
Una lunga settimana di passioni
Popoff Quotidiano - Wednesday, March 11, 2026Il punto sulla guerra in Iran e quella che verrà se l’Europa e il mondo non si libereranno dei liberatori
Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale. Tralasciando quest’ultimo aspetto in chiusa, facciamo il punto su cosa è successo sotto e fuori dai riflettori, sul campo e altrove.
Occhio alla cabala
Come già nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno – stando alla cabala, dopo quella dei sei giorni nel ‘67 questa potrebbe durarne 24 – si è sparacchiato nei due sensi buona parte dell’arsenale disponibile. Al punto che i missili scarseggiano pure nel fornitissimo arsenale di Bibi & Big Don e quest’ultimo, bontà sua, ha dovuto mandare i “vecchi” bombardieri B52, con le loro bombe di penetrazione, per stanare i lanciamissili iraniani dai loro bunker sotterra. Al di là della carenza d’armi nei due schieramenti che tanto appassiona gli esperti da salotto, gli Usa continuano a martellare il possibile e gli orfani dell’ayatollah replicano fin dove possono, negli stati contigui e nel mezzo dello stretto dove passa un bel po’ del greggio mondiale. Con effetti devastanti per la traballante economia europea già provata dalla guerra in Ucraina e le tasche di tutti. Gli eredi di Khamenei dopo l’iniziale ammuina che ha sforacchiato le difese delle basi Usa nel Golfo, hanno dichiarato che non ostacoleranno alcun transito e non attaccheranno più i cattivi vicini, togliendosi dall’arco le frecce rimaste e mostrando quanto siano disponibili a porgere l’altra guancia e il resto pur di leccarsi in pace le ferite. Mojtaba, il figlio del defunto ayatollah che ne ha ereditato il posto, ha le stesse possibilità di sopravvivenza di un sorcio in un cat cafè. Alla Casa Bianca si canta già vittoria e si preannuncia che, caschi il regime o meno, nessuno che non sia gradito durerà più d’un gatto in tangenziale, tanto per restare in tema. Magari un erede di quello scià che fu il miglior alleato d’Israele e Usa nel Golfo, e anche perciò cadde. Il modello Venezuela fa scuola, insomma.
Le novità, tra cronaca e storia
Più che sul campo di battaglia, però, le novità vengono da fuori. È già storia il video di Donaldone I assiso in trono, attorniato dai suoi dignitari che, mani sulle spalle, pregano perché Iddio conceda all’imperatore salute e vittoria. Resta confinata alla cronaca, invece, e all’umana miseria per la quale la malattia mentale si traveste da volontà di Dio, la hit Batti & colpisci della ministra della fede Paula White. Una bella tipa che sembra generata dalla medesima deficienza artificiale che seleziona i bersagli da colpire in Persia, e forse lo è. Neanche il ministro della Guerra Pete Hegseth se la passa male a castronerie – ma almeno lui, si sa, ogni tanto dà fondo alla bottiglia e questo con quel che Dio vuole c’entra poco. Certo è che se i fanatici sono quegli altri col turbante nero, chi li combatte se la passa mica male.
Tafazzi d’Europa
Di tutt’altra pasta i leader europei, ancorché flaccidi e imbelli, come l’ha etichettati Netanyahu. Prendi il segretario della Nato, il norvegese Mark Rutte, re dei Tafazzi d’Europa. Neanche il tempo di riaversi dai ceffoni ricevuti dall’imperatore sulla Groenlandia, affaire tuttora in corso, che ha tenuto a precisare che la guerra, pur non essendo affare dell’Alleanza, la vuole senz’altro schierata dalla parte di chi vede negli europei un branco d’utili idioti, e il mondo un posto migliore senza Khamenei. Vedi il premier inglese, Starmer, capofila della categoria sunnominata, che per non restare indietro, con sprezzo del buon senso e della semantica fornisce ai bombardieri Usa le basi per la loro guerra “difensiva”. Vedi Macron, bel tipo di liberale europeo. Manco sta nella Nato, la Francia, dai tempi di De Gaulle, che dona le chiavi della base navale di Marsiglia ai due compari e mandato il gioiello della flotta, la portaerei omonima, a Cipro tanto per essere della partita. Nell’isola, estremo lembo d’Europa, fanno rotta tutte le marine dell’Europa libera – gli inglesi ci stanno già di casa – Spagna e Italia comprese.
