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La resistibile ascesa delle destre – 2
di Enrico Semprini Questo elaborato è il secondo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Gli argomenti che saranno approfonditi sono i seguenti: La remigrazione – (il primo è stato pubblicato il sei giugno) la psicologia di massa del fascismo; il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni. Il piano del lavoro è in corso di sviluppo e ad oggi non
Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale
A Roma, il 13 giugno 2026, accadrà qualcosa che un paese democratico — che ha visto la propria storia macchiata dal sangue di circa 500.000 morti, vittime di vent’anni di regime fascista — non dovrebbe mai vedere. Un paese che si è liberato anche grazie alla Resistenza antifascista, che ha scritto una Costituzione nata proprio per impedire che quella barbarie potesse ripetersi, si trova oggi a fare i conti con cortei che invocano deportazioni di massa, marce antiabortiste che vogliono sottrarre alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo e un generale in divisa da politico che, dopo aver lasciato la Lega, fonda un partito che in pochi mesi raggiunge 90.000 iscritti, dichiarando che “la remigrazione è una necessità”. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma si trasmette: nelle parole, nelle piazze, nelle leggi. E quando si lascia che certe parole tornino a occupare lo spazio pubblico senza essere contrastate, si comincia a perdere il filo di quella memoria. Roma, il 13 giugno, è uno di quei momenti in cui quel filo va tenuto stretto. ROMA, 13 GIUGNO: TRE PIAZZE, UN SOLO CAMPO Sabato 13 giugno Roma è attraversata da tre appuntamenti distinti ma contigui, che insieme disegnano la mappa del campo della destra radicale italiana. Alle 14:30, da piazza della Repubblica, parte la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”, organizzata con il supporto di Pro Vita & Famiglia e oltre 110 associazioni pro-life, cattoliche e pro-famiglia. Un corteo antiabortista diretto verso San Giovanni in Laterano, il cui obiettivo è quello di inasprire le leggi sull’aborto e sul fine vita. Alle 15:00 parte da Piazza della Libertà il corteo del comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” — che aggrega CasaPound, il Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani — per consegnare al Parlamento le firme per una proposta di legge che prevede espulsioni di massa di persone di origine straniera, compresi regolari e naturalizzatə. Sempre il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, si svolge la prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci, che ha fatto della remigrazione un tema chiave, per accaparrarsi consenso, facendo leva su una paura vecchia come il mondo e già strumentalizzata dalla destra storica. > Tre soggetti, tre registri diversi: quello religioso-familiare di Pro Vita, > quello etno-nazionalista degli identitari, quello istituzional-populista di > Vannacci. Ma un unico denominatore: la convinzione che certi corpi — quelli > delle donne, quelli deə migranti, quelli queer e trans — debbano essere > controllati, espulsi o cancellati dall’orizzonte del visibile. Non è una coincidenza di calendario. È un campo politico che ha imparato a muoversi su più fronti simultaneamente per costruire egemonia culturale, occupare spazio pubblico e moltiplicare i canali di accesso al potere. Sono le tattiche della destra radicale europea, studiate e replicate. PRO VITA & FAMIGLIA: AGENDA, TATTICA E FINANZIAMENTI OPACHI Pro Vita & Famiglia Onlus è l’associazione antiabortista più strutturata e visibile in Italia. Fondata nel 2013, si presenta come onlus apartitica ma opera da anni come principale motore culturale della destra religiosa e nazional conservatrice sul tema dei diritti riproduttivi e LGBTQIA+. Le sue campagne hanno tappezzato oltre 190 città italiane con maxi-manifesti e camion vela contro la legge 194. Nel gennaio 2024 ha lanciato Semplicemente Umano — bombardando i muri dei quartieri con immagini di embrioni nominati, Matteo, Sofia, Giulia — con il messaggio «9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano. E tu?». L’8 marzo 2024 poi, in concomitanza con il corteo transfemminista di Non Una di Meno, invece di stare fuori dalla piazza transfemminista, ha organizzato flash mob davanti alle ambasciate francesi con camion vela recanti lo slogan “Non Una Di Meno… ma per davvero”: una mossa deliberata per attaccare e svuotare il linguaggio del femminismo, colonizzarne le parole per piegarle a un significato opposto e fazioso. Non è ingenuità, è strategia culturale consapevole, parte di un più ampio processo di mainstreaming reazionario che trasforma il lessico dei movimenti in strumenti del loro contrario. Nel 