
STANDING TOGETHER PUÒ REGGERE IL PESO DELLE SUE CONTRADDIZIONI?
Associazionie amicizia italo-palestinese - Saturday, December 27, 2025Foto: Attivisti di Standing Together protestano contro la guerra di Gaza, a Tel Aviv, 16 gennaio 2025. (Yahel Gazit)
Il movimento arabo-ebraico celebra il suo decimo anniversario dopo un periodo di rapida espansione. Ma con la sua crescita, crescono anche gli interrogativi sulle sue posizioni politiche, le sue ambizioni elettorali e i limiti dell'organizzazione binazionale. Di Samah Watad,* 19 dicembre 2025 https://www.972mag.com/standing-together-israel-palestinians-10-years/
All'ingresso del Centro Congressi Internazionale di Haifa, famiglie palestinesi in lutto sedevano in silenzio con in mano i ritratti dei loro figli uccisi a causa della spirale di criminalità violenta che affligge le comunità arabe in Israele. Nel frattempo, a pochi metri di distanza, giovani attivisti israeliani distribuivano adesivi con slogan incoraggianti e persino pieni di speranza, come "Solo insieme possiamo" e "Costruiamo il potere insieme". Il contrasto era disorientante. Dolore, ottimismo e fervore ideologico coesistevano a disagio alla convention che, a fine novembre, celebrava i 10 anni dalla fondazione di Standing Together.
Fondata da membri del Partito Comunista Israeliano, tra cui l'ex parlamentare della Knesset Dov Khenin e l'attuale co-direttore nazionale dell'organizzazione Alon-Lee Green, Standing Together si propone come un movimento ebraico-arabo di base basato sull'organizzazione di strada, sulla comunicazione bilingue e sull'azione di massa coordinata, che aspira a ricostituire la sinistra israeliana, da tempo stagnante. Dopo una crescita costante durante i suoi primi otto anni, la visibilità del movimento è aumentata vertiginosamente durante la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha portato a un rinnovato esame, sia a livello locale che internazionale, del suo ruolo nella lotta per un futuro giusto in Israele-Palestina. La rapida espansione di Standing Together negli ultimi due anni – il movimento vanta ora quasi 6.000 membri e il suo sito web conta quasi 80 dipendenti – è stata alimentata in parte dal suo crescente appeal tra i giovani palestinesi in Israele, disillusi dalla politica di partito tradizionale. Ma con la crescita del movimento, crescono anche le domande sulle sue ambizioni elettorali, sulla sua posizione su questioni spinose come il sionismo e il carattere ebraico di Israele, e sulla sua capacità di affrontare in modo significativo le contraddizioni che i cittadini palestinesi di Israele si trovano ad affrontare sotto un governo israeliano sempre più fascista.
Un mezzo per l'azione Per comprendere la recente impennata di popolarità del movimento, è necessario innanzitutto comprendere la situazione particolarmente tesa in cui si sono trovati i cittadini palestinesi di Israele durante la guerra. Negli ultimi due anni, le autorità israeliane hanno represso con aggressività praticamente ogni attività politica legata a Gaza. Centinaia di persone, tra cui importanti personalità pubbliche palestinesi, sono state arrestate anche solo per aver pubblicato post sui social media in solidarietà con i cittadini di Gaza sotto attacco; le proteste sono state represse con il pugno di ferro ed organizzazioni politiche sono state minacciate di chiusura. In questo vuoto si è insinuata Standing Together, le cui manifestazioni binazionali hanno offerto ai cittadini palestinesi di Israele un ombrello di protezione per esprimere il loro dolore e la loro rabbia.
Allo stesso tempo, le autorità hanno anche represso le campagne per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, chiudendo di fatto le porte di organizzazioni umanitarie arabe consolidate (tra cui l'Associazione Al-Rahmoun e Igatha 48) nelle settimane successive al 7 ottobre. In questo clima di paura e impotenza, Standing Together ha lanciato una campagna su larga scala nell'estate del 2024 che invitava i cittadini a donare cibo e aiuti umanitari a Gaza, in risposta alla politica della fame ad opera di Israele.
