
«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»
Popoff Quotidiano - Saturday, June 20, 2026Moni Ovadia a Viareggio: «Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista»
C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama Ghassan Kanafani, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale “Cento porti, cento città”, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina.
Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza.

Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di Moni Ovadia, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani.
Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto.
Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della terra nullius, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano terrae nullius, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.»
Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897.
Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il Levitico, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.»
E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.»
Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.»
Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale.
«Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente.
L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove».
Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari».
Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza.

«Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.»
Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti.
«Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba».
Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani».
Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto.
Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza.
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