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Cardinal Battaglia: “Il sangue di Gennaro si mescola al sangue versato in ogni terra dove la violenza si crede onnipotente”
Riproponiamo di seguito il discorso del Cardinal Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, promulgato il 19 settembre dopo lo scioglimento del sangue di San Gennaro. Tralasciando il valore religioso del testo in riferimento al prodigio dello scioglimento del Sangue di San Gennaro, il discorso del Cardinal Domenico Battaglia tocca tutte le coscienze umane con diverse sensibilità religiose, laiche e politiche ed etiche. Un grande discorso per la pace, contro ogni forma di violenza, contro la guerra e contro il genocidio a Gaza. Sorelle e fratelli, oggi Napoli si ferma come il mare quando il vento si placa. È un placarsi interiore, la sensazione di una giornata di festa, di fede, di identità. Le strade si fanno navate, i balconi cantorie, la città una cattedrale intera. Al centro, non un oggetto, ma un segno: un’ampolla, un sangue, un nome — Gennaro. Qui celebriamo non un trofeo, ma una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli. Il tempo, che velocemente svuota i nomi dei dominatori, conserva invece i nomi delle vittime — scritti nel pianto dei poveri, nel grido degli innocenti, nel silenzio degli ultimi. Anche quando a noi sfuggono, Dio li conosce e li incide nelle sue palme. La Parola ci pone oggi sulle labbra una frase che è varco e promessa: «Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà» (Mc 8,35). Non è un motto per poster, è un ponte tra due rive. Su quel ponte Gennaro passò intero: la carne consegnata, la paura vinta, la libertà restituita al suo Autore. Non scelse di salvarsi: scelse di donarsi. E il sangue, che i violenti credettero sigillo d’oblio, divenne voce: voce che ancora predica alla città e la chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo, più di ogni prudenza. Guardiamo quel segno non con superstizione, ma come invito a scommettere tutto sull’Affidamento. Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore. Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima — bambini, donne, uomini di ogni popolo — e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. E oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono “altre” lacrime: tutta la terra è un unico altare. Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico: Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese. Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. So il peso del tuo lutto, le ferite che porti nella carne e nella coscienza. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Ma oggi — davanti al sangue del martire — ti chiamo per nome: tu, Israele, fermati. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani. Non ti chiedo debolezza: ti chiedo grandezza. La grandezza di chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta. Sorelle e fratelli, Napoli, nonostante le sue ferite, è città di pace. E da questa città affacciata sul mediterraneo vorrei si generasse un movimento di speranza e di pace, perché come diceva La Pira occorre partire dalle città per unire le nazioni. E vorrei anche che questo contagio di riconciliazione fosse fondato su un linguaggio chiaro, compreso da tutti i popoli di tutte le città che su questo mare affacciano i propri timori e le proprie speranze. Perché la menzogna comincia dalle parole, soprattutto da quelle ambigue, anestetizzate: i droni sono fucilazioni telecomandate; i “danni collaterali” sono bambini senza volto; una spesa militare che supera scuola e sanità non è sicurezza ma suicidio collettivo. Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Questa è l’unica geopolitica evangelica degna del Nome che invochiamo. Diciamocelo con la franchezza dei santi: il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri. Ogni “espansione della spesa per la difesa” che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende più soli e più poveri. Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, alle istituzioni di questa nostra unione, alla Knesset, ai governi, ad ogni comando militare: fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. Non si costruisce pace con check-point e interruzioni di vita, ma con diritto eguale, sicurezza reciproca, misericordia politica. Il sangue gridato dalle macerie non è un argomento: è un’anafora di Dio che ripete: Che ne hai fatto di tuo fratello? Sorelle e fratelli che sedete nei parlamenti, vi chiedo: come potete scegliere i missili prima del pane? Dove avete smarrito il volto dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Sorelle e fratelli che operate nella finanza e nei grandi mercati, vi chiedo: come potete esultare quando la guerra si allunga e le azioni della difesa salgono? Non sentite il grido dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Sorelle e fratelli imprenditori e azionari le cui industrie falsificano il Vangelo del lavoro, fondendo aratri in granate, vi chiedo: che ne avete fatto della dignità dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? E noi tutti, con le nostre coscienze addormentate, che lasciamo scorrere il dolore come acqua sul marmo, assuefatti all’orrore, chiusi nel piccolo recinto della comodità che vogliamo difendere a ogni costo… anche noi dobbiamo chiederci: che ne abbiamo fatto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle? Qui, a Napoli, questa domanda ce la poniamo ogni giorno perché la nostra città è un altare ferito e luminoso, dove il sangue lo conosciamo: quello dei giovani perduti, quello delle vittime innocenti, quello invisibile di chi smette di sognare. La questione meridionale non è un capitolo archiviato: è una pagina che chiede inchiostro nuovo — lavoro, scuola, cura, cultura. E necessita non di amministratori dell’emergenza, ma artigiani di futuro. Perché la politica, se è degna del suo nome, è un’arte liturgica: mette ordine non per ornare, ma per servire. E guardando all’Italia intera, lasciamo che i numeri si facciano volti: giovani legati al precariato come a una zattera; anziani costretti a scegliere se curarsi o mangiare; famiglie che contano i centesimi come si contano i respiri. È qui che si misura il Vangelo: «Ero affamato… ero assetato… ero forestiero…» — non come metafora, ma come agenda. “Cosa possiamo fare?” — mi chiedete. È la domanda di Pietro quando la barca scricchiola. Il martirio che ci è chiesto oggi non è quello del sangue, ma quello della coerenza. Della mitezza ostinata di chi non si lascia comprare. Della pazienza creativa di chi educa senza scorciatoie. Della fedeltà operosa di chi serve i poveri senza altarini. Della sobrietà lieta di chi spende meno per sé e investe su chi non potrà restituire. È il martirio dell’attenzione: costa più dell’oro. Ma il Vangelo non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. È regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è tavola che allarga i posti, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà con muri e con rotte ciniche, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali: scuole per i figli dei poveri, mercati che chiudevano la domenica, comunità che fondavano legami. Non nostalgie, ma disciplina di futuro. Torniamo al sangue. Guardatelo. Non come curiosità, ma come specchio. Il sangue di Gennaro non è un talismano: è un appello. Ogni goccia dice: non tradire. Non tradire il Vangelo con un culto senza conversione. Non tradire il povero con un’elemosina senza scelte. Non tradire la pace con parole senza progetto. Non tradire i bambini con scuole senza maestri e città senza cortili. Per questo, oggi, osiamo chiedere un miracolo preciso. San Gennaro, fratello e martire: sciogli non solo il tuo sangue — che è segno — ma il nostro cuore, dove si decide tutto. Disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede. Donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma cambiano la vita. Guarda la Palestina, guarda l’Ucraina, guarda i Sud del mondo: quanti non hanno più lacrime e ci prestano i loro occhi. Fa’ che la pace non sia uno slogan, ma una pratica. Fa’ che ogni comunità diventi sala d’attesa di resurrezioni: mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa, lingua per chi non sa parlare, compagnia per chi non regge da solo. E qui, nella nostra città, fa’ che sotto ogni balcone si veda un ragazzo con un libro e non con un’arma; che ogni cortile sia un campo di gioco e non di spaccio; che ogni impresa pulita valga più di qualunque denaro sporco. Se oggi chiediamo un prodigio, fa’ che sia questo: che il prodigio cominci da noi. Che si apra in ciascuno un cantiere di pace: una sedia in più a tavola, un’ora in più per educare, un euro in meno per sé e uno in più per chi non può. E quando qualcuno domanderà se il sangue si è sciolto, potremo rispondere: sì, il sangue si è sciolto. Non solo qui, non solo oggi, non solo nell’ampolla: si è sciolto nei cuori. Ha ripreso a scorrere; ha portato ossigeno alle mani, grazia agli occhi, forza ai piedi. E la città — questa città che amiamo — riprenderà il suo passo grande, e questo mondo – per il quale Dio Padre ha donato il suo Figlio Gesù, nel cui sangue tutti siamo amati e salvati – riprenderà il suo passo santo: il passo della pace. Amen.” Don Mimmo Card. Battaglia – Arcivescovo di Napoli Redazione Napoli