2025 il bersaglio si è spostato alle scuole con la campagna Mio Figlio No, presentata in conferenza stampa a febbraio 2025 a pochi passi dalla Camera. Manifesti con immagini di minorenni generate dall’intelligenza artificiale recavano messaggi come «Oggi a scuola un attivista Lgbt ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni». La campagna chiedeva leggi per bloccare qualunque progetto sulla “fluidità di genere” e lo stop aə attivistə LGBTQ+ negli istituti. Nel luglio 2025 rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati in audizione alla Camera. Questo è il punto che non va sottovalutato: > Pro Vita non è più solo una realtà di piazza. È un soggetto che detta agenda > parlamentare, che porta la propria visione dentro le istituzioni con la > legittimità di chi viene invitato a sedere ai tavoli del potere. È la > normalizzazione progressiva di un progetto antifemminista e omofobo travestita > da difesa della famiglia. Sul piano dei finanziamenti e delle connessioni politiche, il quadro è denso di zone d’ombra, per usare un eufemismo. Nel 2024, un’inchiesta giornalistica uscita su “Domani” ha documentato cinque operazioni immobiliari che hanno coinvolto personalmente Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, e Roberto Fiore, leader storico di Forza Nuova — il partito neofascista i cui militanti hanno assaltato la sede della CGIL nell’ottobre 2021, per cui Fiore è stato condannato in primo grado a otto anni e sei mesi. Brandi avrebbe acquistato da Fiore o dalla sua società cinque immobili — a Roma, Bari, Latina, Padova e Treviso — pagandoli in parte con fondi provenienti da conti svizzeri, per poi donarli alla onlus nel 2019. In alcuni casi i pagamenti sarebbero avvenuti con anni di anticipo rispetto ai rogiti notarili. Tra i collaboratori dell’associazione figura Alessandro Fiore — figlio del leader neofascista — nel ruolo di responsabile del settore legale, come risulta dal bilancio sociale 2023 di Pro Vita & Famiglia. Pro Vita ha sempre smentito ogni legame organico, affermando che si trattasse di rapporti personali precedenti alla nascita della onlus e che nessuna operazione coinvolgesse direttamente l’associazione. Ma le domande specifiche rivolte a Brandi dai giornalisti sono rimaste senza risposta. Dal settembre 2024 Pro Vita risulta comunque iscritta al Registro di Trasparenza dell’UE. Nessuna risposta ufficiale è arrivata. Nel frattempo, Pro Vita continua ad avere accesso ai consultori pubblici, dove i suoi obiettori di coscienza contribuiscono a rendere sempre più ostico l’accesso all’interruzione di gravidanza. REMIGRAZIONE: QUANDO L’ABERRAZIONE DIVENTA PROPOSTA DI LEGGE Il termine “remigrazione” è stato inserito nel 2025 da Treccani tra i neologismi con la definizione esplicita di «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Nato in ambienti identitari europei a partire dagli anni Dieci, serve a mascherare con linguaggio neutro un progetto di deportazione di massa che includerebbe non solo ə migranti irregolari ma anche regolari, naturalizzatə e figliə di migranti consideratə “non assimilatə”. È la teoria della “grande sostituzione” — la cospirazione secondo cui le popolazioni europee bianche verrebbero rimpiazzate da popolazioni non europee — tradotta in proposta di legge. Quello che colpisce non è solo il contenuto, brutale e razzista in modo manifesto, ma il meccanismo linguistico che lo veicola: prendere una parola tecnica, neutra nella forma, e riempirla di un significato opposto, così da rendere dicibile in pubblico quello che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto confinato nelle chat di neofascisti. > È la stessa operazione che fa Pro Vita con il linguaggio del femminismo: la > parola viene svuotata, rovesciata, restituita come arma. In Italia questa agenda ha trovato un canale istituzionale nel maggio 2025, quando circa 400 tra attivisti, militanti e simpatizzanti dell’alt-right si sono riuniti al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate per la prima edizione del Remigration Summit. Il teatro comunale è stato ufficialmente concesso dal sindaco leghista Andrea Cassani. L’organizzatore italiano è Andrea Ballarati, 23 anni, ex-militante di Gioventù Nazionale — la giovanile di Fratelli d’Italia — ora fondatore dell’associazione identitaria Azione, Cultura, Tradizione. Tra i relatori, Martin Sellner, teorico austriaco del Grand Remplacement, e Dries Van Langenhove, ex-parlamentare belga condannato a un anno di reclusione dal tribunale di Gand per razzismo e negazionismo dell’Olocausto. Vannacci ha inviato un videomessaggio dichiarando che «la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». Il passaggio dall’estrema destra extraparlamentare alla destra istituzionale — con un sindaco