Henri Mahé / Mahè fa il verso a Céline
Henri Mahé (1907-1975), pittore e decoratore (specializzato nell’affrescare
circhi, locali come il Moulin Rouge e bordelli), scenografo teatrale e
cinematografico, illustratore della prima edizione del Voyage celiniano,
marinaio per diletto sui mari della nativa Bretagna o su chiatte e
bateaux-mouches (dove visse per anni) lungo la Senna, fu intimo amico del dottor
Louis Destouches prima che diventasse Louis-Ferdinand Céline e naturalmente
anche dopo e per tutto il periodo della damnatio memoriae del Dopoguerra e
dell’esilio a Meudon. Il libro che Medhelan ha da poco tradotto, fu pubblicato
dall’artista alla fine degli anni ’60, parecchi anni dopo la morte di Céline, e
nelle intenzioni dell’autore vorrebbe essere una testimonianza sulla vita
randagia e “traballante” (brinquebaler in argot è il barcollare dell’ubriaco) di
due amici sui generis attraverso la debauche giovanile e la guerra, un percorso
tortuoso attraverso sorti propizie e avverse. È seguito da La genesi con Céline,
scritto qualche anno dopo da Mahé a New York, che avrebbe dovuto essere la
continuazione del primo ma rimase incompiuto per la morte dell’autore. In
appendice una raccolta di lettere di Céline a Mahé e a un altro comune amico,
Paul Marteau, più una raccolta di notizie biografiche sugli innumerevoli
personaggi (per noi italiani totalmente sconosciuti) citati nel testo.
Chi si aspettasse chissà quali notizie inedite sui retroscena privati del grande
scrittore francese, sulla concezione e la stesura delle sue opere o sulle
compromissioni del suo ondivago collaborazionismo durante l’occupazione nazista,
rimarrà (come chi sta scrivendo queste righe) ampiamente deluso. In realtà l’uso
del nome di Céline da parte di Mahé è abbastanza pretestuoso e il pittore parla
molto di sé stesso e abbastanza poco dell’amico medico e scrittore, che resta
più che altro sullo sfondo: Mahé è del tutto reticente, suggerisce, accenna e
non sparla mai del coupin, in questo mostrando ammirevole fedeltà e lealtà verso
la sua memoria, ma così facendo nasconde molto più che svelare e non ci racconta
su di lui davvero niente di particolarmente interessante. Nemmeno le avventure
erotiche (assai più esplicite nella corrispondenza celiniana pubblicata da
Adelphi qualche anno fa: L.F. Céline, Lettere alle amiche, 2016) che pure i due
amiconi, questo lo si capisce bene, separati o insieme non hanno affatto
disdegnato, vengono precisate più di tanto: il massimo che sfugge al testimone è
l’ammirata lode della bellezza suprema di Elisabeth Craig, la ballerina
americana a cui è dedicato il Voyage e compagna di Céline ai tempi della sua
stesura, e il vago accenno al fatto che la coppia era molto aperta, che a lei
piacevano anche le ragazze, che lui non era affatto geloso e che lei alla fine
lo lasciò perché stremata…Tutto e nulla. Nemmeno sulle competenze professionali
del dottor Destouches emerge molto: era un bravo medico? Curava le puttane e dai
poveri non si faceva mai pagare, più facile che gli allungasse lui qualche
banconota… ma questo già lo sapevamo. Perché poi odiava così tanto gli ebrei?
Anche questo tema non viene in alcun modo indagato: Céline raccoglieva perfino
cani e gatti randagi per strada e li sfamava, ma era ferocemente antisemita,
così come qualcun altro era strabico o aveva i foruncoli.
La struttura narrativa del testo inoltre è abbastanza ripetitiva, in genere si
parte da una cartolina o poche righe di una lettera di Céline all’amico, una sua
comunicazione o una notizia in genere banale, e Mahé risponde come dialogando
con Louis a distanza di anni, chiamandolo per nome, rievocando episodi (spesso
neanche troppo collegati con le parole celiniane) e così via per pagine e
pagine. E qui si entra in quella che – è una mia discutibilissima opinione – è
la parte più debole del testo: Mahè fa il verso a Céline, cerca di scrivere come
lui (ci mette perfino i classici tre puntini), lo scimmiotta in uno stile
argotico e cinico-umoristico, un flusso di coscienza continuo pieno di punti
esclamativi e frasi spezzate, la petite musique celiniana che qui però – Mahé
non è Céline – passa dall’ensemble jazz alla filarmonica dei pompieri. Utile
leggere la postfazione di Éric Mazet magari (come ho fatto io) prima di
affrontare il testo – così almeno ci si capisce qualcosa – dove si dice che la
scrittura del primo Céline aveva cercato di riprodurre sulla pagina le tirate di
Mahé quando raccontava e affabulava oralmente: non si può stabilire se
l’affermazione sia vera o se si cerchi più che altro di giustificare e spingere
il libro, di fatto ci viene da dire che allora sarebbe stato meglio per Mahè
incidere un disco invece di riempire più di cinquecento pagine di una scrittura
che appare come la sbiadita copia carbone di un originale inarrivabile.
Cinquecentosessanta pagine tutto compreso. È raro che abbandoni un libro a metà
– di solito seguo sempre il precetto enunciato (parlando in quel caso di film)
da Fritz Lang in Le Mépris di Jean-Luc Godard: “Bisogna sempre finire quello che
si è cominciato” – ma questa volta non riesco: mollo a pag. 260.
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