September 27, 2025
Pressenza
San Gennaro, il sangue e la pace: l’appello di Don Mimmo Battaglia scuote Napoli e il mondo
Il cardinale Mimmo Battaglia nell’omelia del miracolo di San Gennaro: parole di pace e giustizia dalla Cattedrale di Napoli. Napoli, lo scioglimento del sangue di San Gennaro è per la città partenopea un rito antico, carico di fede e identità. Ma quest’anno, dal cuore del Duomo, la voce dell’arcivescovo Don Mimmo Battaglia ha trasformato quel rito in un potente appello al mondo: un’omelia che non si è fermata alla tradizione, ma ha intrecciato la memoria del martire con il grido delle vittime di oggi, dalla Palestina all’Ucraina, fino a ogni terra ferita. «Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita», ha detto il cardinale. Non un semplice parallelismo, ma un invito a leggere il miracolo come specchio: il sangue non è talismano, è appello. È richiamo a non tradire il Vangelo con un culto senza conversione, a non tradire i poveri con elemosine senza scelte, a non tradire i bambini con scuole senza maestri e città senza cortili. L’omelia ha assunto il tono raro e radicale che appartiene ai momenti profetici. Con parole nette e senza diplomatici giri di frase, Battaglia ha rivolto un appello diretto a Israele: «Ascolta, Israele. Non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Cessa di versare sangue palestinese. Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua, cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie, cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace». Tra le immagini più forti, ha immaginato di raccogliere «in un’ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, ed esporlo accanto al sangue di San Gennaro, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità». E con pudore e fuoco ha aggiunto: «È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale». Una frase che lega in modo diretto la sofferenza concreta delle popolazioni civili alla ritualità religiosa, rendendola impossibile da eludere. La fede, suggerisce Battaglia, non può anestetizzare il dolore del mondo: deve farsene carico, altrimenti si svuota. Il cardinale ha poi smascherato la guerra con parole che risuonano con forza nel solco della nonviolenza attiva: «Il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri». Parole che si legano profondamente alla missione di chi denuncia la logica della militarizzazione e il sistema economico che la alimenta. Qui la religione si fa denuncia etica e sociale, indicando responsabilità precise, e non generici mali. «Il sangue di Gennaro non è un trofeo, ma un appello», ha ricordato ancora Battaglia. Da Napoli, città che conosce bene il sangue delle proprie vittime innocenti e le ferite della povertà, l’arcivescovo ha rilanciato un modello di politica come “arte liturgica”: non amministrare l’emergenza, ma farsi artigiani di futuro, capaci di dare lavoro, scuola, cura e cultura. In questo senso le sue parole risuonano oltre le mura del Duomo e parlano direttamente alle istanze di chi lotta per la nonviolenza e la giustizia globale. Denunciare la guerra come filiera significa riconoscere che la pace non è un’utopia, ma un progetto concreto che passa attraverso scelte economiche, politiche e sociali: convertire gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. È il cuore stesso dell’appello nonviolento che in tante città e movimenti si cerca di costruire: un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti, che chiami le cose col loro nome, droni come fucilazioni telecomandate, “danni collaterali” come bambini senza volto, spese militari come suicidio collettivo. La conclusione dell’omelia ha riportato tutto al cuore: non basta che si sciolga il sangue nell’ampolla, serve che si sciolga il cuore. «San Gennaro, fratello e martire: sciogli non solo il tuo sangue, che è segno, ma il nostro cuore, dove si decide tutto. Disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede». Un invito che vale per i credenti e per chiunque cerchi pace e giustizia: trasformare il miracolo in un cantiere di pace quotidiano, fatto di gesti concreti, di solidarietà operosa, di resistenza alla logica della violenza. Lucia Montanaro
