
Arundhati Roy / La storia di una nazione, la storia di una scrittrice
Pulp Magazine - Friday, November 14, 2025Arundhati Roy, scrittrice indiana classe 1961, dopo i romanzi Il dio delle piccole cose del 1997 e Il ministero della suprema felicità del 2017 – entrambi editi da Guanda – dà alle stampe il romanzo più difficile: la sua autobiografia che ha per titolo Il mio rifugio e la mia tempesta. Confessa essere stata una scrittura impegnativa perché la narrazione ruota attorno alla figura della madre – scomparsa nel 2022 all’età di 89 anni – con cui Arundhati ha avuto un rapporto molto difficile; indicativo è il fatto che la maggior parte delle volte cui si riferisce alla madre, ne parla come la signora Roy e non come mamma. Mary Roy è “più pericolosa di qualsiasi fiume in piena, più implacabile della pioggia, più incombente del mare stesso” e decisamente imprevedibile nelle reazioni che possono essere, nei confronti di lei e del fratello, anche piuttosto violente.
Nel libro troviamo quelle storie che la scrittrice ricorda o, meglio, quelle che non ha potuto dimenticare come la volta in cui, da bambina, sua madre la apostrofò con il termine “cagna” quando, affascinata dalla novità del primo apparecchio telefonico che vedeva in casa, per un gesto di infantile curiosità, premette i due pulsanti cromati a stantuffo interrompendo così bruscamente la chiamata di Mary Roy.
Se la figlia è “cagna”, ma anche “puttana” o “aborto mancato”, il figlio maschio è definito “porco sciovinista” e, essendo il solo maschio cui la madre può facilmente arrivare, in una società patriarcale in cui gli uomini sono praticamente intoccabili, è anche l’unico che può essere punito per i peccati del mondo. In particolare, c’è un episodio che segna per sempre la scrittrice e che rivela quanto sia stata dura, e a volte abusante, la relazione con questa matriarca: gli adolescenti Arundhati e Lalith, il fratello maggiore, rientrano a casa con le pagelle di fine anno e le presentano alla madre, di professione insegnante. Quella di Arundhati è eccellente, quella di Lalith è nella media. Nella notte, la signora Roy prende il maschio, lo porta nella sua camera e chiude la porta. Arundhati sente dei rumori strani, si alza e, dalla serratura, vede sua madre accanirsi contro il ragazzo con un righello di legno fino a romperlo.
La mattina dopo, a colazione, Mary Roy va da Arundhati, la abbraccia e si complimenta per la bella pagella che le ha portato. Questo episodio da un lato mette la scrittrice nella triste condizione di immaginare che ogni volta che riceve dei complimenti qualcuno viene picchiato in un’altra stanza, venendo così conseguentemente ridotto di molto il margine di soddisfazione per ogni lavoro fatto bene; dall’altro lato, sarà proprio questa lezione, appresa involontariamente dalla violenza della madre, a permeare tutta la sua opera letteraria e non solo: parlare, scrivere, manifestare verrà fatto soprattutto in nome di chi viene malmenato nel silenzio di altre stanze.
Ci si chiede se la violenza materna sia dovuta al passato della signora Roy, poiché da bambina e da ragazza subì violenze da parte del padre, un uomo che la teneva per i capelli e la colpiva con il frustino d’equitazione, che picchiava anche la moglie fino a farla sanguinare e che, durante i freddi inverni di Delhi, le cacciava entrambe fuori di casa. La signora Roy ammetterà pubblicamente che, a seguito di queste esperienze, sposò il primo uomo che le aveva chiesto la mano solo per allontanarsi dal padre, sottolineando di avere mantenuto il cognome da sposata perché decidere tra il nome di un marito e quello di un padre non è una vera scelta per una donna. Si troverà così in balia di un alcolista che lascerà quando Arundhati avrà solo due anni, mettendo la sua libertà al centro della propria esistenza ed esponendo contemporaneamente i suoi bambini alla “vergogna” di essere senza un padre.