Offrendo un prezioso canale legale per i cittadini palestinesi desiderosi di fornire un contributo, il movimento ha organizzato raccolte di cibo in almeno 15 città arabe, da Nazareth a Wadi Ara, e ha affermato di aver raccolto aiuti sufficienti a riempire 400 camion, metà dei quali ha raggiunto i bisognosi a Gaza prima che il governo israeliano bloccasse ulteriori consegne nella Striscia, costringendo il movimento a distribuire il resto tra le comunità più vulnerabili della Cisgiordania. Standing Together non è stata l'unica organizzazione a cercare di raccogliere fondi per i bisogni umanitari dei palestinesi a Gaza. Altri attori politici, tra cui il partito arabo-ebraico Hadash, hanno condotto campagne parallele, spesso optando per trasferimenti di denaro tramite ONG locali o internazionali per aggirare le restrizioni israeliane, ma queste iniziative erano di portata minore e gli organizzatori si sono intenzionalmente astenuti dal promuoverle sui social media per timore di repressioni governative. La campagna di Standing Together ha sollevato interrogativi persistenti tra i palestinesi in Israele: come ha fatto un'operazione di così vasta portata a evitare ripercussioni legali quando ad altre è stato persino impedito di partire? Come sono stati effettivamente distribuiti gli aiuti? E l'impatto poi è stato più simbolico che materiale? Tuttavia, centinaia di persone hanno messo da parte i loro dubbi per sostenere una campagna che poteva salvare vite umane a Gaza.
Per un altro verso, per gli altri palestinesi che hanno partecipato alla convention per il decimo anniversario, e in particolare per le persone di mezza età e gli anziani, ciò che li ha spinti principalmente verso il movimento è stata la necessità di affrontare l'esplosione della violenza armata e della criminalità organizzata che ha causato 248 vittime solo nell'ultimo anno, trasformando la vita quotidiana nelle città arabe in una continua convivenza con il pericolo. "Criminalità e violenza sono le questioni più urgenti nella nostra comunità, ma l'attivismo su di esse è solitamente frammentato e limitato agli ambienti politici", ha dichiarato a +972 Rawyah Handaqlu, fondatrice di Eilaf – The Center for Advancing Security in Arab Society. "Standing Together ha colmato questo vuoto, soprattutto raggiungendo le famiglie delle vittime di reati e trasformando il loro dolore in azioni visibili e durature, sia sul campo che online".
Attivisti di Standing Together protestano fuori dal quartier generale della polizia nazionale israeliana a Gerusalemme contro la crescente violenza criminale nelle comunità arabe, 23 novembre 2025. (Chaim Goldberg/Flash90)
Alcuni si sono chiesti se la visibilità di Standing Together nelle proteste contro la violenza criminale rifletta un impegno a lungo termine per un cambiamento politico o se stia semplicemente sfruttandone il dolore che produce per ottenere vantaggi simbolici. Ma la costante attenzione del movimento su questo tema – la presenza ai funerali, l'organizzazione di proteste e l'accompagnamento delle famiglie in lutto – si è verificata in luoghi ed occasioni in cui le istituzioni statali erano assenti e i partiti politici e le organizzazioni con leadership arabe non sono state in grado di offrire soluzioni o di organizzare iniziative efficaci. Standing Together ha anche assunto una persona apposita per coordinare questi sforzi nel nord di Israele, raggiungendo e mantenendo relazioni continuative con le famiglie in lutto, con l'obiettivo finale di coinvolgerle nel movimento e guidarle nella lotta per il cambiamento. Rula Daood, co-direttrice nazionale palestinese del movimento insieme a Green, che per tutta la durata della convention si è data da fare tra le famiglie in lutto, vede tutti questi aspetti quali fattori di crescente popolarità di Standing Together tra i palestinesi in Israele. "La nostra presenza negli sforzi di soccorso per Gaza e nella lotta contro la criminalità e la violenza ha fatto sì che le persone vedessero il movimento come qualcosa di tangibile, non solo discorsi", ha spiegato. In effetti, mentre per molti membri ebrei, soprattutto i più giovani attivisti, l'attrattiva del movimento risiede maggiormente nella promozione della giustizia sociale, nella coesistenza ebraico-araba o nella speranza di far rivivere un'identità israeliana progressista, per gli attivisti palestinesi rappresenta uno degli ultimi spazi rimasti per affrontare la violenza strutturale e la criminalità organizzata. Questa differenza tra ebrei e palestinesi era più che evidente al centro congressi di Haifa. Attivisti ebrei anziani hanno espresso gioia, persino sollievo, alla vista di un movimento binazionale dopo due anni in cui il razzismo ha pervaso ogni aspetto della vita – una preziosa prova che la sinistra israeliana ha ancora vitalità. Per molti partecipanti palestinesi, l'atmosfera risultava invece più pesante, venata da un senso di urgenza che aveva poco a che fare con la nostalgia politica e molto a che fare con la sopravvivenza.