leghista che apre le porte del teatro comunale e un eurodeputato che manda il proprio endorsement in video — è il dato politico più rilevante: non si tratta di frange, si tratta di un’agenda che scala verso il centro. Vale la pena sottolinearlo: quando Forza Nuova organizzava cortei sulla remigrazione, veniva liquidata dalla politica come fenomeno marginale di pochi. Quando lo stesso contenuto viene rivestito con abiti presentabili, portato in un teatro, promosso da un eurodeputato con seggio a Bruxelles e firmato da 150.000 persone in calce a una proposta di legge, diventa dibattito. > Questa è la normalizzazione. Non avviene di colpo: si costruisce lentamente, > passo dopo passo, convegno dopo convegno, audizione dopo audizione. E ogni > volta che non viene contrastata, il passo successivo costa meno e intanto la > rana continua a bollire. DALLA BIOPOLITICA ALL’ETNO-NAZIONALISMO: IL PROGETTO È UNO Non serve una laurea a capire quale sia il futuro auspicato dietro tutto questo. L’analisi transfemminista e antirazzista rifiuta di trattare questi fenomeni come questioni separate. Il controllo dei corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto, la cancellazione delle identità trans e queer dalle scuole, la deportazione delle persone migranti: sono le facce dello stesso progetto politico. Quello che i movimenti identitari europei chiamano “riconquista” è in realtà una restaurazione della gerarchia patriarcale, razziale ed eteronormativa. Il corpo della donna bianca eterosessuale serve a riprodurre la nazione; il corpo del migrante non bianco va espulso perché “la contamina”; le persone trans e queer disturbano entrambi gli assi di questa logica e vanno cancellate dall’orizzonte del visibile, a partire dalle scuole. Questa chiave di lettura non è solo ideologica: è analitica. Ci dice che quando Pro Vita entra nelle istituzioni con le sue proposte di legge sulla “libertà educativa”, non sta difendendo le famiglie. Sta normalizzando l’idea che certi corpi — quelli delle donne, quelli queer, quelli migranti — abbiano meno diritti degli altri, che la loro libertà sia negoziabile, che lo Stato possa e debba regolarne l’esistenza. Ci dice che quando Vannacci parla di «riaccompagnare nei paesi d’origine chi non rispetta i nostri valori», non sta parlando di sicurezza. Sta costruendo una gerarchia di appartenenza nazionale in cui alcuni corpi sono originari e altri sono ospiti revocabili. Ci dice che quando il comitato Remigrazione e Riconquista sfila con skinhead e neofascisti, non lo fa nonostante il proprio programma politico: lo fa coerentemente con esso. > Il filo che connette Pro Vita, gli identitari e Vannacci non è occasionale né > tattico: è strutturale. Tutti e tre operano dentro la stessa cornice > ideologica — quella del nazionalismo etnico e patriarcale. Tutti e tre trovano nel governo Meloni un interlocutore che non li contraddice mai, che li riceve, che li ascolta in Parlamento, che concede i teatri comunali, che non risponde alle interrogazioni. Non prendere le distanze, in politica, è già una forma di endorsement. Roma, il 13 giugno, sarà il luogo dove questo progetto si mostra in piena luce. La risposta è già in strada. FUCK REMIGRATION: IL 13 GIUGNO IN STRADA A Roma, infatti, il 13 giugno non sarà solo la giornata dell’ultradestra. Da alcune settimane è attiva Fuck Remigration. Nata dopo un primo incontro alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e cresciuta attraverso assemblee pubbliche aperte. Il contro-corteo antifascista e antirazzista partirà da Colosseo alle 15:00. Chi scende in piazza quel giorno lo fa, come si legge in una nota dell’assemblea, perché «non va mai normalizzata la presenza nello spazio pubblico di organizzazioni neofasciste e razziste. La libertà non riguarda la possibilità di propagandare idee di odio e di sopraffazione. Nonostante l’idea di remigrazione venga discussa con disinvoltura nel dibattito pubblico, non dobbiamo rinunciare a spiegare che è tutto tranne che un’idea di buon senso». Il 13 giugno è anche la data in cui si chiude la raccolta firme del comitato Remigrazione e Riconquista prima della consegna in Parlamento. Essere in strada sabato significa impedire che la normalizzazione compia un altro passo, che deportazioni e controllo dei corpi vengano consegnati alle istituzioni come se fossero carne da macello ideologico. La risposta alle tre piazze della destra radicale non è la delega alle istituzioni che non rispondono, non è l’interrogazione parlamentare ignorata, non è l’appello ai valori costituzionali rivolto a chi li viola ogni giorno. È la piazza antifascista, antirazzista e transfemminista. È alle 15. La foto di copertina è di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale proviene da DINAMOpress.
