
Paolo Parisi / Lucio Ruvidotti / 100 anni con Miles
Pulp Magazine - Wednesday, July 15, 2026A cento anni dalla nascita, Miles Davis non è un monumento da contemplare, bensì un corpo sonoro ancora in movimento. Il centenario del 2026 conferma la natura paradossale della sua eredità: Davis è ormai pienamente canonizzato, celebrato da festival, musei, grandi istituzioni musicali e operazioni editoriali internazionali, ma resta irriducibile alla forma rassicurante del classico. La sua storia è quella di un artista capace di sabotare ogni stile che lui stesso contribuiva a fondare, dal bebop al cool jazz, dall’hard bop al jazz modale, passando per orchestrazioni, svolta elettrica, funk, fusion e molto altro ancora. In questo senso, ricordare oggi Miles Davis significa interrogare l’idea stessa di modernità musicale, ovvero la capacità di tradire la propria forma prima che diventi maniera.

A ripercorrerne la traiettoria arrivano ora due libri a fumetti che scelgono strade differenti ma complementari: The Sound of Miles Davis di Paolo Parisi e Miles Davis. Assolo a fumetti di Lucio Ruvidotti. Entrambi si confrontano con la difficoltà di tradurre in immagini una musica fondata sul tempo, sul silenzio, sull’improvvisazione e sul continuo scarto rispetto alle forme già acquisite.
Nel lavoro di Parisi, autore da tempo interessato all’incontro tra fumetto e jazz, la figura di Davis può essere letta soprattutto come materia grafica e musicale. Non soltanto una biografia da ordinare cronologicamente, ma una scansione di forma e contenuto che si alternano alle scelte di vita e di arte. L’esperienza dell’autore, già misuratosi con figure come John Coltrane e Billie Holiday, contribuisce a un approccio nel quale il racconto della vita tende a fondersi con la ricerca visiva, lasciando che siano il ritmo delle tavole, le campiture e le ellissi a restituire un pezzo dell’identità sonora del musicista.
Diversamente, Ruvidotti adotta invece una costruzione esplicitamente biografica e documentata. Assolo a fumetti attraversa la vita di Davis per grandi nuclei temporali, dagli anni del bebop e dell’incontro con Charlie Parker passando per il cool jazz, Kind of Blue, svolta elettrica, al ritiro e il successivo ritorno. Ma anche in questo caso la cronologia non è trattata come una successione neutra di date: viene organizzata per cesure, crisi e rinascite, quasi che ogni passaggio esistenziale preparasse una nuova mutazione musicale.
A entrambe le opere non sfuggono le ombre che hanno caratterizzato questo mito del jazz, il suo temperamento estremamente irrequieto, il suo rapporto con le sostanze, gli scoppi di rabbia che hanno condizionato le sue relazioni, l’intemperanza verso l’autorità. E naturalmente il suo orgoglio di essere nero, di appartenere a una tradizione sonora e sociale memorabile e tenace. Il colore è infatti totale protagonista dei volumi, non solo nelle esplosioni psichedeliche e nelle campiture piatte, ma anche nell’assenza, nei bianchi e neri più pieni, nei retini grigi un po’ retrò.
La forma narrativa di base è ovviamente quella degli episodi significativi della vita di Miles Davis, dai più noti a quelli un po’ romanzati. Se Ruvidotti dispone gli episodi come movimenti di una lunga composizione, Parisi sembra cercare il suono dentro l’immagine, lavorando sulla qualità percettiva della pagina. Ciò che li accomuna, dunque, è la rinuncia all’agiografia. Il Miles Davis che emerge non è affatto un’icona pacificata, ma un uomo contraddittorio, vulnerabile, spesso autodistruttivo e insieme ossessionato dalla necessità di cambiare. Entrambi i racconti a fumetto divengono poi un complemento ideale all’autobiografia ufficiale dell’artista, da lui scritta assieme a Quincy Troupe e pubblicata da Minimum Fax. Su tutto, a trionfare è il movimento, sia quello prettamente musicale sia quello di un artista che ha fatto della trasformazione una disciplina e dell’inquietudine un metodo creativo. La sfida, per noi lettori e ascoltatori, è quella di continuare ad ascoltare la sua musica con orecchie sempre differenti.
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