Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà

Popoff Quotidiano - Thursday, June 11, 2026

Il ruolo della fotografia militante nei percorsi di smantellamento del sistema manicomiale a partire dalla mostra in corso a Castelnuovo Magra

“Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”: questa le parole che Franco Basaglia pronuncia nelle conferenze che, tra il giugno e il novembre del 1979, tenne a San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, dove si era recato per dialogare con studenti, professori, medici, terapeuti e sindacalisti. Queste parole sono un po’ il suo testamento intellettuale un anno prima della sua scomparsa, ed è proprio la figura dello psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) il motivo ispiratore della mostra fotografica La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e noi, inaugurata Venerdì 5 giugno a Castelnuovo Magra (SP).

La mostra, che è curata da Archivi della Resistenza, con la collaborazione di Tatiana Agliani, vede la partecipazione dei fotografi Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada e Enzo Umbaca, che con i loro scatti hanno dato visibilità al cammino che Franco Basaglia ha tracciato rivoluzionando l’assistenza mentale e promuovendo la progressiva abolizione dei manicomi con la Legge 180 del 1978, che porta il suo nome.

“La mostra offre uno sguardo sulla questione psichiatrica e sulla straordinaria storia di Franco Basaglia – scrive Agliani – Abbiamo scelto di concentrarci sul lavoro di sette autori particolarmente significativi che, in diversi momenti storici, hanno raccontato la riforma con scelte narrative diverse l’una dall’altra”.

Se Franco Basaglia fu indubbiamente il protagonista assoluto di quella straordinaria stagione, alla base ci fu una battaglia corale, che consentì di trasformare l’approccio alla malattia mentale da reclusione a cura, e i pazienti da malati a ospiti, restituendo dignità, diritti e libertà a chi era stato recluso ed emarginato. La chiusura di queste istituzioni totali disumanizzanti fu un atto rivoluzionario e trovò nella comunicazione, e in particolare nella fotografia, una alleata fondamentale, che consentì di denunciare la condizione dei malati reclusi, suscitare indignazione e creare consapevolezza. Accanto all’azione politica e scientifica dello psichiatra veneziano, un gruppo di fotografi italiani contribuì infatti a mostrare all’opinione pubblica la realtà nascosta dei manicomi. Nomi come Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli ed Emilio Mattioli documentarono le condizioni di vita delle persone internate, trasformando la fotografia in uno strumento di denuncia sociale. Le loro immagini restituivano i volti, i corpi e la dignità negata dei ricoverati, mostrando ambienti segnati da isolamento, contenzione e spersonalizzazione. Particolarmente influente fu il volume Morire di classe (1969), realizzato da Cerati e Berengo Gardin con testi di Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che contribuì a scuotere la coscienza pubblica e a mettere in discussione l’istituzione manicomiale. Questi fotografi non si limitarono a registrare una realtà esistente, ma parteciparono attivamente a un processo di cambiamento culturale: le loro immagini divennero prove visive della necessità di superare una concezione della malattia mentale fondata sull’esclusione e sulla segregazione.

Gianni Berengo Gardin, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Parma a Colorno

In questo senso, la fotografia fu parte integrante della battaglia che avrebbe portato alla Legge 180 del 1978, contribuendo a diffondere il messaggio basagliano secondo cui la persona affetta da sofferenza psichica doveva essere riconosciuta anzitutto come cittadino titolare di diritti e non come un soggetto da nascondere alla società.

Carla Cerati, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia

Come Morire di classe, Gli esclusi di Luciano D’Alessandro ha contribuito a rendere visibile una realtà che fino ad allora era rimasta nascosta agli occhi della società italiana. Attraverso la forza del linguaggio fotografico, D’Alessandro ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di denuncia civile, anticipando e sostenendo il processo di sensibilizzazione che avrebbe accompagnato le battaglie di Franco Basaglia per la chiusura dei manicomi. Gli esclusi è stato uno dei primi reportage fotografici italiani dentro un manicomio, mostrando al grande pubblico ciò che accadeva dietro le mura delle istituzioni totali denunciate dal Nostro psichiatra.

Manicomio Materdomini, Nocera Superiore, Salerno

Questo reportage, che appresenta ancora oggi una testimonianza storica di straordinario valore, capace di mostrare come l’esclusione dei malati mentali fosse prima di tutto una questione sociale e politica, oltre che sanitaria, adesso è integralmente in mostra a Castelnuovo Magra.