Ambiguità strategica Standing Together mira a far crollare le tradizionali distinzioni all'interno della società israeliana e a costruire "una nuova maggioranza politica" sulla base di interessi materiali condivisi: un ampio campo che includa palestinesi ed ebrei, sia coloro che si dichiarano di sinistra sia coloro che tradizionalmente non si identificano come tali. Come ha spiegato Sally Abed, una delle leader del movimento e membro del consiglio comunale di Haifa: "Non stiamo cercando di mettere tutti nella stessa stanza. Stiamo organizzando una massa critica di persone che possano convincere gli altri della [necessità di] un blocco strategico attorno a [questioni come] alloggi, giustizia, uguaglianza e libertà".
Abed ha messo a confronto queste posizioni con quelle dei partiti politici arabi in Israele, che, ha detto, si sono aggrappati ossessivamente a idee rivoluzionarie astratte. “Dal punto di vista sosciologico è chiaro che la gente di Tel Aviv è diversa da quella del Negev, e credo sia possibile sostenere idee rivoluzionarie impegnandosi al contempo su problemi meno esplicitamente "politici" come la criminalità e la violenza. Stiamo cercando di costruire qualcosa di vivo: un progetto politico che non sia solo uno slogan, ma una struttura. Eppure, anche tra gli attivisti esperti, pienamente impegnati nei principi del movimento, lo squilibrio di potere tra ebrei e palestinesi (che rappresentano rispettivamente circa il 60% e il 40% dei membri) è un aspetto che è impossibile ignorare. In questa realtà, un tema rimane particolarmente delicato: il sionismo. Tra i leader di Standing Together, la questione del sionismo è spesso descritta come "complicata" e il rapporto del movimento con esso è lasciato deliberatamente indefinito. Il timore di molti attivisti ebrei è che qualsiasi tentativo in tal senso possa alienare potenziali membri. Ma per i palestinesi, il tema è inevitabile e non qualcosa di confinato all'astratto; piuttosto, tocca il cuore di chi sente di poter appartenere a questo movimento. Questa tensione è emersa pubblicamente durante una recente intervista con Green e Abed su Zeteo News, la società di media digitali fondata da Mehdi Hasan. Green ha sottolineato che "il movimento è impegnato per la completa uguaglianza tra tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare", ma tuttavia ripetendo la consueta frase secondo cui "noi non stiamo lì alla porta a chiedere alle persone se sono sioniste prima di farle entrare”.