Pedro Schienadritta e la Melona
Se il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez ha mostrato, almeno a parole, d’avere la schiena dritta davanti alle minacce dell’imperatore, la Melona, bell’esemplare di destra nostrana, con fermezza tutta italica ha chiarito che il nostro paese non è in guerra e le nostre basi non sono disponibili. A meno che non ce le chiedano. Niente, va detto, a confronto delle perle di saggezza distribuite ai media e al volgo dai nostri ministri degli Esteri e della Difesa. Tajani ha consigliato agli italiani d’Oriente di non sostare sui balconi quando passano i droni; l’altro colto alla sprovvista a Dubai non si sa ancora a fare cosa e informato dei fatti dalla tivù, a riprova di come nessuno conti più di noi nello scacchiere internazionale, nonostante le zerbinature dei nostri ai diktat d’oltre oceano, ha ribadito che quella Usa non è una guerra secondo le regole del diritto internazionale. Ma noi tireremo dritto e chissenefrega, secondo la migliore tradizione italiota e alla faccia delle anime belle. In chiusa, torniamo all’abbrivio.
I punti fermi della guerra in corso
Dalle passioni della settimana emergono chiaramente alcuni punti. Primo: la guerra durerà, a Dio e al duo piacendo, fino all’annichilimento delle residuali capacità belliche iraniane. Secondo: questa risolverà in maniera radicale i diritti conculcati delle donne iraniane, come dimostra la scuola femminile rasa al suolo e oltre il centinaio di bambine uccise, figlie di pasdaràn, e libererà gli iraniani, almeno i sopravvissuti. Terzo: quanto al cambio di regime, senza ombra di dubbio ogni iraniano di buon senno, come le dozzine di ragazzotti che hanno ballato sul molo di Trieste mentre i loro connazionali venivano trucidati sulle note della macarena – non vede l’ora di sostituire ai ceffi col turbante nero l’effige del macellajo di Sion. La stella di Davide apportatrice di libertà come l’altre assieme alle strisce, invece della sanguinaria spada dell’Islam. Quarto: Israele è a un passo dal divenire quel che nemmeno nei sogni più grandiosi di Herzl poteva aversi: il dominio pressoché assoluto sull’intero Medio Oriente, se non sul mondo, grazie al suo compiacente padron servente. E Netanyahu, checché ne dicano gli acchiappanuvoli, passerà alla storia come lo statista che ha realizzato il sogno della grande Israele. Costi quel che costi e crepi Sansone con ogni filisteo. Corollario a questo punto è lo spettro, sempre più materico, d’una terza guerra mondiale.
Lo spettro materico della guerra che verrà
Il dado è quasi tratto. Nessuna guerra, checché ne dicano i manuali, è iniziata in un giorno. La prima non è cominciata a Sarajevo, non la seconda sul confine polacco. Ogni guerra, mondiale o in quanto tale, è preceduta da conflitti più o meno celati, più o meno laceranti, per esplodere con un casus belli buono per i libri di storia. E noi italiani abbiamo sempre avuto un ruolo decisivo nell’innescare la miccia. Fortuna vuole che stavolta al governo vi siano tali pagliacci da disinnescare il pericolo, ma anche dal ridere si può morire. Si ha un bel ridere di Donaldone, dei suoi crimini e delle sue mattane, della pochezza del ceto dirigente d’America come d’altrove, fatto è che nessuno sfugge al proprio destino. Persona, paese o impero che sia. Il destino dell’impero amerikano è in quel batti & colpisci ripetuto come un mantra dalla trista ministra della Fede Usa. Trump come Rimbam Biden, prima di lui Osama, i due Bush eccetera, lo sanno. Non c’è pace se vuoi colpire i tuoi nemici, battere la Cina, non essere costretti a dividere la torta del potere mondiale coi musi gialli e chissà chi altri.
La logica del potere imperiale
Non era diverso ai tempi dell’impero romano: Traiano arrivò a Babilonia e sul Bosforo, Adriano dovette fare marcia indietro ma la sostanza dell’impero non cambiò. Finito d’espandersi cominciò a perdere pezzi e divorare sé stesso, fino a quel capolavoro d’insipienza politica di Diocleziano che si rivelò un rimedio peggiore del male che pretendeva curare. Mutatis mutandis, nulla muta nella logica del potere imperiale, del potere in quanto tale. Il destino dell’Amerika imperiale è segnato dalla storia, come quella di qualunque impero, ma non per questo eviterà a sé stessa e al mondo lacrime e sangue, con la pretesa di dargli benessere e libertà, sotto l’occhio vigile dei media compiacenti e dei servitori di turno. Neppure Cuba, antico sogno di rivincita yankee, potrà salvarsi da tanta grazia. Donaldone ha già promesso di riportarla nell’alveo della libertà. Dai ghiacci della Groenlandia al sole dei Caraibi, tutto un tripudio di stelle & strisce, dal Nilo all’Eufrate una sola stella di Davide, nel deserto d’intorno. Un deserto chiamato pace, per dirla come Tacito. È tempo di liberarsi da tali liberatori, ma non saranno gli asserviti d’Europa a farlo.
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