June 12, 2026
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Rimettere la remigrazione con i piedi per terra
Rimetterla “con i piedi per terra” significa coglierne insieme le condizioni di possibilità e il carattere di rottura. Solo così diventa possibile comprendere cosa ci dice sul presente delle politiche migratorie europee e sulle sfide che pone alle culture politiche progressiste Di fronte alla remigrazione la tentazione è quella di stringere l’inquadratura. Fare uno zoom sui promotori, sulle loro biografie politiche, sui simboli che utilizzano, sulle parole e retoriche agitate. È un esercizio necessario. Permette di riconoscere genealogie politiche, continuità ideologiche e riferimenti culturali che sarebbe ingenuo sottovalutare. IL 13 GIUGNO E IL RISCHIO DELLO ZOOM La remigrazione sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano. Il 13 giugno è prevista a Roma una manifestazione nazionale promossa da organizzazioni dell’estrema destra in occasione della quale verrà promossa la proposta di legge che punta a tradurre quel progetto politico in un insieme organico di misure legislative. Contro l’iniziativa sono state annunciate mobilitazioni e cortei che si preannunciano partecipati e politicamente molto densi. Eppure lo zoom, da solo, rischia di non bastare. Concentrando tutta l’attenzione sugli attori che oggi rivendicano la remigrazione, si corre il rischio di trasformarla in un’anomalia, in un corpo estraneo improvvisamente comparso nello spazio pubblico. Come se si trattasse di una proposta comprensibile soltanto a partire dalle culture politiche che la sostengono e non come il prodotto delle trasformazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le politiche migratorie europee. Per comprendere davvero la portata della remigrazione occorre allora cambiare inquadratura. Senza rinunciare allo zoom, ma affiancandogli un grandangolo capace di mostrare il contesto entro cui questa proposta emerge, si diffonde e prova a conquistare consenso. Lo zoom ci aiuta a capire chi promuove la remigrazione. Per comprenderne il significato politico occorre però allargare lo sguardo e interrogare il terreno sul quale essa prende forma. IL GRANDANGOLO: IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE MIGRATORIE L’emersione della remigrazione nel dibattito pubblico italiano coincide con una fase di profonda trasformazione delle politiche migratorie europee. Negli ultimi anni il governo della mobilità è diventato uno dei terreni privilegiati attraverso cui l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno ridefinendo strumenti, priorità e confini dell’azione pubblica. L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il rafforzamento delle procedure accelerate alle frontiere, la crescente centralità delle politiche di esternalizzazione e il rilancio delle strategie di rimpatrio delineano un quadro nel quale il controllo della mobilità occupa una posizione sempre più centrale. A questo scenario si aggiungono esperimenti come il protocollo tra Italia e Albania, che sposta oltre i confini nazionali alcune funzioni fondamentali della gestione migratoria, e le proposte europee volte a rafforzare ulteriormente i meccanismi di espulsione e allontanamento, come il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri attualmente in discussione, che punta ad ampliare e rendere più efficaci gli strumenti di espulsione e allontanamento. > Non si tratta di processi isolati. Al contrario, compongono una trasformazione > più ampia che da almeno quindici o vent’anni investe le politiche migratorie > del continente. Prima ancora della remigrazione, l’Europa ha costruito una > complessa infrastruttura giuridica, amministrativa e materiale di selezione, > confinamento ed espulsione. Centri di detenzione amministrativa, procedure differenziate di accesso ai diritti, accordi con paesi terzi, sistemi sempre più sofisticati di sorveglianza e identificazione, dispositivi di rimpatrio forzato: è all’interno di questo insieme di pratiche che si definisce oggi una parte rilevante del governo delle migrazioni. Collocare la remigrazione dentro questo scenario non significa affermare che essa sia già realtà o che rappresenti semplicemente il nome nuovo di politiche esistenti. Significa piuttosto riconoscere il contesto entro cui essa prende forma. La remigrazione emerge in una fase nella quale il controllo della mobilità è già diventato una delle principali tecnologie di governo delle società europee. Ignorare questo