Abed invece ha parlato di come i palestinesi vivono il sionismo – non come un'identità o un'etichetta, ma come un sistema di dominio responsabile della "pulizia etnica del mio popolo" e del mantenimento dei palestinesi "sotto il giogo" – pur sostenendo che i palestinesi non possono permettersi il lusso della purezza ideologica: "Se vogliamo essere in grado di creare... una massa critica nella società israeliana per porre fine al controllo militare, all'apartheid, all'assedio... dobbiamo capire come [possiamo] creare un dialogo fruttuoso". La posizione di Abed riflette un calcolo difficile: un rifiuto del sionismo sia come idea che come struttura, abbinato a un'accettazione per realpolitik del fatto che persone che si qualificano ancora come sioniste possano essere accolte all'interno del movimento – non perché Abed si senta a suo agio con questa situazione, ma perché i palestinesi non possono permettersi di rifiutare potenziali sostenitori che condividono in parte, ma non in toto, la loro visione di un futuro giusto.
Tuttavia, questo approccio, sebbene pragmatico, solleva una domanda più profonda: come può un movimento affermare di combattere l'ingiustizia e al tempo stesso accogliere persone impegnate nel sistema che lo sostiene? Per molti cittadini palestinesi, questo riflette i limiti più profondi dell'attivismo binazionale che si rifiuta di indicare e riconoscere le strutture di oppressione. La mancanza di una posizione chiara contro il sionismo e il colonialismo di insediamento è anche in parte ciò che ha portato il PACBI, braccio ufficiale del movimento BDS, a denunciare Standing Together per motivi di normalizzazione della situazione attuale. Per gli attivisti ebrei del movimento, nel frattempo, la questione del sionismo si risolve spesso attraverso una graduale assunzione di consapevolezza interna. Molti lo hanno descritto un graduale processo di "disimparare" il sionismo. Al centro congressi di Haifa, un'attivista ebrea sulla cinquantina ha dichiarato a +972: "Sono stata cresciuta credendo che il sionismo fosse la strada giusta. Mi ci sono voluti alcuni anni per passare dal Meretz [il partito sionista più a sinistra in Israele] all'Hadash, e capisco perché sia difficile per le persone abbandonare il sionismo, soprattutto ora che la società israeliana si sta spostando sempre più verso l'estrema destra". Molti degli attivisti ebrei con cui ho parlato hanno chiesto di rimanere anonimi. Hanno descritto le reazioni negative di familiari e amici e un senso di isolamento anche all'interno delle loro cerchie sociali. Questa realtà solleva un'altra domanda: se sostenere Standing Together comporta già dei costi sociali per gli ebrei israeliani, quanto può realisticamente il movimento espandersi oltre la sua base attuale?
Tra i palestinesi che ho intervistato, l'ambiguità strategica è stata l’aspetto più difficile da accettare. Rabea Alasam, attivista beduina del Naqab/Negev e membro della leadership nazionale del movimento, ha sottolineato che mentre gli attivisti ebrei possono permettersi percorsi ideologici graduali, i palestinesi sono costretti a convivere quotidianamente con le conseguenze del sionismo – nella legge, sulla loro terra e nei loro corpi. È in questo spazio tra il gradualismo ebraico, l'urgenza palestinese e l'ambiguità strategica del movimento che sia le promesse che i limiti di Standing Together emergono chiaramente. Eppure, per molti dei membri palestinesi del movimento, compresi coloro che si sentono a disagio con queste ambiguità, la politica di ampio respiro di Standing Together ha allo stesso tempo fornito un mezzo tanto necessario per la politicizzazione di quella identità che Israele ha lavorato incessantemente a sopprimere. Angela Mattar, studentessa palestinese al Technion di Haifa, ha descritto un lungo e difficile percorso verso l'attivismo politico. "Non sono cresciuta in una famiglia politica", ha detto. "Ma sapevo di voler cambiare le cose". Alla fine ha trovato la sua strada verso Standing Together dopo aver affrontato reazioni negative per