Il progetto fotografico Tracce di creatività di Paola Mattioli, anch’esso in mostra, documenta la trasformazione culturale avviata da Basaglia, concentrandosi sulle attività artistiche, espressive e creative sviluppate all’interno dei servizi di salute mentale e delle comunità terapeutiche. Le fotografie non mostrano più il malato mentale come vittima passiva della segregazione, ma come soggetto capace di esprimere emozioni, desideri e potenzialità creative. Attraverso laboratori di pittura, teatro, scrittura e attività manuali, Mattioli restituisce un’immagine della sofferenza psichica profondamente diversa da quella veicolata dall’istituzione manicomiale tradizionale. La creatività diventa così una forma di comunicazione, relazione e riconquista della propria identità, in piena sintonia con la visione basagliana che poneva al centro la persona e non la malattia.

Tra le testimonianze fotografiche più significative della stagione basagliana a Trieste si colloca la serie Paradiso terrestre, realizzata da Mattioli nel 1973 presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste. “Paradiso terrestre e un titolo meraviglioso dato a una mia fotografia da qualcuno negli archivi dell’ospedale […] L’ho assunto perché mi sembra un nome meraviglioso e che dà proprio il senso di questo grande stupore che ho provato quando ho aperto una porta, e mi sono trovata davanti un controluce magico di cose appese, un inno alla creatività, una cosa magica, meravigliosa. Poi sai, davanti alle immagini vedi il clima, capisci il clima che ci doveva essere stato” leggiamo nell’intervista all’autrice presente nel catalogo della mostra.

 

Padiglione P, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste “Il Paradiso terrestre”

A differenza dei reportage di denuncia che avevano caratterizzato la fine degli anni Sessanta, il lavoro di Mattioli documenta una fase diversa della rivoluzione psichiatrica: non più soltanto la sofferenza prodotta dall’istituzione totale, ma i processi di liberazione, creatività e reintegrazione sociale promossi da Basaglia e dai suoi collaboratori. Le fotografie sono legate alle attività del Laboratorio P, coordinato da Giuliano Scabia, e ai progetti artistici che coinvolgevano pazienti, operatori e cittadini in uno spazio comune di espressione culturale. Il titolo Paradiso terrestre richiama proprio l’idea di un luogo in cui fosse possibile immaginare nuove forme di convivenza e di libertà, superando la separazione tra il “dentro” e il “fuori” del manicomio.

E a Trieste arrivò anche Emilio Tremolada, in mostra con due album. “Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Basaglia. Nel 1975 sono stato al San Giovanni, l’ospedale psichiatrico di Trieste, prima a febbraio per alcuni giorni e poi per tutto il mese di agosto. È stata un’esperienza che ha segnato per diversi motivi la mia vita ed è stato il mio primo lavoro da fotografo”, ha dichiarato nell’intervista. Da questa esperienza nasce La follia del posto, una serie di scatti in cui ritrae il lavoro che l’artista Ugo Guarino teneva nell’ospedale psichiatrico, all’interno del padiglione Q, il cosiddetto “modulo Arcobaleno”, oltre a tanti ritratti delle persone incontrate lì dentro. 

“Mi ricordo molto bene di alcune persone, mi ricordo di Liubo, che suonava il pianoforte nel reparto Q, mi ricordo un altro tipo fantastico con cui non ho mai parlato, solo che lo incontravamo nei viali e lui ci faceva delle suonate con l’armonica a bocca. Una volta si mise a cantare una vecchia canzone con il suo accento friulano e con piccola modifica al testo: ‘Pino solitario ascolta… la canzone dell’alcolizà…’, da lì abbiamo iniziato a chiamarlo Pino Solitario. Poi c’era Regina che ci accompagnava, io e Alessandra arrivavamo di mattina nell’ospedale e cominciavamo a girare nel grande parco con i diversi padiglioni, Regina ci veniva incontro, ci salutava, chiacchierava, era una presenza bellissima, era talmente presente che poi l’ho vista in molte foto di altri fotografi, insomma era proprio una personalità”, ha raccontato Teulada nell’intervista riportata nel catalogo.