sfondo significherebbe privarsi degli strumenti necessari per comprenderne la forza e le condizioni di possibilità. PERCHÉ IL GRANDANGOLO DA SOLO NON BASTA Ma allargare l’inquadratura comporta un rischio speculare: quello di appiattire le differenze. Se lo zoom rischia di isolare la remigrazione dal contesto che la rende possibile, il grandangolo, da solo, rischia di dissolverne la specificità. È un rischio meno evidente, ma non meno insidioso. Una volta riconosciuto che la remigrazione emerge all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche migratorie europee, si potrebbe essere tentati di considerarla soltanto una versione più esplicita, più aggressiva o più radicale di tendenze già esistenti. Gli elementi che alimentano questa lettura non mancano. Molti degli strumenti evocati dai sostenitori della remigrazione appartengono già al repertorio delle politiche migratorie contemporanee: i rimpatri forzati, la detenzione amministrativa, i programmi di ritorno volontario assistito, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la differenziazione dei diritti sulla base dello status giuridico. Anche il legame tra accesso alla cittadinanza, appartenenza nazionale e selezione della popolazione non è certo una novità nella storia degli Stati moderni. > Eppure fermarsi a questa constatazione significherebbe perdere un aspetto > decisivo. La continuità degli strumenti non implica l’identità dei progetti > politici. Le stesse tecnologie di governo possono essere mobilitate > all’interno di immaginari differenti e orientate verso obiettivi diversi. Per > questo la questione non riguarda soltanto quali misure vengano proposte, ma > quale visione della società esse contribuiscano a costruire. Da questo punto di vista la remigrazione non si limita a chiedere un inasprimento delle politiche migratorie esistenti. Prova a riorganizzarle attorno a un principio politico più ampio, che riguarda la definizione stessa della comunità nazionale, dei suoi confini e della sua composizione. È su questo terreno che emerge la sua specificità e che diventa possibile coglierne il significato politico. PIÙ CHE UNA POLITICA MIGRATORIA, UNA POLITICA DELLA POPOLAZIONE È a questo livello che conviene leggere la proposta di legge presentata dal comitato Remigrazione e Riconquista. Considerate singolarmente, molte delle misure proposte possono apparire come un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie: l’espulsione di determinate categorie di stranieri, la restrizione dei ricongiungimenti familiari, l’abolizione di forme di protezione, l’inasprimento delle condizioni di soggiorno e di accesso ai diritti. Altre riguardano invece la cittadinanza, prevedendone la revoca in alcuni casi o limitandone ulteriormente l’acquisizione. Altre ancora puntano a incentivare il ritorno nei paesi di origine oppure, al contrario, a favorire l’insediamento di soggetti considerati maggiormente assimilabili alla comunità nazionale, come gli italo-discendenti. A queste misure si affiancano infine interventi demografici rivolti alle famiglie italiane, presentati come strumenti per contrastare il declino della natalità. Osservati nel loro insieme, però, questi provvedimenti assumono un significato diverso. Il loro tratto distintivo non risiede in ciascuna misura presa isolatamente, ma nella logica che le connette. > Espulsioni, revoche della cittadinanza, incentivi al ritorno, selezione degli > ingressi e politiche demografiche vengono ricondotti a un medesimo obiettivo: > intervenire sulla composizione della popolazione in maniera radicale, > proponendo un’idea esplicita di razzismo priva della ambivalenti mediazioni > sperimentate nel corso della seconda metà del Novecento. Letti insieme, questi strumenti non delineano soltanto una politica di controllo dell’immigrazione. Disegnano una precisa idea di composizione della popolazione. La questione non è più soltanto governare gli ingressi o regolare la presenza delle persone migranti sul territorio. Diventa stabilire quali soggetti siano desiderabili, quali debbano essere incoraggiati a restare, quali possano essere allontanati e quali caratteristiche debba assumere, nel lungo periodo, la comunità nazionale dentro la cornice della bianchezza. Più che una politica migratoria, la remigrazione appare allora come una politica della popolazione. Una politica che utilizza gli strumenti del controllo migratorio, ma li inserisce all’interno di un progetto più ampio di ridefinizione dell’appartenenza. La domanda