Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese

Jacobin Italia - Wednesday, January 14, 2026
Articolo di Greta Verasani, Sara Ramzi

Sono passati due anni dal 7 ottobre 2023 e 78 anni dal Piano di Partizione della Palestina del 1947 che, insieme alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla Nakba, segna l’inizio del più controverso regime di apartheid della storia contemporanea. Siamo nel gennaio del 2026 e una giuria italiana si trova a emettere una sentenza sulla legittimità della resistenza palestinese: succede in Abruzzo, dove tre cittadini palestinesi, Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh rischiano una condanna di 12, 9 e 7 anni di reclusione per terrorismo internazionale. 

La richiesta di pena è stata formulata dal Pubblico Ministero davanti alla Corte d’Assise de L’Aquila, sulla base dell’articolo 270 bis del codice penale intitolato «Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale», in questo caso, diretta verso uno Stato estero, Israele. Yaeesh è accusato di finanziare e coordinare dall’Italia il Gruppo di Risposta Rapida della Brigata Tulkarem, gruppo di resistenza armata che combatte l’occupazione israeliana in Cisgiordania. La vicenda nasce da una richiesta di estradizione israeliana solo per Anan Yaeesh e si evolve in un procedimento italiano che coinvolge anche i suoi concittadini Irar e Doghmosh. Il processo, iniziato lo scorso aprile, si rivela lo specchio dello sguardo occidentale sull’occupazione israeliana in Palestina: mostra quali forme di violenza giustifichiamo e quali ci spaventano, mette in luce l’incapacità di un diritto universalista di comprendere la vita nei Territori occupati in Palestina e riflette le disparità generate dalla collaborazione con lo Stato di Israele.

Chi è Anan Yaeesh

Anan Yaeesh trascorre la maggior parte della sua vita a Tulkarem, città della Cisgiordania nord-occidentale che ospita due campi profughi, Tulkarem e Noor Shams. La sua attività politica ha inizio all’età di quindici anni durante la Seconda Intifada, quando i militari israeliani uccidono la sua ragazza a uno dei tanti checkpoint disseminati nella West Bank. Dopo aver dormito per giorni sulla tomba della compagna, Anan si avvicina alla Brigata dei Martiri di al-Aqsa, un gruppo armato impegnato nella lotta per la liberazione della Palestina associato ad al-Fatah, principale forza politica dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ottenendo per il suo impegno il riconoscimento dell’allora presidente Yasser Arafat. 

Lo spessore politico della sua figura diviene evidente quando, secondo i suoi racconti, la sua testa viene inserita da Israele tra le condizioni dell’accordo di pace con le autorità palestinesi al termine della Seconda Intifada. Racconta di essere stato arrestato con finalità di protezione a Gerico e di essere così scampato alla morte. Nel dicembre 2006 è vittima di un tentato assassinio. Mentre era in un bar con due amici – di cui uno si rivelerà una spia – alcuni agenti israeliani in borghese fanno irruzione e aprono il fuoco. Anan viene trafitto al volto e alle gambe e viene trasferito nell’ospedale di Tel Aviv, per poi essere nuovamente imprigionato e scontare 3 anni di reclusione. Nel 2013 lascia la Palestina. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. 

Il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem, di cui è accusato di far parte, viene fondato intorno al 2022 quando Anan ha già lasciato la Palestina. È una formazione di resistenza armata originariamente costituita da persone vicine alla Brigata dei Martiri di Al Aqsa che riunisce diversi combattenti a prescindere dalle loro divisioni politiche, partendo dall’esigenza comune di rispondere alla crescente violenza delle forze armate israeliane (Idf) in Cisgiordania.

L’estradizione e il procedimento penale italiano

Anche dopo l’arrivo di Yaeesh in  Europa, Israele non smette di cercarlo. A gennaio 2024 lo Stato ebraico avanza una richiesta di estradizione al Ministero di Giustizia italiano. La richiesta viene accolta e inviata alla Corte d’Appello dell’Aquila, mentre Anan viene messo in custodia cautelare nel carcere di Terni. Il motivo della richiesta israeliana, emessa dalla Court Nof Hagalil di Nazareth riguarda la presunta partecipazione del giovane palestinese a un’organizzazione terroristica, il Gruppo di Risposta Rapida della Brigata Tulkarem. 

La Corte d’Appello dell’Aquila, però, lo dichiara non estradabile per due motivi: il  primo è che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti»; il  secondo è che, a soli due giorni dal pronunciamento della Corte sull’estradizione, sopraggiunge un secondo procedimento penale, questa volta avanzato da una procura italiana, che lo vede accusato sostanzialmente degli stessi capi d’accusa formulati da Israele. Yaeesh, dunque, rimane in carcere. La natura associativa del capo di imputazione per organizzazione terroristica viene sostenuta attraverso il coinvolgimento di altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda. 

