Karen Barad / Femminismo contemporaneo e fisica quantistica

Pulp Magazine - Saturday, June 20, 2026

Cosa c’entrano le idee di Niels Bohr sulla meccanica quantistica con la riflessione filosofica sul postumano e il pensiero poststrutturalista? Per indagare questa interferenza in Incontrare l’universo a metà strada, venti anni fa Karen Barad prendeva in prestito un neologismo da Donna Haraway: “diffrazione” è l’iterazione in essere tra relazioni che si sovrappongono e producono effetti simili a cerchi d’acqua sulla superficie in uno stagno. Increspature, dunque, e non riflessi più o meno meccanici. Bohr, premio Nobel per la fisica (1922) per il suo studio sulla struttura dell’atomo, è insieme a Werner Heisenberg il padre di quella che anni più tardi venne definita “l’interpretazione di Copenhagen” (1927), il primo e più noto tentativo di contenere sul piano teorico l’impatto che la dualità onda-particella aveva sollevato nel mondo della fisica.

Nel modello del fisico danese, a sua volta considerato un filosofo profondamente connesso con il lato teoretico della scienza, ricopre un ruolo centrale la teoria della complementarità da cui il libro prende le mosse. A differenza del cosiddetto “principio di Indeterminazione”, che Heisenberg avanza come chiave essenzialmente epistemologica, quando Bohr parla di complementarità si muove su un terreno ontologico: a priori, le particelle non possiedono infatti nessuna proprietà o grandezza che noi possiamo perturbare all’atto della misurazione, e non possiedono alcun valore indipendente dall’apparato con cui interagiscono nel corso dell’esperimento. Per Bohr il taglio che si applica alla realtà adottando una specifica configurazione tra l’apparato e il soggetto – sia esso umano o non umano – non è netto, il confine interno che lo descrive è intimamente poroso. Da questo punto di vista, secondo Barad, la visione dello scienziato, che definisce “pronto-performativa”, è radicalmente innovativa e sembra presupporre un approccio che in ambito filosofico emergerà soltanto decenni dopo. Per la teorica americana, tuttavia, Bohr si ferma invece a un compromesso umanista, quando per salvaguardare l’obiettività dello statuto scientifico, immagina un confine esterno non equivocabile, ad esempio tra il laboratorio e le reti materiali, politiche e sociali che lo hanno materializzato.

L’ontologia agenziale di Barad si propone di andare oltre l’assunto metafisico della separatezza tra soggetto e oggetto, ricercando le ragioni della scienza all’interno del fenomeno stesso. Gli apparati sono essi stessi fenomeni, cioè processi di interazione (“intra-azione”) con altri apparati, che possono coinvolgere o meno gli “umani”. Oggi è sotto gli occhi di tutti come questa “configurazione iterativa della materialità” comprenda forme umane, non umane, cibernetiche e simili. E, nel grande gioco dell’etica, il concetto di responsabilità non può venire disgiunto da un concetto di agency – se vogliamo chiamarla ancora così – “che non si esaurisce mai” come parte del divenire del mondo “perché è un’attuazione e non qualcuno”.

Sul piano dell’etica, osserva Barad, “loro” e “noi” siamo entangled: «Questa affermazione può essere fonte di disagio sia per chi è abituato a interpretazioni sia umanistiche che antiumanistiche. Le prime concepiscono gli apparati come una conseguenza diretta delle azioni, delle scelte dell’intenzione, degli interessi, delle idee eccetera umane. Ma anche la prospettiva antiumanistica presenta dei problemi in quanto incoraggia o non scoraggia sufficienza la convinzione che i corpi e la soggettività siano effetti di pratiche discorsive esclusivamente umane». Per Barad, la lezione della fisica quantistica è precisamente questa: siamo parte di quella natura che cerchiamo di comprendere. Sul piano ermeneutico si scontra non solo con chi vede nel procedimento scientifico una pura rappresentazione della realtà ma, riferito ad esempio al lavoro di Ian Hacking nell’ambito della filosofia della scienza, anche con una metafisica della “cosità” (thingness) e dell’individuazione che pur nel riconoscimento attivo della performance tratta soggetti e oggetti come entità nettamente separate.

Barad, oggi una delle teoriche femministe di punta nell’area dei nuovi materialismi, sa maneggiare una materia non esattamente familiare per i suoi lettori e sceglie programmaticamente la lingua della divulgazione scientifica quando deve parlare di fisica del Novecento, evitando scorciatoie e metafore più o meno fuorvianti. Incontrare l’universo a metà strada è un libro con tutti i pregi della chiarezza, che non lascia indietro nessuno, al prezzo di una mole sicuramente considerevole che si presta anche a percorsi di lettura mirati. In particolare, l’autrice arriva a descrivere il nucleo del suo “realismo agentivo” nel quarto capitolo (“Il realismo agenziale: quanto contano le pratiche material-discorsive”), chiarendo forse anche alcune finalità più strettamente programmatiche del volume: «Il linguaggio ha ricevuto sin troppo importanza. La svolta linguistica, svolta semiotica, svolta interpretativa, la svolta culturale: sembra che a ogni svolta, ogni cosa, persino la materialità, venga trasformata in una questione di linguaggio o di qualsivoglia altra forma di rappresentazione culturale. Perché al linguaggio e la cultura si riconosce una propria agency e storicità, mentre la materia viene ancora pensata come passiva e mutabile o, nei migliori dei casi come adottata solo in modo derivato da un potenziale di cambiamento sempre in virtù del linguaggio e della cultura?»

La critica che Barad estende anche al Post-strutturalismo assume qui la forma di una correzione rispetto al nucleo antropocentrico che residua nel pensiero di Michel Foucault e Judith Butler. Maestri e maestre del sospetto e dell’emancipazione, sembrano riconoscere l’agency e la storicità solo come prerogativa di forze sociali, culturali o discorsive umane, limitando l’azione della materia fisica o biologica a un ruolo inerte e derivativo. Il pensiero post-strutturalista concepisce un “mondo senza di noi” o, negando il dinamismo delle forze geologiche, fisiche o naturali nei processi di materializzazione, per sottolinearne ancora una volta l’iscrizione culturale, ha rinnovato suo malgrado l’habitus antropologico di separare le parole dalle cose?

È solo il punto d’innesto di una tra le molte riflessioni che il saggio di Barad sembra rilanciare adesso, per ripartire da un presente che nasconde le scorie dell’antropocene sotto strati di minacciose illusioni e nuove fantasie di distruzione globale. Come osserva Giorgio Griziotti nella prefazione, va oltre e ci offre «una prospettiva in cui le relazioni materiali co-producono fenomeni, soggetti, possibilità d’azione con conseguenze politiche decisive (…) offre un lessico per comprendere che la produzione contemporanea non si limita a organizzare merci e lavoro: organizza il mondo stesso come fenomeno».

 

 

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