fondamentale non è più soltanto chi può entrare nel territorio dello Stato. È chi può appartenere stabilmente alla comunità nazionale e contribuire a definirne il futuro non più in base alla collocazione nel mercato del lavoro, ma in ragione dell’identità razziale e del profilo religioso. UNO SPARTIACQUE È qui che emerge la novità della remigrazione. Per almeno tre decenni il lessico dominante delle politiche migratorie europee si è organizzato attorno a una serie di parole chiave relativamente stabili: gestione dei flussi, integrazione, sicurezza, quote di ingresso, fabbisogni del mercato del lavoro. Pur all’interno di orientamenti politici differenti, la questione fondamentale rimaneva quella di regolare la presenza delle persone migranti: quanti ingressi consentire, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali strumenti di controllo. Naturalmente questa rappresentazione è tutt’altro che neutra sul piano politico. Le politiche migratorie europee sono state attraversate da profonde e spesso violente pratiche di esclusione, gerarchie giuridiche, dispositivi di confinamento e violazioni dei diritti ben prima dell’emersione della remigrazione. Tuttavia, anche nelle loro versioni più restrittive, esse tendevano a presentarsi — spesso anche in contraddizione con gli effetti concreti prodotti — come strumenti di gestione della mobilità e di amministrazione della presenza. La remigrazione sposta il terreno della discussione. Non si limita a proporre criteri più severi per l’ingresso o la permanenza. Mette in discussione la permanenza stessa delle persone con background migratorio come fatto legittimo e strutturale delle società europee contemporanee. > Se il paradigma della gestione dei flussi si interrogava su quanti migranti > ammettere e secondo quali criteri, la remigrazione si interroga su quali > popolazioni debbano comporre la nazione e su quali, invece, possano o debbano > esserne progressivamente allontanate. È in questo passaggio che si manifesta il suo carattere di spartiacque. Non perché introduca strumenti completamente inediti, ma perché rende esplicito un principio che nelle politiche migratorie contemporanee è spesso rimasto implicito, frammentato o mascherato dal linguaggio tecnico dell’amministrazione. La questione della composizione della popolazione, dell’appartenenza nazionale e della desiderabilità dei soggetti non resta sullo sfondo: diventa il centro dichiarato del progetto politico. Non è più soltanto il governo della mobilità a essere in discussione, ma la ridefinizione della popolazione stessa come oggetto esplicito dell’intervento politico. Per questo la remigrazione non può essere interpretata né come un fenomeno completamente estraneo alle trasformazioni in corso né come una semplice continuazione delle politiche esistenti. È piuttosto un punto di condensazione: il luogo in cui tendenze sedimentate nel corso degli ultimi decenni vengono ricomposte all’interno di un immaginario coerente e rese politicamente esplicite. Ed è proprio questa esplicitazione, prima ancora delle singole misure proposte, a spiegare perché il termine remigrazione stia conquistando una crescente visibilità nel dibattito pubblico europeo. PERCHÉ L’ANTIFASCISMO DA SOLO NON BASTA Riconoscere questa rottura è indispensabile. Ma non sufficiente. La mobilitazione contro la manifestazione del 13 giugno è una tappa fondamentale. Lo è perché individua correttamente la matrice politica della remigrazione, ne contesta l’impianto ideologico e ne contrasta il tentativo di legittimazione nello spazio pubblico. Sarebbe un errore minimizzare questo aspetto o considerarlo secondario. Il problema nasce quando l’attenzione si concentra esclusivamente sui soggetti che oggi promuovono la remigrazione. In questo caso il rischio è quello di circoscrivere il fenomeno entro i confini dell’estrema destra, perdendo di vista il terreno sul quale esso riesce a radicarsi e ad apparire plausibile. La remigrazione non conquista spazio soltanto per la capacità dei suoi promotori di organizzarsi e comunicare. Lo conquista anche perché interviene in un contesto nel quale il controllo della mobilità, il rafforzamento dei rimpatri, l’esternalizzazione delle frontiere e la differenziazione dei diritti sono già diventati elementi ordinari del governo delle migrazioni. > Da questo punto di vista, occuparsi oggi di migrazioni, da una prospettiva > critica, non può significare soltanto opporsi alla remigrazione. Significa > anche interrogare le trasformazioni che hanno attraversato negli ultimi anni > le politiche europee e nazionali, il consolidamento dei dispositivi di > confinamento e detenzione, la normalizzazione del linguaggio emergenziale e la > crescente centralità attribuita al contenimento della mobilità come strumento > di governo. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere il sintomo lasciando intatto il terreno che ne rende possibile la diffusione. Di denunciare la forma più radicale di una tendenza senza interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa pensabile, dicibile e, per una parte dell’opinione pubblica, perfino desiderabile. Per questa ragione la critica della remigrazione non può esaurirsi nella denuncia dei suoi promotori. Deve essere capace di mettere in discussione anche il quadro più ampio entro cui essa prende forma. Non per confondere fenomeni diversi o cancellarne le differenze, ma per comprendere il rapporto che li lega e individuare i punti nei quali è possibile intervenire politicamente. QUALE IMMAGINAZIONE POLITICA? La remigrazione non è soltanto un programma politico. È anche un esercizio — violento, brutale e potenzialmente pericoloso — di immaginazione politica. Uno degli aspetti che colpiscono nel dibattito europeo degli ultimi anni è la capacità delle destre di articolare proposte che, pur essendo difficilmente praticabili, riescono a presentarsi come una visione complessiva della società. La remigrazione non si limita a evocare un principio generale. Costruisce un lessico, individua obiettivi, immagina istituzioni, propone procedure, definisce gerarchie e criteri di appartenenza. In altre parole, offre un’immagine del futuro. Una parte rilevante delle culture politiche progressiste sembra invece aver mano a mano rinunciato a questo terreno. Negli ultimi anni il dibattito si è spesso concentrato sulla difesa delle garanzie residue contro gli aspetti più brutali delle politiche migratorie contemporanee. Una battaglia necessaria, ma che raramente si è tradotta nella capacità di formulare un progetto alternativo. Si contestano gli eccessi, si denunciano gli abusi, si chiedono politiche più umane. Molto più raramente si mettono in discussione le categorie fondamentali che organizzano il campo. Chi può muoversi? Chi può restare? Chi ha diritto ai diritti? Chi decide l’appartenenza? Sono domande che finiscono spesso per essere poste dall’estrema destra, mentre il resto dello spettro politico si limita a reagire. È anche per questo che la remigrazione merita di essere presa sul serio. Non perché rappresenti una risposta convincente, ma perché segnala un vuoto. Mostra la capacità della destra di trasformare in progetto politico una determinata idea di popolazione, mentre le alternative appaiono spesso prive di un’analoga capacità di immaginazione istituzionale. > Eppure un’altra prospettiva è possibile. Regolarizzazione permanente, chiusura > dei CPR, diritti sociali sganciati dalla nazionalità, cittadinanza svincolata > dalla discendenza e dal profilo reddituale, welfare universale, libertà di > movimento: nessuna di queste proposte può essere ridotta a uno slogan morale o > a una dichiarazione di principio. Ognuna implica la costruzione di istituzioni, dispositivi e forme di organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il problema è che troppo spesso queste ipotesi restano frammentate, difensive o relegate ai margini del dibattito pubblico. Rimettere la remigrazione con i piedi per terra significa allora compiere entrambe le operazioni. Allargare l’inquadratura per cogliere il contesto che ne rende possibile l’emersione e, allo stesso tempo, riconoscerne il carattere specifico. Solo così è possibile sottrarsi sia all’allarmismo sia alla banalizzazione. E solo così diventa possibile tornare a discutere non di come governare le migrazioni, ma di quale società vogliamo costruire e di quali principi debbano organizzare il rapporto tra mobilità, cittadinanza, uguaglianza e democrazia nell’Europa contemporanea. La copertina è di pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 10, 2026
DINAMOpress
Per le destre Bruxelles oggi è un laboratorio
di Valerio Renzi (giornalista) Le elezioni europee del 2024 hanno determinato uno spostamento a destra dell’Europarlamento. Ma cosa vuol dire questo in concreto? Prima di tutto una cosa banale: non sono mai stati così tanti gli iscritti nei gruppi delle Continua a leggere L'articolo Per le destre Bruxelles oggi è un laboratorio proviene da ATTAC Italia.