Il breve tempo che intercorre tra la richiesta di estradizione israeliana e la partenza del procedimento penale italiano sullo stesso reato porta il Comitato Free Anan a interpretare il caso come un processo per procura: «La collaborazione italiana si è spinta fino al punto di processare dei palestinesi per procura, nel tentativo di criminalizzare il loro diritto a resistere», ha dichiarato il comitato in occasione di una delle prime manifestazioni di solidarietà tenutasi il 6 giugno scorso a Roma. La digos dell’Aquila, invece, sostiene di aver avviato gli accertamenti su Anan Yaeesh a seguito del 7 ottobre 2023, lasciando intendere di aver agito indipendentemente dalle autorità israeliane.

Terrorismo e resistenza

«Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Nelle dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dall’udienza preliminare del 26 febbraio scorso, Anan si definisce un resistente. Fin dal suo arrivo in Italia non nasconde la sua partecipazione ai gruppi di resistenza armata: lo aveva dichiarato già in occasione della Commissione Territoriale per la sua richiesta d’asilo. Quella stessa storia di vita raccontata per chiedere protezione è utilizzata dal Pubblico Ministero per avanzare l’accusa di terrorismo internazionale.

L’impianto accusatorio è basato sulla definizione di terrorismo in tempo di pace, mentre i fatti oggetto d’accusa dovrebbero essere interpretati secondo il quadro giuridico dei conflitti armati nei contesti di occupazione. In questo quadro, le categorie giuridiche di riferimento sarebbero quelle del diritto internazionale sui crimini di guerra e contro l’umanità, nonché sull’autodeterminazione dei popoli, categorie assenti dal codice penale italiano.

Per questo, la difesa si appella alla risoluzione Onu 37/42 del 1982 che riconosce la legittimità della lotta dei popoli per l’autodeterminazione e la liberazione dalla dominazione coloniale attraverso qualsiasi mezzo, inclusa la lotta armata. A complicare il quadro interviene la black list europea delle organizzazioni terroristiche, che include quasi tutti i gruppi di resistenza armata palestinesi dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina ad Hamas, inclusa la Brigata dei Martiri di Al Aqsa, da cui provenivano alcuni combattenti del Gruppo di Risposta Rapida uccisi nel 2023 dalle forze militari israeliane.
Nel tentativo di sciogliere questa contraddizione e nell’intento di sospendere la custodia cautelare di Yaeesh, la difesa interpella la Corte di Cassazione. Questa rigetta l’appello, dichiarando che l’inclusione di un gruppo nella black list non ha diretto valore probatorio, ma che le chat estratte dal telefono di Anan sono sufficienti a sostenere i capi di imputazione e la pericolosità sociale. In particolare, una delle conversazioni tra Anan e un militante della Brigata Tulkarem in Palestina riguarda la pianificazione di un colpo diretto all’insediamento illegale di Avnei Hefetz, in Cisgiordania. Secondo il diritto internazionale umanitario nessuna situazione di conflitto può ledere obiettivi civili e la Convenzione di New York condanna qualsiasi atto deliberato contro «soggetti estranei al conflitto armato». La differenza tra resistenza e terrorismo risiede, allora, nella natura civile o militare degli obiettivi, in questo caso, di Avnei Hefetz. Un elemento difficile a cui risalire, dato che il colpo programmato non risulta essere mai avvenuto. 

La realtà dell’occupazione sfugge alle astrazioni del diritto occidentale

I principi limpidi e logici del diritto diventano opachi quando applicati al contesto concreto della vita sotto occupazione. Fin dall’inizio, qualsiasi riferimento alla situazione palestinese, introdotto per contestualizzare i fatti oggetto del dibattimento, è stato delegittimato dalla Corte perché interpretato come un tentativo di politicizzare il processo. La difesa – composta da Ludovica Formoso, Flavio Rossi Albertini e Pamela Donnarumma – aveva presentato 47 testimoni che avrebbero potuto riferire sul contesto del conflitto armato, tra cui l’ex europarlamentare italiana Luisa Morgantini e la special rapporteur dell’Onu Francesca Albanese, ma di questi ne sono stati ammessi solo tre. 

Quel contesto riesce, però, a farsi ascoltare attraverso le dichiarazioni rilasciate in aula da Francesco Chiodelli, docente di geografia umana ed economica al Politecnico di Torino. Il professore descrive l’insediamento illegale di Avnei Hefetz. La colonia è situata a sud-est di Tulkarem, nell’«area C» della Cisgiordania sotto il controllo israeliano. L’intero insediamento è permeato da una struttura di sicurezza militare e paramilitare. Alla sua entrata sono presenti 30 edifici dove i soldati vivono stabilmente e che circondano la zona residenziale. La presenza di una base militare sarebbe sufficiente ad abbandonare l’idea di un attacco contro civili, ma la struttura di sicurezza dell’intero insediamento rende ambigua la stessa distinzione tra civile e militare. La struttura è composta, secondo Chiodelli, da una successione di centri concentrici: «Il cerchio più esterno è composto dall’esercito israeliano. Il secondo, è composto dalla Kfir Brigade, i reparti dell’esercito che presidiano le colonie e i territori occupati. Nella fascia più interna operano ex soldati organizzati in unità di difesa civile armata». Anche i residenti sono armati, chi grazie ai permessi dallo Stato Israeliano, chi procurandosi illegalmente le armi. Il battaglione Kfir 97, fino a poco tempo fa presente nell’insediamento, era stato creato per agevolare l’arruolamento di israeliani ultraortodossi e dei membri dei Giovani delle Colline, una frangia fondamentalista che attacca le comunità palestinesi della Cisgiordania. Molti dei coloni, poi, sono riservisti: «Il processo utilizza categorie concettuali che sono allogene, estranee al territorio della West Bank – continua Chiodelli – Come definire cos’è un riservista? Oggi è un civile e domani è un militare. Un civile armato che fa le ronde insieme all’esercito e può sparare sui palestinesi o arrestarli è un civile?». Eppure, le categorie interpretative astratte del diritto sono l’unico elemento con cui il giudice italiano potrà stabilire la sua sentenza, dato che il colpo non si è mai verificato. 