aver sostenuto studenti arabi nel campus che protestavano contro il genocidio israeliano a Gaza. "Era l'unico posto che mi permetteva di parlare liberamente, di sentirmi al sicuro nella mia identità palestinese e di non sentirmi costretta a comprometterla". Enrare a far pare di un movimento ebraico-arabo non è stato facile per lei. "Avevo paura che la gente dicesse che mi stavo normalizzando", ha ammesso Matar. "Ma ho capito che non stavo rinunciando a nulla. Potevo parlare di Gaza, della Nakba, e sentirmi sostenuta. Non è qualcosa che do per scontato". Alasam ha descritto in modo simile Standing Together come la sua prima casa politica. "È stato solo grazie a Standing Together che ho iniziato a dire di essere beduino e palestinese", ha detto. Ma le domande nella sua mente persistono. "Che tipo di partnership è questa? È giusta? Ogni notte mi addormento con questa domanda". I leader del movimento sostengono che accettare queste contraddizioni sia l'unico modo onesto per costruire un progetto politico veramente condiviso. "Nessun vero movimento nella storia è mai stato allineato ideologicamente al 100%", ha detto Abed. "Le persone vengono per motivi diversi. Alcuni per la criminalità. Alcuni per la guerra. Alcuni per l'affitto. Questo non è un difetto. Questa è la realtà". Queste tensioni – tra solidarietà e disuguaglianza strutturale, lotta condivisa e interessi diseguali – non sono una novità per Standing Together. Ma sono diventate più difficili da nascondere con la crescita del movimento. Come mi ha detto in privato un attivista palestinese presente alla convention: "Siamo qui perché non abbiamo scelta. Loro sono qui perché vogliono credere in qualcosa".
L'area poliica condivisa Tra i membri dei principali partiti politici arabi in Israele – in particolare Hadash e Balad, tradizionalmente in prima linea nella lotta per i diritti dei palestinesi sia in Israele che nei territori occupati – Standing Together è generalmente visto con un misto di scetticismo e disagio. Data la storia dei fondatori del movimento con il partito, alcuni in Hadash vedono sovrapposizioni, o addirittura concorrenza. Un membro del partito che ha chiesto l'anonimato ha criticato le tattiche di "visibilità" del movimento. "Vengono alle manifestazioni indossando le loro magliette ufficiali, nonostante ci sia un accordo condiviso tra tutti i partiti di non issare bandiere o indossare marchi del partito e di attenersi a slogan condivisi", ha detto. "Vanno persino alle tende del lutto per le vittime indossando quelle magliette. Per noi, questo è inappropriato e inaccettabile". Ha anche respinto l'idea che Standing Together sia più attivo sul campo rispetto ai partiti. "Non è vero. Abbiamo scelto, in base alla situazione del momento, di raccogliere fondi per Gaza, non cibo, [perché] sapevamo che il governo israeliano non avrebbe permesso il passaggio di cibo. L'impatto del 7 ottobre si sente ancora profondamente. La gente ha paura di essere politicamente attiva." Tuttavia, ha ammesso che "c'è stato un declino e un ritiro dai partiti, e forse non siamo riusciti a dare spazio ai giovani. Ed è anche vero che Standing Together sta colmando una lacuna che non abbiamo sfruttato come avremmo dovuto. Investono chiaramente molto nei media e nella visibilità." Balad, che adotta una posizione più esplicita contro il carattere etnocratico di Israele, non vede il movimento come un concorrente diretto. Il messaggio politico del partito, che invoca uno "stato di tutti i suoi cittadini", non è in linea con la deliberata elusione della questione da parte di Standing Together. Green, nell'intervista a Zeteo, ha criticato quello che descrive come uno stato ebraico oppressivo o suprematista e ha spostato l'attenzione sull'uguaglianza, ma si è fermato prima di rifiutare esplicitamente il quadro dello stato ebraico – un altro caso in cui l'ambiguità strategica del movimento diventa un punto centrale di contesa quando entra negli spazi politici palestinesi, dove molti considerano tale quadro stesso intrinsecamente diseguale.