November 6, 2025
ATTAC Italia
Il regime del maschio e le nuove sfide per l’antifascismo
La presa di potere di Trump è stata accompagnata dal supporto di una componente socio culturale che sembra prendere sempre più piede, contraddistinta da antifemminismo, solidarietà tra maschi e disprezzo per tutto ciò che ha a che fare con il genere: la cosiddetta “cultura bro”. Trump si è sempre presentato come uomo forte, ed è riuscito a formare una coalizione fatta da uomini, da “bros”- vezzeggiativo di fratelli in inglese – tech bros, street bros, crypto bros, sports bros, gym bros, Wall street bros e molto altro ancora. Questi hanno utilizzato tutte le piattaforme a loro disposizione per persuadere giovani uomini che Trump sarebbe stato l’uomo forte che avrebbe riportato al centro del potere la maschilità e reso gli Stati Uniti un paese di nuovo rispettabile. Gli strumenti con cui si è imposta tale narrativa sono molteplici, uno su tutti i video podcast, che sembra siano stati un vettore trainante fondamentale per la vittoria elettorale, tra questi il popolarissimo video podcast di Joe Rogan, che con la sua intervista di tre ore a Trump nell’ottobre del 2024 ha ottenuto 50 milioni di visualizzazioni su YouTube. Anche se nessuno degli Youtuber si professa ufficialmente un analista politico, in questi format le discussioni, dai toni fortemente conservatori, scorrono a ruota libera tra sport, maschilità, scherzi e scommesse tra “bros”. Trump ha vinto con ampio margine nel voto maschile. Il 54% di uomini lo ha votato, con un 6% in più rispetto al 2020 tra uomini under 30. Ha visto crescere inoltre il suo supporto nella comunità Nera ed è esploso nella comunità Latina, con un +18% a confronto del 2020. Trump ha stimolato tra i “maschi” una sorta di istinto di sopravvivenza nell’epoca contemporanea attraverso il miraggio della supremazia. Ha promosso messaggi che vanno ben oltre la facoltà di ragionamento razionale, ha parlato ai “maschi” come «qualcuno che sa davvero quali sono i tuoi bisogni». Ha così stimolato il bisogno di riprendere il controllo, di dominare in famiglia come nel mondo: elementi che hanno a che fare con le funzioni basiche espletate dal cervello rettiliano e che sono pilastri fondanti di secoli patriarcato.  E ha avuto successo. Le radici di questo fenomeno, che negli Stati Uniti si è palesato in modo così evidente ma che è esplicito in molti altri contesti internazionali, si possono ritrovare nell’avanzamento del movimento transfemminista che in tutto il mondo ha riportato al centro del dibattito politico il potere e l’abuso del maschile, e che ha provocato una reazione opposta così scomposta e ramificata. > Il problema forse più grave è che questo avanzamento simbolico-culturale del > macho – ovviamente nella forma socialmente accettabile del “bro” – crea un > humus nella società che rafforza, supporta e legittima il consenso al potere > maschile autoritario e fascista che la presidenza Usa sta imponendo dentro e > fuori i propri confini. Questo consenso sociale rende ancora più complesso contrastare quel potere, resistere e agire per vedere la sua fine. Trump inoltre è solo il modello più evidente e presente nei media mondiali. Fenomeni simili si registrano anche in altri paesi guidati dalla destra estrema come l’Argentina di Milei, o l’Ungheria di Orbán. Mercoledì 16 Luglio, ad Acrobax, all’interno del Festival Itinerante di Dinamopress discuteremo di questo fenomeno assieme ad alcune ospiti. Sarà con noi Leonardo Bianchi, giornalista indipendente esperto di cultura e società statunitense, che ha scritto a lungo sulla cultura bro e sul suo impatto. Sarà con noi anche Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, che ha approfondito l’avanzamento in Europa della fenomeno degli incel e della manosphere, e che ci aiuterà a capire il fenomeno e a collegarlo con l’egemonia del maschio per come emerge dalla politica statunitense. Saranno con noi anche due giovani collettivi antifascisti di Roma Sud, l’assemblea Antifascista di Monteverde e l’assemblea Antifascista di Portuense. Con loro potremo conoscere meglio la loro storia e capire come contrastare questi fenomeni legati all’affermazione di un autoritarismo di matrice fascista a partire dal lavoro territoriale nei quartieri e a partire dalle nostre relazioni. Seguirà aperitivo a sostegno della rivista e il concerto blues dei Fleurs du Mal. Vi aspettiamo. L’immagine di copertina è di Collettivo Marielle e Collettivo Prisma. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il regime del maschio e le nuove sfide per l’antifascismo proviene da DINAMOpress.
July 14, 2025
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