September 21, 2025
Pressenza
“Voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti”
Grandissimo intervento del Cardinale e Arcivescovo di Napoli: Domenico Battaglia su Gaza e contro tutte le guerre: “E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici»”. L’Onu nel frattempo prende le distanze dai piani di Israele di deportare la popolazione di Gaza. Il portavoce dell’UNR-A ha affermato: “Non parteciperemo ad alcun progetto volto a costringere i residenti di Gaza a sfollare. I progetti israeliani mirano a deportare i palestinesi, non semplicemente a trasferirli nella Striscia meridionale di Gaza. L’Agenzia non parteciperà ad alcun progetto volto a deportare coercitivamente i palestinesi al di fuori della Striscia.” Poi è entrato nel merito dei piani israeliani smascherando l’operazione criminale in corso: “Se l’esercito di occupazione insiste nel mantenere le tende a Rafah, sta spianando la strada al progetto della cosiddetta ‘città umanitaria’. Israele cerca di limitare gli sforzi umanitari e di costringere le agenzie delle Nazioni Unite a operare attraverso tale visione israeliana restrittiva. Non supervisioneremo alcuna area istituita dall’esercito di occupazione come preludio alla deportazione degli abitanti palestinesi di Gaza”. In Israele intanto è in corso, oggi domenica, una grande mobilitazione in oltre 350 località per contestare la politica attendista di Netanyahu nella trattativa per lo scambio di prigionieri. Uno sciopero generale per chiedere la firma di un cessate il fuoco a Gaza e riportare a casa gli ostaggi. In Italia, i sanitari prendono una chiara posizione contro il genocidio. “Il nostro obiettivo, come Sanitari per Gaza, è far prendere posizione a tutte le Istituzioni contro il genocidio in corso e boicottarne ogni forma di complicità. Perché fermi il genocidio, Israele dovrà percepire l’isolamento e la pressione politica ed economica da parte della comunità internazionale”. Migliaia di iniziative locali vengono organizzate per chiedere il blocco dell’esportazione di armi in Israele e di rompere il blocco degli aiuti a Gaza… ANBAMED
August 17, 2025
Pressenza
11 luglio 2025, Cardinal Battaglia: “Urlare per una spesa militare più alta non è sicurezza, ma suicidio collettivo.”
L’11 luglio 2025, in occasione della festa di San Benedetto patrono d’Europa, presso l’Abbazia di Montecassino, l’Arcivescovo di Napoli cardinale Domenico Battaglia ha pronunciato forti parole in nome della pace contro la guerra e l’industria bellica. Ecco di seguito il testo della sua omelia:   Fratelli e sorelle nel Signore, oggi celebriamo San Benedetto, patrono d’Europa, fondatore del monachesimo occidentale, ma ancor prima, custode del tempo e dell’uomo. Lo facciamo ascoltando la Parola di Dio, che lo ha formato, ispirato, e guidato come una bussola nel cuore di un’epoca smarrita, come una fiamma che non si spegne anche quando tutto intorno è cenere. “Figlio mio, se accoglierai le mie parole, se farai tesoro dei miei precetti, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio” (Pr 2,1.5) È così che ci parla il libro dei Proverbi. Con una voce che non grida, ma si china, che non comanda, ma chiama per nome. Parole di padre a figlio. Parole che Benedetto ha ascoltato tante volte, forse in una cella di pietra, mentre il silenzio fuori sembrava più vasto della storia. Le ha ascoltate come si ascolta una sorgente nella notte, e dentro quelle parole ha riconosciuto una via. Non impose la sapienza, non la trasformò in sistema, non la custodì in una biblioteca. Fece qualcosa di più umile e più rivoluzionario: la offrì come un seme. E i semi, lo sappiamo, non fanno rumore. Non cercano il sole: lo attendono. Non si difendono: si lasciano accogliere dalla terra. E nella pazienza di chi sa aspettare, cominciano a trasformare tutto. Così Benedetto: non gridò la verità. Non la sventolò come una bandiera in tempo di guerra. Scelse di seminarla nel cuore degli uomini, affidandola a gesti quotidiani, a regole minime, a ore di preghiera e lavoro. E mentre il mondo intorno crollava, lui ordinava le giornate come si ordina una mensa per gli ospiti: con cura, con misura, con amore. La sapienza – ci ricorda il testo sacro  – si conquista mettendo in ordine il cuore. E Benedetto lo ha fatto come si mette ordine in una casa dopo una tempesta: con mani stanche, con occhi lucidi, con fede ostinata. Ha dato forma ai giorni, ha insegnato che c’è una bellezza nascosta nella ripetizione, che non serve una vita straordinaria per cercare Dio, ma una vita semplicemente fedele. E ha capito qualcosa che ci riguarda ancora oggi: che in un mondo che corre e si perde, servono uomini e donne che facciano silenzio su tutto il resto, e ascoltino solo ciò che conta davvero. Perché a volte, per tornare a Dio, non bisogna fare mille passi avanti, ma uno indietro: tornare a quella voce che ci chiama “figli”. A quel luogo interiore dove il tempo è ancora sacro, la parola è ancora promessa, e la sapienza è ancora un dono che si riceve in ginocchio. Benedetto fu uomo di ascolto. La sua Regola inizia con una parola semplice: “Ascolta, o figlio”. Non dice: “Obbedisci”, non dice: “Costruisci”, non dice: “Agisci subito”. Dice: Ascolta. Perché ogni conversione vera comincia da lì: dal silenzio che fa spazio all’altro, dalla pazienza che impara i tempi di Dio, dalla fiducia che si lascia istruire. E Benedetto, prima di essere guida, fu figlio. Figlio della Scrittura, figlio del suo tempo, figlio della Chiesa. E così diventò padre, e generò un mondo nuovo nel grembo della storia. Nel Salmo 33, abbiamo pregato: “Venite, figli, ascoltatemi: v’insegnerò il timore del Signore” Questa è l’eco che attraversa tutta la vita monastica: ascolto e insegnamento, parola accolta e parola donata. Un salmo che Benedetto avrebbe potuto scrivere, tanto ne condivide il respiro: cercare la pace e perseguirla, custodire la lingua dal male, il cuore dal rancore. È la sapienza degli umili, non degli eroi. È la via della mitezza, che non fa rumore, ma trasforma la terra, pietra dopo pietra. Nel cuore della celebrazione, la voce di Paolo ai Colossesi ci ha chiesto qualcosa di straordinario: “Rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza…” Parole semplici, ma vertiginose. Perché non basta evitare il male. Occorre scegliere il bene, coltivarlo come si coltiva un giardino, senza aspettarsi applausi, senza cedere al disincanto. San Benedetto lo sapeva: non si educa alla santità con il timore, ma con la coerenza; non con parole solenni, ma con scelte quotidiane che creano comunione, e fanno della vita un’offerta eucaristica. È proprio nella vita fraterna – così difficile e così necessaria – che si misura la verità della nostra fede. Non c’è pace interiore che non passi dalla pace con i fratelli. E non c’è comunità viva senza perdono, senza gratitudine, senza gioia. Benedetto ha dato un corpo concreto a questa visione evangelica: il monastero, la Regola, la preghiera che scandisce il tempo. Ma tutto nasce da questo Vangelo vissuto: dal saperci scelti da Dio, amati da Lui, e perciò chiamati a rivestirci di Cristo. E infine, il Vangelo di Matteo. Un dialogo asciutto, essenziale, ma dentro, come in ogni parola evangelica, si muove una tensione eterna. C’è Pietro – quello che sbaglia spesso, ma non smette mai di amare – che guarda Gesù negli occhi e, con tutta la verità che ha, gli dice: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che cosa dunque ne avremo?” È la domanda di chi ha giocato la vita su una promessa. Di chi ha lasciato la riva, ma la barca si allontana e la terra promessa ancora non si vede. È la domanda di ogni discepolo, quando la sequela diventa asciutta, esigente, scomoda, quando la gioia cede il posto alla fatica, quando l’amore non basta più a spiegare tutto. Che ne sarà di noi, Signore? Dei nostri affetti, delle nostre case, delle cose buone che abbiamo lasciato indietro per Te? E Gesù risponde. Ma – come sempre – non risponde davvero. Almeno, non come ci aspetteremmo. Non fa calcoli, non mostra ricompense precise, non traccia un contratto. Parla invece la lingua del Regno: una lingua che mescola il paradosso alla promessa, la perdita alla fecondità. “Chi avrà lasciato tutto per me, riceverà cento volte tanto… e la vita eterna.” Centuplo. Ma non in banca. Centuplo in legami, in incontri, in lacrime condivise e pane spezzato. Centuplo nel cuore che si dilata quando smette di voler possedere e impara, finalmente, ad accogliere. Perché è così che funziona con Dio: chi perde, trova. Chi lascia, riceve. Chi fa spazio, viene riempito. Ma con misure che non sono le nostre. Con tempi che non possiamo decidere. Con doni che, spesso, non riconosciamo subito come tali. E dentro questo Vangelo, si colloca San Benedetto. Non come un commentatore, ma come un testimone. Un uomo che ha preso sul serio le parole di Gesù e ha fatto della rinuncia una casa abitabile. Ha lasciato onori, carriera, sicurezza. Non per amare l’idea di Dio, ma per vivere con Dio e per Dio, nella carne dei giorni, nella polvere del lavoro, nel canto dell’ufficio divino, nel volto dei fratelli. Ha lasciato tutto, ma non è scappato. Ha fondato. Ha costruito. Ha raccolto uomini dispersi e ha detto loro: “Venite, viviamo insieme qualcosa di più grande di noi.” E ha insegnato che perdere tutto può voler dire ritrovare il senso. Che lasciare il mondo può voler dire riscattarlo. Benedetto ha creduto davvero che il “meno” potesse contenere Dio. Meno parole, e più ascolto. Meno oggetti, e più tempo. Meno sé, e più fraternità. Ha creduto che la regola non fosse una prigione, ma una forma di libertà. Che la ripetizione fosse preghiera. Che il silenzio potesse guarire. Che la stabilità potesse redimere un mondo errante. E oggi ci interroga: cosa siamo disposti a lasciare, non per punirci, ma per aprirci? Cosa abbiamo il coraggio di perdere, non per svuotarci, ma per fare spazio a Dio? La Regola non è solo un’antica sapienza, ma una bussola per disertori dell’umano. Ci ordina un’altra economia: quella del cuore. Pregare e lavorare, sì—ma perché il mattone sia sollevato con rispetto, e il salmo cantato con una gola che non dimentica la sete di chi fugge dalle bombe. La Regola ci chiede di intrecciare le mani e le ginocchia: di costruire e di inginocchiarci. Di produrre senza sfruttare, di servire senza calcolare. Allora convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Facciamolo ora—non per idealismo, ma perché ogni ritardo ci rende complici. Complici del fuoco che brucia i villaggi, complici dell’applauso in Borsa quando un conflitto si allunga. Complici del marmo freddo delle coscienze che scorrono i notiziari senza lasciare che una sola immagine trapassi la pelle. Benedetto ci guarda. Non come un’icona ingiallita dal tempo, ma come un testimone che con il dito tocca le ferite del mondo e ne dice il nome senza paura: guerra, idolatria del profitto, viltà politica. E se noi tacessimo ancora una volta, sarebbero le pietre dei chiostri a gridare, a dire che non è il cielo a tradire l’uomo ma è l’uomo a tradire se stesso, ogni volta che preferisce un’esplosione di morte al pane spezzato che è vita. Per questo, sull’altare della festa di Benedetto, non stendiamo fiori, ma un appello accorato. Un grido a chi compra armi invece di pane, a chi brinda quando un titolo “difesa” sale in borsa, a noi stessi – che ci siamo abituati a scivolare sulle notizie come pioggia su pietra. Se l’Europa tollera ancora campi incendiati e sirene notturne, è perché qualcuno ha deciso che il sangue rende più del grano. Se il Sud del mondo conta bambini gonfi di fame mentre nei summit si sfoggiano cravatte di seta, è perché si investe nella morte come in un titolo sicuro. Benedetto griderebbe. Direbbe che ogni missile è un’eresia contro l’uomo, che ogni bilancio militare approvato è un atto di apostasia civile. Ai governi direbbe: avete violato la Regola del vivere – quella vera, che mette l’altro al centro e il denaro fuori dal tempio. Agli azionisti dell’industria bellica direbbe: state falsificando il Vangelo. State trasformando il ferro dell’aratro in schegge per dilaniare innocenti. E noi? Noi non possiamo cavarcela con un sospiro devoto. È tempo di sangue freddo e lingua di fuoco. Di chiamare i droni con il loro nome: fucilazioni telecomandate. Di dire che “danni collaterali” vuol dire bambini senza volto. Di urlare che una spesa per la difesa più alta di quella per scuola e sanità non è sicurezza. È suicidio collettivo. E tu Benedetto, Padre di pace e Custode del silenzio, insegnaci l’arte di perdere per trovare l’essenziale. Rendici artigiani di umanità, fedeli alla Regola dell’amore. Dona pace all’Europa: fa’ che ritorni alle sue radici, radici di pace, nutrite di giustizia, fondate sulla solidarietà e sull’amore. Sostienila con la tua intercessione, perché, guarita nel cuore, possa generare pace per un’umanità stanca e inquieta.   > Solennità di San Benedetto – Abbazia di Montecassino/ 11 Luglio 2025 Redazione Napoli
July 15, 2025
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