Oltre a costituire verosimilmente un obiettivo militare, Avnei Hefetz si trova al di fuori dei confini dello Stato di Israele. La sussistenza dell’accusa di terrorismo internazionale, non è scontata. Implica, infatti, il riconoscimento dello Stato estero obiettivo dell’associazione terroristica ed è resa possibile dalla sentenza della Cassazione sulla custodia cautelare di Anan che interpreta il concetto di Stato come soggetto di diritto che prescinde dalla dimensione territoriale. Lo Stato estero, quindi, verrebbe leso per il semplice fatto che i suoi cittadini siano destinatari della condotta terroristica, anche all’infuori dei suoi confini, cioè in Cisgiordania. 

Secondo l’avvocato Rossi Albertini, la sentenza è in contrasto con il parere della Corte di Giustizia Internazionale che raccomanda di riconoscere i confini palestinesi e di non avanzare forme di collaborazione con Israele che sostengono le violazioni del diritto internazionale nei Territori occupati. Come sottolinea l’avvocato, il pronunciamento della Cassazione sul caso comporta una disparità di trattamento che ricalca le violazioni portate avanti dalle autorità israeliane: «E se dovessimo invertire le parti? Se in Italia ci fossero dei filo-israeliani radicalizzati che organizzassero con i coloni in Cisgiordania attentati contro la popolazione palestinese, la loro organizzazione non sarebbe punibile nel nostro paese».

Oltre il caso Anan

Il processo ad Anan, Ali e Mansour assume valenza internazionale sollevando questioni irrisolte in questo momento storico: il confine tra resistenza e terrorismo, la differenza tra civile e militare nel contesto degli insediamenti illegali, i cortocircuiti del diritto internazionale.

Quello dei tre palestinesi residenti in Abruzzo, poi, non è un caso isolato. Si inserisce, infatti, in un cambiamento di strategia nelle indagini per terrorismo in cui il 7 ottobre 2023 rappresenta uno snodo fondamentale. In Italia sono vari gli episodi di repressione agita tramite arresti, fogli di via, trattenimenti in Cpr ed espulsioni, soprattutto nei confronti di persone di origine straniera. Gli stessi arresti di Anan – e poi quelli di Ali e Mansour – scattano dopo un «monitoraggio per l’individuazione di soggetti pericolosi anche per la sicurezza nazionale», come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. 

Lo dimostra anche il caso dell’arresto, il 27 dicembre scorso, di nove persone, tra cui il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, con l’accusa di supporto al terrorismo internazionale attraverso finanziamenti ad associazioni dichiarate terroristiche da Israele. Ancora prima, Ahmed Salem, un ragazzo palestinese di 24 anni, è stato arrestato in attesa di processo per istigazione a delinquere e auto-addestramento con finalità di terrorismo. Salem, arrivato in Italia dai campi profughi in Libano per chiedere asilo, si trova ora nel carcere di Rossano Calabro con l’accusa di aver condivisio video che ritraevano azioni di resistenza armata palestinese.

In questo clima la sentenza, prevista per il 16 gennaio, del processo celebrato a L’Aquila rappresenterà un precedente giudiziario importante. Gli avvocati della difesa hanno chiesto l’assoluzione dei tre imputati. Per Ali e Mansour è stata richiesta in via subordinata l’applicazione delle attenuanti generiche – derivanti dalla considerazione del contesto di occupazione – e l’attenuante per aver agito per alti valori morali e sociali. Anan non accetta compromessi, nessun attenuante: il riconoscimento della legittimità della resistenza armata o la condanna a 12 anni di reclusione.

*Greta Veresani è una giornalista freelance. Ha studiato Global Studies alla Humboldt University di Berlino e si è formata alla scuola di giornalismo Lelio Basso. Si occupa di lavoro, ambiente e disuguaglianze globali con una lente femminista e decoloniale. È attualmente stagista a Irpi Media. Sara Ramzi è una giornalista freelance diplomata alla Scuola di Giornalismo Lelio Basso. Ha collaborato con Il manifesto, Domani e media regionali. Si occupa di migrazioni, giudiziaria e temi sociali.

L'articolo Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese proviene da Jacobin Italia.