Lettera dal Brasile: il rischio di un “7 a 1 sociale”

Popoff Quotidiano - Monday, July 20, 2026

Cronache di Mondiali e di lotte. Ci scrive Solange Cavalcante, autrice di “Compagni di stadio. Sócrates e la Democrazia Corinthiana” (Fandango Libri)

La maggior parte dei brasiliani è solita scansionare la vita attraverso i Mondiali di calcio. Io, per esempio, ricordo di essere stata malata durante i Mondiali del 1966. e quanto fosse rassicurante avere i miei accanto a me, ancora vivi [lacrime].

Ai Mondiali del 1970, perfino chi era ancora bambino come me, si accorse che nel Paese c’era qualcosa che non andava. Alla vigilia dell’inizio del torneo, e senza alcun preavviso, i militari andarono a prendersi una Nazionale già pronta, la strapparono dalle mani dell’allenatore (il compagno comunista João Saldanha) e la consegnarono a Mario Zagallo, servo dei golpisti. Sì, vincemmo il Mondiale. E allora? La Storia racconta che fu proprio in quel periodo che la dittatura militare torturò tanti prigionieri politici in Brasile, nascondendosi dietro le vittorie della nostra nazionale.

Per i brasiliani che amano il calcio d’arte (e per me, con tutto l’amore che ho per la mia sempre cara Democracia Corinthiana) il Mondiale più bello resterà sempre quello del 1982. Avere Sócrates in Nazionale e vederla giocare con quel tanto di bellezza significava dimostrare che il calcio ha tutto a che fare con la politica. Ah, sì, il Brasile non alzò la Coppa. Ma, come diceva il nostro Doutor: «Vincere o perdere, sempre con democrazia».

La verità è che il calcio d’arte è morto, travolto dal calcio-business. Mi perdonino i tifosi più fanatici, ma i successi successivi del Brasile si devono a un certo talento combinato con l’ascesa continua di un calcio di destra, sopravvalutato, planetario e alimentato da cifre astronomiche. E, come ogni bolla economica, il calcio delle società di scommesse, degli influencers, delle modelle hype e dei calciatori con abbastanza denaro da comprarsi le società sportive, la stampa, gli allenatori e le coscienze non durerà per sempre. Speriamo.

Oggi, vigilia della finale del 2026, i militanti della Conspiração Socialista, legati alla scuola pubblica, sono stati convocati per un impegno politico nella sede del nostro sindacato degli insegnanti, un piccolo edifício in un piccolo quartiere nell’immensa città di San Paolo. Sappiamo che è tempo di Mondiali e di vacanze scolastiche, ma sappiamo anche che siamo nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, del Senato, della Camera federale, delle Assemblee legislative statali e dei governatori, previste per il prossimo ottobre.

È una splendida mattina di sole, nel pieno dell’inverno. È quasi uno spreco essere chiusi nel sindacato così presto, di sabato. «Non possiamo parlare dei Mondiali?», chiede qualcuno. Ridiamo una risata assonnata. E, siccome ogni brasiliano che si rispetti ricorre alle metafore calcistiche per spiegare la vita, un altro compagno risponde: «Altro che Mondiali. È il momento di pensare alla politica, perché ogni giorno è un 7 a 1 diverso». La metafora del 7 a 1 richiama la nostra sconfitta contro la Germania nel 2014 e, da allora, è diventata il modo di nominare le situazioni più difficili.

La riunione comincia. Il nostro recente sciopero per un salario dignitoso e per la stabilità lavorativa è stato un disastro e non è riuscito né a fermare la privatizzazione né la precarizzazione della scuola pubblica. Siamo sempre più isolati come categoria. Lottiamo da soli, senza i bancari (praticamente scomparsi dopo la digitalizzazione delle banche), senza i lavoratori della metropolitana, senza gli autisti dei trasporti pubblici, senza gli addetti ai servizi idrici e senza quelli dell’energia elettrica. Negli ultimi anni, i servizi pubblici dello Stato e della città di San Paolo sono stati quasi tutti privatizzati. Nell’istruzione siamo arrivati al 35% di insegnanti precari nella rete comunale e al 50% in quella statale.

Cominciamo a definire un calendario di attività per la campagna elettorale, ma dovremo agire con estrema prudenza. Il sindaco di destra vuole che qualsiasi dipendente pubblico che esprima le proprie opinioni sui social network possa arrivare a perdere il posto di lavoro. Silenzio. Ognuno di noi prende il proprio cellulare per controllare se, e in quale misura, abbia manifestato recentemente le proprie opinioni politiche sui social.

Sul piano nazionale, la situazione non è più incoraggiante.

I risultati dei sondaggi elettorali che, da qualche giorno, indicano Lula in vantaggio hanno provocato le più gravi minacce di Trump contro il Brasile, a cominciare dall’imposizione di dazi del 25% sui prodotti brasiliani. Per evitare queste tariffe, gli Stati Uniti pretendono che Lula abbandoni gli accordi commerciali firmati con la Cina. Le conseguenze di un rifiuto potrebbero avvicinarci a quanto è accaduto – e continua ad accadere – in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cile, Perù e Colombia.

Compagni di stadio NE

«Le elezioni di ottobre saranno una guerra, con la pesante interferenza di Trump, di Rubio e della rete di relazioni della famiglia Bolsonaro, oggi un nome consolidato della destra», osserva una compagna.

Mi guardo intorno. Siamo pochi. Siamo stanchi, invecchiati, e alcuni se ne sono andati troppo presto, ancora prima della pensione. Ho paura di ciò che i nostri nemici di classe potrebbero ancora riuscire a sottrarci. Ma so anche che sessant’anni di Mondiali e quattro decenni di lotte non sono poca cosa.

Mentre scrivo questo testo per i cari compagni italiani, è prudente non fidarsi dei sondaggi e continuare a lavorare con determinazione in vista delle prossime elezioni. Non sappiamo ancora chi vincerà il Mondiale del 2026. Basta però guardare le tante squadre per capire che continuiamo a vivere nella genetica dei tanti calciatori di etnie diverse. Perché siamo stati, siamo e continueremo a essere seme e resistenza.

Até a vitória, companheiros. Sempre.

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