La scuola, luogo di educazione e inclusione, non di repressione e controllo

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Tuesday, January 20, 2026

Un ragazzo ucciso a scuola da un altro ragazzo: una di quelle notizie che non vorresti mai sentire. Così come tutte le riflessioni su quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, sui limiti della scuola, sulle difficoltà a comprendere un disagio così profondo e diffuso. I limiti della scuola sono evidenti, in parte figli di un’impostazione didattico-educativa che ha subordinato lo sviluppo dello spirito critico all’addestramento; in parte determinati dalle condizioni oggettive di lavoro: classi pollaio, strutture inadeguate, tempo scuola ridotto, ruolo sociale dei docenti e del personale, che difficilmente può essere autorevole se oltre il 25% dei lavoratori continua ad essere precario.

Senza dimenticare che la scuola opera all’interno di un contesto più generale complesso e articolato, nel quale violenza e ingiustizie sono puntualmente presenti. E in alcuni casi poco considerate, per esempio la recente guerriglia in autostrada fra tifosi – si fa per dire – della Fiorentina e della Roma non ha scandalizzato quasi nessuno, o, comunque, nessuno ha chiesto provvedimenti eccezionali.

Come sempre, sotto la spinta dell’emozione/indignazione le prime soluzioni proposte sono tutte orientate in senso esclusivamente repressivo. I ragazzi, in generale, sono individuati come potenziali delinquenti, i migranti, con riferimento esplicito alle cosiddette seconde generazioni (Salvini), come non disponibili a integrarsi. Analisi supportate, anche, da una certa dose di razzismo, “l’uso del coltello è prevalente in certe etnie“, ha affermato il sindaco di La Spezia, dimenticando le 75 coltellate “italiane” inflitte a Giulia Cecchettin.

Si chiedono pene più severe, si fa riferimento alla discussione sul nuovo “Pacchetto sicurezza”, che, come afferma il presidente di Antigone, Patrizio Gonella, “non aumenta la sicurezza dei cittadini ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale“. E, soprattutto, perché un nuovo intervento sulla sicurezza a pochi mesi dalla legge n° 80/25, che avrebbe dovuto, grazie alla tanto sbandierata stretta repressiva, rendere il Paese più sicuro? Per proporre un nuovo intervento, quella legge, evidentemente, non ha funzionato. Ma se il nuovo intervento va nella stessa direzione, perché quest’ultimo dovrebbe essere efficace? Peraltro, il codice penale in vigore interviene puntualmente rispetto al possesso di armi improprie e proprie.

C’è poi la soluzione specifica proposta per le scuole: l’introduzione dei metal detector. Se vogliamo spettacolarizzare il problema e non affrontarlo è la scelta migliore, come quando stai male e invece di curare la malattia ti poni esclusivamente l’obiettivo di riportare alla normalità la temperatura corporea.

Dopo il covid sarebbe stato necessario, a partire dalle scuole, ricostruire ambienti che favorissero socializzazione e relazioni, supportare alunne e alunni dal punto di vista psicologico, ma sarebbero stati necessari seri investimenti, rinnovare l’edilizia scolastica, potenziare il tempo pieno, altro che blaterare di classi 4.0. Purtroppo, la scuola, per questo governo, ma anche per i precedenti, non è certo una priorità.

Veramente si pensa che grazie ai metal detector non ci saranno più bullismo, violenza di genere, sopraffazione? Di più, se si ottenesse il risultato sperato, non ristabiliremmo un rapporto autorevole ma autoritario, avremmo la sconfitta della scuola della Costituzione (quella di cui parlava Calamandrei), la sua trasformazione in caserma (cosa che sembra piacere a questo governo) o prigione. Luoghi, questi ultimi, pur nella evidente e incontestabile differenza, non certo esenti dall’esercizio della violenza.

Invece di ragionare su un impossibile controllo continuo e costante, storicamente fallito ogni volta che si è praticato, perché non puntare sulla capacità educativa della scuola, di una scuola aperta all’esterno, in grado di condividere le sue strutture (biblioteche, palestre, laboratori) con il territorio, costruendo legami sociali dove c’è solitudine, emarginazione, esclusione? Perché non pensare ad una scuola che, al suo interno, sviluppi le proposte didattiche con l’obiettivo di rendere autonomi alunne e alunni, autonomi perché in grado, grazie allo studio, di orientarsi nel mondo, di leggerne, e contestarne, le ingiustizie, di superare, attraverso l’educazione all’affettività, rapporti personali caratterizzati dal possesso e dalla tossicità?

Infine, non è possibile un nuovo patto educativo se all’esterno della scuola si praticano “i due pesi e le due misure”, se si giudicano i fatti in base alla vicinanza, o alla lontananza, rispetto ai protagonisti, se si tace su un genocidio, o si guarda con simpatia a un leader, per ultimo Trump, per cui ciò che è giusto è stabilito dai rapporti di forza.

Non servono lacrime di coccodrillo, se all’esterno è normale “urlare”, portare con sé un’arma sarà considerato altrettanto “normale”.

Antonino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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