Un membro anziano di Balad che ha chiesto di rimanere anonimo ha anche ridimensionato il peso di Standing Together: "Al di fuori dei circoli politici e dell'attivismo online, molte persone non saprebbero nemmeno chi sono, se non forse come il gruppo che ha raccolto donazioni per Gaza. Ed è lì che finisce". Il membro di Balad si è anche chiesto cosa succederà quando i finanziamenti del movimento si esauriranno; A differenza dei partiti politici in Israele, Standing Together ha accesso a risorse internazionali che consentono al movimento di costruire la propria infrastruttura, coordinare campagne e accrescere la propria visibilità pubblica.
Le tensioni tra Standing Together e i partiti sono esplose durante le recenti elezioni per l'Alto Comitato di Monitoraggio, l'organismo di leadership apartitico per i cittadini palestinesi di Israele. Daood, co-direttrice nazionale di Standing Together, si è candidata per diventare la nuova leader dell'organismo. Questa è stata la prima volta da anni che qualcuno al di fuori della struttura politica tradizionale si è candidato alle elezioni, ed è stata percepita come una sfida sgradita. Nonostante l'ampio sostegno a Daood online, gli organismi che compongono l'Alto Comitato di Monitoraggio, il cui appoggio era necessario per ottenere, hanno infine ceduto alle pressioni, portando alla sua eliminazione dalla competizione . Jamal Zahalka, ex leader di Balad che è stato per molti anni membro della Knesset è uscito vincitore. L'episodio ha evidenziato un'importante frattura: Standing Together sta spingendo per entrare più seriamente nella vita politica palestinese, incontrando una silenziosa resistenza da parte di coloro che ancora ne controllano gli accessi.
I co-direttori nazionali di Standing Together, Rula Daood e Alon-Lee Green, parlano sul palco durante la convention per il decimo anniversario del movimento, presso l'International Convention Center di Haifa, il 27 novembre 2025. (Per gentile concessione di Standing Together)
Per ora, nonostante le crescenti valutazioni positive – alimentate in parte dalla candidatura del movimento, come Abed, alle elezioni locali, oltre alla candidatura di Daood a leader dell'Alto Comitato di Monitoraggio – i leader di Standing Together insistono sul fatto che non è previsto un salto nella politica nazionale a breve. "Non crediamo nelle scorciatoie", ha detto Abed a +972. "Un vero cambiamento richiede infrastrutture, istituzioni e tempo". Secondo il sondaggista Yousef Makladeh, direttore di StatNet, un centro di sondaggi che esamina le comunità palestinesi in Israele, al momento non c'è spazio politico per un nuovo partito arabo. "Non abbiamo nemmeno incluso [Standing Together] nel nostro recente sondaggio", ha spiegato. "Non vediamo alcuna possibilità che possano superare la soglia elettorale." Tuttavia, ha sostenuto Makladeh, l'influenza del movimento può essere avvertita in altri modi. I sondaggi mostrano che, dopo anni di frammentazione e stanchezza politica, la maggior parte dei cittadini palestinesi di Israele desidera un partito arabo unificato. Anche senza che si candidi, ha affermato, la presenza di Standing Together – soprattutto come progetto binazionale – potrebbe contribuire a ripristinare tra i palestinesi in Israele la consapevolezza che l'organizzazione politica ha un significato. Solo questo, ha detto, potrebbe motivare più persone a votare alle elezioni del prossimo anno.
Di ritorno al centro congressi di Haifa, l'attivista sociale Jumana Khalaileh ha aperto i lavori sul palco raccontando la storia dell'omicidio di suo fratello per mano di criminali violenti. Mentre piangeva, il pubblico piangeva con lei. La decisione degli organizzatori di invitare Khalaileh come prima relatrice riflette la consapevolezza che il pubblico palestinese in Israele desidera disperatamente un movimento che li sostenga in quella che è diventata una battaglia per la loro stessa sopravvivenza, una battaglia che i loro partner ebraico-israeliani non conosceranno mai. Mentre la folla ascoltava attentamente, il netto divario di privilegi tra questi due gruppi nazionali incombeva pesantemente sullo sfondo.
Decimo anniversario di Standing Together’s a Haifa, 27 nov 2025.
*Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali.
Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese