secondo il giornalista, non paragonare il regime di Ortega-Murillo a quello che l’ex guerrigliero aveva rovesciato nel 1979. La dinastia dei Somoza aveva dominato il Paese per quarantatré anni, con il sostegno degli Stati Uniti.

Per Mónica Baltodano, storica ed ex guerrigliera sandinista, il divieto di tenere le elezioni annunciato da Daniel Ortega nel giorno della commemorazione della rivoluzione del 1979 è «l’espressione stessa dell’antitesi di ciò che rappresentava quella lotta, degli obiettivi e degli impegni di una lotta che è costata la vita a così tante persone. È una vera e propria provocazione fare questo annuncio in occasione dell’anniversario della fine di una dittatura».

La forma giuridica che assumerà il divieto delle elezioni è ancora incerta. Sulla stampa, l’opposizione ipotizza diversi scenari: o il regime sospenderà le elezioni tramite una riforma costituzionale, oppure trasformerà l’Assemblea nazionale in Assemblea costituente, senza indire nuove elezioni. Il vantaggio di questa seconda opzione per la coppia presidenziale? La possibilità di assicurarsi la presidenza a vita.

Per l’analista politico ed ex deputato dell’opposizione Eliseo Nuñez, in esilio in Costa Rica dal 2021, questa manovra ha in ogni caso lo scopo di «garantire la successione della dinastia». Daniel Ortega ha infatti espresso il desiderio di governare per altri dieci anni, ma la sua età avanzata – 80 anni – lascia spazio a dubbi. Rimane sua moglie, Rosario Murillo, e, alle sue spalle, i nove figli della coppia, che secondo il media Nicaragua Investiga «tirano già le fila del Paese in settori chiave come gli affari, i media, la moda e lo sport».

Gli Stati Uniti «non resteranno a guardare»

La decisione di annullare le elezioni ha scatenato un’ondata di condanne da parte della comunità internazionale, in primis da parte degli Stati Uniti, principale partner commerciale del Nicaragua, che stanno già applicando restrizioni sui visti a numerosi funzionari nicaraguensi.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avvertito sul social network X, il 21 luglio, che Donald Trump e la comunità internazionale «non resteranno con le mani in mano mentre la dittatura […] intensifica la repressione e crea un’instabilità che minaccia la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. «Abolire» le elezioni «dimostra la vigliaccheria e la paura [di Daniel Ortega] nei confronti della volontà del popolo nicaraguense», ha aggiunto, invitando i membri della comunità internazionale a «unire le forze per dimostrare alla dittatura Murillo-Ortega che non può aspettarsi di mantenere relazioni con le altre nazioni come se nulla fosse».

Secondo il New York Times, il discorso di Ortega riflette una «crescente paranoia» della coppia presidenziale da quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi a gennaio e l’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni su Cuba – due paesi latinoamericani alleati del Nicaragua.

In America Centrale, l’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste. Il Costa Rica, primo Paese a reagire, ha richiamato il proprio ambasciatore per consultazioni, seguito pochi giorni dopo da Panama, dal Guatemala e dalla Repubblica Dominicana. El País sottolinea tuttavia il «silenzio eloquente» del Salvador di Nayib Bukele, proprio mentre il suo alleato, gli Stati Uniti, ha condannato le azioni di Ortega. Anche il presidente honduregno, Nasry Asfura, molto vicino a Trump, è rimasto in silenzio.

L’avvocata Alexandra Salazar rileva l’assenza di reazioni, finora, da parte di Messico, Colombia e Argentina. Deplora più in generale che «la situazione in Nicaragua non trovi l’eco che merita nell’attuale contesto internazionale». «Da anni, quando ci rivolgiamo alla comunità internazionale, ci troviamo di fronte a una sorta di vuoto». E aggiunge un monito: «Ci sono persone in carcere, vite messe in sospeso, persone torturate, il 10% della popolazione in esilio fuori dal territorio».

La storica Mónica Baltodano giudica «incoraggianti» le recenti prese di posizione ufficiali in America centrale, la cui mancanza di solidarietà con l’opposizione è stata, secondo lei, «una delle grandi lacune degli ultimi anni». Anche Eliseo Núñez esprime «la speranza» che queste reazioni diplomatiche gli infondono: «Questa volta, Ortega potrebbe ritrovarsi davvero isolato». Accoglie inoltre con favore la reazione dell’Unione europea (UE), che ha esortato il regime nicaraguense a organizzare le elezioni «come previsto» e a garantire che si svolgano «in modo trasparente, inclusivo e credibile».

Il governo del Nicaragua ha definito queste critiche «ingerenze imperialiste»: «Non siamo vassalli di nessuno». Il 27 luglio, la copresidente Rosario Murillo ha annunciato di aver avviato un «processo di consultazione», con l’obiettivo di far approvare la riforma costituzionale all’inizio di settembre.

 

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