Con Regina al bar il Posto delle Fragole, OPP Trieste (agosto 1975)

Nel secondo album, Una perfezione manicomiale, Tremolada riflette sull’eredità materiale e simbolica dell’istituzione manicomiale. Il suo lavoro si concentra sugli spazi rimasti dopo la chiusura dei manicomi, interrogando il rapporto tra architettura, controllo sociale e memoria. Le fotografie ritraggono padiglioni abbandonati, corridoi vuoti, cancelli, mura e ambienti ormai privi dei loro abitanti, ma ancora carichi delle tracce lasciate da decenni di internamento. L’espressione “perfezione manicomiale” richiama l’efficienza con cui l’istituzione totale organizzava e regolava ogni aspetto della vita dei ricoverati, secondo una logica di separazione dal resto della società. Tremolada affronta la decostruzione concettuale del sistema del manicomio per cui fotografa gli spazi manicomiali e li affianca in una serie di dittici alle cartelle cliniche dei pazienti, e ragiona sulla memoria e su quella che è stata la segregazione per i pazienti.

Cella di isolamento. Reparto Lombroso. Ospedale Psichiatrico San Lazzaro, Reggio Emilia, a fianco: Pazzo. Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, Torino

“In certo modo la stessa operazione la fa anche Enzo Umbaca – scrive la curatrice Agliani – che entra al Paolo Pini, dove ancora ci sono, negli anni ‘90, gli ultimi degenti, durante un laboratorio artistico dentro la struttura: dà la macchina fotografica in mano agli utenti e li lascia liberi di raccontare la propria quotidianità. E la casualità vuole che, all’interno dell’ospedale, trovi una serie di lastre di ritratti fatti ai pazienti fra gli anni ‘30 e ‘60, che e accosta a quelle degli utenti fotografi. Ne nasce una contrapposizione fortissima”.

Uliano Lucas affronta la malattia mentale dal 1975 proponendosi una nuova iconografia attenta a non stigmatizzarla. La sua fotografia non ha abbandonato questi temi, anche dopo l’abolizione del manicomio, ma ha continuato a lavorarci, fornendo così una testimonianza fondamentale per indagare le trasformazioni successive. “Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici”, ha scritto di lui Gioacchino Toni. Lucas ha raccontato il momento di passaggio, l’apertura delle porte dei manicomi e ha seguito, nel corso di decenni, i vari momenti della nascita dei nuovi centri di assistenza, delle case alloggio, delle nuove forme di terapia, realizzando un reportage lungo 35 anni, come testimonia l’ultima foto in mostra che è del 2010. Sono scatti realizzati in varie parti d’Italia, da Trieste, che non poteva mancare visto che ha ospitato l’avventura di Basaglia, alla Puglia.

In una casa alloggio del Centro di salute mentale, Grosseto, 2010

Le sue fotografie testimoniano come la chiusura dei manicomi non abbia rappresentato soltanto una riforma sanitaria, ma anche un cambiamento culturale volto a restituire cittadinanza, dignità e possibilità di espressione a persone per lungo tempo escluse dalla vita sociale.

Utenti del centro diurno di Lequile ai corsi del laboratorio teatrale “Espressività e benessere”, Lecce, 1998

La mostra offre a tutti e a tutte noi una grandissima opportunità, quella di vedere in una sola volta i materiali di alcuni dei più importanti fotografi e artisti italiani che, nel corso degli anni, si sono occupati della salute mentale e della rivoluzione che in questo campo portò Franco Basaglia, dapprima denunciando la condizione di umiliazione e segregazione dei manicomi, poi documentando e interpretando mano a mano il fermento culturale e politico che riuscì promuovere quella presa di coscienza, con l’apertura delle strutture e il progressivo superamento dell’istituzione. Una straordinaria stagione culturale e sociale dell’anti-autoritasimo italiano, per certi versi irripetibile, a cui la fotografia ha dato un contributo di fondamentale importanza, ma una stagione che ci induce anche a riflettere sul presente e sul fatto che se una liberazione è stata possibile, allora anche altre liberazioni sono oggi possibili.

La mostra, purtroppo non accessibile ai disabili motori, sarà visitabile presso la Torre dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra (SP), dal 5 giugno al 18 ottobre 2026.

Il catalogo della mostra, a cura di Archivi della Resistenza, è uscito nella collana “Verba manent – Serie sguardi” presso Edizioni ETS di Pisa. Si può acquistare in loco o sulla grande distribuzione al prezzo di 25 EUR.

“La gente se lo dimentica, ma la liberazione è possibile, perché è stata possibile, perché è possibile sempre… e anche adesso è possibile. Basterebbe crederci ancora” (Uliano Lucas).

 

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