Se in famiglia i rapporti sono molto tormentati, per le sue studentesse Mary Roy rappresenta la speranza della fuga, è la fiamma ardente del coraggio e della sfida, riesce a illuminare il loro cammino, a mostrare loro una via alternativa, dà loro strumenti per essere libere. Inoltre, si preoccupa di ridimensionare il senso di superiorità apparentemente innato dei ragazzi, cercando di liberarli dal peso di essere quello che la Società pensa che gli uomini debbano essere, crescendo e consegnando al mondo generazioni di uomini gentili.
Diventa anche un’icona femminista nazionale perché è proprio grazie a una battaglia legale da lei portata avanti fino alla Corte suprema che, nel 1986, la legge che regola il diritto ereditario della comunità cristiana siro-malabarese (cui appartiene la famiglia Roy), viene modificata dando così alle donne cristiane dell’India pari dignità rispetto agli uomini, potendo finalmente ereditare i beni mobili e immobili lasciati da parenti maschi.
Nel libro ci sono anche altri spaccati molto interessanti che riguardano la vita delle donne del recente passato dell’India, come quando Arundhati, da bambina, viene invitata a una festa di compleanno da un suo piccolo amico. La madre del festeggiato, una donna piuttosto in carne ed elegante, si muove in maniera molto sicura nella sua casa e tra gli ospiti grandi e piccoli – anche se la festa è per bambini, gli adulti non mancano essendo presente gran parte dei genitori. A un certo punto il padre del festeggiato entra nella stanza con una busta e la getta sul pavimento: “Donna, c’è una lettera per te”, proclama. La madre dall’aria così sicura ed elegante si china sul pavimento con il suo bel vestito, i suoi gioielli e, davanti a tutti, la raccoglie da terra.
La scrittrice indiana decide di scappare da sua madre e da questo tipo di vita. A sedici anni andrà a New Delhi dove frequenterà la facoltà di architettura: “Sono dovuta scappare da mia madre per poter continuare ad amarla”. Vivrà per anni poco al di sopra della soglia di povertà, recandosi al lavoro in bicicletta e subendo un quotidiano calvario: mentre milioni di uomini che lavorano in città percorrono lunghe distanze in bicicletta senza nessun problema, per una donna, invece, significa subire inseguimenti, fischi, ammiccamenti visto che l’unica alternativa è quella di sottoporsi due volte al giorno alle molestie a bordo di un autobus affollato.
Nonostante Arundhati si senta come “uno spuntino di cui gli uomini potevano servirsi quando avevano voglia” e l’umiliazione la fa oscillare tra l’autocommiserazione e violente fantasie di vendetta, sopporta tutto da sola, interrompendo le comunicazioni con la signora Roy per anni, mantenendo in qualche modo però intatto un legame a distanza con una donna che, anche nel silenzio, rappresenta in negativo e in positivo un modello di condotta col quale misurarsi costantemente. Nonostante questo rapporto così faticoso, sempre in bilico tra ammirazione e rabbia, dipendenza affettiva e risentimento, in cui raramente fa capolino un sentimento affettuoso, la perdita della madre provoca in Arundhati Roy un dolore lancinante di cui dice addirittura di vergognarsi, ma che prova a curare mettendo nero su bianco questo legame fatto di parole non dette e insulti, scontri e assenze, nella convinzione che la letteratura possa unire gli esseri umani in un legame di silenziosa intimità come quasi nient’altro riesce a fare. Le ultime parole che si scambiano la madre e la figlia sono parole d’amore: “Non c’è nessuno al mondo che abbia amato più di te”. “Sei la donna più strana e meravigliosa che io abbia conosciuto. Ti amo e ti ammiro”. La scrittrice ci confessa anche: “Quanto abbiamo bisogno dei nostri aguzzini”.
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